fotogramma di "Uccellacci e uccellini"
Pier Paolo Pasolini
Non ho mai "messo al mondo" un film così disarmato, fragile e delicato
come Uccellacci e uccellini. Non solo non assomiglia ai miei film
precedenti, ma non assomiglia a nessun altro film. Non parlo della sua
originalità, sarebbe stupidamente presuntuoso, ma della sua formula, che
è quella della favola col suo senso nascosto. Il surrealismo del mio
film ha poco a che fare col surrealismo
storico; è fondamentalmente il surrealismo delle favole (...). Questo
film che voleva essere concepito e eseguito con leggerezza, sotto il
segno dell'Aria del Perdono del "Flauto Magico", è dovuto in realtà a
uno stato d'animo profondamente malinconico, per cui non potevo credere
al comico della realtà (a una comicità sostantivale, oggettiva).
L'atroce amarezza dell'ideologia sottostante al film (la fine di un
periodo della nostra storia, lo scadimento di un mandato) ha finito
forse col prevalere. Mai ho scelto per tema di un film un soggetto così
difficile: la crisi del marxismo della Resistenza e degli anni
Cinquanta, poeticamente situata prima della morte di Togliatti, subita e
vissuta, dall'interno, da un marxista, che non è tuttavia disposto a
credere che il marxismo sia finito (il buon corvo dice: "Io non piango
sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun altro a
prendere in mano la mia bandiera e portarla avanti! È su me stesso che
piango..."). Ho scritto la sceneggiatura tenendo presente un corvo
marxista, ma non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico,
indipendente, dolce e veritiero. A questo punto, il corvo è diventato
autobiografico, una specie di metafora irregolare dell'autore. Totò e
Ninetto rappresentano invece gli italiani innocenti che sono intorno a
noi, che non sono coinvolti nella storia, che stanno acquisendo il primo
jota di coscienza: questo quando incontrano il marxismo nelle sembianze
del corvo. La presenza di Totò e Ninetto in questo film è il frutto di
una scelta precisa motivata da un'altrettanto precisa posizione
nell'ambito del rapporto tra personaggio e attore. Ho sempre sostenuto
che amo fare film con attori non professionisti, cioè con facce,
personaggi, caratteri che sono nella realtà, che prendo e adopero nei
miei film. Non scelgo mai un attore per la sua bravura di attore, cioè
non lo scelgo mai perché finga di essere qualcos'altro da quello che
egli è, ma lo scelgo proprio per quello che è: e quindi ho scelto Totò
per quello che è. Volevo un personaggio estremamente umano, cioè che
avesse quel fondo napoletano e bonario, e così immediatamente
comprensibile, che ha Totò. E nello stesso tempo volevo che questo
essere umano così medio, così "brava persona", avesse anche qualcosa di
assurdo, di surreale, cioè di clownesco, e mi sembra che Totò sintetizzi
felicemente questi elementi.