1 agosto 2018

da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Anrè

da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Anrè

L’urlo di chi ha la pancia piena.
***
Non ci manca niente, abbiamo la bora, la neve, la pioggia.
***
I marinaretti d’Italia in Campa Cavallo
Campa cavallo che l’erba cresce
campa praticello che il cavallo pasce
mentre tra i flutti l’eroico marinaio
all’erta sta (parapà).
Tutti i salmi finiscono in gloria
tutte le glorie finiscono in miseria
mentre sul ponte l’alacre marinaio
spazzando sta (alalà).
Rullano i tamburi
al lancio dei siluri
trombano le trombe
mentre il nemico incombe.
Romba il cannone
decolla Cocciolone
squillano le squillo
con i tacchi a spillo.
Il barbaro invasor per i suoi denti
il pane avrà
trallallà.

Le attese – Alexandra Zambà

Le attese – Alexandra Zambà

1.
Allontanatevi

dal cancello verde bottiglia
sgangherato cigolante
chiuso con la catena arrugginita
grande rimorso di lucchetto prepotente

la sciate la casa alle spalle aperta

Legatemi,
dieci mandate salda sulla stecca di centro
stretta sulla strada
allo scoperto del sole e dei venti

Inchiodatemi,
in piedi sul selciato d’ingresso
sotto il pino d’Aleppo
la curva ubriaca di gelsomino

Fermatemi,
la testa con lino di enigmatica sposa
di ginestra ruvida

Lasciatemi,
udire le albe
l’abbaglio dei tramonti
mormorii di onde

materni strazi
su rocce, costate di monti
lasciatemi senza pietà
scoprire sola la strada
ed il suo passaggio

per starmi sempre vicino
allontanatevi

2.
La mia voce rimbomba nei polmoni
scorre e va lungo gli stipiti del dolore

ti chiamo anima mia, dove sei?

È maggio la nebbia mattutina offusca e bagna
la tua finestra, cuore mio, ha i vetri rotti
torpore sugli alberi

la scala di legno serpeggia sul muro traballante

il vocabolario è povero privo di sottigliezze
mi serve una parola, anima mia, che passa dal greco

una di quelle appese dalle travi del soffitto e aspettano

dal gancio di centro, cuore mio, dondolante aspetta
il tuo, anima mia, difficile ritorno

3.
La gioia era sabbia

tritumi granelli duri
lasciati liberi girovagare in basso
senza addensare il salto ed il volo

– sgomenti riflessi –

il cuore arroccato, la pioggia scoscesa
sbriciolata la roccia
scandiva la discesa di sabbia

4.
Apparsa all’improvviso

erma di un viso serio su busto silenzioso
segnava il crocicchio

– buco nero non mandava le vie, le ingoiava tutte –

Quel giorno peregrino stesa sulle foglie
sentii il brivido della vita fremere sulla schiena
spingeva in alto
grossa gemma sotterranea

– ignara del gelo inodore dell’inverno –

5.
Il mare era Ionio

I cieli suonati a raccolta
voltavano i grigi allora in blu,
il mare era Ionio

Tutt’intorno un increspare di dolce pane
– stendevano l’aria i gabbiani –

Assorto tu sulla prua annusavi la terra d’isola
il viso s’allungava tutto sul mare di allora
e
gli occhi trasognati rubavano la luce funambola
la luce di allora

6.
Sospinti alla rinfusa
scendono le scale sperduti
domande compresse nei fagotti

Nel sotterraneo ora aspettano stipati
– solo orecchie –

muti fuggiaschi, sciolti capelli
sparsi di cenere

– hanno sentito ormai il passo delle Erinni -

7.
Buzzo
per schiodare una vite fuori posto

– tentenno mi sostengo sul muro –

non ha scelto certo di marcire nell’ombra il muro
tenère radici nell’odore del muschio
sentire slittare il giorno sempre più in là

e non so come in fretta radicò tra le rose
e s’attorcigliò sul pino d’Aleppo, la vite

– e non chiedeva acqua -

8.
La lontananza

Eremo temuto la lontananza
sfiora l’orizzonte siderea
sfuma nel cielo denso di ombre, dolore

ll sangue versa salmastro nel silenzio e
alga impigliata la voce risuona assenze
filiforme resta ferma pressata in gabbia

Esule in capo al mondo la lontananza
lamenta afona discorsi incomprensibili

Avanza parola isolata in un glossario

9.
Non mi guardasti e alzai la voce
Incollai l’orecchio allo specchio
fermai
l’uscita di spalle rette spavalde

Rimase d’allora tua immagine
tra risa e pianti e timbri lontani

10.
Il cielo sul finire sbandierava
misto mare salsedine e brezza

Sfumava incagliata sulla spiaggia lontana
fumosa ed immobile
l’immagine di un altro mare lupino viola

Piegarla in valigia non era intenzionale
ma il tempo indugiava e la fuga governava l’animo

Un altro po’ – pensavo avvolta nel turbante –

lasciate portare con me che vado non so dove
l’angolo a sinistra del cielo libero in alto mare

foglie-voglie al ritmo delle onde…

11.
Mi dormiva accanto sconosciuta
stanco cappotto vecchio capelli infeltriti

senza occhi il capo pesava macigno sul fianco
trasportava i sogni nella pelle di un sacco

ripeteva le curve
nel sussulto di un vissuto perdente

Arresa alle rotaie del viaggio mio e suo
non immaginava resistenza alcuna

andavano
nuca dorso ginocchia al ritmo
din-don, din-don

12.
Attesa interminabile, non un ricordo

solo un filo srotolato logoro
una silenziosa ripida soglia persa nell’ombra
e la pianura senza margini

Passavano al momento tirate gonfie
un filo di nuvole appese, tenute salde
e le frange con i loro andirivieni
schioccavano il tempo
meditavano l’attesa raccolta nei secoli

contavano tutto quel che era andato smarrito
in una manciata di immagini legate ingenue ai sogni erranti
volavano girovaghe nei corridoi pettegoli di cieli senza tetto

Sulla curva pertica sbattevano forte il sole e la luna,
dall’alto inquadravano
– certi cortili di mite chiacchiericcio – una scala mobile
in un gomitolo rubato che scarso si torceva in basso

Smarrito ogni dubbio mutai nel nascondiglio
e silenziosa scivolai ad attraversare il tempo
solo sostegno il filo d’Arianna

13.
Vino di gioia

ci sono emozioni amico mio
che merlano lo sguardo
tremolii di lucciole
battono di gioia

E le palpebre
hai fatto caso amico mio
come si socchiudono ubriache
si arrendono al vino di gioia!

14.
Allora il bosco era la traversata
le notti palpiti senza respiro

io attraversavo silenziose parole sdrucciole
tu riempivi i miei capelli di lucciole

15.
Tra parole terrose
una voce notturna
lamenta la vita

insiste sui vetri piombati

Apro la mia finestra
il cortile cade ferito
boccheggia senza risposte

da Planare lo sguardo - La vita Felice Edizioni, 2015. Milano

Harry Potter e la pietra filosofale - Joanne Kathleen Rowling

Harry Potter e la pietra filosofale - Joanne Kathleen Rowling

CAPITOLO 1
Il bambino sopravvissuto

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano.
Il signor Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. La signora Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini. I Dursley avevano un figlioletto di nome Dudley e secondo loro non esisteva al mondo un bambino più bello.
Possedevano tutto quel che si poteva desiderare, ma avevano anche un segreto, e il loro più grande timore era che qualcuno potesse scoprirlo. Non credevano che avrebbero potuto sopportare che qualcuno venisse a sapere dei Potter. La signora Potter era la sorella della signora Dursley, ma non si vedevano da anni. Anzi, la signora Dursley faceva addirittura finta di non avere sorelle, perché la signora Potter e quel buono a nulla del marito non avrebbero potuto essere più diversi da loro di così. I Dursley rabbrividivano al solo pensiero di quel che avrebbero detto i vicini se i Potter si fossero fatti vedere nei paraggi.
Sapevano che i Potter avevano anche loro un figlio piccolo, ma non lo avevano mai visto. E questa era un'altra buona ragione per tenere i Potter a distanza: non volevano che Dudley frequentasse un bambino di quel genere.
Quando i coniugi Dursley si svegliarono, la mattina di quel martedì grigio e coperto in cui
inizia la nostra storia, nel cielo nuvoloso nulla faceva presagire le cose strane e misteriose che di lì a poco sarebbero accadute in tutto il paese. Il signor Dursley scelse canticchiando la cravatta da giorno più anonima del suo guardaroba, e la signora Dursley
continuò a chiacchierare ininterrottamente mentre con grande sforzo costringeva sul seggiolone Dudley che urlava a squarciagola.
Nessuno notò il grosso gufo bruno che passò con un frullo d'ali davanti alla finestra.
Alle otto e mezzo, il signor Dursley prese la sua valigetta ventiquattrore, sfiorò con le labbra la guancia della moglie, e tentò di dare un bacio a Dudley, ma lo mancò perché, in quel momento, in preda a un furioso capriccio, il pupo stava scagliando i suoi fiocchi d'avena contro il muro. «Piccolo monello!» commentò ridendo il signor Dursley mentre usciva di casa. Salì in macchina e percorse a marcia indietro il vialetto del numero 4.
Fu all'angolo della strada che notò le prime avvisaglie di qualcosa di strano: un gatto che leggeva una mappa. Per un attimo, il signor Dursley non si rese conto di quel che aveva visto; poi girò di scatto la testa e guardò di nuovo. C'era un gatto soriano ritto sulle zampe
posteriori, all'angolo di Privet Drive, ma di mappe neanche l'ombra. Ma che diavolo aveva per la testa? La luce doveva avergli giocato qualche brutto tiro. Si stropicciò gli occhi e fissò il gatto, che gli ricambiò l'occhiata.
Mentre l'auto girava l'angolo e percorreva un tratto di strada, il signor Dursley tenne d'occhio il gatto nello specchietto retrovisore. In quel momento il felino stava leggendo il cartello stradale che indicava Privet Drive. No, lo stava guardando; i gatti non sanno leggere le mappe e neanche i cartelli stradali. Il signor Dursley si riscosse da quei pensieri e allontanò il gatto dalla mente.
Mentre si dirigeva in città, non pensò ad altro che al grosso ordine di trapani che sperava di ricevere quel giorno. Ma una volta giunto ai sobborghi della città, avvenne qualcos'altro che gli fece uscire di mente i trapani. Fermo nel solito ingorgo del mattino, non poté fare a meno di notare che in giro c'erano un sacco di persone vestite in modo strano. Gente con indosso dei mantelli. Il signor Dursley non sopportava le persone che si vestivano in modo stravagante: bisognava vedere come si conciavano certi giovani! Immaginò che si trattasse di qualche stupidissima nuova moda. Mentre tamburellava con le dita sul volante, lo sguardo gli cadde su un capannello di quegli strampalati, vicinissimo a lui. Si stavano bisbigliando qualcosa tutti eccitati.
Il signor Dursley sentì montargli la rabbia nel constatare che ce n'era un paio tutt'altro che giovani. Ma che roba! Quello lì doveva essere più anziano di lui, e portava un mantello verde smeraldo! Che faccia tosta! Poi però gli venne in mente che potesse trattarsi di qualche sciocca trovata. Ma certo! Era gente che faceva una colletta per qualche motivo. Sì, doveva essere proprio così. In quella, il traffico riprese a scorrere e alcuni minuti più tardi il signor Dursley giunse al parcheggio della Grunnings con la mente di nuovo tutta presa dai trapani...
(…)

Traduzione: Marina Astrologo

da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Anrè

Vincent Van Gogh - Restaurant de la Sirène ad Asnières
da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Anrè

Forse, più che agli chansonnier francesi in generale, io devo pagare tributo solo a Brassens. Brel non me lo sento molto vicino: era molto teatrale, non bastava ascoltarlo, bisognava vederlo. Poi ci sono i poeti maledetti francesi, di cui Cecco Angiolieri era un nonno. Loro sono la forma. Hanno rivoluzionato il modo di scrivere, hanno inventato tecniche nuove, come il surrealismo. Io parlo di tecniche, pur non conoscendo altro che le tecniche rudimentali. Se mi chiedi cos’è un giambo o un ditirambo, ti so rispondere, perché amo la letteratura greca, ma non sono in grado di usare molte tecniche. In effetti ci ho anche provato. Breton, che è il padre del surrealismo, insegnava di prendere una lettera, liberare la mente – che vuol dire disinibirsi – e poi da quella lettera, come nelle libere associazioni di Freud, scrivere quello che viene in mente. Ci ho provato, ma venivano fuori delle stronzate allucinanti. Però amo la ricerca dei termini, la scelta degli aggettivi; resto sempre abbagliato dalla bravura in questo senso di un Gesualdo Bufalino, per esempio. Credo che in ciascuno di noi ci sia un elemento di virtuosismo, di funambolismo verbale.

A Luigia Pallavicini, vv. 19-24, vv. 103-108 -Ugo Foscolo

Dipinto di Fernando Botero
da A Luigia Pallavicini - Ugo Foscolo

 
E te chiama la danza
Ove l'aure portavano
Insolita fragranza,
Allor che a' nodi indocile
La chioma al roseo braccio

Ti fu gentile impaccio. (…)
Gioian d'invido riso
Le abitatrici olimpie,
Perchè l'eterno viso
Silenzioso, e pallido
Cinto apparia d'un velo
Ai conviti del cielo:
Ma ben piansero il giorno
Che dalle danze efesie
Lieta facea ritorno
Fra le devote vergini,
E al ciel salia più bella
Di Febo la sorella.

Le nostre infanzie – Franco Buffoni

dipinto di Marc Figueras
Le nostre infanzie – Franco Buffoni

Di quando il ventre ti fioriva di me
E lì il nostro tempo si è fermato.
Le nostre infanzie con le fiabe al Caran d’Ache
Nella scatola di metallo
E l’ultima già in età adulta,
Fino al tuo dolore animale
Che si fa quieta disperazione.
Quello è il passaggio che mi fa impazzire,
La trasformazione della fiaba in vita.

È soltanto un bicchiere rotto – Brenda Porster

 fotograqmma di "The help"
È soltanto un bicchiere rotto – Brenda Porster

È soltanto un bicchiere rotto
le cui schegge si sono conficcate
nelle dita
mentre facevi le pulizie

non c’è bisogno di farne
una metafora,
una similitudine, un simbolo,
meno che mai una poesia
per immaginarsi
il dolore.