1 settembre 2018

Sono parte di te - Maisun al-Saqr al Qasimi

Georges Barbier - Venere
Sono parte di te - Maisun al-Saqr al Qasimi

Sono parte di te.
Mi elevi con i tuoi significati
e la mia anima è salda nel suo amore.
Per colpa sua rimango aggrappata alle delusioni,
e all'ombra cerco un gemello
per accoppiarlo a ciò che si è insediato nelle profondità
del desiderio di questo cuore.
Ma che corpo è?
Sento la musica che ti chiama.
Il tuo cuore è grande a sufficienza per ospitarmi.
Non appena avanzo
divento solo una donna
che non è soddisfatta del biasimo che illumina la sua ombra.
Non sono mai stata tua prima d'ora,
ma anche nello spazio mi muovo
disperdendo il mio essere.

I Figli – Khalil Gibran

I Figli – Khalil Gibran

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Ricordo di Mary A. - Bertolt Brecht

Ricordo di Mary A. - Bertolt Brecht

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l'amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d'estate
c'era una nube ch'io mirai a lungo:
bianchissima nell'alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell'amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l'ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall'alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

da "Le città invisibili" - Italo Calvino

da "Le città invisibili" - Italo Calvino

 (...)
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte della città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa

Jacopo Palma il Giovane - Venere e Marte, olio su tela, 1590. cm 130,9x165,6. Londra National Gallery 
da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa
(…)

Don Rigoberto se l’era già fatta montar sopra e la baciava con diletto, succhiandole le labbra, separandogliele. A lungo, con gli occhi chiusi, mentre sentiva la punta della lingua del marito esplorarle la cavità della bocca, lambirle le gengive e il palato, affannarsi per gustare e conoscere tutto, donna Lucrecia rimase preda di un rapimento felice, sensazione densa e palpitante che sembrava rammollirle le membra e annullarle, lasciandola galleggiare, sprofondare, ruotare. In fondo a quel vortice voluttuoso che erano lei, la vita, come affacciandosi e scomparendo in uno specchio che perde la sua limpidezza, si delineava a tratti un faccino intruso, di angelo rubicondo. Il marito le aveva sollevato la camicia da notte e le accarezzava le natiche, con un movimento circolare e metodico, mentre le baciava i seni. Lo udiva mormorare che l’amava, sussurrare teneramente che con lei era iniziata la sua vera vita. Donna Lucrecia lo baciò sul collo e gli mordicchiò i capezzoli fino a udirlo gemere; poi, leccò piano piano quei nidi che tanto lo esaltavano e che don Rigoberto aveva lavato e profumato accuratamente per lei prima di
coricarsi: le ascelle. Lo udì far le fusa come un gatto viziato, mentre si contorceva sotto il suo corpo. Frettolose, le sue mani separavano le gambe di donna Lucrecia, con una sorta di esasperazione. La rannicchiarono su di lui, la sistemarono, l’aprirono. Lei gemette, di dolore e di piacere, mentre, in un vortice confuso, scorgeva l’immagine di un san Sebastiano trafitto, crocefisso e impalato. Aveva la sensazione di essere stata presa da una cornata in mezzo al cuore. Non si trattenne più. Con gli occhi socchiusi, con le mani dietro il capo, spingendo avanti i seni, cavalcò su quel puledro d’amore che si cullava con lei, al suo ritmo, ruminando parole che a stento riusciva ad articolare, fino a sentir che veniva meno.
«Chi sono io?» indagò, cieca. «Chi dici che sono stata?»
«La moglie del re della Lidia, amor mio» esplose don Rigoberto, smarrito nel suo sogno.
(…)
Traduzione di Angelo Morino
Rizzoli Libri S.p.A., Milano 19902

da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa

Bartholomeus Spranger -  Marte, Venere e Cupido, 1590, olio su tela cm 95x60. Graz, Eggenberg Palace
da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa
(…)

Nell’intimità complice della scala, mentre ritornava in camera da letto, Lucrecia si accorse che ardeva da capo a piedi. ”Ma non è febbre” si disse, smarrita. Era possibile che la carezza inconsapevole di un ragazzino le facesse quell’effetto? Stai diventando una viziosa, cara mia. Era il primo sintomo della vecchiaia? Perché stava proprio fiammeggiando e aveva le gambe bagnate. Che vergogna, Lucrecia, che vergogna! E d’improvviso le venne in mente il ricordo di un’amica licenziosa che,durante un tè destinato a raccogliere fondi per la Croce Rossa, aveva suscitato rossori e risolini nervosi al suo tavolo raccontando che, quanto a lei, fare la siesta nuda con un suo figlioccio in tenera età che le grattava la schiena, l’accendeva come una torcia.
Don Rigoberto stava disteso supino, nudo sulla trapunta granata con disegni che sembravano scorpioni. Nella camera senza luce, appena rischiarata dal riflesso della via, la sua lunga sagoma bianchiccia, vellosa sul petto e sul pube, rimase ferma mentre donna Lucrecia si toglieva le pantofole e si distendeva accanto a lui, senza toccarlo. Dormiva già suo marito?
«Dove sei stata?» lo udì mormorare, con la voce pastosa e lenta dell’uomo che parla nel crepitare dell’illusione, una voce che lei conosceva tanto bene. «Perché mi hai abbandonato, vita mia?»
«Sono andata a dare un bacio a Fonchito. Mi ha scritto una lettera di auguri che non puoi immaginare. Per poco non ho pianto, tant’era affettuosa.»
Intuì che lui l’ascoltava appena. Sentì la mano destra di don Rigoberto sfiorarle la coscia. Bruciava, come una compressa di acqua bollente. Le sue dita frugarono, goffe, tra una piega e l’altra della sua camicia da notte. ”Si accorgerà che sono tutta bagnata” pensò, a disagio. Fu un malessere fuggevole, perché la stessa onda veemente che l’aveva assalita sulla scala ritornò al suo corpo, facendolo rabbrividire. Le sembrò che tutti i suoi pori si aprissero, ansiosi, in attesa.
«Fonchito ti ha visto in camicia da notte?» fantasticò, infiammata, la voce del marito. «Avrai fatto venire brutte idee a quel bambino. Questa notte farà il suo primo sogno erotico.» Lo udì ridere, eccitato, e anche lei rise: «Che dici, sciocco?». Al contempo, finse di picchiarlo, lasciando ricadere la mano sinistra sul ventre di don Rigoberto. Ma quello che toccò fu un’asta umana che si ergeva e pulsava.
«Ma che cos’è questo? Che cos’è questo?» esclamò donna Lucrecia, stringendola, tirandola, lasciandola, riprendendola. «Guarda che cos’ho trovato, be’, che sorpresa!»
(…)
Traduzione di Angelo Morino
Rizzoli Libri S.p.A., Milano 1990
 

da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa

Francois Boucher - The toilet of Venus. Olio su tela, 1751 , cm 108x85, Metropolitan Museum Of art New York 
da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa
(…)
Il ragazzino era balzato su ed era già in piedi sul letto. Le sorrideva, con le braccia aperte. Mentre avanzava verso di lui, parimenti sorridente, donna Lucrecia colse - indovinò? - negli occhi del figliastro uno sguardo che passava dall’allegria allo sconcerto e che si fissava, attonito, sul suo petto. ”Dio mio, sono quasi nuda” pensò. ”Come ho potuto dimenticare la vestaglia, stupida che sono? Che spettacolo per il povero bimbo!” Aveva bevuto più bicchieri del dovuto?
Ma già Alfonsito l’abbracciava. «Buon compleanno, matrigna!» La sua voce, fresca e spensierata, ringiovaniva la notte. Donna Lucrecia si sentì contro il corpo la svelta sagoma dagli ossicini fragili e pensò a un uccelletto. Le passò per la testa che, se l’avesse serrato con troppo slancio, il ragazzino si sarebbe spezzato come un giunco. Così, lui in piedi sul letto, erano della stessa altezza. Le aveva intrecciato le sottili braccia intorno al collo e la baciava amorevolmente sulla guancia. Donna Lucrecia lo abbracciò anche lei e una delle sue mani, scivolando sotto la giacca del pigiama azzurro mare, dagli orli rossi, gli passò lungo la schiena e l’accarezzò, sentendo sulla punta delle dita il delicato digradare della spina dorsale. «Ti voglio tanto bene, matrigna» sussurrò il vocino accanto al suo orecchio. Donna Lucrecia sentì due brevi labbra fermarsi davanti al lobo inferiore dell’orecchio, riscaldarlo col loro fiato, baciarlo e mordicchiarlo, per gioco. Le sembrò che, nel momento stesso in cui la vezzeggiava, Alfonsito ridesse. Il petto le traboccava di emozione. E pensare che le sue amiche le avevano vaticinato che quel figliastro sarebbe stato l’ostacolo maggiore, che per colpa sua non sarebbe mai stata felice con Rigoberto. Commossa, lo baciò anche lei sulle guance, sulla fronte, sugli scarruffati capelli, mentre, vagamente, come venuta da lontano, senza che se ne accorgesse bene, una sensazione diversa stava penetrandola da un confine all’altro del suo corpo, concentrandosi soprattutto in quelle parti - i seni, il ventre, il dorso delle cosce, il collo, le spalle, le guance - esposte al contatto del ragazzino. «Davvero mi vuoi tanto bene?» domandò, cercando di scostarsi. Ma Alfonsito non la lasciava. E, al contrario, mentre le rispondeva, cantando: «Tantissimo, matrigna, più che a tutti», si aggrappò a lei. Poi, le sue manine la presero per le tempiee le spinsero indietro il capo. Donna Lucrecia si sentì becchettare sulla fronte, sugli occhi, sulle ciglia, sulla guancia, sul mento… Quando le sottili labbra sfiorarono le sue, strinse i denti, confusa. Fonchito capiva quello che stava facendo? Doveva scostarlo con una spinta? Ma no, no, come poteva esserci la minima malizia nello svolazzare salterino di quelle labbra discole che due, tre volte, errando sulla geografia del viso, si posarono per un attimo sulle sue, premendole con avidità?
«Bravo, e ora a nanna» disse, infine, sottraendosi all’abbraccio del ragazzino. Si sforzò per apparire più disinvolta di quanto non fosse. «Altrimenti, non ti sveglierai in tempo per la scuola, bimbo mio.»
Il ragazzino si infilò nel letto, annuendo. La guardava gaio, con le guance arrossate e un’espressione di rapimento. Quale malizia poteva esserci in lui? Quel faccino limpido, gli occhi rallegrati, il piccolo corpo che si avvolgeva e si contraeva fra le lenzuola, non erano la personificazione dell’innocenza? Sei tu a pensar male, Lucrecia! Lo rimboccò, gli sistemò il guanciale, lo baciò sui capelli e spense la luce della lampada. Mentre usciva dalla camera, lo udì trillare:
«Otterrò il primo posto e te lo regalerò, matrigna!».
«Promesso, Fonchito?»
«Parola d’onore!»
(…)
Traduzione di Angelo Morino
Rizzoli Libri S.p.A., Milano 1990