23 gennaio 2016

Un paio di scarpette rosse - Joyce Lussu

Un paio di scarpette rosse - Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
‘Schulze Monaco’.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

22 gennaio 2016

Domenica 24 gennaio a Pisticci si parlerà di dissesto idrogeologico e del rione Dirupo.


Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.
Italo Calvino – Le città invisibili


Il quarto dei dieci incontri con la cittadinanza, organizzati da Forum Democratico, avrà luogo nella Sala Consiliare di Pisticci domenica 24 gennaio alle 18.00.
Questa volta si parlerà di dissesto idrogeologico, della revoca del decreto di trasferimento del Rione Dirupo e della variante urbanistica che interessa lo storico rione pisticcese.
Il filo conduttore letterario scelto da Forum Democratico per legare i vari eventi è l’opera di Italo Calvino sono “Le città invisibili”. Pisticci, infatti, può tranquillamente configurarsi come una delle fantastiche città multiple e mutevoli raccontate da Marco Polo all’imperatore Kublai Khan.
Il palinsesto dell’evento prevede gli interventi del Geologo Domenico Laviola che ci parlerà del dissesto idrogeologico e cosa questo significhi per Pisticci; dell’Architetto Marcello Corrado che si soffermerà sulle peculiarità architettoniche del Rione Dirupo e delle specificità che lo rendono unico nel suo genere.
L’assessore all’Urbanistica Antonio De sensi illustrerà gli interventi realizzati dall’Amministrazione Comunale e i progetti candidati a finanziamento sia in materia di mitigazione del dissesto idrogeologico e sia in materia urbanistica.
Successivamente sarà dato spazio alle domande del pubblico. Il Sindaco Vito Di Trani Concluderà la serata.
Come nelle altre occasioni, l’esposizione degli argomenti si avvarrà di supporti audiovisivi.
Pisticci 21 gennaio 2016

Forum Democratico
 Pisticci e Marconia

Forse un Mattino - Eugenio Montale

Il sorpasso - Ettore Scola
Forse un Mattino - Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
«La ricostruzione del mondo avviene “come s’uno schermo” e qui la metafora non può che richiamare il cinema. La nostra tradizione poetica ha abitualmente usato la parola “schermo” nel significato di “riparo – occultamento” o di “diaframma”, e se volessimo azzarderei ad affermare che questa è la prima volta che un poeta italiano usa “schermo” nel senso di superficie su cui si proiettano immagini, credo che il rischio d’errare non sarebbe molto alto. Questa poesia (datata fra il 1921 e il 1925) appartiene chiaramente all’era del cinema, in cui il mondo corre davanti a noi come ombre d’una pellicola, alberi, case e colli si stendono su una tela di fondo bidimensionale, la rapidità del loro apparire (“di gitto”) e l’enumerazione evocano una successione di immagini in movimento. Che siano immagini proiettate non è detto, il loro “accamparsi” (mettersi in campo, occupare un campo, ecco il campo visivo chiamato direttamente in causa) potrebbe anche non rimandare a una fonte a matrice dell’immagine, scaturire direttamente dallo schermo (come abbiamo visto avvenire nello specchi), ma anche l’illusione dello spettatore al cinema è che le immagini vengano dallo schermo.
L’illusione del mondo veniva tradizionalmente resa da poeti e drammaturghi con metafore teatrali, il nostro secolo sostituisce al mondo come teatro il mondo come cinematografo, vorticare di immagini su una tela bianca.»
Italo Calvino

17 gennaio 2016

Dialoghi con Leucò. In famiglia - Cesare Pavese

Leonardo da Vinci - Leda


20.    In Famiglia
Sono noti i luttuosi incidenti che hanno funestato la casa degli Atridi. Qui basterà ricordare alcune successioni. Da Tantalo nacque Pélope; da Pélope, Tieste e Atreo; da Atreo, Menelao e Agamennone; da quest’ultimo Oreste che uccise la madre. Che Artemide arcadica e marina godesse di uno speciale culto in questa famiglia (si pensi al sacrificio dell’atride Ifigenia, tentato dal padre), chi scrive ne è convinto e non da ieri.
(Parlano Castore e Polideute)

Castore Ricordi, Poli, quando l’abbiamo tolta dalle mani di Teseo?
Polideute Valeva la pena…
Castore Allora era una bambina, e mi ricordo che correndo nella notte pensavo allo spavento che doveva provare in quel bosco sul cavallo di Teseo, inseguita da noi…Eravamo ingenui.
Polideute Adesso si è messa al sicuro.
Castore Adesso ha la forza dei Frigi e dei Dàrdani. Ha messo il mare tra sé e noi.
Polideute Passeremo anche il mare.
Castore Io ne ho abbastanza, Polideute. Non tocca più a noi. Ora è faccenda degli Atridi.
Polideute Passeremo il mare.
Castore Convìnciti, Poli. Non vale la pena. Non essere ingenuo. Lascia fare agli Atridi – l’avvenire li riguarda. Polideute Ma è nostra sorella.
Castore Dovevamo sapere che a Sparta non sarebbe rimasta. Non è donna da vivere in fondo a una reggia.
Polideute E che altro vuole, Castore?
Castore Non vuole nulla. È proprio questo. È la bambina ch’era allora. È incapace di prender sul serio un marito o una casa. Ma non serve rincorrerla. Vedrai che un giorno tornerà con noi. Polideute Chi sa che faranno adesso gli Atridi per riscatto del sangue. Non è gente che sopporti un’ingiuria. Il loro onore è come quello degli déi.
Castore Lascia stare gli déi. È una famiglia che in passato si mangiavano tra loro. Cominciando da Tantalo che ha imbandito il figliolo…
Polideute Sono poi vere queste storie che raccontano?
Castore Sono degne di loro. Gente che vive nelle rocche di Micene e di Sparta e si mette una maschera d’oro; che è padrona del mare e lo vede solo per le buche feritoie, è capace di tutto. Ti sei mai chiesto, Polideute, perché le loro donne – anche nostra sorella – dopo un po’ inferociscono e smaniano, versano sangue e ne fanno versare? Le migliori non reggono. Non c’è un solo Pelopida - non uno - cui la sposa abbia chiuso gli occhi. Se questo è un onore di déi…
Polideute L’altra nostra sorellina, Clitennestra, ci resiste.
Castore …Aspettiamo la fine, a dire evviva.
Polideute Se tu sapevi tutto ciò, come hai potuto consentire a queste nozze?
Castore Io non ho consentito. Queste cose succedono. Ciascuno si trova la moglie che merita.
Polideute Che vuoi dire? Che le donne sono degne di loro? Nostra sorella avrebbe colpa?
Castore Smettila, Polideute. Nessuno ci ascolta. È evidente che gli Atridi e i loro padri hanno sposato la medesima donna. Forse noi suoi fratelli non sappiamo ancor bene chi Elena sia. C’è voluto Teseo per darcene un saggio. Dopo di lui l’Atride. Ora Paride frigio. Io domando: possibile che sia tutto casuale? Sempre lei deve imbattersi in simili tipi? È evidente che è fatta per loro, come loro per lei.
Polideute Ma sei folle.
Castore Non c’è niente di folle. Se i Pelopidi han persa la testa – e qualcuno anche il collo – ci pensino loro. Sono stirpe di re marini che non escon di casa e amano comandare dalle alture. Forse un giorno hanno veduto il mondo. Tantalo, il primo, certo. Ma poi vissero chiusi con le donne e i mucchi d’oro, sospettosi e scontenti, incapaci di un gesto valido, nutriti dal mare su una povera terra, banchettatori, grassi. Ti stupisce che cercassero qualcosa di forte, di quasi selvaggio, da rinchiudere sul monte con sé? L’han sempre trovato.
Polideute Non capisco cosa c’entri la nostra sorella né perché dici che era fatta per Paride e Teseo.
Castore Per loro o per altri, Poli, non importa. È del destino degli Atridi che si parla. Né l’antica Ippodamia né le nuore hanno colpa se tutte queste si somigliano come una torma di cavalle. Si direbbe che nei tempi in quella famiglia lo stesso uomo ha ricercato la stessa creatura. E l’ha trovata. Da Ippodamia di Enomào alle nostre sorelle tutte quante sono state costrette a lottare e difendersi. È evidente che questo ai Pelopidi piace. Non lo sapranno ma gli piace. Sono gente d’astuzia e di sangue. Sono grassi tiranni. Hanno bisogno di una donna che li frusti.
Polideute Dici sempre Ippodamia Ippodamia. Lo so anch’io che Ippodamia agitava i cavalli. Ma le nostre sorelle non c’entrano. La mano d’Elena è una mano di bambina che non ha mai stretto la sferza. Come può somigliarle?
Castore Noi delle donne, Polideute, non sappiamo gran cosa. Siamo cresciuti su con lei. Ci pare sempre la bambina che giocava alla palla. Ma per sentirsi selvagge e smaniose non è necessario agitare cavalli. Basta piacere a un Menelao, a un re del mare.
Polideute E che ha poi fatto di terribile Ippodamia?
Castore Trattava gli uomini come cavalli. Convinse l’auriga ad uccidere il padre. Fece uccidere da Pélope l’auriga. Mise al mondo i fratelli omicidi. Diede il via a un torrente di sangue. Non fuggì dalle case, questo sì.
Polideute Ma non dicevi che la colpa fu di Pélope?
Castore Dicevo che a Pélope e ai suoi sono piaciute donne simili. Ch’eran fatte per loro.
Polideute Elena non uccide, e non fa uccidere.
Castore Ne sei certo, fratello? Ricòrdati quando l’abbiamo ritolta a Teseo – tre cavalli che correvano il bosco. Se non ci uccidemmo, fu perché come ragazzi ci parve quasi di giocare. E, adesso, tu stesso ti chiedi quanto sangue verseranno gli Atridi.
Polideute Ma lei non istiga nessuno…
Castore Credi tu che Ippodamia istigasse l’auriga? Lei sorrise al suo servo e gli disse che il padre la voleva per sé. E non disse nemmeno che a lei dispiaceva…Per uccidere basta uno sguardo. Poi quando Mìrtilo si vide giocato dal figlio di Tantalo e volle gridare, bastò che Ippodamia dicesse al marito: “Lui sa ogni cosa di Enomào. Stacci attento”. I Pelopidi godono di parole simili. Polideute Tutte le donne dunque uccidono?
Castore Non tutte. Ce ne sono che chinano il capo, e la vita asservisce. Ma la rocca scatena anche queste. I Pelopidi uccidono e vengono uccisi. Hanno bisogno di frustare ed essere frustati. Polideute Nostra sorella si accontenta di fuggire.
Castore Tu lo credi fratello? Ricorda Aeròpe, la moglie di Atreo…
Polideute Ma Aeròpe fu uccisa nel mare.
Castore Non senza aver istigato l’amante a rubare i tesori. Ecco una donna che la rocca rese folle. Una donna che avrebbe potuto passare la vita in tranquilla lussuria, ingrassando anche lei con l’amante. Ma l’amante era Tieste, e il marito era Atreo. Se l’erano scelta. Non la lasciarono salvarsi. La scatenarono anche lei. I Pelopidi han sete di furia.
Polideute Vuoi dire che nostra sorella l’uccideranno come adultera? Che è anche lei lussuriosa? Castore Lo fosse, Polideute, lo fosse. Ma non è lussurioso chi vuole. Non chi sposa un Atride. Non capisci, fratello, che costoro hanno posto la loro lussuria nell’abbraccio violento, nello schiaffo e nel sangue? Di una donna che è docile e vile non sanno che farsene. Hanno bisogno d’incontrare occhi freddi e omicidi, occhi che non s’abbassino. Come le buche feritoie. Come li ebbe Ippodamia.
Polideute Nostra sorella ha questo sguardo…
Castore Hanno bisogno della vergine crudele. Di quella che passa sui monti. Ogni donna che sposano è questo, per loro. Le imbandivano i figli, le scannavano figlie…
Polideute Sono cose passate.
Castore Le faranno ancora, Polideute.

Dialoghi con Leucò. Il Toro - Cesare Pavese

Teseo sul Minotauro - Antonio Canova


Il toro
Tutti sanno che Teseo, di ritorno da Creta, finse di dimenticare sull’albero le nere vele segno di lutto, e così suo padre credendolo morto si precipitò in mare e gli lasciò il regno. Ciò è molto greco, altrettanto greco come la ripugnanza per ogni mistico culto dei mostri.
(Parlano Lelego e Teseo).

LELEGO Quel colle è la patri, signore.
TESEO Non c’è terra oltremare, avvistata nella luce del crepuscolo, che non sembri la vecchia collina.
LELEGO Vedendo il sole tramontare dietro l’Ida, un tempo brindammo anche noi.
TESEO bello è tornare e bello andare, Lelego. Beviamo ancora. Beviamo al passato. Bella è ogni cosa abbandonata e ritrovata.
LELEGO finché fummo nell’isola, tu non parlavi della patria. Non ripensavi a molte cose abbandonate. Vivevi anche tu alla giornata. E ti ho visto lasciar quella terra come avevi lasciato le case, senza volgerti indietro. Questa sera, ripensi al passato?
TESEO Noi siamo vivi, Lelego e davanti a questo vino, sul mare di casa. A molte cose si ripensa in una simile sera, se anche domani il vino e il mare non basteranno a darci pace.
LELEGO Che cosa temi? Si direbbe che non credi al tuo ritorno. Perché non dai ordine di calare le vele tenebrose e vestire di bianco la nave? L’hai promesso a tuo padre.
TESEO Abbiamo tempo, Lelego. Tempo domani. Mi piace sentirmi schioccare sul capo gli stessi teli di quando correvamo al pericolo e nessuno di voialtri sapeva se saremmo tornati.
LELEGO Tu lo sapevi, Teseo?
TESEO Press’a poco… La mia scure non falla.
LELEGO Perché parli esitando?
TESEO Non parlo esitando. Penso alla gente che ignoravo e al grande monte e a quello che noi fummo nell’isola. Penso agli ultimi giorni nella reggia, quella casa tutta di piazze, e i soldati mi chiamavano il re-toro, ricordi? Qel che si uccide si diventa, nell’isola. Cominciavo a capirli. Poi ci dissero che nei boschi dell’Ida c’eran le grotte degli dèi, dove nascevano e morivano gli dèi. Capisci, Lelego? In quell’isola si uccidono gli dèi, come le bestie. E chi li uccide si fa dio. Noi allora tentammo di salire sull’Ida…
LELEGO Si ha coraggio, lontano da casa.
TESEO E ci dissero cose incredibili. Le loro donne, quelle grandi donne bionde che passavano il mattino stese al sole sui terrazzi della reggia, salgono a notte sui prati dell’Ida e abbraccian gli alberi e le bestie. Ci restavano, a volte.
LELEGO Solamente le donne han coraggio nell’isola. Tu lo sai, Teseo.
TESEO C’è una cosa, che so. Preferisco le donne che stanno al telaio.
LELEGO Ma nell’isola non hanno telai. Compran tutto sul mare. Che vuoi che facciano le donne?
TESEO Non pensare agli dèi maturandosi al sole. Non cercare il divino nei tronchi e nel mare. Non rincorrere i tori. Prima ho creduto che la colpa ce l’avessero i padri, quei mercanti ingegnosi che si vestono come le donne e gli piace vedere i ragazzi volteggiare sui tori. Ma non è questo, non è tutto. È un altro sangue. Ci fu un tempo che l’Ida non conobbe che dee. Che una dea. Era il sole, era i tronchi, era il mare. E davanti alla dea gli dèi e gli uomini si sono schiacciati. Quando una donna sfugge l’uomo, e ritrova dentro al sole e alla bestia, non è colpa dell’uomo. È il sangue guasto, è il caos.
LELEGO Lo puoi dire tu solo. Parli della straniera?
TESEO Anche di lei.
LELEGO Tu sei signore e quel che fai ci sembra giusto. Ma a noi pareva assoggettata e docile.
TESEO Troppo docile, Lelego. Docile come l’erba o come il mare. Tu guardi e capisci che cede e nemmeno ti sente. Come i prati dell’Ida, dove ci s’inoltra con la mano sulla scure ma viene il momento che il silenzio ti soffoca e devi fermarti. Era un ansito come di belva acquattata. Anche il sole pareva all’agguato, anche l’aria. Con la gran Dea non si combatte. Non si combatte con la terra, col suo silenzio.
LELEGO So queste cose, come te. Ma la straniera ti ha fatto uscire dalla fossa. La straniera ha lasciato le case. Ciò non si fa tra sangue vivo e sangue guasto. La straniera seguendoti aveva lasciato i suoi dèi.
TESEO Ma non l’hanno lasciata gli dèi.
LELEGO Dicevi pure che li scannano sull’Ida.
TESEO E l’uccisore è nuovo dio. O Lelego, si può scannare dèi e tori, ma quel divino che hai nel sangue non si uccide. Anche Ariadne era sangue dell’isola. Io la conobbi come il toro.
LELEGO Fosti crudele Teseo. Che avrà detto, infelice, svegliandosi?
TESEO Oh lo so, forse avrà urlato. Ma non conta. Invocato la patria, le sue case e i suoi dèi. La terra e il sole non le mancano. Noi stranieri per lei non siamo nulla.
LELEGO Era bella, signore, era fatta di terra e di sole.
TESEO Noi invece non siamo che uomini. Sono certo che un dio, qualche dio dolce e ambiguo e dolente, di quei dèi che hanno già gustato la morte e la gran Dea porta nel grembo, le sarà inviato a consolarla. Sarà un tronco, un cavallo, un montone? sarà un lago o una nuvola? Tutto può darsi, sul suo mare.
LELEGO Io non so, qualche volta tu parli come fossi un ragazzo che gioca. Sei il signore e ti ascoltiamo. Altre volte sei vecchio e crudele. Si direbbe che l’isola ti ha lasciato qualcosa di sé.
TESEO Anche questo può darsi. Quel che si uccide si diventa, Lelego, tu non ci pensi ma veniamo da lontano.
LELEGO Nemmeno il vino della patria ti riscalda?
TESEO Non siamo ancora giunti in patria.


16 gennaio 2016

Euridice - Urszula Koziol

Antonio Canova - Orfeo e Euridice
Euridice - Urszula Koziol

che ricavo dal sapere
cosa significa essere Orfeo
evocare dall'aldilà uno
così amato
e trattenersi con forza
per non voltarsi
malgrado ciò all'improvviso
d'istinto girare la testa
e perdere tutto di nuovo

Arpie sì sbranatemi
viva!

anch'io m'illudevo
di strappare all'abisso uno
già abituato al vuoto e alle tenebre
ma quando eravamo già vicini
così vicini
non volendo
d'istinto mi sono voltata

Arpie
oh Arpie
fatemi a pezzi
che ricavo da tale vita


Traduzione di
Paolo Statuti
da: Poesia n. 311 Gennaio 2016
Urszula Koziol. La parola della poesia
a cura di Paolo Statuti

Poichè l'alba si accende... - Paul Verlaine

Bertel Thorvaldsen - Cupido e le Grazie
Poichè l'alba si accende... - Paul Verlaine

Poiché l'alba si accende, ed ecco l'aurora,
poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente
a ritornare a me che la chiamo e l'imploro,
poiché questa felicità consente ad esser mia,

facciamola finita coi pensieri funesti,
basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto
basta con l'ironia e le labbra strette
e parole in cui uno spirito senz'anima trionfava.

E basta con quei pugni serrati e la collera
per i malvagi e gli sciocchi che s'incontrano;
basta con l'abominevole rancore! basta
con l'oblìo ricercato in esecrate bevande!

Perché io voglio, ora che un Essere di luce
nella mia notte fonda ha portato il chiarore
di un amore immortale che è anche il primo
per la grazia, il sorriso e la bontà,

io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,
da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,
camminare diritto, sia per sentieri di muschio
sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita
verso la meta a cui mi spingerà il destino,
senza violenza, né rimorsi, né invidia:
sarà questo il felice dovere in gaie lotte.

E poiché, per cullare le lentezze della via,
canterò arie ingenue, io mi dico
che lei certo mi ascolterà senza fastidio;
e non chiedo, davvero, altro Paradiso.