30 luglio 2017

Il nome, da Feria d’agosto – Cesare Pavese

Vincent Van Gogh - Paesaggio con casa e contadini


da Feria d’agosto – Cesare Pavese

Il nome
Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare, di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati - due - forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e può darsi che attribuisca il suo nome all'altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di là.
Questo Pale - lungo lungo, con una bocca da cavallo - quando suo padre gliene dava un fracco scappava da casa e mancava per due o tre giorni; sicché, quando ricompariva, il padre era già all'agguato con la cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un'altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce, maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco della valle. Certe mattine mi svegliavo all'urlo lamentoso, cadenzato, di quella donna da quella finestra. Molte vecchie chiamavano così i figli, ma il nome che faceva ammutolire tutti e che in certe ore echeggiava esasperante come le fucilate dei cacciatori, era quello di Pale. A volte anche noialtri si gridava quel nome per baldanza o per beffa. Credo che persino Pale si divertisse a urlarlo.
Così, il giorno che salimmo insieme sulle coste aride della collina di fronte - prima, nelle ore bruciate, avevamo battuto il fiume e i canneti - non so bene se fossimo soli, io e Pale. È certo che il mio socio aveva i denti scoperti e la testa rossa, e me ne ricordo perché gli raccontavo che il leone, che vive nei luoghi aridi, aveva i denti come i suoi e il pelo fulvo. Quel giorno eravamo agitati perché l'avevamo impiegato a fare una ricerca metodica della serpe. C'eravamo infradiciati fino al ventre e arrostita la nuca al sole; qualche rana era schizzata via da sotto le pietre rimosse, le mie caviglie erano tutte un livido. A Pale poi colava dai denti il sugo verde di un'erba che aveva voluto masticare. Poi, nel silenzio delle piante e dell'acqua, s'era sentito fioco, ma nitido, sul vento un urlo di richiamo.
Ricordo che tesi l'orecchio, caso mai chiamassero me. Ma l'urlo non si ripeté. Lasciammo, poco dopo, la bassa del fiume e salimmo la costa, dicendoci che andavamo per prugnoli, ma ben sapendo - io, almeno, e il cuore mi batteva - che lo scopo questa volta era la vipera. Fu mentre salivamo il sentiero tra i ginepri che presi a parlare, imbaldanzito, dei leoni. Mi ero rimesso le scarpe, quasi a scongiurare con un gesto da bravo ragazzo i pericoli impliciti nella resa di conti serale. Fischiettavo.
- Piantala. Non è così che si chiama la vipera, - brontolò il mio socio, fermandosi.
C'eravamo muniti di due verghe a forcella, e con queste dovevamo inchiodare la bestia e ammazzarla. Se anche nell'acqua eravamo andati in parecchi, sono certo che quel sentiero lo salimmo noi due soli. Pale -ben diverso da me - camminava scalzo sui sassi e sugli spini, senza badarci. Volevo dirglielo, quando d'improvviso si fermò davanti a un roveto e cominciò a sibilare piano piano, sporto in avanti, dondolando il capo. Il roveto usciva da uno scoscendimento roccioso, e di là si vedeva il cielo.
- Era meglio se acchiappavamo la serpe, - dissi, nel silenzio.
L'amico non rispose, e continuò a sussurrare, come un filo d'acqua a un rubinetto. La vipera non usciva.
Ci riscosse un clamore improvviso sul vento, qualcosa come un urlo o uno scossone. Di nuovo, dal paese, avevano chiamato: era la solita voce, lamentosa e rabbiosa: «Pale! Pale!»
Pensai subito ai miei di casa. Pale s'era fermato, a testa innanzi; dritto su una gamba sola, e mi parve che facesse una delle sue smorfie diaboliche. Ma ecco che il silenzio s'era appena rifatto, e di nuovo la voce - inumana in quel salto d'aria - strillò «Pale! Pale! » E fu allora che il socio gettò, con rabbia il vincastro e disse in fretta: - Quei bastardi. Se la vipera sente il nome mentre la cerchiamo, poi mi conosce.
- Vieni via, - dissi con un filo di voce. La vecchia maledetta continuava a chiamare. Me la vedevo alla finestra, sbucare ogni tanto con un lattante in braccio e cacciare quello strillo come se cantasse. Pale mi prese un bel momento per il polso e gridò « Scappa ! » Fu una corsa sola fino alla piana; ci gridavamo «La vipera! » per eccitarci, ma la nostra paura - la mia, almeno - era qualcosa di più complesso, un senso di avere offeso le potenze, che so io, dell'aria e dei sassi.
Venne la sera e ci trovò, seduti sui traversini del ponte. Pale taceva e sputava nell'acqua.
- Prendiamo il fresco al balcone, - dissi a Pale. Era quella l'ora che tutte le donne del paese cominciavano a chiamare questo e quello, ma per il momento c'era una pace meravigliosa, e si sentiva soltanto qualche grillo.
«Non mi hanno ancora chiamato», pensavo; e dissi:
- Perché non rispondi quando ti chiamano? Questa sera te le dànno.
Pale alzò le spalle e fece una smorfia. - Cosa vuoi che capiscano le donne.
- Davvero, se la vipera sente un nome, poi lo viene a cercare?
Pale non rispose. A forza di scappare di casa era diventato taciturno come un uomo.
- Ma allora il tuo nome dovrebbero saperlo tutte le serpi di queste colline.
- Anche il tuo, - disse Pale con un sogghigno.
- Ma io rispondo subito.
- Non è questo, - disse Pale. - Credi che alla vipera importi se fai il bravo ragazzo? La vipera vuole ammazzare quelli che la cercano...
Ma in quel momento ricominciò l'urlo di prima. La vecchia s'era rifatta alla finestra. Cigolarono le ruote di un carro e s'udì il tonfo di un secchio nel pozzo. Allora m'incamminai verso casa, e Pale rimase sul ponte.

29 luglio 2017

Acquerello 2 – Enzo Montano

opera di Danny O'Connor

Acquerello 2 – Enzo Montano

Il treno veloce,
attraversa l’Appennino
immagini e pensieri
si sovrappongono rapidi.

Due ragazzi di fronte,
scambiano sguardi colmi
di amore, di sogni e di futuro.
Lui sorride di tanto splendore
e io con lui per le due giovani vite
che si realizzano speranzose.
I loro giorni cancellano i miei,
risucchiati dal finestrino.

Lei è bella.
le labbra ben disegnate
e lo sguardo intenso
ha lineamenti dolci
riccioli e occhi neri
trucco accennato appena
senza fronzoli né gioielli:
meraviglioso inno alla vita.

Si addormenta un poco,
lui fotografa la moltiplicazione
della bellezza pura.

28 luglio 2017

da Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcìa Màrquez



da Cent’anni di solitudine  – Gabriel Garcìa Màrquez
(…)
Passava lunghe ore nella sua stanza, facendo calcoli sulle possibilità strategiche di quella sua arma inusitata, finché riuscì a comporre un manuale di una stupenda chiarezza didattica e di un irresistibile potere di convinzione. Lo spedì alle autorità, allegandovi numerose testimonianze sulle sue esperienze e vari fascicoli di disegni illustrativi, affidandolo a un messaggero che attraversò la sierra, si perse tra pantani smisurati, risali fiumi impetuosi e fu sul punto di perire sotto il flagello delle belve, del paludismo e della disperazione, prima di riuscire a raggiungere una, strada di allacciamento con le mule della posta. Nonostante il viaggio alla capitale fosse in quei tempi poco meno che impossibile, José Arcadio Buendìa si riprometteva di intraprenderlo non appena il governo glielo avesse ordinato, allo scopo di dare dimostrazioni pratiche della sua invenzione alle autorità militari, e addestrarle personalmente nelle arti complicate della guerra solare. Per molti anni attese una risposta.
Alla fine, stanco di aspettare, si lamentò con Melquìades de l fallimento della sua iniziativa, e lo zingaro diede allora una prova convincente di onestà: gli restituì i dobloni in cambio della lente, e gli lasciò inoltre delle mappe portoghesi e diversi strumenti di navigazione. Scrisse di suo pugno una succinta sintesi degli studi del monaco Hermann, che lasciò a sua disposizione perché potesse servirsi dell'astrolabio, della bussola e del sestante. José Arcadio Buendìa trascorse i lunghi mesi di pioggia chiu. so in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un'insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno.
Quando fu esperto nell'uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l'abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell'orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l' igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione. Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a sé stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio. Alla fine, un martedì di dicembre, verso l'ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l'augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
"La terra è rotonda come un'arancia."
Ursula perse la pazienza. "Se devi diventare pazzo, diventalo per conto tuo," gridò. "Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro." José Arcadio Buendìa, impassibile, non si
lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l'astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente. Tutto il paese era convinto che José Arcadio Buendìa avesse perduto il senno, quando arrivò Melquìades a mettere le cose a posto. Esaltò pubblicamente l'intelligenza di quell'uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.
A quell'epoca, Melquìades era invecchiato con una rapidità sorprendente. Nei suoi primi viaggi sembrava avere pressappoco la stessa età di José Arcadio Buendìa. Ma mentre questi conservava la sua forza straordinaria, che gli permetteva di rovesciare un cavallo afferrandolo per le orecchie, lo zingaro sembrava corrotto da una malattia tenace. Era, in effetti, il risultato di molteplici e rare malattie contratte nei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo. Secondo quanto lui stesso raccontò a José Arcadio Buendìa mentre lo aiutava a montare il laboratorio, la morte lo seguiva dovunque, annusandogli i pantaloni, ma senza decidersi a dargli l'unghiata finale. Era uno scampato da quante piaghe e catastrofi avevano flagellato il genere umano. Era sopravvissuto alla pellagra in Persia, allo scorbuto nell'arcipelago della Malesia, alla lebbra ad Alessandria, al beriberi in Giappone, alla peste bubbonica nel Madagascar, al terremoto di Sicilia e a un naufragio di massa nello stretto di Magellano. Quell'essere prodigioso che diceva di possedere le chiavi di Nostradamus, era un uomo lugubre, permeato di un'aura triste, con uno sguardo asiatico che sembrava conoscere l'altro lato delle cose. Portava un cappello grande e nero, come le ali spiegate di un corvo, e un panciotto di velluto patinato dalla borraccina dei secoli. Ma nonostante la sua immensa sapienza e il suo ambito misterioso, aveva un peso umano, una condizione terrestre che lo mantener a imbrigliato ai minuscoli problemi della vita quotidiana. Si lamentava dimalanni senili, soffriva per i più insignificanti contrattempi economici e aveva smesso di ridere da parecchio tempo, perché lo scorbuto gli aveva strappato i denti.
Quel soffocante mezzogiorno in cui rive lò i suoi segreti, José Arcadio Buendìa ebbe la certezza che fosse il principio di una grande amicizia. I suoi racconti fantastici sbalordirono i bambini. Aureliano, che allora non aveva più di cinque anni, lo avrebbe ricordato per il resto della sua vita come lo vide quel pomeriggio, seduto contro il chiarore metallico e riverberante della finestra, mentre illuminava con la sua profonda voce di organo i territori più oscuri della immaginazione, intanto che colava dalle sue tempie l'untume sciolto dal calore. José Arcadio, suo fratello maggiore, avrebbe poi trasmesso quella meravigliosa immagine, come un ricordo ereditario, a tutta la sua discendenza . Ursula, invece, aveva conservato un cattivo ricordo di quella visita, perché era entrata nella stanza nel momento in cui Melquìades per distrazione aveva rotto un flacone di bicloruro di mercurio.
"È l'odore del demonio," disse la donna.
"Niente affatto," corresse Melquìades. "È provato che il demonio ha proprietà solforiche, e questo non è altro che un po' di solimato."
(…)

27 luglio 2017

da La Biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges



 Maurits Cornelis Escher - La torre di Babele
 da La Biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges
 (...)
Sappiamo anche di un'altra superstizione di quel tempo: quella dell'Uomo del Libro. In un certo scaffale d'un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l'ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e così all'infinito... In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.
Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro totale; prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni! - l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.
Affermano gli empì che il nonsenso è normale nella Bíblioteca, e che il ragionevole (come anche l'umile e semplice coerenza) vi è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della «Bíblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio». Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s'intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d'una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri
                                                                        dhcmrlchtdj
che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in uno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni - e così pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta dl sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d'intendere la mia lingua?)
Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M'inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica - stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Aggiungo: infinita. Non introduco quest'aggettivo per un'abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. Io m'arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine .
1941, Mar della Plata