30 agosto 2018

Orlando furioso, XXXIV – Ludovico Ariosto

Lisandro Rota - Caccia alla volpe ecocompatibile
Orlando furioso, XXXIV – Ludovico Ariosto
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Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l'apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.

29 agosto 2018

da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa

Alessandro Allori - Venere e Cupido. Olio su tela, 1570, 143x226.5. Musée Fabre, Montpellier
da “Elogio della matrigna” – Mario Vargas Llosa

Da quando aveva fatto l’amore col ragazzino per la prima volta, aveva perso ogni scrupolo e quel senso di colpa che prima la mortificava tanto. Era successo il giorno dopo l’episodio della lettera e delle minacce di suicidio. Era stato tutto così inatteso che, quando donna Lucrecia se ne ricordava, le sembrava impossibile, qualcosa di non vissuto ma di sognato o letto. Don Rigoberto si era appena chiuso nella stanza da bagno per la cerimonia serale dell’igiene e lei, in vestaglia e camicia da notte, scese ad augurare la buonanotte ad Alfonsito, come gli aveva promesso. Il ragazzino balzò giù dal letto per accoglierla. Aggrappato al suo collo, le cercò le labbra e accarezzò timidamente i seni, mentre entrambi ascoltavano, sopra le loro teste, come
una musica di sottofondo, don Rigoberto che canticchiava la stonata canzone di un’operetta cui faceva da contrappunto lo zampillo d’acqua del lavandino. E, d’improvviso, donna Lucrecia si sentì contro il corpo una presenza pugnace, virile. Era stato più forte del suo senso del pericolo, un trasporto inarrestabile. Si lasciò scivolare sul letto mentre attraeva contro di sé il piccolo, con dolcezza, come temendo di spezzarlo. Aprendosi la vestaglia e scostando la camicia da notte, lo sistemò e lo guidò, con mano impaziente.
L’aveva sentito affannarsi, ansimare, baciarla, muoversi, goffo e fragile come una bestiola che impara a camminare. L’aveva sentito, pochissimo dopo, cacciare un gemito, finire.
Quando ritornò nella camera da letto, la toeletta di don Rigoberto non si era ancora conclusa. Il cuore di donna Lucrecia era un tamburo impazzito, un galoppo cieco. Si sentiva stupita per la sua temerarietà e - le sembrava una bugia - ansiosa di abbracciare il marito. Il suo amore per lui era aumentato. Anche la sagoma del ragazzino era lì, nella sua memoria, a intenerirgliela. Era possibile che avesse fatto l’amore con lui e che stesse ora per farlo col padre? Sì, lo era. Non provava rimorso né vergogna. Neppure si considerava una cinica. Era come se il mondo si piegasse dinanzi a lei, docilmente. La possedeva un’incomprensibile sensazione di orgoglio. «Questa notte ho goduto più di ieri e più che mai» udì che diceva don Rigoberto, in seguito. «Non so come ringraziarti per la gioia che mi dai.» «Neppure io, amor mio» sussurrò donna Lucrecia, tremando.

Era nuda la donna che tanto amavo - Charles Baudelaire

Peter Paul Rubens - Giove e Callisto. 1613,  Olio su tela cm 303 x 202. Museumslandschaft Hessen Kassel
Era nuda la donna che tanto amavo - Charles Baudelaire

Era nuda la donna che tanto amavo e aveva
Tenuto, conoscendomi, i suoi gioielli sonori
E quell'addobbo sfarzoso simile la rendeva,
Nei loro giorni lieti, alle schiave dei Mori.

E quando nella danza, quel mondo sfolgorante
Di metallo e di pietra manda un vivo tinnire
Son rapito dall'estasi, e amo follemente
Quelle cose che sanno la luce e il suono unire.

Era dunque adagiata e si lasciava amare
E dall'alto divano mi sorrideva altera
Del mio amore profondo e dolce come il mare
Che verso lei saliva come su una scogliera.

Con gli occhi di una tigre ammansita guardandomi
Un po' vaga e sognante altre pose cercava
Ed era al tempo stesso così lasciva e candida
Che per quel suo mutare nuove ebrezze mi dava.

E il suo braccio e la gamba, la sua coscia, i suoi reni
Che ha lisci come l'olio, flessuosi come un cigno
Passavano stampandosi nei miei occhi sereni;
E il suo ventre e i suoi seni, grappoli della vigna

Che è mia, si protendevano verso me più invitanti
degli Angeli del male, e l'anima destavano
Dal riposo e violando la roccia di cristallo
Dov'era solitaria e quieta, la stanavano.

Mi parve di vedere uniti in un disegno
i fianchi dell'Antiope al busto di un imberbe
Per quanto dalla vita risaltava il bacino.
Su quel fulvo e bruno il trucco era superbo!

E quando solamente il fuoco del camino
Dava luce alla stanza perché il lume languiva
Ogni volta che aveva sospiri fiammeggianti
Quella sua pelle d'ambra s'inondava di sangue!

Traduzione di Luciana Frezza 

Ultimo sogno - Giovanni Pascoli

Caravaggio - La morte della vergine
Ultimo sogno - Giovanni Pascoli

Da un immoto fragor di carrïaggi
ferrei, moventi verso l'infinito
tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi...
un silenzio improvviso. Ero guarito.

Era spirato il nembo del mio male
in un alito. Un muovere di ciglia;
e vidi la mia madre al capezzale:
io la guardava senza meraviglia.

Libero!... inerte sì, forse, quand'io
le mani al petto sciogliere volessi:
ma non volevo. Udivasi un fruscio
sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d'un fiume che cercasse il mare
inesistente, in un immenso piano:
io ne seguiva il vano sussurrare,
sempre lo stesso, sempre più lontano.

Strada sconosciuta – Jorge Luis Borges

Caravaggio - Cattura di Cristo
Strada sconosciuta – Jorge Luis Borges

Penombra della colomba
chiamarono gli ebrei l’inizio della sera
quando il buoi non rallenta i passi
e si avverte l’arrivo della notte
come una musica sperata e antica,
come un gradevole pendio.
In quell’ora in cui la luce
è fine come sabbia
presi per una strada ignota
che si allargava in nobile terrazza
e aveva le facciate e gli ornamenti
di tinte delicate come il cielo
sullo sfondo emozionante.
Tutto – quelle case modeste,
la sobrietà delle ringhiere e dei battenti,
forse una speranza di ragazza sui balconi –
entrò nel mio deserto cuore
con la purezza di una lacrima.
Sarà stata quell’ora della sera d’argento
a dare tenerezza alla strada,
rendendola reale come un verso
dimenticato e ritrovato.
Solo più tardi riflettei
che quella strada della sera mi era estranea,
che ogni cosa è un candelabro
dove le vite degli uomini ardono
come candele isolate,
che ogni immeditato passo nostro
cammina sopra il Golgota.

28 agosto 2018

Il mare – Claudia Formiconi

Edward Hopper - The Long Leg, 1935
Il mare – Claudia Formiconi

(a Gheti Valente)

Più azzurro dell’azzurro
il mare.
In tutto ciò, mi son scoperta
meravigliosa natante
in solitaria veleggiata di bolina
solcando le onde.

da Scrivo versi nudi di Claudia Formiconi
Bastogi Libri, Roma

Prendimi - Grazia Fresu

Domenico Gnoli - Il grande letto azzurro. 1965
Prendimi - Grazia Fresu

Amore,
prendimi la mano
se vuoi smarrirti
prendimi questo respiro
ansioso di caldo.
Voglio le cose sfiorate
sapendole fugaci
voglio trasalire
tremare di piaceri nascosti,
ti voglio come il mare
gli steli recisi a riva
gli steli molli e bianchi
del giglio selvaggio
come l’onda
azzurro predone del sogno.
Amore, prendimi
nel fiume dei tuoi occhi
se vuoi smarrirmi
fiume di lampo e fuoco
acqua di stanchezza
radici di mestizia.
Troppo tenero
troppo perduto, amore,
al modo del vento
del fumo sul viso
del silenzio, amore,
prendimi piano
senza fare male.