18 aprile 2020

Mezzo secolo - Jurgen Theobaldy

opera di Alighiero Boetti
Mezzo secolo - Jurgen Theobaldy

Il vento spinge il bianco ad accavallarsi
lontano nelle profondità del cielo.
Cosa avrà mai fatto, allora,
in questo primo giorno d’autunno, il padre,
quand’era vecchio come me, ora?

Incisi dovevano essere
sui maggiori archi trionfali del mondo
i nomi degli eroi morti a milioni.
Immense le zone devastate.
Incommensurabili gli anni che si frappongono.

Va stormendo la possente parete
di alberi e querce nel bosco cittadino.
Il grido d’orrore trasmutò
nel grido di speranza –
ma non nella stesa gola.

Traduzione di Gio Batta Bucciol
Poesia n. 285, settembre 2013. Crocetti Editore

Ghiannis Ritsos - Trasparenza invernale

Alighiero Boetti - Cinque per cinque venticinque, 1988
Ghiannis Ritsos - Trasparenza invernale

E l’uomo che scriveva la storia di una casa rimasta senza storia
chiuse le carte e la casa ritrovò la sua storia.
Un bambino pianse,
la madre si chinò su di lui,
e l’uomo che tentava di deporre sulla carta un carico secolare
comprese di nuovo l’inspiegabile utilità del tempo,
comprese che non può comprendere,
comprese ciò che chiamiamo durata – perché lui
con tutti i suoi anni e l’esperienza e le ferite di tante guerre
adesso era il figlio di suo figlio, e sentì di aver fame.

da Quarta dimensione, Crocetti Editore, Milano 2013

Sogno di inchiostri colorati - Kosztolányi Dezső

opera di Alighiero Boetti
Sogno di inchiostri colorati - Kosztolányi Dezső

Sogno di inchiostri colorati,
il più bello è il giallo.
Scriverei molte lettere
con questo colore
ad una ragazza, che amo.
Scriverei scarabocchi,
lettere cinesi,
e un uccello allegro
con dei ghirigori.
E voglio ancora tanti altri colori:
bronzo, argento, verde e oro,
e ci vogliono ancora cento e mille,
e poi un milione:
viola scherzosa, color vino, grigio muto,
pudico, sgargiante, innamorato,
ma anche viola triste e color mattone,
e poi celeste chiaro come l'ombra
della vetrata colorata del portone
in un mezzogiorno d'agosto.
E voglio rosso vivo,
color sangue, come un tramonto infuocato,
e allora scriverei, scriverei sempre.
Con azzurro a mia sorella, con oro a mia madre:
le scriverei una preghiera d'oro,
fuoco d'oro, parola d'oro, come l'alba.
E non mi stancherei mai, scriverei
in una vecchia torre, senza sosta.
Sarei tanto felice, oh Dio mio, tanto felice,
colorerei tutta la mia vita.

17 aprile 2020

Roma città aperta – Enzo Montano


Roma città aperta – Enzo Montano

“A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”
Dls luogotenziale del Principe Umberto II su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, 22 aprile 1946

La festa della Liberazione è stata istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale con la Legge del 27 maggio 1949, n. 260. e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 31 maggio 1949, n. 124.
«Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: [...] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[...]»

Roma città aperta
Regia di Roberto Rossellini
1945. Durata 100 minuti

In tempi normali in un Paese normale non occorrerebbe riportare i provvedimenti istitutivi di una festa nazionale. La cosa si rende necessaria per coloro che “il 25 aprile è una festa di parte” e così dicendo sono loro a dichiararsi “di parte” collocandosi nella parte sbagliata, quella degli squadristi in camicia nera. “Il 25 aprile è un derby tra comunisti e fascisti”; niente, qui, oltre al disprezzo del buon senso da parte del dichiarante bisogna  prendere atto che non ha capito un cazzo e da un tizio che fino a ieri non si riconosceva nella Repubblica non ci può aspettare che idiozie.
Sempre in ossequio all’imminente anniversario (il 75°) della Liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime fascista voglio ricordare uno dei grandi capolavori del nostro cinema celebre in tutto il mondo: Roma città aperta.
Sul film, la trama, il regista, i collaboratori alla realizzazione del film - tra cui Fellini -  e l’immensità degli attori non spendo nemmeno una parola. Non riuscirei a trovarne di nuove per parlare dei Grandissimi del Cinema. I capolavori non si discutono, si ammirano, si contemplano, ci si inchina di fronte alla loro bellezza. Qui il cinema è narrazione, storia, poesia, arte nella sua essenza. Dico solo che averlo rivisto in questi giorni per l’ennesima volta (la versione integrale la si trova anche su you tube), è stato meraviglioso! Dopo 75 anni dalla sua uscita non mostra nessuna ruga. Mi sono ritrovato nelle strade di Roma, durante i giorni dello smarrimento seguito dalla firma dell’armistizio, assieme ai partigiani del gap a contrastare i tedeschi e gli italiani fascisti traditori che opprimevano il popolo italiano. Mi sono ritrovato al fianco dell’immensa, bravissima, bellissima Anna Magnani (Pina).
Il film, come detto, è un’occasione per ricordare la Resistenza al Nazifascismo nelle nostre città. Ricordare la Resistenza non è mai abbastanza! La vicenda narra di persone comuni diventati partigiani, persone normali uccise per rappresaglia, persone denunciate da spie italiane consegnate alla barbarie dei tedeschi. Le città, Roma in questo caso, sono nelle mani di criminali, non c’è altra definizione. La vita quotidiana è trasformata in delazione, fame, miseria, paura, degrado, torture, stupri, rappresaglie, fucilazioni indiscriminate.
Negli anni precedenti erano sparizioni di brave persone bambini, donne uomini anziani caricati sui carri bestiame alla stazione Tiburtina (o al binario 21 della stazione centrale di Milano). Persone ammassate nei carri animali perché considerate meno delle bestie. Persone ignare, incolpevoli destinate ai campi di sterminio dell’est, nei territori occupati dai nazisti. Pochi sarebbero tornati dopo la liberazione di quei territori da parte dell’Armata Rossa (Armata Rossa, URSS, Benigni, non gli americani). Prima ancora i vigliacchi fascisti, guidati dal pallone gonfiato col mento prominente e il petto in fuori, quelle persone le avevano estromesse dalle scuole (bambini, insegnanti, bidelli), avevano bruciato loro i negozi, gli avevano negato il lavoro, la professione, il cibo, la dignità di essere persone. Al popolo italiano fu negata la vita. Agli oppositori, e per essere considerati tali bastava un nonnulla, venivano riservate delle periodiche visite con abbondanti razioni di manganellate, calci, pugni e una dose ancor più abbondante di olio di ricino. Dopo aver malmenato il malcapitato i vigliacchi lo denudavano, e lo abbandonavano per strada ricoperto di feci e vomito. E sapete da chi fu ideato il trattamento all’olio di ricino? Dal porco criminale fascista, “un nano in uniforme”, una delle persone più sopravvalutate al mondo anche dal punto di vista letterario, il vate dei miei stivali.
“I fascisti hanno fatto anche cose buone”, dicono alcuni ancora aggi. Andassero affanculo senza se e senza ma.
“Però, i partigiani… che bisogno c’era di appendere Mussolini a testa in giù a Piazzale Loreto?” Che ipocriti stupidi benpensanti! Lo sanno lor signori che i partigiani (quasi tutti giovanissimi) combatterono una guerra? Lo sanno che la guerra fu dichiarata all’intero popolo italiano dal pettoruto fanfarone vigliacco di Predappio in accordo col nano di Berlino? E lo sanno quanti partigiani sono morti sulle colline, sulle montagne e nelle città? Sanno quanti ne sono stati torturati e appesi? Quante donne sono state stuprate da gruppi di camicie nere? No, non lo sanno, fingono di non sapere. Ritengono, probabilmente, che i partigiani avrebbero dovuto rispondere ai colpi di mortaio, alle granate, alle mitraglie lanciando dei mazzolini di fiori di campo, ritengono che i partigiani, dopo aver combattuto per ridare dignità a una nazione offesa, ridicolizzata, brutalizzata, avrebbero dovuto chiedere scusa. Sanno che il duce del cazzo fu catturato, a pochi chilometri dal confine svizzero, da una squadra partigiana mentre fuggiva come un coniglio assieme a tutta la combriccola repubblichina criminalfascita con relativo tesoretto al seguito? Altro che onore alla patria! “Che combattano gli imbecilli, che muoiano! Noi vediamo se la sfanghiamo.” Questo pensavano i coraggiosi fuggitivi con pelliccia di lapin.
“Eh, ma appenderli a testa in giù…”
Già, appenderli a testa in giù, che crudeltà! Dopo tutto si trattava solo di alcuni dei peggiori criminali della storia mondiale, perché non offri loro una tazza di tè con i pasticcini? Sapete perché fu scelta piazzale Loreto? Perché il 10 agosto dell’anno prima in quella piazza furono fucilati quindici ragazzi detenuti per motivi politici. Furono fucilati per rappresaglia. Dopo la fucilazione i fascisti giocarono a pallone e a un certo punto sostituirono il pallone con la testa di uno dei fucilati. I cadaveri dei quindici giovani furono lasciati esposti al sole coperti di mosche ed escrementi e fu impedito ai genitori di avvicinarsi. Il fetore doveva diffondersi e imprimersi nella memoria dei milanesi. Questo l’espresso ordine del capitano delle SS Theodor Saevecke “il Boia”. Il boia, terminata la guerra fu arruolato dai servizi segreti americani. Visse felice, ricco e contento fino a 93 anni.
“Eh, ma appenderli a testa in giù…”
Appenderli a testa in giù? Bisognava fare come suggeriva un contadino al partigiano nel romanzo “Una questione privata” di cui riporto il passo:

Senza parlare, solo guardando di sottecchi la sua straordinaria infangatura, tornarono ai loro osservatori,indifferenti allo stillicidio che gli infradiciava i berretti e le spalle. Il più anziano di loro, ed anche quello che sembrava sopportare con più buon umore la situazione, un uomo con capelli e baffi bianchi e occhi umorosi, domandò a Milton:
– Quando dici che finirà, patriota?
– Primavera, – rispose, ma la voce gli uscì troppo rauca e falsa. Diede un colpo di tosse e ripeté: – Primavera.
Allibirono. Uno bestemmiò e disse:
– Ma quale primavera? C’è una primavera di marzo e una primavera di maggio.
– Maggio, – precisò Milton. Rimasero tutti sbalorditi. Poi il vecchio domandò a Milton come avesse fatto ad infangarsi così.
Milton arrossì, inspiegabilmente. – Sono caduto in discesa e sono scivolato di petto per molti metri.
– Verrà pure quel giorno, – disse il vecchio guardando Milton con troppa intensità.
– Certo che verrà, – rispose Milton e richiuse la bocca. Ma il vecchio insisteva a fissarlo con un’avidità insoddisfatta, forse praticamente insaziabile. – Certo che verrà, – ripeté Milton.
– E allora, – disse il vecchio, – non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare.
– Nemmeno uno, – disse Milton. – Siamo già intesi.
– Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena più mite per il meno cattivo di loro.
– Li ammazzeremo tutti, – disse Milton. – Siamo d’accordo.
Ma il vecchio non aveva finito.
– Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all’ultimo, li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verrà quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pietà o dalla stessa nausea del sangue, farete peccato mortale, sarà un vero tradimento. Chi quel gran giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota.

E difatti il fascismo fu sconfitto ma non morì. La democrazia e la paura fottuta per i comunisti da parte degli americani diedero diritto di cittadinanza anche a chi avrebbe meritato il carcere o una condanna a morte per i crimini perpetrati a danno del popolo italiano. Non si vollero chiudere i conti col regime, non si è voluto fare come in Germania. Nessuna Norimberga qui da noi. La burocrazia, le cattedre, la magistratura, i giornali rimasero nelle mani dei fascisti.  Peccato! Ancora una volta siamo stati pusillanimi nelle mani degli americani. Alleati sì, riconoscenza in eterno si, ma fantocci no! MSI, neonato partito fascista con la bara del criminale no! Il fucilatore spacciato per un politico di spessore va bene per gli allocchi.
La conseguenza è il dover ascoltare che il 25 aprile si celebra una festa di parte. Al danno si aggiunge la beffa. Ogni anno, ogni 25 aprile! l

Il film c’entra molto poco, come anticipato è solo un pretesto per parlare della Resistenza. ma guardatelo. Guardatelo e riguardatelo. Nello scorrere dei fotogrammi in bianco e nero troverete poco più di un’ora e mezza di narrazione poetica sia pure di fatti atroci compiute da criminali veri, contrastate da persone vere.
Molti dicono che dopo il superamento della pandemia del coronavirus saremo migliori. No, non ci credo. Piuttosto saremo più cattivi dopo aver dimenticato i buoni propositi, basteranno pochi giorni e torneremo a scagliarci contro gli altri, i più deboli preferibilmente perché è più facile e non occorre pensarci tanto, baste seguire gli slogan dei cialtroni travestiti da politici. Noi rimaniamo quel popolo che accettò le leggi razziali, la scomparsa di 900 mila italiani: ebrei, comunisti, sindacalisti, zingari… Noi siamo gli stessi che augurano a Carola Rakete uno stupro di gruppo, gli stessi che manifestano contro una madre di sette figli augurando morte e stupri solo perché assegnataria regolare di un alloggio popolare, siamo gli stessi creduloni che si affacciano al balcone per vedere l’asino che vola solo perché lo ha detto un buontempone e siamo coloro che non riescono a vedere il pericolo del degrado sociale e culturale dei giorni nostri, sempre più permeabili ala negazione della storia.
Certo, per fortuna, siamo anche molto altro in positivo, ma Anna Magnani, nella scena più bella del film, mentre cade sotto la sventagliata di un mitra nazifascista inseguendo il marito portato via su un camion, mentre Pina urla il nome del marito, a me sembra sentire la partigiana Pina urlare a tutti noi di svegliarci perché la democrazia, per non morire, ha bisogno di nuovi partigiani.
17 aprile 2020

15 aprile 2020

Ulisse – Enzo Montano


Ulisse – Enzo Montano

L’ignoto è il mio tormento!
il limite mio non ancora tracciato è calcolo
ponderazione del mare
e delle angolazioni astrali.
Io sono io, Nessuno e tutti;
e insieme i nervi del cervello
fino al cuore.
Catturare la vista di orizzonti nuovi
dopo l’orizzonte conosciuto
là dove affonda il sole,
una danza di gioia sul riflesso
inafferrabile del raggio verde fugace:
questo il mio sogno!

Non m’interessa scalare l’Olimpo
della cui inesistenza oltre le nubi
ho la certezza;
d’altra parte cosa sono gli dei
se non riflesso illusorio di balli mascherati,
sortilegi e vendette
o nostre meschinità e paure?
Non sono stati forse dieci anni con noi
tra i clangori della guerra interminabile
ad aizzare senza fatica gli eroi
tra lo Scamandro e le mura di ilio?
Elena solo l’alibi, un groviglio di capricci nati tra i nembi.

Io sono il dubbio
mosso dalla sfida perenne
quante volte sarà ripetuto!

Penelope mia bianca Penelope
mio intenso profumo di menta selvatica
potrò mai ripagare pazienza, saggezza
e la tela di cristalli di lacrime divenute stelle?
Ti restituisco la vita
a Telemaco Itaca che fu di Laerte.

La guerra il lungo viaggio la sfida agli dei,
Polifemo, l’ira di Achille e la sua morte,
i mostri marini, le onde inaudite, i Lestrigoni;
della mia vita i Feaci ne fanno leggenda da raccontarmi.
Dopo i vent’anni cantati dal cieco
vissuti ogni giorno,
potevo fare teatro dei miei ultimi giorni,
un fazzoletto di terra rocciosa?
Ulivi nespoli vigna e qualche mandorlo amaro,
nello specchio dello stesso cielo
testimonio del mio ardire perenne
nelle onde spumeggianti, potevano fermarmi?
Potevo ignorare il richiamo urlante?

Verso altri mari mi condanna il ricordo insopportabile
dei troppi compagni caduti in ogni tappa,
ognuno di loro un punto iridescente dritto a prua,
dirige le mie nere vele in orizzonti proibiti.
Egoismo?
Oppure sete di luce rubata agli abissi dell’ignoranza?
La conoscenza è l’aria dei cervelli,
oltre ogni profumo di sale e di mirto
…e anche di menta,
lo stesso che sento ancora ogni giorno in ogni respiro
e tutti i giorni mi perdo nei profumi del mondo,
ad ogni alba piango ogni volta il miracolo
della rugiada sull’erba nuova della primavera.

Ma io sono Ulisse di Itaca,
e ognuno di voi!

E Gibilterra è uno stretto tra Spagna e Marocco
una porta sull’immensità dell’oceano azzurro
aperta sulla vastità del sapere
sola utile arma per ogni Cassandra:
spostare oltre l’inimmaginabile le colonne
opprimenti della superstizione, la vera sfida.

E la conoscenza si è aperta a tanti altri odissei
affascinati dall’ignoto ogni volta con diverso nome
Fenici prima
poi Vichinghi e Normanni
Magellano Colombo… Amerigo…

Dante lo nega per rispetto al suo dio
ma la mia nave è passata
…ed è andata oltre.

Proprietà Letteraria riservata
© by apollo Edizioni di Antonietta Meringola
C/da Cretarossa, 32 - 87043 Bisignano (Cosenza)
info@apolloedizioni.it
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da Il cappotto di astrakan – Piero Chiara

da Il cappotto di astrakan – Piero Chiara


La prima notte è lunga per gli amanti. Ha pause di sonno, risvegli, momenti d'abbandono ma anche improvvise richieste di rivelazioni sul passato, confessioni, inquisizioni inammissibili, giustificate sol tanto dal nuovo legame appena stretto e più volte rinnovato nella notte. Nasce, dagli abbracci più teneri, un bisogno di dirsi tutto, che è il desiderio di conoscere e di farsi conoscere dall'estraneo o dall'estranea alla quale ci siamo concessi e come consegnati ormai per la vita.
Fu in uno di quei trasporti a luce sempre accesa, verso le tre della notte, che forse per le eccessive scosse che avevamo dato al letto, la porta dell'armadio, non chiusa a chiave, lentamente si aprì. Balzati a sedere, la guardammo esterrefatti staccarsi dalla battuta e seguire cigolando il proprio peso fino a spalancarsi interamente, come se la mano di un essere invisibile la muovesse per mostrarci l'interno dell'armadio, dove pendevano dalle grucce, uno accanto all'altro, il soprabito verde di Valentine e il mio cappotto di astrakan.
Ci guardammo sorridendo. Feci un piccolo sobbalzo sul letto e la porta dell'armadio, che si era fermata, si aprì d'un altro tratto con un ultimo cigolìo.
«Vecchi mobili» dissi «e vecchi pavimenti di assicelle, coi travetti, sensibili ad ogni movimento.»
Valentine era rimasta fissa all'armadio aperto. Le toccai un braccio. Si voltò e capii che stava per farmi un lungo discorso. Si ridistese infatti di fianco a me, ravviò i capelli con le dita, poi allungò un braccio fino al comodino, prese gli occhiali e se li mise. Era chiaro che stava per cominciare un interrogatorio in piena regola e voleva controllare le mie reazioni anche nei minimi movimenti del viso.
«Quel cappotto» cominciò «che mi hai detto di aver comperato ieri, a me non pare nuovo del tutto. E inoltre mi ricorda certe cose del passato che ti dirò, un po' per volta...»
Alle cinque del mattino, stavamo ancora parlando. Aveva cominciato col raccontarmi la morte della madre, scomparsa quando lei aveva tredici anni. Sua madre, di lontana origine italiana e di famiglia nobile, era andata sposa giovanissima a un ufficiale della marina mercantile, che dopo il matrimonio aveva smesso di navigare per occuparsi presso la Compagnia di Navigazione Paquet. Era bellissima, diceva, dolcissima, ma quando ne avrebbe avuto più bisogno le era mancata.
Passò poi a parlarmi d'un suo primo amore dell'adolescenza, nutrito di sogni più che di palpiti: una storia degli anni di scuola che mi sembrò assai comune e che forse le servi soltanto da introduzione al racconto della vicenda che aveva dominato la sua giovinezza: una “relazione”, disse, per far capire che si era trattato di un rapporto completo, ma senza escludere, anzi sottolineando, che si trattava di amore e al più alto grado possibile. Il giovane, o meglio l'uomo che l'aveva rivelata a se stessa era un essere eccezionale. Colto, raffinato, con un animo d'artista e un temperamento pieno di fantasia, che per uno scherzo della vita aveva finito col qualificarsi in un ambito totalmente estraneo alle sue grandi doti: quello dei funzionari di banca.
Purtroppo, una specie di improvvisa follia, un vero raptus, l'aveva già da due anni come cancellato dal mondo.
Stavo per domandarle se quell'uomo straordinario fosse terminato suicida o sfociato nella pazzia, quando Valentine, improvvisamente e come se le fosse tornato in mente un pensiero che aveva accantonato per abbandonarsi alla rievocazione di fatti essenziali, venne a parlare del cappotto di astrakan.
«È incredibile» disse «ma anche lui portava un cappotto di questo tipo, fatto dallo stesso sarto, e perfino dei “completi” di maglia uguali ai tuoi. Non parliamo poi della somiglianza fisica tra voi due, che a volte è addirittura impressionante, specialmente nell'intimità.»
Avevo sentito ormai tutta la storia del suo grande amore, nato durante la guerra e finito da due anni. In quale modo fosse finito non mi era ben chiaro, ma ormai potevo andare avanti io a raccontarle il resto, perché da una mezz'ora avevo saldato insieme una serie di elementi attraverso i quali mi era stato possibile dar sostanza a un dubbio che mi tormentava da qualche settimana: Maurice, il figlio della Lenormand, era stato il suo amico
o fidanzato fino a due anni avanti, quando si era innamorato d'una indocinese che aveva seguito in Oriente, abbandonando per sempre patria, madre e fidanzata. Il primo sospetto mi era venuto leggendo, nel brogliaccio di Maurice, alcune minute delle sue lettere d'amore dalle quali era in qualche modo possibile intuire il tipo fisico e anche il carattere di Valentine. Quando, il giorno prima, alla gare Saint-Lazare mi ero mostrato alla ragazza col cappotto di Maurice e l'avevo vista sorpresa, non mi erano rimasti più dubbi. Tanto che appena coricati, al pomeriggio, la mia emozione durante il nostro primo avvicinamento era stata deviata da un'idea fissa: verificare se l'immagine delle “violacee corolle” era reale, oppure niente altro che una fantasia poetica.
Una sfumatura livida, un colore simile a quello dei petali appassiti delle mammole, se non era suggestione, l'avevo notata al sommo dei suoi seni, nel giro delle aureole, più evidente verso i margini, con un brivido, come se le avessi scoperto dei bubboni o delle enfiature, il segno di un contagio che stranamente, invece di farmi paura o inorridirmi, mi attraeva.
Prima di iniziare la mia confessione mi alzai dal letto e andai a chiudere con la chiave la porta dell'armadio perché non ci facesse più lo scherzo di aprirsi inaspettatamente, poi mi sedetti con le spalle appoggiate alla testata e cominciai a parlare mentre Valentine, con le coperte fino al collo, mi stava ad ascoltare fissandomi attraverso gli occhiali.
«Quando sono arrivato a Parigi» cominciai «ho preso alloggio all'Hôtel du Midi, un alberghetto di rue de l'Arrivée, ma otto giorni dopo ho cercato una camera ammobiliata nei dintorni e l'ho trovata in rue de Fleurus, presso una vedova: la signora Lenormand.»
«La signora Lenormand!» scattò Valentine uscendo a metà dalle coperte.
«Per la verità» continuai «non voleva accettarmi. Ma poi d'un tratto cambiò idea, mi mostrò la camera che era stata di suo figlio Maurice e mi domandò un prezzo, per l'affitto, direi quasi simbolico. Capii più tardi, quando mi parlò di suo figlio, che per alleviare o ingannare la sua sofferenza aveva pensato di considerarmi una specie di ritratto vivente o di reincarnazione del transfuga, mettendomi al suo posto e vestendomi addirittura dei suoi panni. Sì, perché appena cominciò il freddo e mi vide determinato a tornare in Italia, mi offri con insistenza prima delle maglie di lana ancora nuove che erano state di suo figlio, poi addirittura il cappotto di astrakan che tu hai riconosciuto.»
«Ma perché non dirmelo subito che eri dalla Lenormand?» insorse un'altra volta Valentine.

da Addio alle armi – Ernest Hemingway

da Addio alle armi – Ernest Hemingway

A mezzogiorno ci trovammo bloccati nel fango di una strada che, a quanto si poteva calcolare, ci aveva portati a una diecina di chilometri da Udine. Fin dal mattino era cessato di piovere e avevamo sentito tre volte gli aeroplani. Li avevamo visti passare sopra di noi e dirigersi verso sinistra a bombardare la strada maestra. C'eravamo districati abilmente in una rete di strade secondarie, anche a forza di marce indietro quando non c'era altro da fare, e ci si era avvicinati sempre più a Udine; ma adesso la vettura di Aymo, durante una nuova marcia indietro, era sprofondata nella terra molle appena fuori di strada e le ruote a forza di girare avevano scavato tanto da far toccare il differenziale. Non c'era altro rimedio che scavare ancora davanti alle ruote, ricoprire il terriccio di sterpi finché potessero far presa e poi spingere e riportare la macchina sulla strada. Eravamo scesi tutti, stavamo intorno all'ambulanza. I sergenti le diedero un'occhiata, esaminarono le ruote e poi si incamminarono senza una parola. Corsi loro dietro.
- Venite - dissi. - Bisogna tagliare dei rami. –
- Noi dobbiamo andare - disse uno dei due.
- Sbrigatevi - dissi. - Tagliate rami anche voi. –
- Dobbiamo andarcene - ripeté quello. L'altro non parlava. Avevano fretta di sparire, le mie parole non contavano niente.
- Vi ordino di tornare indietro e d'aiutarci – dissi. Uno si voltò.
- Dobbiamo andare. Tra poco sarete tagliati fuori. Lei non può darci ordini, non è un ufficiale dei nostri. –
- Vi ordino di aiutarci - dissi. Mi voltarono definitivamente le spalle e continuarono per la loro strada.
- Fermatevi - esclamai. Continuarono a sfangare fra le siepi che costeggiavano la strada.
- Alt!, ve lo ordino - gridai. Affrettarono ancora il passo. Aprii la fondina e presi la pistola, mirai a quello che aveva parlato di più e tirai. Lo mancai e tutt'e due si misero a correre. Sparai tre colpi e ne stesi uno, l'altro scavalcò la siepe e gli sparai di nuovo mentre correva nel prato, la pistola scattò a vuoto e misi un altro caricatore ma poi vidi che non ce la facevo più a raggiungerlo.
Correva ancora, a testa bassa, sempre più in là nella campagna. Stavo rimettendo le cartucce nel caricatore vuoto quando Bonello si avvicinò.
- Lasci che lo finisca io - disse. Gli passai la pistola. Si avvicinò al sergente che era rimasto bocconi in mezzo alla strada, gli si chinò accanto, gli appoggiò la pistola contro la tempia e fece per sparare.
Il colpo non partì.
- Devi armarla - dissi. Alzò il cane e fece fuoco due volte. Prese il sergente per le gambe e lo trascinò da lato, lungo la siepe, poi tornò da me e mi restituì la pistola.
- Figlio d'un cane - disse guardando verso il sergente. - Sono stato io a ucciderlo, vero Tenente? –
- Ora dobbiamo sbrigarci a tagliar rami - dissi. - Sei sicuro che non l'ho preso il secondo? - - Non credo - disse Aymo. - Per una pistola era troppo lontano. –
- Porco d'un lavativo - disse Piani. Tutti adesso tagliavamo rami e sterpi. L'ambulanza era stata scaricata completamente. Bonello scavava davanti alle ruote. Quando ci sembrò che andasse bene, Aymo accese il motore e innestò la marcia. Le ruote slittarono schizzando fango e sterpi, Bonello ed io spingemmo fino a sentir gemere le articolazioni. La vettura non voleva muoversi.
- Spingi un po' indietro e poi avanti, Barto - dissi.
Innestò marcia indietro e poi marcia avanti. Ottenne solo che le ruote affondassero di più. La macchina poggiò di nuovo sul differenziale e le ruote giravano a vuoto dentro le buche. Mi raddrizzai.
- Proviamo con una corda - dissi.
- Credo che non serva a nulla, Tenente. Non si può tirar bene. –
- Bisogna tentare - dissi. - Non c'è altro mezzo per farla venir fuori. -
Le ambulanze di Piani e di Bonello potevano solo avanzare per la strada stretta. Legammo una corda a tutt'e due insieme e tirammo. Le ruote si spostarono solo lateralmente, contro il bordo della carreggiata.
- Non va bene - gridai. - Ferma. -
Piani e Bonello scesero e vennero da me. Aymo uscì anche lui dalla vettura paralizzata. Le ragazze erano rimaste sedute su un muricciolo di sassi, a una ventina di metri.
- Cosa dice di fare Tenente? - domandò Bonello.
- Scaviamo davanti alle ruote e proviamo ancora coi rami - dissi.
Guardai lungo la strada. Era colpa mia. Li avevo condotti io da quella parte.
Il sole stava affacciandosi tra le nubi. Il cadavere del sergente era rimasto lungo la siepe.
- Metteremo sotto anche la sua giubba e la mantellina - dissi. Bonello andò a prenderle. Tagliai altri rami, Aymo e Piani scavarono davanti alle ruote e nel mezzo. Feci in due pezzi la mantellina, li sistemai sotto le ruote e sopra ammucchiai gli sterpi. Eravamo pronti. Aymo tornò al volante e mise in moto. Ma le ruote giravano a vuoto, spingevamo e spingevamo senza ottener nulla.
- Niente da fare - dissi. - Hai qualche cosa da prendere dalla macchina, Barto? -
Aymo col formaggio, due bottiglie di vino e il suo cappotto salì nell'ambulanza di Bonello. Bonello al volante guardava nella giubba del sergente.
- E' meglio gettarla via quella giubba - dissi. - E che ne facciamo delle vergini di Barto? –
- Possono salire anche loro - disse Piani. - Non credo ci sia molta strada. Aprii la portiera in fondo. - Andiamo - dissi. - Salite. - Salirono e si sedettero in un angolo. Sembrava che non si fossero neppur accorte dei colpi. Guardai un'ultima volta al sergente: era là disteso, con la sua maglia sporca dalle maniche lunghe. Mi misi accanto a Piani e partimmo. Volevamo tentar di tagliare per il prato. Quando entrammo nel prato scesi e camminai davanti; se si riusciva a passare, c'era una strada dall'altra parte. Ma non si riuscì a passare. Era troppo pantanoso e molle per le ambulanze. Quando furono ferme definitivamente, senza speranza, le ruote affondate fino ai mozzi, le lasciammo nel prato e ci incamminammo verso Udine. Arrivammo alla strada che riportava alla nazionale. Indicai la direzione, alle nostre compagne.
- Laggiù - dissi. - Incontrerete gente. -
Mi guardarono senza espressione. Presi il portafoglio e diedi dieci lire a ciascuna. - La strada è questa - dissi facendo segno. - Amici! Famiglia! - Non capivano. Ma strinsero forte il danaro nella mano e si avviarono in quella direzione.
Si voltavano a guardare come impaurite per le dieci lire. Le seguii con lo sguardo mentre camminavano, strette nei loro scialli e voltandosi ancora con paura. I tre conducenti ridevano.
- Quanto mi dà se vado anch'io da quella parte, Tenente? - chiese Bonello.
- Se arrivano gli austriaci è meglio che si trovino in mezzo a tanta gente - dissi.
- Mi dia duecento lire e vado dritto in Austria - disse Bonello.
- Te le toglierebbero loro - disse Piani.
- Forse finirà prima la guerra - disse Aymo. Camminavamo più in fretta che si poteva. Il sole tentava d'affacciarsi. Ai lati della strada c'erano filari di gelsi, attraverso i rami scorgevo ancora le due grosse ambulanze impantanate nel prato. Anche Piani si voltò a guardare.
- Dovranno far una strada apposta per tirarle fuori - disse.
- Cristo se avessimo delle biciclette! - disse Bonello.
- Usano molto le biciclette in America? - domandò Aymo.
- Sì, le usavamo una volta. –
- Qui da noi è una gran cosa - disse. - E' una gran cosa la bicicletta. –
- Cristo, se avessimo delle biciclette! - ripetè Bonello. - Io non posso dirmi un marciatore. - - Sparano? - domandai. Mi pareva d'avvertire dei colpi lontani.
- Non so - disse Aymo. Si mise in ascolto.
- Mi pare di sì - disse.
- Per prima vedremo la cavalleria - disse Piani.
- Non credo che impieghino la cavalleria. –
- Spero di no, Cristo - disse Bonello. - Non ho voglia che mi infilino su qualche lancia. –
- L'ha colpito bene quel sergente - mi disse Piani.
Camminavamo svelti.
- Sono stato io a freddarlo - disse Bonello. - Non avevo ucciso mai nessuno in questa guerra, ma per tutta la mia vita ho sognato d'ammazzare un sergente. –
- L'hai finito proprio da campione - disse Piani. - Era già steso. Non volava forte quando l'hai ucciso. –
- Non importa, è una cosa di cui sarò sempre orgoglioso. Sono stato io a finirlo quel fottuto di sergente. –
- Cosa dirai al confessore? - domandò Aymo.
- Gli dirò “Padre mi benedica ho ucciso un sergente”. - Tutti risero.
- E' un anarchico - disse Piani. - Non va in chiesa. –
- Anche Piani è anarchico - disse Bonello.
- Siete proprio anarchici? - domandai.
- No, Tenente, siamo socialisti. Siamo di Imola. –
- Lei non è mai stato a Imola? - domandò Piani.
- No. –
- Cristo che bel posto Tenente! Venga dopo la guerra e vedrà. –
- Sono tutti socialisti da voi? –
- Tutti. –
- E' bella veramente Imola? –
- E' magnifica. Una città così non l'ha mai vista. –
- Come lo siete diventati socialisti? –
- Là, siamo tutti socialisti. Non c'è nessuno che non sia socialista. Siamo sempre stati socialisti. –
- Ci venga, Tenente. Faremo socialista anche lei. -
Davanti a noi la strada girava a sinistra, c'era una collina e dietro un muricciolo di pietre un frutteto folto di meli. Quando la strada incominciò a salire non parlavamo più. Si camminava tutti insieme a passo svelto come contro il tempo.