Lo straniero - Luchino Visconti
da Lo
straniero – Albert Camus
(...)
È esattamente in quel
momento che è entrato il prete. Quando l’ho visto ho avuto un piccolo tremito.
Egli se n’è accorto e mi ha detto di non aver paura. Gli ho detto che di solito
veniva a un’altr’ora. mi ha risposto che era una visita puramente amichevole
che non aveva nulla a che fare col mio ricorso di cui non sapeva nulla. Si è
seduto sulla mia branda e mi ha detto di mettermi vicino a lui. Ho rifiutato.
Trovo tuttavia che aveva un’espressione molto dolce.
È restato un momento
seduto, gli avambracci sulle ginocchia, la testa reclinata in avanti, a
guardarsi le mani. Erano fini e muscolose, mi facevano pensare a due bestie
agili. Le ha passate lentamente l’una contro l’altra e poi è rimasto così, con
la testa sempre china, tanto a lungo che ho avuto l’impressione, a un certo
momento, di essermi dimenticato di lui.
Ma ha sollevato
bruscamente la testa e mi ha guardato in faccia: “Perché,” mi ha detto,
“rifiuti le mie visite?” Ho risposto che non credevo in Dio. Ha voluto sapere
se ne ero ben sicuro e gli ho detto che non avevo bisogno di chiedermelo: mi
sembrava una questione senza importanza. Allora ha gettato la testa
all’indietro e si è addossato al muro, le palme appoggiate alle cosce. Quasi
senza aver l’aria di parlarmi, ha detto che a volte ci si crede sicuri, e in
verità non lo si è affatto. Io non dicevo nulla. Mi ha guardato e mi ha
chiesto: “Cosa ne pensi, tu?” Ho risposto che poteva darsi. In ogni modo, io
non ero forse sicuro di ciò che mi interessava realmente, ma ero perfettamente
sicuro di ciò che non mi interessava. E per l’appunto, ciò di cui lui mi
parlava non aveva alcun interesse per me.
Ha girato altrove lo
sguardo, e restando sempre lì fermo mi ha chiesto se parlavo così per eccesso
di disperazione. Gli ho detto che non ero disperato. Avevo soltanto paura, ed
era più che naturale. “Allora Dio ti aiuterebbe,” ha osservato. “Tutti quelli
che ho conosciuto nelle tue condizioni ritornavano verso di Lui.” Ho
riconosciuto che ne avevano il diritto. Ciò provava anche che ne avevano il
tempo. Quanto a me, non volevo che mi si aiutasse e per l’appunto mi mancava il
tempo di interessarmi a ciò che non mi interessava.
In quel momento le
sue mani hanno avuto un gesto d’impazienza, ma si è alzato e si è sistemato le
pieghe della sottana. Dopo aver finito si è rivolto a me chiamandomi “amico
mio”; se mi parlava così non era perché si rivolgeva a un condannato a morte: a
parer suo siamo tutti condannati a morte. Ma l’ho interrotto dicendogli che non
era la stessa cosa e che comunque questa non poteva essere in nessun modo una
consolazione. “Certo,” ha approvato, “ma morirai più tardi anche se non morirai
fra breve. Si porrà allora lo stesso problema. Come affronterai questa
terribile prova?” Gli ho risposto che l’avrei affrontata esattamente come
l’affrontavo in quel momento.
A queste mie parole
si è alzato e mi ha guardato negli occhi. Era un gioco, quello, che conoscevo
bene. Mi divertivo spesso a farlo con Emanuele o Celeste, e per lo più loro
voltavano per primi gli occhi. Anche il prete conosceva bene quel gioco, l’ho
subito capito: il suo sguardo non tremava. E neppure la sua voce ha tremato
quando mi ha detto: “Non hai dunque nessuna speranza e vivi pensando che
morirai tutt’intiero?” “Sì,” gli ho risposto.
Allora ha abbassato
la testa e si è rimesso a sedere. Mi ha detto che aveva pietà di me. Non
credeva che un uomo potesse sopportare una simile cosa. Quanto a me, ho sentito
soltanto che incominciava ad annoiarmi. Mi sono voltato a mia volta e sono
andato a mettermi sotto il lucernario, la spalla appoggiata al muro. Senza
seguirlo bene ho udito che ricominciava a farmi domande. Parlava con voce
inquieta e insistente. Ho capito che era commosso e l'ho meglio ascoltato.
Egli era sicuro,
diceva, che il mio ricorso sarebbe stato accolto, ma io portavo il peso di un
peccato di cui dovevo liberarmi. Secondo lui la giustizia degli uomini non era
nulla e la giustizia di Dio era tutto. Gli ho fatto notare che era la prima che
mi aveva condannato. Mi ha risposto che essa non aveva, con la sua condanna,
lavato nulla del mio peccato. Gli ho detto che non sapevo che cosa fosse un
peccato: mi era stato detto soltanto che ero un colpevole. Ero colpevole,
pagavo, non si poteva chiedermi nulla di più. A questo punto si è alzato
di nuovo e ho pensato che se uno aveva voglia di muoversi, in quella
cella così stretta, non aveva da scegliere. Doveva alzarsi o sedersi. Io
avevo gli occhi fissi sul pavimento. Egli ha fatto un passo verso di me e si è
fermato come se non osasse avanzare. Guardava il cielo attraverso le
sbarre. “Tu ti inganni, figlio mio,” mi ha detto. “Ti si potrebbe domandare di
più. Te lo domanderanno, forse.” “E che cosa mai?” “Ti potrebbe esser chiesto
di vedere” “Vedere cosa?”. Il prete ha girato lo sguardo tutt’intorno e ha
risposto con una voce che d’improvviso ho trovato molto stanca: “Tutte queste
pietre sudano il dolore, lo so. Non l’ho mai guardate senza angoscia. Ma dal
fondo del mio cuore so che i più miserabili di voi hanno visto sorgere dalla
loro oscurità un volto divino. È questo volto che vi si chiede di vedere.” Mi
sono animato un po’. Ho detto che erano mesi che guardavo quei muri. Non c’era
nulla, né alcuna persona al mondo che conoscessi meglio. Forse, molto tempo fa
ormai, vi avevo cercato un volto. Ma quel volto aveva il colore del sole e la
fiamma del desiderio: era quello di Maria. L’avevo cercato invano e adesso era
una cosa finita. E in ogni modo non avevo visto sorgere nulla dal sudore di
quelle pietre. Il prete mi ha guardato con un po’ di tristezza. Ero
completamente addossato al muro e il giorno mi colava sulla fronte. Ha detto
qualche parola che non ho sentita e mi ha chiesto molto in fretta se gli
permettevo di abbracciarmi: “No”, gli ho risposto. Si è voltato ed è andato
verso il muro su cui ha passato lentamente la mano: “Ami dunque questa terra a
tal punto?” ha mormorato. Io non ho risposto nulla. È rimasto abbastanza a
lungo girato così. La sua presenza mi pesava e mi dava fastidio. Stavo per
dirgli di andarsene, di lasciarmi, quando di colpo si è messo a gridare, con
una specie di enfasi, voltandosi verso di me: “No, non posso crederti. Sono
sicuro che ti è avvenuto di desiderare un’altra vita”. Gli ho risposto che
naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il
desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio
fatta. Erano desideri dello stesso ordine. Ma lui mi ha interrotto e voleva
sapere come vedevo quest’altra vita. Allora gli ho urlato: “Una vita in cui
possa ricordarmi di questa”, e subito dopo gli ho detto che ne avevo
abbastanza. Voleva ancora parlarmi di Dio ma mi sono avvicinato a lui e ho
cercato di spiegargli un’ultima volta che mi restava soltanto poco tempo. Non
volevo sprecarlo con Dio. Ha cercato di cambiar discorso chiedendomi perché lo
chiamavo “signore” e non “padre”. Questo mi ha dato ai nervi e gli ho risposto
che non era mio padre: era anche lui come gli altri. “No, figlio mio,” mi ha
detto mettendomi la mano sulla spalla. “Io sono con te. Ma tu non puoi saperlo
perché hai un cuore cieco. Io pregherò per te”.
(...)
Nessun commento:
Posta un commento