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6 luglio 2018

Una spada in una nube di luce - Kenneth Rexroth

Una spada in una nube di luce - Kenneth Rexroth

La tua mano nella mia, usciamo
a vedere la folla della Vigilia
su Fillmore Street, nel quartiere
Negro. La notte è oppressa
dal gelo. La gente si affretta,
avvolta nel fumo del proprio fiato.
Davanti alle vetrine i bambini
saltellano con occhi brillanti.
Scampanellio di Babbi Natale.
Ingorghi d’auto e strombazzare
di clacson. Stridore di tram.
Gli altoparlanti sui lampioni
suonano canti natalizi; dai juke-
box dei bar Louis Armstrong
canta Bianco Natale. Nei locali
le ragazze s’agitano strofinandosi
e spogliandosi al suono di
Jingle Bells. In alto, i neon
scarabocchiano, scancellano,
scarabocchiano ancora messaggi
di gioia, igiene, avidità, paura,
e fieri nomi piccolo-borghesi.
La luna splende come un budino.
Fermi all’angolo della strada
guardiamo in su, di traverso,
la luna che s’alza, le enormi
regolari, solenni costellazioni
invernali. Tu dici: «Ecco Orione!».
La cosa più bella che ognuno
di noi potrà mai vedere al mondo
o in vita si trova nel vuoto
di cieli illuminati dalla luna,
sopra uomini, donne, bambini,
bianchi e neri, avidi e allegri,
buoni e cattivi, acquirenti
e venditori, vittime e padroni,
che sciamano, come qualche
immenso teorema che una volta
risolto sarebbe per sempre
la soluzione del mistero e della pena,
sotto campanelli e lustrini.
Là c’è lui, l’uomo della Vigilia
di Natale, disteso in cielo
come un vero dio nel quale
basterebbe solo credere appena.
Ho cinquant’anni e tu cinque:
non converrebbe dirlo,
come non conviene scriverlo.
Credi in Orione. Credi
nella notte, nella luna, nella
terra affollata. Credi nel Natale,
nei compleanni, nei conigli
di Pasqua. Credi nei fugaci
elementi naturali, destinati
tutti quanti a degradarsi
e sparire. Sii sempre fedele
a queste cose: sono tutto
ciò che abbiamo. Non rinunciare
mai a questa religione primitiva
per le civilizzate e insanguinate
astrazioni di quei bastardi
che vivono uccidendo te e me.

Traduzione di Francesco Dalessandro

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