2 gennaio 2017

Paul Celan – In due

Vincent Van Gogh - I mangiatori di patate

Paul Celan – In due

In due nuotano i morti,
in due, e intorno gli scorre vino.
Nel vino che su di te versarono
nuotano i morti in due.

Dei capelli si fecero stuoia,
per giacervi insieme.
Tu devi trarre il tuo dado di nuovo
e tuffarti in un occhio del Due.

1 gennaio 2017

Federico Garcia Lorca – Aria di notturno

opera di Francine Van Hove

Federico Garcia Lorca – Aria di notturno

Ho tanta paura
delle foglie morte,
paura dei prati
gonfi di rugiada.
Vado a dormire;
se non mi sveglierai
lascerò al tuo fianco
il mio freddo cuore.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!

Ti cinsi collane
con gemme d’aurora.
Perché mi abbandoni
su questo cammino?
Se vai tanto lontana
il mio uccello piange
e la vigna verde
non darà vino.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amor mio!

Non saprai mai
o mia sfinge di neve,
quanto
t’avrei amata
quei mattini
quando a lungo piove
e sul ramo secco
si disfa il nido.

Che cosa suona
così lontano?
Amore. Il vento sulle vetrate,
amore mio!

Federico Garcia Lorca – Malessere e notte

Allegory of the Five Senses - Theodoor Rombouts

Federico Garcia Lorca – Malessere e notte

Gruccione.
Sui tuoi alberi scuri.
Notte di cielo balbuziente
e di aria che farfuglia.
Tre ubriachi rendono eterni
gesti di vino e di lutto.
Ruotano gli astri di piombo
sopra un piede.
E tu, gruccione.
Sui tuoi alberi scuri.
Dolore di tempie oppresse
con ghirlanda di minuti.
E il tuo silenzio? Quei tre
ubriachi cantano nudi.
Trapunto di seta vergine
la tua canzone.
Gruccione.
Gru gru gru gru.
Gruccione

Paul Eluard – Sipario non c’è sipario

Sebastiano Ricci Baccanale in onore di Pan

Paul Eluard – Sipario non c’è sipario

Sipario non c’è sipario
Ma qualche gradino da salire
Qualche gradino da costruire
Senza affanno né pena
Il lavoro diventerà un piacere
Non se n’è mai dubitato sappiamo
Che soffrire è un di più e noi vogliamo
Testi nuovi tele vergini dopo l’amore

E occhi come incudini
Sguardi come orizzonti
Mani agli orli della conoscenza
Come biscotti nel vino

Unica mèta essere primo ovunque
Giorno spartito carezza intera
Caro compagno a te essere il primo
Ultimo al mondo in un mondo primo

Fortunato De Pero – Quattro bocche assetate

Jacob Jordaens - The Bean King

Fortunato De Pero – Quattro bocche assetate

La prima bocca dice:
io voglio vino asciutto….rosso chiaro….
con trasparenza di rubino.
Accostando il bicchiere alle labbra,
un tepore profumatomi deve leggermente inebriare.
Al palato deve apparire quieto, scorrevole e dissetante.
Nella gola deve scivolare come una
cascatella cristallina di pace raccolta e di poesia silenziosa.
Attraverso i suoi riflessi devo vedere la linea flessuosa
del suo profilo sottile di vespa chiaro,
sanguinello di fragola filtrata
con vene azzurrine di aria purissima prealpina.
Vino preparatorio… adolescente… primaverile
che mi dia un senso di bagno interiore,
di sana strigliatura ai muscoli
e di leggero calore ottimista!
La seconda bocca dice:
io desidero vino spesso, rotondo,
carnoso, nutritivo e pieno.
Un vino che mi dice tutto.
Niente dolce, sodo, maturo e virile.
Quadrato di corpo, quasi fosco nel cipiglio,
profondo nello sguardo.
Quando scrive nella tovaglia
deve essere nero e fortemente affermativo.
La sua macchia versata, ben contornata senza
sbavature acquose, nella gola deve scendere
come un cibo, come una fetta di carne liquida.
Il suo profumo di corto raggio,
poco espansivo ma saturo e intenso:
un vino del sud dal viso abbronzato, dal nervo solare,
dal pugno sicuro, dal grado alto, dalla voce appassionata.
La terza bocca dice:
io lo desidero colore dell’oro, pastoso al palato.
Zuccherino alla gola.
Vino che canti i vigneti solatii dei colli appenninici
dei colli romani e dei golfi estivi…
bianco per modo di dire.
Il suo vero colore tra l’oro e il rame con liste d’ottone,
con pupille d’oro vecchio e sguardi d’oro.
Nuovo sulla lingua, si deve distendere come l’olio
e nella gola deve scendere come il velluto.
Allo sguardo deve apparire come il sole in bottiglia,
aroma di pesca matura,
forza d’un liquore, fluidità di una chioma tizianesca.
In bocca deve riempire caldamente con ingenuità infiammante.
Appena bevuto deve trasformare il sangue in oro solare,
le vene irradiare luce fosforescente,
dando un senso di beatitudine.
La quarta bocca dice:
io ho tutt’altri gusti.
Sono metropolitano e notturno.
Desidero vino: né solido, né scuro, né leggero, né dorato;
né dolce, né passito; né tizianesco, né rubino.
Ma un vino spumante in decolté, d’argento, saltante.
Che appena sturato
inizi il suo canto squillante con un colpo di pistola.
Con uno scoppio verticale secco diretto al soffitto.
Superbo come il fischio di una vaporiera,
con in testa un alto ciuffo da schiuma da parata.
Un vino corazziere.
Un vino che appena giunge in bocca ricorda i cedri,
i limoni, gli aranci e le schiume marine, frammisti a bei denti bianchi
e a spumeggianti risate di gioia notturna.
Trasparenze di scollatura, riflessi di alabastro, mani di cera inanellate;
Parigi, Sanremo, Montecarlo, roulette,
occhi di lampadine, dollari e girandole di fuochi d’artificio.
Brindisi – decorazioni – vittorie – battesimi – cerimonie – fanfare –
bottiglie – prese per il collo
e uccise contro il muso tagliente delle prue –
musica a bordo – fischi di sirene e jazz nei cabaret.
Gioia sturata e fontana iridescente di felicità…

Edward Estlin Cummings – Umanità ti amo

Georges de la Tour – il baro con l’asso di quadri
Edward Estlin Cummings – Umanità ti amo

Umanità ti amo
perché preferiresti lustrar le scarpe al
successo che indagare di chi è l’anima penzoloni
alla catena del suo orologio il che imbarazzerebbe

ambedue e perché senza
batterciglio applaudi ogni canto
che contiene le parole patria casa e
mamma se cantano al vecchio howard

Umanità ti amo perché
quando sei al verde impegni la tua
mente per un bicchier di vino e se
sei in grana l’orgoglio ti trattiene

dal monte di pietà e
perché sei una peste
perpetua specie
in casa tua

Umanità ti amo perché di
continuo ti metti in saccoccia il
segreto della vita e dimentichi
che sta lì e lo

schiacci
e perché eternamente
fai versi in grembo
alla morte Umanità

io ti odio

Edward Estlin Cummings - All’imbrunire

Philippe Mercier - Jeune homme au verre de vin
Edward Estlin Cummings - All’imbrunire

all’imbrunire
appena
la Luce è piena d’uccelli
sul serio
incominciò

a salire il miglior colle,
spinto da vino scuro.
un paese non si muove dietro
al mio occhio

i mulini a vento
tacciono
le braccia appiattite
di continuo rampognano l’occidente

un Orologio grida piano
le nove,passo fra le vigne
(il mio cuore insegue
contro la piccola luna

qua e là un’allodola
che; s’alza,
e; s’accascia
come su un invisibile filo)

Un cimitero sogna nell’ingombro
di fragili simboli, o
un campo (e sosto tra il
profumo di piccole vite falciate) oh

anima mia tu
cadi
t’inerpichi
e fatidicamente

osservo come in profondi arati
campi Buoi si muovono chiari, un
gatto blu giallognolo (posato perché
Ricurvo a questa) finestra; sì

donne tenacemente vagano nella mia
mente,sempre intessute al
tramonto,
grilli dentro di me sussurrano

il cui sangue ribolle e infine
trema,uscendo a vedere
sepolto nella roccia
precisamente

in Fondo a questa strada,
una candela in un tempietto:
la più debole fiammella persiste
scossa dal mare