opera di Vinicio Castillo
da
“L'assaggiatrice” - Giuseppina Torregrossa
Caponata
- 4 melanzane
- 4 pomodori rossi,
grossi e maturi
- olive verdi
snocciolate g 100
- 1 cucchiaio di
capperi sotto sale
- 1 cuore di
sedano con le foglie
- 1 cipolla grande
- olio
extravergine di oliva
- aceto bianco
- zucchero
- sale e pepe
- basilico
- 1 cucchiaino di
mandorle tritate
Lavare le melanzane,
tagliarle a cubetti, cospargerle di sale e lasciarle riposare per circa un’ora,
perché perdano l’acqua di vegetazione e il loro sapore amaro. Asciugarle bene
prima di friggerle.
Sbucciare i pomodori,
tagliarli, privarli dei semi e cuocerli in poco olio fino a ridurli a una
salsetta densa. Fare appassire il trito di cipolla e sedano in un tegame, con
abbondante olio. Aggiungere capperi e olive e, dopo un minuto, la salsa di
pomodoro. Salare, pepare e cuocere per una decina di minuti. Versare un
bicchiere di aceto con un cucchiaio di zucchero, fare parzialmente evaporare;
unire le melanzane e spegnere la fiamma.
Trasferire su un
piatto da portata e lasciare freddare. Spolverare le mandorle tritate su tutta
la superficie, profumare con foglie di basilico.
È già arrivato
giugno. Oggi è una giornata sciroccosa, l’aria smossa da raffiche di vento, il
sole fermo che stàgghia le ombre. Chiusa dentro al negozio alla controra, le
pale del ventilatore che girano, penso a come mi posso industriare. Silenzio
assoluto, nessuno in giro, persino i cani, vinti dalla calura, hanno smesso di
rincorrersi e sonnecchiano all’ombra dell’edificio della guardia medica.
Mi sembra che sia
entrato qualcuno quando la luce dentro al negozio diminuisce. Ma è un’impressione.
Sono un poco sdillassata, seduta con la testa appoggiata al bancone, un leggero
odore di caponata che viene dal ristorante mi fa ricordare che ancora non ho
mangiato. Ora me ne vado in cucina e mi preparo quaccheccosa. Mi sollevo dalla
sedia e l’impressione diventa percezione, no, non sono sola.
All’ingresso, tra i
due battenti accostati, c’è un uomo grande, dalla pelle abbronzata come la
buccia di una melanzana, liscia e lucida che a vederla sembra un’oliva in
salamoia, lo circonda un profumo di sugo e agrodolce. Le gambe mi si ammollano.
Lo scirocco fa brutti scherzi, penso, ma non me lo sono immaginato, è vivo,
messo lì al centro della stanza, con le gambe aperte e i piedi forti dentro ai
sandali di cuoio, le unghie chiare spiccano nel contrasto con la pelle scura.
L’uomo ha denti bianchi e occhi neri che mi stanno divorando, e io pure a lui
me lo vorrei assaggiare, come a quella caponata che ho in animo di preparare.
«Che vuole bere o
magari ha fame?», faccio a voce bassa.
«Quello che vuoi tu»,
mi risponde.
E allora me lo porto
in cucina, ma prima chiudo a chiave la porta del negozio e ci appendo il
cartello SONO ANDATA A MANGIARE, che poi è pure vero; e mi avvio a cucinare
calma e in grazia di Dio, certa che i paesani, sfaccendati e con questo caldo,
non hanno gana di uscire per le strade, e comunque il cartello li terrà alla
larga.
(…)
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