2 giugno 2019

Stanze, libro primo 18 - Angelo Poliziano

dipinto di Eric Bowman
Stanze, libro primo 18 - Angelo Poliziano

Quanto giova a mirar pender da un'erta
le capre, e pascer questo e quel virgulto;
e 'l montanaro all'ombra più conserta
destar la sua zampogna e 'l verso inculto;
veder la terra di pomi coperta,
ogni arbor da' suoi frutti quasi occulto;
veder cozzar monton, vacche mughiare
e le biade ondeggiar come fa il mare!

Stanze, libro primo 17 - Angelo Poliziano

dipinto di Eric Bowman
Stanze, libro primo 17 - Angelo Poliziano

Quanto è più dolce, quanto è più securo
seguir le fere fugitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei svernar, rimbombar l'onde,
e dolce al vento mormorar le fronde!

Le grazie, da Inno secondo, Vesta - Ugo Foscolo

Sandro Botticelli - Primavera, dettaglio, 1482, tempera su tela cm 200x314, Galleria degl Uffizi, Firenze
Le grazie - Ugo Foscolo
da Inno secondo - Vesta

I
Tre vaghissime donne a cui le trecce
Infiora di felici itale rose
Giovinezza, e per cui splende più bello
Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra
Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.
Qui e voi che Marte non rapì alle madri
Correte, e voi che muti impallidite
Nel penetrale della Dea pensosa,
. . . . . Urania era più lieta
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
. . . e le Grazie a lei l'azzurro
Paludamento ornavano. Con elle
Qui dov.io canto Galileo sedeva
. . . . . a spiar l'astro
Della loro regina; e il disviava
Col notturno rumor l'acqua remota,
Che sotto a' pioppi delle rive d'Arno
Furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l'alba, la luna e il sol mostrava,
Gareggiando di tinte, or le severe
Nubi su la cerulea alpe sedenti,
Or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
Scena e di templi e d'arator beati,
Or cento colli, onde Appennin corona
D'ulivi e d'antri e di marmoree ville
L'elegante città, dove con Flora
Le Grazie han serti e amabile idioma.
Date principio, o giovinetti, al rito,
E da' festoni della sacra soglia
Dilungate i profani. Ite, insolenti
Genii d'Amore, e voi livido coro
Di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.
Qui né oscena malía, né plauso infido
Può, né dardo attoscato: oltre quest'ara,
Cari al volgo e a' tiranni, ite, profani.
Dolce alle Grazie è la virginea voce
E la timida offerta: uscite or voi
Dalle stanze materne ove solinghe
Amor v'insidia, o donzellette, uscite:
Gioia promette e manda pianto Amore.
Qui su l'ara le rose e le colombe
Deponete, e tre calici spumanti
Di latte inghirlandato; e fin che il rito
V'appelli al canto, tacite sedete:
Sacro è il silenzio a' vati, e vi fa belle
Più del sorriso. E tu che ardisci in terra
Vestir d'eterna giovinezza il marmo,
Or l'armonia della bellezza, il vivo
Spirar de' vezzi nelle tre ministre,
Che all'arpa io guido agl'inni e alle carole,
Vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle
Immortali fra noi, pria che all'Eliso
Su l'ali occulte fuggano degli anni.

Stanze. Libro primo 1 - Angelo Poliziano

Correggio - Venere e Cupido addormentati e spiati da un satiro
Stanze. Libro primo 1 - Angelo Poliziano

Le gloriose pompe e' fieri ludi
della città che 'l freno allenta e stringe
a magnanimi Toschi, e i regni crudi
di quella dea che 'l terzo ciel dipinge,
e i premi degni alli onorati studi,
la mente audace a celebrar mi spinge,
sì che i gran nomi e i fatti egregi e soli
fortuna o morte o tempo non involi.

da “Un filo d’olio” - Simonetta Agnello Hornby

Pedro Campos - Apples and Cherries
da “Un filo d’olio” - Simonetta Agnello Hornby

Altre volte ci offriva mezzo quadratino di cioccolato, o addirittura uno intero, oppure tocchetti di cotognata, oppure ancora la mia bibita preferita in assoluto: l’amarenata, preparata con le amarene sciroppate che zia Teresa, che delle amarene sciroppate era la regina riconosciuta e indiscussa, aveva cotto al sole. Con la grattarola, Giuliana raschiava un pezzo di ghiaccio che veniva conservato nella ghiacciaia appositamente per le bibite e riempiva i bicchieri; poi aggiungeva una dose di sciroppo rosso rubino e mescolava con un cucchiaino d’argento dal manico lungo. Infine, estraeva dalla bornia poche amarene, le contava - dovevamo averne tutti in numero uguale -, le disponeva in cerchio sul ghiaccio facendo attenzione che non sprofondassero e come tocco finale aggiungeva al centro una fogliolina di menta piperita: l’amarenata era pronta, bellissima e profumata. La prendevamo seduti attorno al tavolo dell’anticucina. Con il cucchiaino pescavamo dal fondo le amarene polpose, rosso scuro, gelide.

Lo spreco – Sally Read

Victor Borissov-Moussatov. La fenêtre
Lo spreco – Sally Read

Il frutteto non è nostro, anche se dentro c’è la nuova casa,
e dalla finestra sul retro vedo spuntare le arance:
verdi, senza profumo. Il fresco svelarsi
dell’assolutamente nuovo. A volte, tornando a casa,
ne soppeso una nella mano. Una durezza dai tanti strati,
senza nocciolo. La buccia un mosaico indeciso verde, paglia,
corallo – da mal di testa, se vuoi decidere.
Poi, la lenta fiamma a un pallidissimo giallolimone, limone-arancio,
e, giorni dopo, una fresca acerbità. Essenza vergine
che toglie il respiro. Poi rami protesi
con colori non morsi e la bocca che dolorosamente
stilla per aver dentro il liquido. Poi, gli alberi sovraccarichi,
tonfano sulle zolle: traboccano, come angeli inginocchiati
ai loro piedi. Ma in questi giorni brevi in cui li osservo
si sciolgono: pomi che impastano le loro forme alla terra, fini
membrane che li contengono appena. Come posso dirti
questo desiderio delicato che qualcosa accada?
Le nostre ore restano intatte, ordinate, sazie, il giardino
pieno di promesse non riscosse. Ma le nostre notti quiete
mi fanno vigile – una spolverata di luci di città
che si smorzano senza suono al punto che le sento
chiudersi in me, una dopo l’altra.

da L’isola di Arturo – Elsa Morante

da L’isola di Arturo – Elsa Morante

Il giorno seguente fu, per noi, fin dal risveglio, una festa felice. La luce si era levata così limpida, che pareva d’essere in aprile, invece che al 23 novembre; e, dopo aver dormito fino al tardo mattino, io feci una corsa alle spiagge e al molo, risalendo poi dalla parte della piazzetta. Il mare, l’aria e tutte le cose che incontravo sulla strada dividevano la mia felicità, quasi che l’intero universo fosse la mia famiglia. I giardini sui lati della strada, che, ieri notte, sembravano dei miraggi desertici, che si scostassero da me, oggi mi festeggiavano fedeli. E di nuovo io mi sentivo innamorato della mia isola, tutto ciò che sempre m’era piaciuto tornava a piacermi, perché Nunz. non era morta. Come se, fin dal tempo che eravamo piccoli, e io stavo qua a Procida, e lei a Napoli, fosse lei che metteva un pensiero di confidenza, per me, nell’indifferenza delle cose; e senza farmisi conoscere, al modo d’una gran signora.
Quel mattino stesso, lei con la creatura si trasferirono dalla stanzetta in una camera più grande: la medesima che mio padre. aveva già destinato a lei il giorno dell’arrivo, e dov’essa, allora, non aveva voluto dormire. Adesso, però, con la venuta della creatura, era finito per lei lo spavento di star sola la notte. E in quanto alla camera nuziale, questa rimase di nuovo proprietà indivisa di mio padre; giacché lei prevedeva che, al suo ritorno, egli non potrebbe sopportare ogni notte il pianto della creatura e altri simili disagi, che invece alle madri non dispiacciono.
E così, quella famosa stanza del primo giorno ritorna agli onori delle cronache, come dicono gli scrittori. Senz’altro, si provvide a trasportarvi un nuovo letto, scelto per l’occasione fra i molti fuori uso esistenti nel castello. Era un lettone matrimoniale di legno massiccio, dipinto con figure come usano fare a Sorrento (paesaggi, barche, la tarantella ecc.), e abbastanza elegante. Esso fu fornito di due materassi e di molti cuscini, che le donnette amiche di lei, subito accorse a visitarla, sbatterono e sprimacciarono con cura. E qua lei, simile a una regina, riceveva i complimenti delle altre.
Portava i capelli semplicemente legati da una fettuccia, come di solito li teneva per la notte; e sulle spalle aveva il suo scialletto di lana, chiuso da una comune spilla di merceria. Appariva fiera, e perfino lievemente pomposa (ma anche, in fondo, confusa), per essere al centro di tanti onori; e manteneva sempre, con le amiche, la sua attitudine di donna grave, piena di riserbo. Se poi qualcuna di loro si metteva a deplorare: — Poverina, vi siete sgravata sola sola, senza nessuno, senza nemmeno lo sposo vicino, come una gatta! Lo sposo vostro vi lascia sempre sola, eh, donna Nunzià! — essa rispondeva soltanto con un silenzio severo, come per ammonire quell’intrigante a badare ai fatti suoi.
Quando le sue amiche alzavano dal letto il bambino per soppesarlo e vezzeggiarlo, subito un’ombra di apprensione le velava lo sguardo, nel dubbio che gli facessero male. Ma tuttavia, al vederlo là, levato in trionfo come un eroe, aveva una risatina di piacere gioioso e ancora incerto, quasi domandandosi: «Davvero esso è MIO? è proprio MIO?»
Nell’allattarlo, badava a coprirsi il seno con lo scialletto; e se per caso in quel momento vedeva i miei occhi posarsi su di lei, arrossiva e si copriva meglio. (Adesso non era più come una volta, che non provava vergogna di me. E invece io, adesso, sentivo che, seppure lei non si fosse vergognata, non me ne sarei offeso). A intervalli, nella giornata, io ritornavo a visitarla, nella nuova camera, e mi sedevo sulla cassapanca, indugiandomi là. Credo che in quel giorno sarei stato contento pure di farle da servo, se lei ne avesse avuto bisogno; ma c’era sempre almeno una delle sue amiche, spesso parecchie, e io senza parlare me ne stavo imbronciato da una parte. Ora che s’erano abituate alla mia presenza, le sue amiche non s’intimidivano più di me, e ciarlavano di continuo; e io mi seccavo di udire le loro stupidaggini. Quanto poi a Carmine Arturo, mi pareva così brutto, con quella faccia di mutria che non sapeva nemmeno ridere, che, nella mia opinione, egli valeva meno dell’asso di coppe.
Intanto lei, pure fra tanta gente, non si dimenticava mai di me. Talora, in mezzo ai discorsi di quelle donne, senza badare a loro si volgeva soltanto a me, che stavo muto da una parte, e mi diceva, in una specie di timida confidenza: — Eh, Artù?... — Forse, intendeva chiedermi perdono per gli spaventi che m’aveva procurato la notte avanti! non mi diceva altro che questo: — Eh, Artù?... — La sua voce, pure adesso ch’essa era madre di una creatura, aveva serbato il noto sapore un po’ agrettino, quasi stonato, da ragazza che non ha ancora finito di crescere. E all’udire quella solita vocina che diceva: "Artù", quando poche ore avanti l’avevo già creduta morta, io provavo una felicità così impetuosa, turbolenta, che mi facevo ancora più cupo in faccia. Era il mio carattere. Non mi sarebbe dispiaciuto di dirle almeno queste due parole: SONO FELICE! Più volte, nella giornata, mi ripromettevo di presentarmi in camera e di dichiararle senz’altro: «Sono felice», sia pure in tono indifferente. Ma in conclusione, nemmeno una simile frase di due parole, non ebbi voglia di dirgliela