8 aprile 2020

Letture – Enzo Montano


Letture – Enzo Montano
La neve era sporca di George Simenon

Da tempo stava sullo scaffale con la sua copertina marrone. Capita che alcuni libri si dimentichino, forse non hanno la forza sufficiente perché l’attenzione si soffermi su di loro. Rimangono lì ad aspettare che prima o poi ci si decida a leggerli. È il caso di “La neve era sporca”. Forse perché per me Simenon è l’autore dei tanti romanzi di Maigret, Punto.
Sbagliato!
Quando, complice la pandemia, non mi sono rimasti molti libri (non mi piace leggere gli e-book, non ci riesco se non per breve tempo poiché ho bisogno di sentire il rumore delle pagine), ho preso il romanzo di Simenon e l’ho letto in un giorno solo. Dico subito che Maigret è assai lontano, altre atmosfere, altri temi, altre introspezioni, altra scrittura, altri colori. Qui è tutto cupo, tetro, triste come la neve sporca mista a fango.
La vicenda si svolge in un paese del nord non specificato (Belgio? Olanda? Francia del nord?) nel periodo, sembrerebbe,  dell’occupazione nazista, in un inverno interminabile; le belle giornate tardano a venire. Allo stesso modo non si intravede la speranza della fine dell’occupazione e il conseguente ritorno alla vita per chi la vita normale ha conosciuto.  Il giovane protagonista Frank, meno di vent’anni, non conosce la normalità, la vita per lui è stata impietosa: solo esempi negativi. Non ha un padre, non sa chi sia. Vive con la madre (Lotte), prima prostituta e adesso tenutaria di un bordello. In casa, oltre madre e figlio, vivono sempre due o tre ragazze (cambiano ogni due o tre mesi) che fanno le puttane per fame, lo fanno con una naturalezza disarmante. Certamente quelle ragazze sono meno puttane, della tenutaria, i delinquenti, le spie, gli occupanti o i collaborazionisti. La miseria, gli stenti, il degrado sono ovunque. I vicini guardano male, non perché puttana, una delle ragazze quando porta su del carbone per la stufa dalla cantina. Riscaldarsi è un privilegio per pochi. La guerra rimane sullo sfondo, quella combattuta, ma è evidente nei comportamenti delle persone e nelle scene di vita quotidiana: le file davanti ai negozi, la fame, l’abbandono. Lo scrittore, infatti, si sofferma sui riflessi della guerre e le implicazioni psicologiche.
Frak, dunque, cresce nel degrado assoluto (la neve sporca), non conosce altra realtà che quella che respira ogni giorno, non immagina che un giorno si possa tornare a vivere in una diversa dimensione perciò si adegua al presente. È un ragazzo senza scrupoli perché la realtà è senza scrupoli. Non prova sentimenti perché la realtà non ha sentimenti. Non prova odio perché la crudeltà e la sopraffazione, somigliano a una regola burocratica. Non rispetta la vita, sua e degli altri, perché la vita in quel tetro inverno non ha senso, non è vita. Non sa riconoscere l’amore perché non lo ha mai visto. Frequenta posti malfamati, ufficiali ubriaconi e corrotti, puttane senza futuro e puttanieri viziosi, assassini e trafficanti di ogni genere. Il suo riferimento è Kromer, un giovane di qualche anno più grande, che si vanta continuamente dell’omicidio di un uomo senza motivo e dello strangolamento di una ragazza. Per Frank, l’omicidio rappresenta l’iniziazione, l’ingresso nel mondo degli uomini. Per gioco, per dimostrare a sé stesso che anche lui è capace, uccide un soldato occupante senza preoccuparsi di non lasciare tracce, anzi, fa in modo di essere notato sulla scena del crimine da un inquilino del suo stesso caseggiato, Holst. Seguiranno altri crimini, cercherà relazioni con le alte sfere con l’ambizione di entrare a far parte della ristretta cerchia di privilegiati. Frequenterà Sissy, la figlia sedicenne di Holst. La paragona a tutte le altre donne che ha conosciuto: è una puttana che si lascia conquistare facilmente. Incapace di riconoscere i sentimenti della ragazza la maltratta e la offende.
Lo snodo del romando è rappresentato, secondo me, dall’episodio tra Kromer e Sissy.
Frank chiede a Sissy di incontrarla a casa sua per fare l’amore. Predispone ogni cosa senza dire alla ragazza che la sta vendendo a Kromer. La ragazza scappa via nella neve dove rimane per ore e ore. Si ammalerà di polmonite. Il padre della ragazza non cercherà Frank, non gli chiederà spiegazioni, non lo affronterà. Questa è la sua vera colpa. Non pensa agli omicidi, ai furti o alle altre malefatta. Da questo punto in poi del romanzo Frank cerca l’espiazione per quella colpa.
Quando lo catturano si sente tranquillo, ormai per lui nulla ha importanza, non teme di essere picchiato, non teme la galera, non teme la morte, cerca l’espiazione. È assillato dal pensiero di Sissy e del padre. Resterà frastornato dall’accusa; non gli omicidi o i furti gli addebitano ma le banconote che ha in tasca, la provenienza di quelle banconote di grosso taglio segnate. Le banconote dei traffici sono state rubate da un alto ufficiale e pervenute a lui attraverso Kromer in cambio di orologi da collezione. Anche il potere bada al sodo, una vecchia ammazzata o un soldato incapace ucciso poco contano. I giorni passano uguali, neanche li conta, è rassegnato. Focalizza l’attenzione sulle scene di vita che riesce a sbirciare dalla finestra: una donna che apre la finestra ogni mattina durante le pulizie di casa. Cerca di osservarla a lungo ogni volta che può immaginando lo svolgimento delle giornate in una casa normale.. Poi cominciano gli interrogatori estenuanti. Infine confessa tutto. Aggiunge che non ha rapporti con gli oppositori, non li ha mai cercati. Dopo avere incontrato Sissy e il padre, su concessione dell’ufficiale che lo interroga, dichiara che non dirà più nulla. Sarà picchiato ma non importa, lui adesso può morire.
Anche quando i carcerieri vengono a prenderlo sul finire di una notte scende la neve. La primavera non arriva, va incontro alla fucilazione con la sensazione della vittoria. Per pochi giorni, dopo l’incontro con Sissy e il padre, ha avuto la gioia di sentirsi fuori dal degrado, dalla neve sporca. lo portano nel cortile per fucilarlo, viene giù ancora neve ma quella neve è bianca e lui non la vedrà trasformarsi in fango.
La seconda parte del libro mi ha ricordato Delitto e castigo. Frank cerca l’espiazione della colpa che non riesce a perdonarsi. Come il Raskòl'nikov di Dostoevskij, il Frank di Simenon desidera l’espiazione per una sorta di purificazione che avviene con la visita in carcere di Sissy e del padre. Il padre lo perdona ricordando un figlio suicida, la ragazza gli dice di amarlo di quell’amore che egli non è stato capace di riconoscere perché estraneo alla sua vita.
La neve era sporca è stata una bella scoperta.

George Simenon
La neve era sporca (La neige était sale)
1991 Adelphi Edizioni S.p.A. Milano
Trad. Mario Visetti

6 aprile 2020

Un pensiero e un saluto col dito medio - Enzo Montano

Maurizio Catellan - Dito, Piazza degli Affari, Milano

Un pensiero e un saluto col dito medio

Un pensiero a chi dice di voler collaborare e poi sputa veleno ogni giorno.

Un pensiero al duo mascherato perennemente in polemica perennemente in televisione.

Un pensiero agli sciacalli che passano il tempo a fare propaganda pur nella tragedia.

Un pensiero a chi “il nostro è il miglior sistema sanitario”, “non voglio pensare che cosa sarebbe accaduto se fosse successo al sud”, “noi ci rimbocchiamo le maniche”; e poi perdono un mese perché ordinano le mascherine a un’azienda che non esiste più.

Un pensiero a chi Chiamiamo Bertolaso! il fantasmagorico, lo scintillante, magniloquente, il supercalifragilistichespiralidoso; noi siamo lombardi, facciamo  precipitevolissimevolmente, subitaneamente, rapidamente, immantinente in soli sette giorni un ospedale con seicento letti, cinquecento, quattrocento… forse cinquanta, no ventiquattro, per adesso dodici…

Un pensiero a chi dopo circa un mese inaugura, con tanto di spumante e assembramento di persone, l’ospedale della Fiera di Milano, quello do seicento posti, ridotto a dodici e solo dopo l’inaugurazione si accorge che non ci sono i medici per farlo funzionare, sigillo all’ennesimo capolavoro leghista nella Sanità lombarda quasi del tutto privatizzata.

Un pensiero a chi indossa la mascherina anche quando fa la conferenza stampa per proteggere il microfono sperando che continuino ad indossarla per sempre risparmiandoci i loro ghigni.

Un pensiero al triste figuro, responsabile assoluto di tutti i grossolani errori della giunta leghista che regge la Lombardia e che, finché tutto andava bene, tutto andava bene ed era merito suo, adesso che emergono le sue incapacità la colpa è degli altri.

Un pensiero a chi “dal governo centrale abbiamo avuto solo briciole” salvo poi scoprire che la sua regione ha avuto più di tutti. “Altro che briciole da Roma. Lo Stato paga, la Regione decide acquisti e distribuzione. I dati richiamano Fontana e Gallera alle loro responsabilità”. Dichiara Massimo De Rosa, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle.

Un pensiero a chi soccombe nell’impietoso paragone con l’Emilia Romagna. Lì si lavora sul serio e senza chiacchiere. Lì costruiscono ospedali in due giorni senza conferenze, brindisi e inaugurazioni. Lì fanno i tamponi casa per casa. Lì risolvono i problemi senza gridare al lupo al lupo.

Un pensiero a chi distribuisce mascherine col logo di partito e sbraita continuamente cose senza senso.

Un pensiero allo sciacallo che si traveste continuamente, quello che adesso è in cerca di una tonaca e parla di madonne, chiese, rosari…

Un pensiero a chi, come denuncia l’UNEBA (Unione azionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale) con delibera di giunta regionale numero XI/2906, 8 marzo 2020, chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità.

Un pensiero ai giornalisti del nord, quelli che fanno le pulci al mondo intero ma non vedono quello che accade intorno a loro.

Un pensiero a chi "Il 90% dei morti è nelle regioni del nord. Cosa può esserci di diverso?
Persone più ligie, che vanno tutte a lavorare?"

Un pensiero a tutti gli altri longobardi che inopinatamente amministrano le bella Lombardia, ma mi fermo qui perché la lista sarebbe troppo lunga.

Infine un abbraccio ai lombardi che hanno la sventura di avere questi imbecilli a guidarli in una tragedia immane. Un abbraccio a tutte le persone che lavorano per noi, un abbraccio alle famiglie delle vittime, un saluto alle donne e agli uomini che ci hanno lasciato e, purtroppo, continuano a lasciarci.

4 aprile 2020

Rubens il partigiano e altri racconti – Enzo Montano

Rubens il partigiano e altri racconti – Enzo Montano
 
da “La biro”
[…]
Mentre verificava il modello e le dimensioni sul buono di riparazione, un movimento brusco della mano fece cadere la biro che aveva appena posato sul ripiano della scrivania. Si piegò per raccoglierla ma il cappuccio era sparito, non si vedeva più. Doveva trovarlo. Non riusciva a lasciar perdere, era come uscire di casa e lasciare il cassetto del comò aperto, o l’anta di un mobile della cucina spalancato, o una macchia di caffè sul pavimento del soggiorno. Quel cappuccio azzurro di una biro pubblicitaria del valore di venti o trenta centesimi in giro per il negozio, magari nascosto sotto uno degli espositori, rappresentava un segnale di disordine. Quantunque invisibile, malgrado piccolissimo, ancorché trascurabile, e per quanto Federico sarebbe stato preso durante la giornata da altri impegni e altri pensieri, sapeva benissimo che quel cappuccio azzurro della biro pubblicitaria del valore di venti centesimi, lo avrebbe inseguito appena la sua mente fosse stata sgombera da altri pensieri, proprio quando avrebbe cercato di distendersi in un piccolo riposo senza pensieri, in quel preciso momento si sarebbe materializzato il cappuccio azzurro a ballonzolare irriverente nella scatola cranica spintonando cose ben più importanti del cappuccio di una biro. Avrebbe circonflesso la mente su quel piccolo insignificante particolare e sarebbe diventato un chiodo fisso, una sorta di malessere leggero insopportabile per una persona metodica e ordinata.
Federico quasi si adagio sul pavimento per meglio vedere in controluce l’ombra dell’oggetto. Niente. Il cappuccio azzurro era occultato da un qualche sortilegio del folletto dispettoso, addetto a rovinare la serenità mattutina di chi si è alzato presto e prova a cominciare di buona lena una giornata di per sé poco gioiosa. Ma Federico non si lasciò turbare da quei pensieri, per nulla disposto a dargliela vinta all’antipatico folletto delle biro. Prese la ramazza e la passò meticolosamente sul pavimento fin sotto i mobili, almeno dove poteva arrivare, dopotutto il cappuccio azzurro della biro pubblicitaria del valore di venti centesimi giammai sarebbe potuto uscire. Doveva essere lì, non molto discosto dalla scrivania, dove lo costringeva ogni legge della fisica, della cinetica, della gravità e anche del buon senso. Non aveva il dono dell’invisibilità e neanche poteva muoversi autonomamente. Sicuramente sarebbe stato preda della scopa, sussurrava a Federico il suo realistico ottimismo. Invece no. Niente. Hai voglia a passare e ripassare la scopa. Quell’impertinente di cappuccio era ben nascosto. Diede un’altra occhiata sotto la scrivania, sposto la sedia, perlustro ancora il pavimento. Nessuna traccia del cappuccio della biro. Riprese a scrivere, aggiunse ancora qualcosa sulla nota eppure avvertiva un senso leggero ma persistente di, come dire, incompletezza? Era come se in quella scena, nello studiolo, si fosse spezzata la linea perfetta che ordinava gli avvenimenti nell’esatto accadere, proteggendoli dai possibili interventi esterni. Federico cercava di concentrarsi ma lo sguardo si andava a bloccare sempre, come ipnotizzato, sulla parte superiore della biro rimasta nuda, disarmonica, fuori contesto, senza il suo cappuccio azzurro che le conferiva completezza e anche una certa elegante autorevolezza, modesta ma dignitosa. Adesso invece appariva sciatta, neanche sembrava più una biro, somigliava più allo spuntone di un molo emerso dopo l’alta marea o a un palo di staccionata divelta o a un paletto di ferro sul marciapiede a cui era stato asportate il segnale per qualche ragione misteriosa. La sua vista risultava addirittura fastidiosa.
Non ricordava da quanto tempo stesse nel portapenne, forse anni, probabilmente l’aveva lasciata in negozio un rappresentante, un cliente, o più semplicemente gli era stata regalata da qualcuno chissà dove, dopotutto non si trattava di un oggetto capace di fissare un ricordo rintracciabile nell’affollata memoria di un qualsiasi individuo, preso continuamente dalle numerose eventualità poste dall’esistenza nella normale quotidianità. Una semplice biro pubblicitaria come tante del valore di venti centesimi, dal corpo esagonale, colorata longitudinalmente ognuna delle sei sezioni di giallo o di azzurro in maniera alternata, con il cappuccio azzurro. Un oggetto normalissimo utile alle più normali attività di un normalissimo quotidiano. Un oggetto senza alcun altro valore materiale né affettivo poiché Federico neanche ne ricordava la provenienza, eppure capace di originare un persistente senso di fastidio per il solo fatto di non riuscire a ritrovare il suo cappuccio, che pure non poteva che essere nello studiolo.
Con un certo sforzo riuscì a completare la nota ma senza che il pensiero del cappuccio azzurro lo abbandonasse. Per distrarsi e per lasciar passare il tempo che lo separava dall’orario di apertura, accese il computer
[…]

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Francesco Montemurro, La cantina di via Occidentale - Enzo Montano


Francesco Montemurro, La cantina di via Occidentale, Edigrafema Edizioni 2018

…Spagnoli, francesi o piemontesi,
per noi le cose vanno sempre bene!...

Recentemente ho avuto modo di leggere il romanzo di Francesco Montemurro “La cantina di via Occidentale”. Una piacevole sorpresa! Letture scorrevole, leggera, ironica, con diversi detti dialettali e dialoghi tra comari che da una parte dicono e dall’altra contraddicono.
Godibile la lettura della corrispondenza tra i vari uffici, e i verbali redatti, che si occupano del caso narrato, un tentativo di avvelenamento ai danni della matrona dei una delle famiglie più potenti del paesino di Collevigna (Bernalda).
Lo scambio delle missive, oltre a tratteggiare la pedante solerzia dei rappresentanti delle giustizia,   rivela l’alterigia di chi gestisce il potere e la vicinanza dello stesso ai potenti aggiustando i verbali delle dichiarazioni, non senza rinunciare all’ostentazione del ruolo che i singoli ricoprono: «… Lauretta cara, non mi devi creare imbarazzo … svolgo il ruolo di Giudice Istruttore e devo fare le cose per bene, come Dio comanda, cioè come la legge di Sua Maestà comanda!» dice il vice pretore alla vittima del veneficio, «Ma non sei filo borbonico? ‘Sti piemontesi traditori ci volevano a sciacquarti la testa…», «Ecco, lo vedi? Vedi Laure’, queste cose le devi tenere per te, ora non servono. Spagnoli, francesi o piemontesi, per noi le cose vanno sempre bene!...», :«Come minacciata? Volete forse dire che la confessione fu indotta con minacce? E no, speriamo di no… altrimenti un qualsiasi avvocaticchio farebbe saltare in aria le prove dell’accusa».
L’arroganza del potere la si riscontra anche tra i livelli più bassi, è il caso del guardiacaccia Marcello Gambatesa.
I personaggi adeguatamente tratteggiati paiono una galleria di incisioni d’epoca senza coloro appesi alla parete di un’antica residenza. Ma mano che si sfogliano le pagine lo scrittore lo scrittore li descrive, e allora escono dalle cornici, per prendere posto nella vicenda narrata. Alcuni sembrano colorarsi: Annarella, l’avvocato Marinelli, Guido Della Corte, il negoziante Pietro Albanese, altri – i più – rimangono bui fino all’ultima pagina proprio come le acqueforti attaccate al muro: Carmela la serva cattiva, la padrona/matrona Laura Pinto, innocente per diritto, il figlio Giovanni, il distratto questore, il vicequestore.
Pur nella leggerezza l’autore rimarca le differenze sociali molto nette dell’epoca: i padroni da una parte, i miserabili dall’altra, con in mezzo la nascente piccola borghesia e gli apparati burocratici quasi sempre pronti a ingraziarsi i potenti; la protervia dei padroni sui servi cui è negato anche il diritto di parola. I servi, quasi schiavi, sono i destinatari della magnanimità dei padroni per il solo fatto che si offre loro un pagliericcio di foglie secche e gli avanzi dei pasti per cibo. Spesso sospettati di ogni malefatta possibile: l’acqua delle scale è sporca, stava troppo vicino alle salsicce. Certo, la serva Carmela D’Esposito i dispetti li fa, ma se lo può permettere abbondantemente visto il terribile segreto di cui è depositaria.
Non mancano le invidie tra le serve. La bellezza è quasi sempre una colpa. In altri tempi l’invidia per la bellezza poteva preludere alla condanna al rogo.
Vi è il sussiego interessato dei popolani verso i proprietari: «Vatti a fidare della gente, e poi le avete e una casa e pure da mangiare! Quanta ingratitudine!», esprime così la vicinanza alla vittima del fallito veneficio una venditrice di ghiande alludendo all’autrice materiale del tentativo; per poi blandire sussurrando alla stessa: «Eh, non t’ pigghiànn’ velen’, ha fatt’ bbùon, Donna Lauretta è ‘na streg’!Ha fatt bbùon’» (Non ti preoccupare, hai fatto bene).
Non trascurabili le piccole diatribe dei galantuomini del circolo, degli inquilini della cantina di via Occidentale e tra i vari uffici, sebbene velatamente.
Infine il processo celebrato nelle intenzioni degli accusatori per mera formalità date le prove ritenute schiaccianti a carico delle imputate. Un processo inutile perché nessuno si è preso la briga di leggere con la dovuta attenzione la perizia ordinata dal pretore. Tutti distratti nelle faccende della vita privata o dalla vanità. La perizia, quindi, Non la legge lo stesso pretore, né il vicepretore, né il giudice, né il pubblico ministero. La legge per fortuna l’avvocato difensore. Ma quante volte in quel periodo sono state condannati degli innocenti, dei poveracci che non ebbero la fortuna di avere un bravo avvocato?
L’avvocato Marinelli evita una pesante condanna ad Anna. Si sottace alla giustizia il vero delitto, quello perpetrato dalla padrona-matrona e dalla serva senza scrupoli.

L’autore ci regala Una storia dalla lettura scorrevole, piacevolmente lieve e nel contempo ci regala immagini di un passato che ha segnato i nostri paesi, la cui eco non si è ancora spenta tra i vicoli e le strade testimoni di nomi e fatti. Un libro che consiglio di leggere.
Buona lettura!
1 aprile 2020

Enzo Montano

da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

The Oberlausitzische Library Of Science, Gorlitz - Germania
da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

L’“undicesimo volume” di cui parlo contiene riferimenti a volumi precedenti e successivi. Nestor Ibarra, in un articolo già classico della “NRF”, nega l’esistenza di questi volumi; Ezequiel Martinez Estrada e Drieu La Rochelle hanno confutato, forse vittoriosamente, questo dubbio. Ma il fatto è che, finora, le ricerche più diligenti sono rimaste senza risultato. Invano abbiamo scompigliato le biblioteche delle due Americhe e d’Europa. Alfonso Reyes, stanco di queste fatiche subalterne e poliziesche, propone che noi si intraprenda in comune l’opera di ricostruire i molti e massicci volumi che mancano: ex ungue leonem. Calcola, un po’ sul serio, un po’ per scherzo, che una generazione di Tlönisti potrebbe bastare. Questo calcolo arrischiato ci riporta al problema fondamentale: chi furono gli inventori di Tlön? I1 plurale è inevitabile, perché l’ipotesi di un solo inventore - d’un infinito Leibniz operante nelle tenebre e nella modestia - è stata scartata all’unanimità. Si pensa che questo brave new world sia opera d’una società segreta di
astronomi, di biologi, di ingegneri, di metafisici, di poeti, di chimici, di moralisti, di pittori, di geometri, sotto la direzione di un oscuro uomo di genio. Abbondano, infatti, gli individui che dominano queste discipline, ma non quelli capaci di invenzione, meno quelli capaci di subordinare l’invenzione a un piano rigoroso e sistematico com’è il piano di Tlön. Questo
piano è così vasto che il contributo di ciascuno scrittore dev’essere stato infinitesimale. A1 principio si credette che Tlön fosse un puro caos, una irresponsabile licenza dell’ immaginazione; si sa ora che è un cosmo, e le intime leggi che lo reggono sono state formulate, anche se in modo provvisorio. Mi basti ricordare che nelle contraddizioni apparenti dell’“undicesimo volume” s’è scorta la prova fondamentale che gli altri volumi esistono: tanto è lucido e giusto l’ordine in esso seguito. Le riviste popolari hanno divulgato, con perdonabile eccesso, la zoologia e la topografia di Tlön; io penso che le sue tigri trasparenti e le sue torri di sangue non meritino, forse, la continua attenzione di tutti gli uomini. Ma mi arrischio a spendere qualche minuto sulla sua concezione dell’universo.

da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

Napoli, Palazzo Reale
da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

Poscritto del 1947
Ho riprodotto l’articolo precedente come apparve nell’Antologia de la literatura fantástica 1940, senz’altra esclusione che di alcune metafore e d’una specie di riassunto burlesco che oggi risulterebbe fuori di luogo. Sono accadute tante cose da allora… Mi limiterò a farne cenno. Nel marzo 1941, in un libro di Hinton che era appartenuto a Herbert Ashe, si trovò una lettera manoscritta di Gunnar Erfjord. La busta recava il timbro postale di Ouro Preto; la lettera chiariva interamente il mistero di Tlön. Il suo testo conferma le ipotesi di Martínez Estrada. La splendida storia cominciò una notte di Lucerna o di Londra, al principio del secolo XVII. Una società segreta e benevola (che contò tra i suoi affíliati Dalgarno, e poi George Berkeley) sorse per inventare un paese. Nel vago programma iniziale figuravano gli “studi ermetici”, la filantropia e la cabala. A questo primo periodo risale il curioso libro di Andreä. In capo ad alcuni anni di conciliaboli e di sintesi premature, si comprese che una generazione non bastava per articolare un paese. Si decise che ciascuno dei maestri che formavano la società si sarebbe scelto un discepolo per la continuazione dell’opera. Questo ordinamento ereditario venne osservato. Poi, dopo uno iato di due secoli, la confraternita risorge in America. Nel 1824, a Memphis (Tennessee) uno degli affiliati parla con l’ascetico milionario Ezra Buckley. Quest’ultimo lo sta a sentire con un certo sprezzo e si ride della modestia del progetto. Dice che in America è assurdo inventare un paese e propone l’invenzione di un pianeta. A questa idea gigantesca ne aggiunge un’altra, figlia del suo nichilismo[6]: quella di mantenere il silenzio sull’enorme impresa. Circolavano allora i venti volumi della prima Encyclopaedia Britannica; Buckley suggerisce un’enciclopedia metodica del pianeta illusorio. Lascerà al pianeta i suoi filoni auriferi, i suoi fiumi navigabili, le sue praterie solcate dal toro e dal bisonte, i suoi negri, i suoi postriboli e i suoi dollari, ma a una condizione: “L’opera non patteggerà con l’impostore Gesù Cristo”. Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo. Buckley muore avvelenato a Baton Rouge, nel 1828. Nel 1914 la società rimette ai suoi collaboratori, che sono trecento, l’ultimo volume della prima Encyclopaedia di Tlön. La pubblicazione resta segreta: i suoi quaranta volumi (l’opera più vasta che mai si sia compiuta dagli uomini) dovranno servire di base a una altr’opera più minuziosa, redatta non più in inglese, ma in una delle lingue di Tlön. Questa revisione di un mondo illusorio si chiama provvisoriamente Orbis Tertius, e uno dei suoi modesti demiurghi fu Herbert Ashe, non so se come agente di Gunnar Erfjord o come affiliato. Il fatto che egli ricevesse l’“undicesimo volume” sembra favorire la seconda ipotesi. Ma gli altri volumi? A cominciare dal 1942, i fatti si moltiplicarono. Ricordo con singolare nettezza uno dei primi, e mi pare che sentii qualcosa del suo carattere premonitore. Accadde in un appartamento della via Laprida, dinanzi a un chiaro e alto balcone aperto sul tramonto. La principessa de Faucigny Lucinge aveva ricevuto da Poitiers il suo vaseIlame d’argento. Dal vasto fondo di un cassone costellato di etichette internazionali, venivano tratti alla luce oggetto fini e immobili: argenteria di Utrecht e di Parigi con una dura fauna araldica, un samovar. Tra il vasellame -con un percettibile e tenue tremore di uccello addormentato - palpitava misteriosamente una bussola. La principessa non la riconobbe. L’ago turchino anelava al nord magnetico; la cassa di metallo era concava; le lettere del quadrante erano d’uno degli alfabeti di Tlön. Fu questa la prima intrusione del mondo fantastico nel mondo reale. Della seconda, per un caso che m’inquieta, fui ancora testimone io stesso. Accadde alcuni mesi dopo, nel bazar di un brasiliano, alla Cuchilla Negra. Amorim e io tornavamo da Sant’Anna. Una piena del fiume Tacuarembò ci obbligò a provare (e a sopportare) quella rudimentale ospitalità. Il brasiliano ci sistemò due brande cigolanti in uno stanzone ingombro di botti e di cuoiami. Ci coricammo, ma ci tennero svegli fino all’alba le escandescenze d’un vicino invisibile, che pareva ubriaco e alternava bestemmie inestricabili con frammenti di canzoni lamentose: o meglio, con frammenti d’una sola canzone lamentosa. Com’è naturale attribuimmo quell’insistente baccano all’amicizia del padrone per il proprio vino… Ma all’alba, trovammo l’uomo morto nel corridoio. L’asprezza della sua voce ci aveva ingannato: era appena un ragazzo. Nel delirio, gli erano cadute dalla cintura alcune monete e un cono di metallo lucente, del diametro di un dado. Un bambino, che volle raccogliere questo cono, non ci riuscì. Un uomo lo sollevò, ma con gran fatica. Io lo tenni in mano per alcuni minuti e ricordo il suo peso intollerabile, che perdurò anche dopo che l’ebbi lasciato. Ricordo anche il cerchio preciso che mi scolpì sul palmo. Il fenomeno d’un oggetto cosi piccolo, e nello stesso tempo così pesante, lasciava un’impressione spiacevole, di sgomento e di paura. Un contadino propose di gettarlo nel fiume tumultuoso. Amorim lo acquistò per pochi pesos. Nessuno sapeva nulla del morto, tranne che “veniva dalla frontiera”. Questi coni piccoli e pesantissimi (fatti d’un metallo che non è di questo mondo) sono l’immagine della divinità in certe religioni di Tlön.