19 agosto 2018

La Comune di Parigi - Wladyslaw Broniewski

La Comune di Parigi - Wladyslaw Broniewski
                                     Elle se ne rende pas la Commune de Paris
Ascoltando, sii forte,
le labbra stringi.
Ecco come affrontò la sorte
la Comune di Parigi.
                  I
Cupi rombavano i tamburi,
le prime fucilate
all’alba scheggiavano i muri,
sorgevano barricate.

Un fortilizio s’arrende,
la fine è vicina.
Come da vene il sangue scende
da ogni strada parigina.

Ma la Comune accetta la sfida,
per morire non è tardi!
Parigi rabbiosa grida:
“All’assalto, comunardi!

Lavoratori, all’assalto!
Figli! Donne! Vivremo!
Sangue a fiotti sull’asfalto,
ma anche per oggi ne avremo!

Prima che il canagliume
sui nostri corpi rovini,
alle barricate, o Comune,
all’assalto, cittadini!”
                    II
Laggiù i rossi son battuti,
ed ecco, d’acciaio splendenti,
a Montmartre son piovuti
di Versailles i reggimenti.

E là, dove a marzo han fucilato
I generali Thomas e Lecomte,
solleva l’arma un graduato
e urla davanti al fronte:

“Soldati! Questi furfanti
sterminate in un momento!”
I soldati ottusi e zelanti
ne addossano al muro oltre cento.

Al crepitio degli spari
il suolo si fa vischioso.
Sotto i chepì dei sicari
si cela l’occhio furioso.


                    III      
A Père-Lachaise già fioriscono i castagni,
profuma l’erba schiacciata da coloro
che in essa giacciono – i compagni
morti “in nome del diritto e del lavoro”.

Generale Galliffet, doma la rivolta,
che ai tuoi soldati si fiacchino le mani!
Oggi quaranta! Duecento alla volta!
Cinquemila! Diecimila domani!

Generale Galliffet, per l’esecuzioni
la Francia una medaglia ti darà!
Galliffet, hai il sangue sui calzoni!
Galliffet, assassino, puzzi di viltà!

Nel cimitero Pére-Lachaise il giorno langue,
biancheggia il muro nel buio serale.
No, non è l’erba che profuma – è il sangue!
Non è un cimitero – è un covo spettrale!

                     IV
Notte, notte d’incendi,
greve, nefasta.
La Comune come nembi
il pericolo sovrasta.

Capisaldi distrutti,
speranze allo stremo.
“Cittadini, presto tutti
a turno periremo”.

Dąbrowski a terra giace,
Raoul Rigault soccombe,
ai crocevia – una strage,
si scavano le tombe.

Tu, branco di sparvieri,
che il popolo disarmi:
generali, banchieri,
preti e gendarmi!

A Parigi! Vendetta!
I boia han decretato:
croce e baionetta
sul proletariato.

Ma Parigi sa morire,
Comune, alla riscossa!
Libertà! A te fluire,
la tua acqua è rossa…

                   V
“Cittadino Delescluze, giù la testa, incosciente!
La barricata cadrà, lì la morte è sicura!”
Ma il vecchio con la fascia rossa non sente,
sta ritto, poggiandosi al bastone, non ha paura.

Place Château d’Eau conquistata. Altrove,
a destra, si resiste, s’è arresa la riva manca.
“Cittadini, avanti!” Ma nessuno si muove.
Il vecchio è solo. Il vento arruffa la chioma bianca.

Passo passo, a fatica, giunse alla barricata,
e là, tra i cadaveri di cento comunardi,
come il capitano d’una nave abbandonata,
il delegato della Comune cadde.

Strepito e spari. I versagliesi fanno una barriera.
La strada è vuota. A terra solo quel corpo nell’ombra,
inerte, come dall’asta una lacera bandiera,
il selciato è il suo stendardo, e Parigi – la tomba.

                     VI
Incendi, incendi, incendi
E nel fumo ancora si spara.
Parigi, no, non ti arrendi!
Sanguinante, incantevole, amara!

Anche se dovrai cadere,
ché non c’è scampo oramai,
per vendicar Delescluze e Millière
gli ostaggi al muro metterai:

gesuiti, spie, un prete grasso,
un banchiere, un poliziotto…
Ma il numero è basso:
soltanto quarantotto.

                      VII
La morte s’affretta,
contate le ore:
la baionetta
sul lavoratore.

Inondazione
di sangue umano.
A lungo un rione
rintrona lontano.

Ancora non basta,
ancora si spara!
La pioggia nefasta
il cielo rischiara.

Carica! Fuoco!
Alla baionetta!
S’ode un grido roco:
“Non cedere, aspetta!”

                      VIII
Lotta, o barricata!
Muori, o barricata!
Canto di Parigi,
trasformati in rombo!
Come un rossoalato
stormo di uccelli
vola oltre i corpi
sull’ali del piombo!

Lotta, o barricata!
Perisci, o indomita!
Verrà la vittoria,
verrà il giusto premio.
O lavoratori,
tenetelo a mente!
O proletariato
di Francia e del mondo!

Muori, o barricata!
La bandiera in alto!
Invitta e libera,
cadi impassibile,
severa, l’ultima
nella morta città,
indistruttibile,
indistruttibile!

                   IX
Oltre trentamila i fucilati,
centomila gettati in catene.
Dissanguata, senza più boati,
Parigi intorpidita geme.

Un proclama è stato emesso:
“Parigini – c’è scritto –
nella città tornano adesso
lavoro, ordine e diritto…”

Il selciato divelto
mostra i denti di pietra,
stridìo di catene, a passo svelto,
marcia la soldataglia lieta.

Borghesia, ritorna da Versailles!
Ringrazia pure il tuo dio!…
Gli ultimi fuochi ardon qua e là,
le strade son vuote. Comune, addio!…
1928

Trad. Paolo Ststuti

La pittura - Kazimierz Wierzyński

Karl Louis Preusser - In der Dresdner Galerie
La pittura - Kazimierz Wierzyński

Ecco la mia frutta:
Le verdi mele di Cézanne,
Aspra giovinezza,
Dura gioia,
Forte rugiada
Di sera e di mattina.

Ecco il mio mezzogiorno:
Lugubre requiem,
Si sono accesi i girasoli
Sulla testa
Di san Van Gogh.

Ecco i miei sogni:
L’arlecchino rosa di Picasso
Pensoso, come Eudimione,
Mentre sull’architrave greco
Pascola le pecore.

Ed ecco il mio tutto:
Guardo quei colori e attraverso essi
Sento sussurri musicali,
Come Chopin
Nella galleria di Dresda.

da Uno staio di papavero

Trad. Paolo Statuti

Il lucchetto - Anna Świrszczyńska

Paris Bordon allegoria con Marte Venere e Cupido
Il lucchetto - Anna Świrszczyńska

I nostri corpi
non vogliono separarsi.
Si sono serrati con le braccia
e ci guardano con terrore,
come due bambini guardano un assassino
che si avvicina.

Non capiscono niente. Impazziti,
bagnati di lacrime,
tremanti dal singhiozzo,
chiedono, chiedono senza fiato
perché.
E non ascoltano la risposta,
chiedono di nuovo
senza fiato, senza fiato,
gemendo, implorando
pietà.

Ma noi
non possiamo aver pietà di loro.
Spezzeremo il lucchetto delle braccia,
strapperemo i capelli arruffati
getteremo
nelle due parti della stanza
due morenti
impotenti brandelli.

1972

Trad. Paolo Statuti

La donna conversa con la sua coscia - Anna Świrszczyńska

Pierre Auguste Renoir - Bagnante con capelli biondi
La donna conversa con la sua coscia - Anna Świrszczyńska

Solo grazie alla tua bellezza
posso partecipare
ai riti dell’amore.
Le mistiche estasi,
i tradimenti voluttuosi
come scarlatto rossetto,
il perverso rococò
dei grovigli psicologici,
la dolce nostalgia del corpo
che mozza il respiro nei petti,
i crateri del tormento
che precipita sul fondo del mondo –
li devo a te.
Con che tenerezza devo ogni giorno
sferzarti con la sferza dell’acqua gelata,
giacché proprio tu mi concedi di giungere
alla bellezza e al senno,
che niente può sostituire.
Si schiudono dinanzi a me
nell’attimo dell’amore
le anime degli amanti e le possiedo.
Guardo, come scultore
la sua opera,
i loro volti serrati dalle palpebre,
straziati dall’estasi,
densi
di felicità.
Leggo come angelo
i pensieri nei crani,
sento nel palmo
il cuore umano che batte,
ascolto le parole
che l’uomo all’uomo sussurra
nel più sincero istante della vita.

Entro nelle loro anime,
percorro
la strada dell’incanto o dello sgomento
verso contrade inaudite
come fondi di oceani.
Poi, carica di tesori,
torno a lungo
in me stessa.

Oh, quante ricchezze,
quante costose verità,
che ingigantiscono in un’eco metafisica,
quante iniziazioni
delicate e sconvolgenti
devo a te, coscia mia.

La più compiuta bellezza della mia anima
non mi darebbe alcuno di quei tesori,
se non ci fosse la tua tersa, liscia grazia
di animaletto amorale.

1972

Trad. Paolo Statuti