18 febbraio 2018

I colori e la luce – Enzo Montano

Jean Honoré Fragonard – L’altalena 2, 1767, olio su tela. Londra, Wallace Colletion.
I colori e la luce – Enzo Montano
(L’altalena di Fragonard)

non avrò
parole, non avrò pensieri,
ma nel petto mi salirà un infinito
amore e come uno zingaro andrò
lontano...
Arthur Rimbaud

Orchestra di luci, colori e
vegetazione rigogliosa in danza
con i raggi del sole penetranti.

È un attimo fuggente: gli occhi festeggiano
la mente tace senza ricercare altro
se non quello che si osserva:
una bella ragazza seducente e provocante,
in altalena, la sua gonna è frusciante e luminosa,
l’amante nascosto in un cespuglio
sbircia le gambe e la scarpetta in volo,
il marito sorridente fa oscillare l’altalena.

L’immagine è leggera, svolazzante, frivola;
Cupido e due amorini sono spettatori immobili.
 

Sontuosa bellezza – Enzo Montano

Agnolo Bronzino - Ritratto di Lucrezia Panciatichi
Sontuosa bellezza – Enzo Montano
(Lucrezia Panciatichi di Agnolo Bronzino)

“Bellezza è verità, verità bellezza,” –  questo solo
Sulla terra sapete, ed è quanto basta.
John Keats – Ode a un’urna greca

Malinconico e fiero insieme
appare lo sguardo di Lucrezia
a me che con gli occhi accarezzo
i fini lineamenti perfetti nelle grazia
e nelle proporzioni prima di tuffarmi
nell’azzurro grigio degli occhi .
Vorrei conoscere i suoi pensieri,
se legge altro dopo le preghiere,
se l’ostentazione della fede
tra le caste colonne ioniche
è solo apparenza,
se i gioielli, gli abiti bellissimi e
le agiatezza della vita
bilanciano la sua bellezza sontuosa
e la fedeltà all’anziano coniuge.

Alla fine ripenso le parole del Vasari
sul ritratto: “privo solo dello spirito”.

Complessa armonia – Enzo Montano

Agnolo Bronzino - Allegoria del trionfo di Venere, 1540/45, olio su tavola. National Gallery, Londra.
Complessa armonia – Enzo Montano
(Allegoria del trionfo di Venere del Bronzino)

E l'amore guardò il tempo e rise...
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.
Luigi Pirandello

Armonia leggera, complessità profonda;
interdizione, curiosità, stupore, attesa.

Questo lo stato d’animo di fronte
al perfetto manierismo del Bronzino.
L’erotismo è gentile, idealizzato,
etereo, sensuale quasi per dovere.
Il bacio di Cupido e la mano sul seno
di Venere che stringe il pomo doro di Paride,
racconta la sensualità dell’amore
di cui gioisce il putto con i petali di rose.
Spesso l’amore è inganno, dice la ragazza
con la mano inversa e con la coda di scorpione,
mentre guarda Cupido togliere il diadema
alla Dea, e lei un freccia dalla faretra di lui.

L’inganno in perenne attesa incombe
con i suoi trucchi e le maschere
i malanni, gli smarrimenti e le follie,
ma è il tempo il giudice supremo
assieme al vero, capace di strappare le finzioni,
di dissipare gli incantesimi…

16 febbraio 2018

L’egoista – Enzo Montano

L’egoista – Enzo Montano

Forza di lacrime non sgorgate
solca il viso deturpato,
lo scava come punta d’aratro.
Poi la tarda notte nera
copre le cose e i dolori,
nasconde forme e profili;
ed esalta quel che è l’effimero.

La luce del mattino
penetra la tenda
restituisce forma e nomi propri
riporta sofferenze conosciute
e cancella quello che non è più
o mai forse lo è stato.

Lui è in gabbia, solo:
il mostro non lo molla,
gli martella testa e viso,
schizzi di cervello volano lontano,
materia estranea
si secca sul selciato e muore.
Rinchiuso nella sua gabbia d’oro
con le chiavi in tasca
incapace di un pensiero in volo
non spezza le catene
e lotta forse invano,
in attesa del tuffo dello squalo.

Altro non è più!

Tutti rincorrono nuovi sogni,
fuggito via anche il sole
stanco di tanto dolore
gioca col rosa delle nuvole.

Lui è sempre lì
appagato dalle torture
non esce dalla sua prigione:
è solo lui col mostro sorridente.

Lui è l’egoista.

Le mille e una notte – da “Il facchino e le dame”

Pieter Claesz - still life with musical
Le mille e una notte – da “Il facchino e le dame”

C’era una volta nella città di Baghdad un uomo che di mestiere faceva il facchino e non aveva moglie. Un giorno che stava come al solito sulla piazza del mercato, sdraiato indolentemente per terra con il capo appoggiato sulla sua gerla, una donna si fermò davanti a lui. un lungo mantello di broccato di seta di Mossul l’avvolgeva completamente. portava in testa un turbante di un colore luminoso e ai piedi stivaletti scarlatti allacciati da trecce screziate e bordati da passamaneria multicolore.
Per un momento osservò il facchino in silenzio, poi sollevò il velo che le copriva il viso: apparvero allora due occhi neri delicatamente oblunghi tra la frangia delle lunghe ciglia che ombreggiavano le palpebre. “Le sue estremità sono preziose e delicate; tutte le qualità fisiche si sono dare appuntamento nella sua persona”, avevano l’abitudine di cantare quelli che si dilettavano a tessere le lodi.
(…)
Rivolgendosi al facchino, la bella sconosciuta disse con voce soave:
- Facchino, prendi la tua gerla e seguimi!
Il brav’uomo a tutta prima non credette alle sue orecchie e non si sentì sicuro della realtà di quelle parole se non quando si vide correre dietro alla gentile fanciulla, con la gerla sulle spalle.
- Giorno fortunato! giorno di prosperità! - mormorò tra sé, regolando prontamente il suo passo su quello di lei.
Arrivarono alla porta di una casa ed ella bussò. Un vecchio, palesemente cristiano, scese dal piano di sopra e venne ad aprirle. Lei gli consegnò una moneta d’oro in cambio di un orcio di quelli in cui di solito si mettono a bagno le olive. Ma questa volta l’orcio conteneva del vino chiaretto… Appena il prezioso recipiente ebbe trovato posto nel paniere, la bella fanciulla si voltò verso colui che l’accompagnava dicendo:
- Facchino, alza la tua gerle e seguimi!
- Va bene, forza – acconsentì quel bravo giovane.
E riprendendo la gerla la seguì, continuando a mormorare:
- Giorno propizio! giorno fecondo! giorno di allegrezza!...
La donna lo fece in seguito fermare davanti alla bottega di un fruttivendolo. Comprò mele di color chiaro, cotogne di Turchia, pesche di Khullan, mele moscatelle, gelsomini, ninfee di Siria, cetrioli delicati, limoni di Marakib, cedri reali, rose bianche, basilico, fiori di henné, camomilla fresca, violacciocche, mughetti, gigli, anemoni, viole, occhi di bue dai petali gialli, narcisi, fiori di melograno… Sistemò tutto nella gerla del facchino e quindi si recò dal macellaio.
- Tagliami dieci ratl di carne buona di pecora – gli disse consegnandogli la somma necessaria.
Il macellaio tagliò davanti a lei i pezzi che essa voleva, li incartò e li consegnò ai due clienti che si affrettarono a sistemarli nella gerla, insieme a un sacchetto di carbonella.
- Facchino - ordinò ancora la dama - prendi la tua gerla e seguimi!
L’altro, molto meravigliato, sollevò senza sforzo il suo fardello e se lo mise sulla testa; e la donna lo trascinò questa volta da un mercante di frutta secca, dove comprarono le migliori varietà di ghiottonerie dolci e salate, indispensabili sulla mensa di chi voglia far baldoria come si deve: ciat salato, olive snocciolate, olive dolci conservati nella calce, dragoncello, giuncata, formaggio di Siria, verdure conservate, salate e non. Sistemò tutto nella gerla e ancora una volta ordinò:
- Facchino prendi la tua gerla e seguimi!
Stavolta si trovarono davanti al negozio di un pasticciere, dove la bella compratrice si procurò un vassoio rotondo che colmò di tutte le varietà di dolciumi in mostra: bignè al burro, merletti di pasta di frittelle, torte farcite aromatizzate al muschio, caramello turco, paste di mandorle ai pistacchi, focacce ai datteri, semolino al latte, senza contare le ghiottonerie dai nomi evocatori – “fronzoli languidi di comare Salih”, “pettini d’ambra”, “dita di Zaynab”, “pane delle vedove”, “bocconcini del giudice”, “sgranocchia-e-ringrazia”, “imbutini delle belle”, “castellucci di vento”… E il vassoio andò anch’esso a prender posto sopra a quanto già era sistemato nella gerla.
- Mia cara signore - fece ironico il facchino - doveva avvertirmi all’inizio del percorso che avrei dovuto trasportare un vero e proprio carico di viveri! Se l’avessi saputo, mi sraei fatto scortare da qualche cavallo da tiro, o meglio ancora da un cammello, per comodità di trasporto!
La dama gli rispose con un sorriso e continuò per la sua strada. Arrivarono finalmente da un mercante di droghe e profumi, dove essa si procurò dieci flaconi di profumi ai fiori di zafferano e dieci flaconi di essenza di ninfea, due pan di zucchero, una bottiglia di acqua di rosa al muschio, grani d’incenso, legno di aloe, ambra, granelli di muschio, qualche lampioncino dotato di candele di cera, bugie della stessa specie e un assortimento di ceri di Alessandria. Riuscì ancora a sistemare tutto nella gerla e, voltandosi verso il facchino, ordinò per l’ultima volta:
- Facchino, prendi la tua gerla e seguimi!
(…)

Le mille e una notte – da “Storia del secondo derviscio qalandar”

Joachim Beuckelaer - Mercato
Le mille e una notte – da “Storia del secondo derviscio qalandar”

(…)
Ero appena arrivato al palazzo, che tutta la città venne sconvolta dalla notizia: il re aveva scelto un nuovo visir per governare il suo regno… e quel visir era una scimmia!
Appena fui alla presenza del re, mi prosternai a terra davanti a lui, lo salutai con tre profondi inchini, baciai la terra ai suoi piedi poi, davanti a tutti i dignitari del regno, mi sedetti sui calcagni come gli esseri umani. Davanti a un tale sfoggio di buone maniere, i presenti non nascosero la loro ammirazione, e il re meno di chiunque altro:
“Ecco qualcosa che ha decisamente del prodigioso!” esclamò.
A questo punto congedò tutti gli emiri e tutti gli altri presenti per restare solo con me, autorizzando a rimanere in nostra compagnia solo un domestico e un giovane buffone di corte.
Poi gridò un ordine e venne portata una tavola ben fornita. Poiché mi faceva cenno di partecipare al suo pasto, mi affrettai ad alzarmi, baciai rispettosamente la terra per ringraziarlo dell’invito e, dopo essermi lavato sette volte le mani, presi posto accanto a lui, sdendomi ancora una volta sui calcagni. Mi servii osservando scrupolosamente le migliori regole di educazione. Finalmente, quando ebbi terminato, afferrai un calamo, lo immersi nell’inchiostro e, appoggiandomi sul bordo della tavola, scrissi questi versi:

Accorri presso le alzavole che oziano
nel bagno primaverile di un pinzimonio…
Pronuncia l’elogio funebre della frittura
e il penegerico dei filetti di carne alla gliglia!

Celebra la memoria delle pernici, volatili
che per mio conto non ho smesso di onorare;
e non dimenticar di parlare
di pulcini fritti e di pollastre!

Rimpianti del mio cuore
per due piatti di pesce accompagnati
da due focacce di pane
dai dolci aromi!

Nei fondi tegami le uova
aprono il grande occhio triste,
desolate di aver dovuto finire i loro giorni
– sorte crudele! – su di un braciere ardente…

Dio, che ottima grigliata!
E dopo quel piacere rinfrescante
di un briciolo di insalata intinta
nell’aceto delle scodelle!

Ah, non mi tormenti la fame senza lasciarmi
trovar rifugio presso la zuppa di frumento,
buona se mangiata al chiarore dei cerchi d’oro
che scintillano su braccia di donna!

Pazienza, anima mia, perché la fortuna
si compiace di imprevisti cambiamenti.
oggi ti condanna al digiuno,
domani ti libera da qualsiasi pensiero…


Il re lesse quel che avevo appena scritto e rifletté a lungo. La scena cui aveva assistito era decisamente straordinaria… Portarono via le pietanze e ci presentarono le bevande, in nappi di vetro appositamente fabbricati per quell’uso. Il re bevve per primo, poi mi tese la coppa. Baciai la terra davanti a lui, immersi le labbra nella bevanda e mi affrettai a scrivere questi versi per lui:

Mi hanno bruciato con tizzoni ardenti,
impazienti di ottenere da me confessioni,
ma saldo mi hanno trovato
nell’avversità

– una discrezione per la quale ho meritato
una quantità di elogi…
e di posare spesso le labbra
sulle labbra delle belle…


Questa volta i miei versi ebbero di mettere il re in un vero e proprio imbarazzo… “E’ mai possibile” aveva l’aria di pensare “che così bei modi, che un’istruzione così perfetta siano riuniti davvero nella sua persona? Se solo si trovassero in un essere umano, non potrebbero non fare di lui il personaggio più straordinario del suo tempo…”
Mi presentò una scacchiera e a cenni mi chiese se ero disposto a fare una partita con lui. Con un movimento della testa acconsentii, ancora una volta baciai la terra e cominciai a disporre i pezzi sulla scacchiera, prima sul suo lato poi sul mio. Persi la prima partita, riuscendo tuttavia a far capire al mio avversario che non ero del tutto spiazzato davanti ai suoi attacchi, poi vinsi la seconda e la terza, il che no mancò di colmarlo di stupore. Alla fine presi di nuovo la penna e gli offrii questi versi.

I due eserciti hanno combattuto con accanimento,
un’ora dopo l’altra, per tutto il giorno,
e col passar del tempo, il loro ardore
non ha fatto che aumentare.

Ma adesso che l’ombra della notte
cala su di loro, costretti a dormire dove sono,
i soldati nemici si accingono
a dividersi fraternamente lo stesso letto.


Per la meraviglia e lo stupore, davanti a quell’ultimo segno di delicatezza, il re per poco non rinase senza fiato.
(…)

La paura di Montalbano, da "Ferito a morte" – Andrea Camilleri

Filippo De Pisis - Pesce bottiglia di vino e coltello su tavolo
La paura di Montalbano – Andrea Camilleri
da Ferito a Morte

(…)
Niscenno dal commissariato gli venne improvviso quanto travolgentespinno di un piatto di pasta condita con pesto alla trapanese, pietanza che Adelina, per imperscrutabili ragioni, si rifiutava di fargli. Arrivò davanti al supermercato che le saracinesche erano abbassate a metà. Si calò, trasì, si trovò davanti il direttore, il signor Aguglia.
- Commissario, desidera?
- Volevo un barattolo di pesto alla trapanese.
- Stia qua, glielo vado a prendere io.
Le luci del supermercato erano per tre quarti astutate, nelle casse non c’era più nessuno. Tornò il direttore col barattolo.
- Ecco qua. Lo pagherà la prossima volta….
(…)
A Marinella cuocì la pasta, la scolò, la mise nel piatto, ci versò dintra tutto intero il barattolo di condimento (“per quattro persone”, c’era scritto), s’assittò al tavolo della stessa cucina, se la scialò.
Nel frigorifero trovò triglie con la salsetta di pomodoro preparate da Adelina, le quadiò, sele godé.
Dopo mangiato, lavò accuratamente i piatti per non lasciare segno del pesto alla genovese, se Adelina l’indomani se ne addunava capace che avrebbe attaccato turilla. Si fece persino scrupolo di infilare il barattolo vacante proprio in fondo al sacchetto della spazzatura. Poi s’assittò davanti alla tele visione, soddisfatto come un assassino che è certo d’aviri fatto scomparire ogni traccia del delitto.
(…)