24 settembre 2018

da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa

Vincent Van Gogh - Lavanda e Girasoli
da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa
93.
Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi chino sui miei sogni è su qualcosa che mi chino. Se vedo la vita passare, sogno qualcosa. Di qualcuno, uno ha detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e profilo delle figure della vita. Per me, anche se potrei comprendere che si usasse una frase simile, non l’accetterei. Le figure del sogno per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele. Ogni vita – quella dei sogni e quella del mondo – ha una realtà uguale e propria, ma diversa. Come le cose prossime e le cose remote. Le figure dei sogni sono più prossime a me, ma […]?

da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa

Vincent Van Gogh - Garden of the Asylum, 1889
da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa
82.
A volte, osservando il lavoro letterario cospicuo o, quanto meno, costituito da cose estese e complete, di tante creature che conosco o di cui so, sento dentro di me una invidia incerta, un’ammirazione sprezzante, un misto incoerente di sentimenti diversi . Fare una cosa completa, intera, buona o cattiva – e se non è mai interamente buona, molto spesso non è neanche del tutto cattiva – sì, fare una cosa completa, a volte mi provoca più invidia di qualunque altro sentimento. È come un figlio: è imperfetta come ogni essere umano, ma è nostra come lo sono i figli. E io, che per il mio stesso spirito critico posso vedere solo i difetti, le lacune; io, che oso scrivere solo dei brani, frammenti, stralci dell’inesistente, anche io stesso, nel poco che scrivo, sono imperfetto. Sarebbe molto meglio, allora, o l’opera completa, seppure brutta, che in ogni caso è opera; o l’assenza di parole, il silenzio totale dell’anima che si riconosce incapace di agire.

da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa

Vincent van Gogh, Il giardino dell'ospedale a Saint-Rémy, 1889
da “Il libro dell’inquietudine” – Fernando Pessoa
79.
Non so che vaga carezza, tanto più lieve perché non è una carezza, la brezza incerta della sera mi porta alla fronte e alla comprensione. So soltanto che il tedio che patisco mi si adatta meglio, per un momento, come una veste che non striscia più su una ferita. Povera sensibilità che dipende da un piccolo movimento dell’aria per riuscire, seppure episodicamente, a trovare la propria tranquillità! Ma ogni sensibilità umana è così, e non credo neppure che sulla bilancia degli esseri umani pesi di più il denaro guadagnato alla svelta o il sorriso ricevuto all’improvviso, cose che per gli altri sono quello che, in questo momento, è stato per me il breve passaggio di una brezza discontinua. Posso pensare di dormire. Posso sognare di sognare. Vedo più chiaramente l’obiettività del tutto. Uso con maggiore conforto il sentimento esteriore della vita. E tutto questo, davvero, perché, quando arrivo quasi all’angolo della strada, un movimento della brezza nell’aria rallegra la superficie della mia pelle. Tutto ciò che amiamo o perdiamo – cose, esseri, significati – ci sfiora la pelle e così arriva alla nostra anima e l’episodio, in Dio, non è altro che la brezza che non mi ha portato niente se non il sollievo immaginato, il momento propizio e il poter splendidamente perdere tutto.

da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Andrè

Vincent Van Gogh - Blossoming Acacia Branches, 1890
da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Andrè

Certe volte, la maggior parte delle volte, tutte le volte, per quanto mi riguarda, il raggiungimento dell’obiettivo è inconciliabile con una data di consegna: l’obiettivo, quello che a me sembra essere il bello, non è conseguibile a priori perché a priori non è ottenibile. È un libero cercare una parola leggera che dica tutto col peso di niente e che ci sembri vera.
***
Non mi è mai successo di produrre ai ritmi di una gallina ovaiola e farò di tutto perché ciò continui a non accadere.
***
Scrivere comporta tempo, anche per le chiacchiere di un concerto. Ma è meglio non scrivere una frase intera piuttosto che togliere una sola parola che dia il senso ad una frase.

da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Andrè

Vincent Van Gogh - Landscape with Bridge across the Oise, 1890
da “Sotto le ciglia chissà” - Fabrizio De Andrè

Due persone vivono in due diversi ambienti di campagna (uno in Piemonte, l’altro in Sardegna): ognuno scrive all’altro descrivendo la propria campagna e ognuno dei due si incazza per le differenze polari sentendosi preso per il culo: per andare d’accordo ambedue dovrebbero lasciare la propria campagna per recarsi in quella dell’altro: ma la cosa migliore è credere nei reciproci racconti, acquisendo nuova cultura senza prendere alcun traghetto.
***
E dopo aver parlato
di donne, parenti, malattie
e canzoni, col mio amico
di Napoli c’era ancora da
fare, per esempio pescare.
E dopo aver parlato
di questo e di quello
persino di cosa mangiare
per poter risparmiare
col mio amico di Genova
c’era ancora da fare,
acqua da navigare.

23 settembre 2018

Assassinio (Due voci all’alba in Riverside Drive) – Federico Garcia Lorca

opera di Thomas Hart Benton
Assassinio (Due voci all’alba in Riverside Drive) – Federico Garcia Lorca

Com’è successo?
Uno spacco sulla guancia.
Tutto qui!
Un’unghia che stringe lo stelo.
Uno spillo che si immerge
fino a trovare le sottili radici del grido.
E il mare smette di muoversi
Come, com’è successo?
Così.
Che dici! Ma proprio così?
Si.
Il cuore è uscito fuori da solo.
Ahi, ahimè!

Traduzione di Valerio Nardoni
da Federico Garcia Lorca, Nuda canta la notte, a cura di Valerio Nardoni
Corriere delle Sera - Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti

Paesaggio della moltitudine che vomita (Tramonto di Coney Isalnd) – Federico Garcia Lorca

dipinto di Fernando Botero
Paesaggio della moltitudine che vomita (Tramonto di Coney Isalnd) – Federico Garcia Lorca

La donna grassa veniva davanti
strappando le radici e bagnando la pergamena di tamburi.
La donna grassa,
che rivolta la testa ai polpi agonizzanti.
La donna grassa, nemica della luna,
correva per le strade e gli appartamenti disabitati
e lasciava negli angoli piccoli teschi di colombe
e destava le furie dei banchetti dei secoli ultimi
e chiamava il demonio del pane sulle colline del cielo spazzato
e filtrava un’ansia di luce nei movimenti sotterranei.
Sono i cimiteri. Lo so. Sono i cimiteri
e il dolore delle cucine sepolte sotto la sabbia.
Sono i morti, i fagiani e le mele di un altro tempo
quelli che ci spingono in gola.

Arrivava il rumoreggiare della selva del vomito
con le donne vuote, con bambini di cera calda
con alberi fermentati e i camerieri infaticabili
che servono piatti di sale sotto le arpe della saliva.
Non c’è nulla da fare, figlio mio, vomita! Non c’è nulla da fare.
Non è il vomito degli ussari sul seno della prostituta,
né il vomito del gatto che per sbaglio ha ingoiato una rana.
Sono morti e graffiano con le mani di terra
le porte di selce dove imputridiscono nubi e dessert.

La donna grassa veniva davanti
con la gente delle navi, delle taverne e dei giardini.
Il vomito agitava delicatamente i suoi tamburi
fra alcune bambine di sangue
che chiedevano protezione alla luna.
Povero me1 povero me! Povero me!
Questo mio sguardo che è stato mio e non è più mio.
Questo sguardo che trema nudo per l’alcol
e si congeda da nave incredibili
sugli anemoni dei moli.
Mi difendo con questo sguardo
che sgorga dalle onde dove l’alba non si arrischia.
Io, poeta senza braccia, perduto
nella folla che vomita,
senza un cavallo effusivo che tagli
il folto muschio delle mie tempie.
Ma la donna grassa era ancora davanti
e la gente cercava farmacie
dove si fissa l’amaro tropico.
Soltanto quando issarono la bandiera e arrivarono i primi cani
la città intera si accalcò alla spalletta dell’imbarcadero.

Traduzione di Valerio Nardoni
da Federico Garcia Lorca, Nuda canta la notte, a cura di Valerio Nardoni
Corriere delle Sera - Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti