26 aprile 2018

da La cucina totalitaria – Wladimir Kaminer

Justus Juncker - In the Kitchen
da La cucina totalitaria – Wladimir Kaminer

Per prima cosa, passammo al setaccio Kazan' alla ricerca di qualcosa di commestibile. Ma nei negozi trovammo solo fiammiferi, acqua minerale, pantofole verdi e sigarette "Prima". La nostra ultima speranza era Marat, un vecchio amico di Kazan' che avevamo conosciuto anni addietro a Mosca. Solo che non sapevamo il suo indirizzo. Ma la gente di Kazan' era gentile: si poteva chiedere qualunque cosa a chiunque si incontrasse. Dopo aver descritto ad alcune persone il nostro amico, ci fu indicata prontamente una casa. Marat era un ometto piccolo e agile con una lunga barba. Sembrava un po' uno di quei monaci volanti di Shaolin di uno dei vecchi film cinesi. Abitava in un appartamento di due stanze con sua moglie e tre figlie adolescenti: Aurora, Venera e Zemfira. Una aveva i capelli rossi, l'altra era bionda e la terza bruna. Marat invece aveva in testa una gran pelata e di mestiere era poeta, pensatore e pittore. Inoltre traduceva in russo antiche poesie tatare e baschire e disegnava illustrazioni per fiabe popolari. Insomma, non faceva un lavoro sensato e tranne qualche mela non aveva niente da mangiare. [...] Per cercare di capire come procurarci da mangiare a Kazan', ci rivolgemmo alle sue figlie. Doveva esserci un segreto, pensavamo. Marat non si interessava del cibo. Lui dava la caccia alla sua musa e si nutriva prevalentemente di tè e sigarette "Prima". Mentre beveva il tè, mangiava mele: ecco la sua cucina tatara.
L'economia pianificata del socialismo funzionava secondo una regola strana e imperscrutabile. Di regola non c'era niente da nessuna parte, ma a volte spuntavano le cose più strane nei luoghi più fuori mano. Le figlie ci raccontarono che a Kazan' c'era un negozio in cui avevano sempre della carne.
"Ogni volta hanno qualcosa di diverso" spiegarono "Interiora, zoccoli, fegato o lingue di manzo". Nel frattempo ci era venuta una fame tale che non c'era zoccolo al mondo che potesse spaventarci. Ci saremmo mangiati pure delle corna. Perciò andammo tutti insieme al negozio. Quel giorno però non c'erano in vendita zoccoli o corna, ma solo mammelle. "Vi farò il karik karta" disse Marat "un'antica pietanza tatara". [...] Comprammo cinque chili di mammelle.
"Per prima cosa, le mammelle vanno tenute a bagno qualche giorno" ci spiegò Marat. Ma considerata la gran fame che avevamo si risolse che le avremmo cucinate subito. Le figlie misero dell'acqua sul fuoco. Le mammelle colorarono l'acqua di bianco, e noi fummo incaricati di asportare la schiuma che affiorava. Tutta la famiglia si riunì intorno ai fornelli. Dopo cinque ore di cottura, l'acqua era ancora lattiginosa. Marat infilò un dito nell'acqua bollente, strofinò le mammelle e scosse la testa. Ancora non erano pronte. Cambiammo l'acqua e bevemmo il concentrato di latte. Non aveva un sapore cattivo, era in qualche modo esotico. Quindi riprendemmo la cottura, che proseguì per quasi tutta la sera. Le figlie portarono un mangiacassette e arrivarono alcuni vicini incuriositi dal nostro esperimento culinario. Questi portarono con sé un po' di pane, della salsiccia fatta in casa e delle patate. Così in qualche modo tutti riuscimmo a sfamarci, almeno per il momento e al mio amico Katzmann venne addirittura la diarrea, perché aveva mangiato delle mele sul concentrato di latte. Intanto le mammelle, che continuavano a cuocere, si erano fatte pian piano gialline.
"Colore sbagliato, ancora non sono pronte" mormorò Marat.
Quella stessa notte Katzmann e io decidemmo di lasciare Kazan' per dirigerci verso Astrachan. Perciò non ho mai saputo che sapore abbiano le mammelle. E che colore assumano a fine cottura. Il karik karta sarà verde, blu o rosso? Magari Marat lo sta ancora preparando... Ma il principio culinario più importante che ho imparato a Kazan' è il seguente: in cucina non contano soltanto gli ingredienti.

La matriciana mia - Aldo Fabrizi

dipinto di Fernando Botero
La matriciana mia - Aldo Fabrizi
Soffriggete in padella staggionata
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz’etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arrotolata.
Ar punto che sta robba è rosolata,
schizzatela d’aceto profumato
e a fiamma viva, quanno è svaporato,
mettete la conserva concentrata.
Appresso er dado che je da sapore,
li pommidori freschi San Marzano,
co’ ‘n ciuffo de basilico pe’ odore.
E ammalappena er sugo fa l’occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de’ prescia li spaghetti.

Frammento - James Tipton

Fernando Botero - Picnic
Frammento - James Tipton

Sono nato con la bocca aperta...
facendo il mio ingresso in questo mondo succoso
di pesche e limoni e sole maturo
e nella rosea e segreta carne di donna,
questo mondo in cui la cena è
nel respiro del deserto sottile
nelle spezie del mare distante
che galleggiano nel sonno a notte fonda.
Sono nato in un punto imprecisato tra
il cervello e la melagrana
assaporando consistenze deliziose
di capelli e mani e occhi,
sono nato dallo stufato del cuore
dal talamo infinito, per camminare
su questa terra infinita.
Voglio nutrirli dei fiori di ghiaccio
su questa finestra d'inverno,
gli aromi di molte zuppe,
il profumo di candele sacre
che in questa casa di cedro mi insegue.
Voglio nutrirli della lavanda
che si sprigiona da certe poesie,
e della cannella delle mele che cuociono,
e della gioia semplice che vediamo
nel cielo quando ci innamoriamo.
Voglio nutrirli della terra acre
dove ho mietuto l'aglio,
voglio nutrirli dei ricordi
che si levano dai ciocchi dei pioppi
quando li spacco e del fumo di pigne
che circonda la casa in una notte quieta,
e i crisantemi posati sulla porta della cucina.

Poco importa da dove la brezza… - Fernando Pessoa

Vincent Van Gogh - detail of The Rocks
Poco importa da dove la brezza… - Fernando Pessoa

Poco importa da dove la brezza
trae l’aroma che in essa viene.
Il cuore non ha bisogno
di sapere cos’è il bene.
A me basti a quest’ora
la melodia che culla.
Che importa se, lusingando,
le forze dell’anima spegne?

Chi sono, perché il mondo si perda
dietro quel che penso sognando?
Se mi avvolge la melodia
solo il suo avvolgermi io vivo…

Tra il sonno e il sogno – Fernando Pessoa

Vincent Van Gogh - Flowering Garden
Tra il sonno e il sogno – Fernando Pessoa

Tra il sonno e il sogno
tra me e colui che in me
è colui che suppongo,
scorre un fiume interminato.
È passato per altre rive,
sempre nuove più in là,
nei diversi itinerari
che ogni fiume percorre.
È giunto dove oggi abito
la casa che oggi sono.
Passa, se io medito;
se mi desto, è passato.
E colui che mi sento e muore
in quel che mi lega a me
dorme dove il fiume scorre –
questo fiume interminato.

Ti amai – Fernando Pessoa

dipinto di Aldo Balding
Ti amai – Fernando Pessoa

Ti amai e amandoti
solo te non vedevo…
Eri il cielo e il mare,
eri la notte e il giorno…
Solo quando ti persi
io ti conobbi…
Quando ti avevo innanzi
al mio sguardo perduto
non eri la mia amante…
Eri l’Universo…
Or che non m’appartieni,
sei solo della tua grandezza.
Mi eri lontana nell’anima,
per questo non ti vedevo…
Presenza in me così quieta,
che non la sentivo.
Sol quando l’esser mio ti perse
vidi che non eri tu.
Non so cosa eri. Credo
il mio modo di guardare,
il mio sentire il mio ardore
il mio modo di pensare…
Eri l’anima mia, fuori
dal Luogo e dall’Ora…
Oggi ti cerco e piango
per poterti trovare
neppure ti rammento
in qual modo ti amai…
Né fosti un sogno mio…
Perché ti piango io?
Non so…Ti persi, e oggi sei
reale nel mondo reale…
Come l’ora che fugge,
fuggi e tutto è uguale
a se stesso e è cosi triste
ciò che vedo che esiste.
In quale spazio fittizio,
in quale tempo immoto
fosti il cilicio
che io, nella fede chiuso,
non sentivo e oggi sento
che mi desto e non mi mento…
E le tue mani, tuttavia,
sento nelle mie mani,
il nostro sguardo fisso e muto
quanti momenti vani
al di là di noi visse
né nostro, tuo o mio…
Quante volte sentimmo
con l’anima il nostro contatto
quante volte seguimmo
per il cammino astratto
che v’è tra anima e anima…
Ore di inquieta calma!
E oggi mi domando
chi fu che amai, baciai
con chi persi la fine
dei sogni che sognai…
Ti cerco e neanche vedo
il mio stesso desiderio…
Cosa fu reale in noi?
Cosa fu in noi sogno?
Di cosa, di che voce Noi fummo
la doppia eco ridente
Che unità avemmo?
Che cosa perdemmo?
Noi non sognammo. Eri
reale e reale ero io.
Le tue mani – così sincere…
I miei gesti – così leali…
Tu e io fianco a fianco…
Questo… e questo finito…
Come vi fu tra noi amore
e cessò di esservi?
So che oggi è vago dolore
ciò che allora era piacere…
Ma non so che passò
su noi e ci destò…
Ci amammo davvero?
Ci amiamo ancora?
Se ci penso vedo che eri
quale sei ora… E finisce
tutto ciò che fu l’amore;
così quasi senza dolore.
Senza dolore… Stupore vago
d’aver dovuto amare…
quasi mi ubriaco
al solo pensarlo…
Cosa mutò e dove?
Cosa in noi si nasconde?
Forse senti come me
e non sai sentirlo…
Essere è essere nostro velo
amare è coprirlo,
oggi che ti lasciai
so che ti amai…
Siamo la nostra bruma…
E all’interno vediamo…
Cadono una a una
le comprensioni che abbiamo
e restiamo nel freddo
dell’Universo vuoto…
Che importa? Se ciò che fu
tra noi fu amore,
Se per amarti mi duole
non amarti più, e il dolore
ha un senso intimo,
niente sarà perduto…
E oltre noi, nell’Adesso
in cui non siamo veli
vivremo l’Ora
voltati verso Dio
e nel silenzio
comprenderemo tutto.

Nulla mi lega a nulla - fernando Pessoa

dipinto di Aldo Balding
Nulla mi lega a nulla - fernando Pessoa

Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.
Bramo con un’angoscia di fame di carne
quel che non so cosa sia –
definitamente l’indefinito…
Dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare
di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.
Mi hanno chiuso tutte le porte astratte e necessarie,
Hanno abbassato le tende dal di dentro di ogni ipotesi che avrei potuto vedere dalla via.
Non c’è nel vicolo trovato il numero di porta che mi hanno dato.
Mi sono svegliato alla stessa vita a cui mi ero addormentato.
Perfino i miei eserciti sognati sono stati sconfitti.
Perfino i miei sogni si sono sentiti falsi nell’essere sognati.
Perfino la vita solo desiderata mi stanca; perfino questa vita…
Comprendo a intervalli sconnessi;
scrivo a intervalli di stanchezza;
e perfino un tedio del tedio mi getta sulla spiaggia.
Non so quale destino o futuro compete alla mia angoscia disalberata;
non so quali isole del Sud impossibile mi aspettano naufrago;
o quali palmeti di letteratura mi daranno almeno un verso.
No, non so né questo né altro né niente…
E in fondo al mio spirito, dove sogno quel che sognai,
nelle estreme pianure dell’anima, ove ricordo senza motivo
(il passato è una nebbia naturale di lacrime false),
nelle strade, nei sentieri di remote foreste
ove ho supposto il mio essere,
fuggono in rotta, ultimi resti
dell’illusione finale,
i miei sognati eserciti, sconfitti senza essere esistiti,
le mie coorti ancora da esistere, sgominate in Dio.

Da: Fernando Pessoa, Lisbon revisited (1926) Poesie di Álvaro de Campos