17 gennaio 2019

Crepa mattutina – Alvaro Mutis

Jean Béraud - Rue de Richelieu in the rain
Crepa mattutina – Alvaro Mutis

Scava la tua miseria,
sondala, scopri le sue caverne più nascoste.
Olia gli ingranaggi della tua miseria,
mettila sul tuo cammino, fatti strada al suo fianco
e bussa a ogni porta
con le cartilagini bianche della tua miseria.
Confrontala con quella di altre genti
e misura bene lo stupore delle differenze,
la singolare acutezza dei suoi bordi.
Riparati negli angoli lievi della tua miseria.
Tieni presente in ogni istante
che la sua materia è la tua materia,
l’unico porto di cui conosci ogni rada,
ogni boa, ogni segnale dalla terra tiepida
dove giungi a regnare come Crusoe
tra la moltitudine di ombre
che ti sfiorano e che urti
senza cogliere né il suo proposito né i costumi.
Coltiva la tua miseria,
rendila duratura,
nutriti della sua linfa,
avvolgiti nel manto tessuto coi suoi fili più segreti.
Impara a riconoscerla fra tutte,
non permettere che sia familiare agli altri
né prolungata abusivamente dai tuoi.
Sia per te come acqua battesimale
sgorgata dalle grandi fogne municipali,
come i rivoli che nascono nei mattatoi.
Si confonda con le tue viscere, la tua miseria;
contenga fin da ora i capitoli della tua morte,
gli elementi del tuo abbandono più certo.
Non lasciare mai da parte la tua miseria,
anche se riposassi ai suoi argini
come vicino al corpo bianco
da cui si è ritirato il desiderio.
Tieni sempre pronta la tua miseria
e non permettere che evada per distrazione o per inganno.
Impara a riconoscerla fin nei suoi segni più lievi:
l’accartocciarsi delle sottili foglie del carbonero,
l’aprirsi dei fiori al primo fresco della sera,
la solitudine di una gabbia da circo bloccata nel fango
del cammino, la fuliggine nei sobborghi,
la gavetta d’ottone che misura la minestra nelle caserme,
i vestiti disordinati dei ciechi,
le campanelle che disperdono il richiamo
sul retro seminato di eucalipti,
lo iodio delle navigazioni.
Non mescolare la tua miseria con le questioni di ogni giorno.
Impara a conservarla per le tue ore di svago
e intreccia con lei la vera,
la sola materia duratura
del tuo episodio sulla terra.

Amore nella marina da guerra – Vladimir Majakovskij

Carlo Carrà - I nuotatori, 1932
Amore nella marina da guerra – Vladimir Majakovskij

Vanno correndo e scherzando sui mari
il torpediniere e la torpediniera.
E, come una vespa s'attacca al miele,
così lei si stringe al torpediniere.
E la felicità non ha fine
del portatore di mine.
Mettendosi gli occhiali, un riflettore
scoprì la torpediniera in amore.
Una sirena cominciò a urlare
che c'erano navi sul mare.
A destra si lancia, a sinistra si getta,
e fugge la torpediniera in gran fretta.
Ma il torpediniere fu colpito
a un fianco sul mare infinito.
Si leva sul mare un pianto sconsolato:
è la torpediniera che piange l'amato.
Dava forse fastidio alla gente
quel piccolo idillio innocente?

Il palazzo da rompere - Gianni Rodari

opera di Aldo Galli
Il palazzo da rompere - Gianni Rodari

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto. Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a tavola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano martelli a disposizione.
I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco.
- Mettiamo una multa? - propose il sindaco.
- Grazie tante, - esclamarono i genitori, - e poi la paghiamo con i cocci.
Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n'è uno ogni tre persone e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta esperienza. Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano fracassando tanta bella e buona roba a quel modo. Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatre.
- Con la metà di questa somma, - dimostrò il ragionier Gamberoni, - possiamo costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più.
La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci. Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti. Il giorno dell'inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e a un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.
Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l'ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva - mai non sia! - lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l'esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e in mezza Svizzera. Bambini alti come la coda di un gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli. Infanti dell'asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso. Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall'ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena. Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio
su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.
Il ragionier Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.
Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano. Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali - magistrati, notai, consiglieri delegati - armarsi di martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire.
- Piuttosto che litigare con la moglie, - dicevano allegramente, - piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Mirina...
E giù martellate.
Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d'argento.

Sberleffi – Vladimir Majakovskij

dipinto di Kenne Gregoire
Sberleffi – Vladimir Majakovskij

Come coda di pavone la fantasia spiegherò in un ciclo screziato,
darò l'anima in potere d'uno sciame di rime inaspettate.
Voglio di nuovo sentire come zittiscono dalle colonne dei giornali
quelli
che, accanto alla quercia che li nutre,
scavano le radici con i grugni.

1916

Inno alla bustarella – Vladimi Majakovskij

Inno alla bustarella – Vladimi Majakovskij

Eccoci qui, umilmente, a cantare le tue lodi,
bustarella amatissima,
tutti qui, dal sotto portinaio
fino a chi porta galloni dorati.
Tutti quelli che la nostra mano destra
ardiranno fissare con riprovazione
non se lo sognano neppure, i mascalzoni,
come li puniremo per la loro invidia.
E perché più non osi alzarsi il biasimo,
indosseremo uniformi con medaglie,
e, mostrando un persuasivo pugno,
chiederemo:«E questo lo vedete?».
A guardare dall'alto c'è da restare a bocca aperta,
con ogni muscolo che freme dalla gioia.
La Russia, dall'alto, è proprio come un orto,
s'inturgida, fiorisce, lussureggia.
E dove mai s'è visto che, se c'è una capra,
alla capra faccia fatica di cacciarsi nell'orto?...
Certo, avessi tempo, vi dimostrerei
chi sono le capre e chi gli ortaggi.
E poi non c'è gran che da dimostrare: basta entrare e prendere
La pianterà alla fine il giornalume.
Tosarli e rasarli bisogna, come montoni.
Ma che, ci si deve vergognare pure a casa propria?

1915

16 gennaio 2019

Io ho appreso a vivere con semplicità - Anna Achmatova

dipinto di Aldo Balding
Io ho appreso a vivere con semplicità - Anna Achmatova

Io ho appreso a vivere con semplicità, con saggezza
a guardare il cielo e a pregare Iddio,
e a girellare a lungo innanzi sera,
per stancare l’inutile angoscia.
Quando nel dirupo frusciano le bardane
e declina il grappolo del sorbo giallo-rosso,
io compongo versi festevoli
sulla vita caduca, caduca e bellissima.
Ritorno. Mi lambisce il palmo
il gatto piumoso che ronfa con più tenerezza,
e un fuoco smagliante divampa
sulla torretta della segheria lacustre.
Soltanto di rado squarcia il silenzio
il grido d’una cicogna volata sul tetto.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra che non udrò nemmeno.

1912
Traduzione di Angelo Maria Ripellino

da “Il gatto che aggiustava i cuori” – RachelWells

da “Il gatto che aggiustava i cuori” – RachelWells

È passato qualche giorno ed è aumentata la distanza tra la mia vecchia casa e il luogo in cui ero diretto, dovunque fosse. Ho incontrato gatti gentili, gatti arrabbiati e molti cani cattivi che si sono divertiti ad abbaiarmi contro senza riuscire a prendermi, per fortuna. Mi costringevano a essere sul chi vive, lo dico in senso letterale, perché ballavo e saltavo e scappavo, e sentivo le mie energie in costante esaurimento. Ho imparato a rispondere agli attacchi quando serviva; l’aggressione non mi veniva spontanea, l’istinto di sopravvivenza invece sì. Schivando automobili, gatti e cani, sono diventato a poco a poco più esperto della vita di strada. Mi facevo più magro di giorno in giorno; la mia pelliccia, una volta lucida, adesso era a chiazze, pativo il freddo ed ero stanco. Riuscivo a malapena a scamparla e non avevo mai pensato che la vita potesse essere così difficile.
Ero più triste di quanto fossi mai stato e più solo di quanto avrei creduto possibile. Quando dormivo, avevo gli incubi, e quando mi svegliavo, ripensando alla mia situazione piangevo. È stato un periodo orribile, e desideravo soltanto che finisse. Non sapevo per quanto tempo sarei riuscito a
sopravvivere. Imparavo che le strade possono essere crudeli e non perdonano. Fisicamente e mentalmente mi stava costando cara e cominciavo a sentirmi così scoraggiato che era una fatica tirare avanti.
Il tempo era il riflesso del mio umore. Faceva freddo e pioveva, e sentivo il gelo nelle ossa perché sembrava che la mia pelliccia non riuscisse mai ad asciugarsi del tutto. Nel periodo in cui sono stato un senzatetto – alla ricerca di un futuro, di una famiglia gentile – la bambina dolce non si è materializzata. Nessuno era ancora venuto in mio soccorso e cominciavo a pensare che nessuno l’avrebbe mai fatto. Dire che provavo pena per me stesso non basta a rendere l’idea.

Traduzione di Elisabetta Valdrè

Prometeo – Bukalas Pandelis

opera di Fernando de Szyszlo
Prometeo – Bukalas Pandelis

Non parlavo mai troppo
Il mio apprendistato fu per tempo nella lingua del fuoco
– e quale è più diretta
quale altra brilla bruciando tutte le catene
Non sopportavo tutto quel vuoto dentro di loro
Che costruissero omuncoli, quasi burattini,
che potessero giocare
fulminare, incenerire
e inondare
E ascoltassero incuranti le grida di dolore
non intendono il pianto

Finché si riunirono gli dèi e gli uomini
per stabilire i diritti
Dissi che avrei deriso Chi-non-si-deride
Uccido un bue, lo scuoio, lo faccio a pezzi
ne taglio in due la pelle:
sotto una nascondo la polpa
sotto l’altra ossa e grasso
la riempii per ingannarlo l’ingordo
Vieni pure, Zeus, dico – scegli
Ogni pelle stabilisce i diritti
per i mortali e per gli immortali
Che cosa avrebbe potuto scegliere l’onnisciente
Prende la parte più grossa
il nulla
e s’infuria quando la apre
Empietà, urla, mi hai preso in giro
Ora la pagherai, così impari, bastardo
Impartisce ordini da vendicatore:
Efesto prende acqua e terra
e plasma Pandora,
la prima donna,
forse la sorgente del male
L’amo
Imparo l’amore tra le sue braccia
Insegno l’amore agli uomini
Poi le arti, le lettere
e come si aggiogano i buoi all’aratro
i cavalli al carro
E resistono
Deridono dopo di me i sùperi
con lo stratagemma del sacrificio
Tutta devozione e obbedienza
con sacerdoti, musiche, processioni
sgozzano sull’altare pecore e buoi
conservano la polpa
agli dèi solo grasso e fumo
Evidentissima la beffa, ma secondo il rito

Chiarissima, calda la vita degli uomini
con il fuoco che rubo per donarlo a loro
Si infuria l’onnipotente
Ordina di nuovo – non fa nulla da solo
Vennero a prendermi i suoi schiavi
Kratos e Bia*
e mi inchiodarono alla rupe più impervia
Ogni giorno
si avventava l’avvoltoio
a saziarsi del mio fegato
Non del cuore o dei polmoni
sarebbe finito subito il mio tormento
E nel sangue cresceva il mio viscere
e integro lo ravvivavano le sue piaghe
perché avesse ancora dove configgere gli artigli
il divino astore

Non sapeva l’onnisciente
Non sapeva che l’incessante consumarsi
era la mia arma e il mio metodo
Nel dolore mi feci uomo
Nel dolore imparai
ciò che non avrebbero mai imparato
gli onniscienti
Adesso conto i miei figli
e sono innumerevoli
Come il mio fegato,
Vivono della loro morte.

* Nel Prometeo incatenato di Eschilo sono i servi di Zeus che incatenano Prometeo alla rupe del Caucaso. Si tratta delle personificazioni del Potere e della Violena.

Traduzione di Massimo Cazzulo
Da “Poesia” n. 298, novembre 2014. Crocetti Editore

In una dimora sotterranea a forma di caverna* – Pandelis Bukalas

opera di Fernando de Szyszlo
In una dimora sotterranea a forma di caverna* – Pandelis Bukalas

Alla fine è di vetro la nostra caverna.
Scintillante.
Sotterranea, certo,
anche se abitiamo ai piani alti.
Incatenati
uno volontariamente, l’altro rassegnato
un altro consumato dalla vita.
Accendiamo
con l’anima assonnata
il televisore prima ancora della luce,
casomai prendiamo in prestito una fiamma
o una vita.
Ingoiamo ombre di ombre
idoli di idoli
e pensiamo stoltamente che questo sia il mondo.
E’ di vetro la scatola che ci tritura
e noi immobilizzati nell’illusione
che la governiamo.
Ma quale Platone!
E’ Kazantzidis.**
Ti do un colpo e ti spezzo…
Prima che la scatola di vetro ci consegni
ombra di ombra
a quella di legno –

* Platone, Repubblica. VII, 514 a.
** Stelios Kazantzidis, cantante molto popolare in Grecia. Il verso in corsivo è tratto dalla sua canzone Il mondo di vetro.


Traduzione di Massimo Cazzulo
Da “Poesia” n. 298, novembre 2014. Crocetti Editore

Le città invisibili – Italo Calvino

opera di Fernando de Szyszlo
Le città invisibili – Italo Calvino
Le città e i segni. 4.
 
Di tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane, nessuno uguaglia quello che lo attende nella città di Ipazia, perché non riguarda le parole ma le cose. Entrai a Ipazia un mattino, un giardino di magnolie si specchiava su lagune azzurre, io andavo tra le siepi sicuro di scoprire belle e giovani dame fare il bagno: ma in fondo all’acqua i granchi mordevano gli occhi delle suicide con la pietra legata al collo e i capelli verdi d’alghe.
Mi sentii defraudato e volli chiedere giustizia al sultano. Salii le scale di porfido del palazzo dalle cupole più alte, attraversai sei cortili di maiolica con zampilli. La sala nel mezzo era sbarrata da inferriate: i forzati con nere catene al piede issavano rocce di basalto da una cava che s’apre sottoterra.
Non mi restava che interrogare i filosofi. Entrai nella grande biblioteca mi persi tra scaffali che crollavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l’ordine alfabetico d’alfabeti scomparsi, su e giù per corridoi, scalette e ponti. Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d’un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa d’oppio.
– Dov’è il sapiente? – Il fumatore indicò fuori della finestra. Era un giardino con giochi infantili: i birilli, l’altalena, la trottola. Il filosofo sedeva sul prato. Disse: – I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere –. Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m’avevano annunciato le cose che cercavo: solo allora sarei riuscito a intendere il linguaggio di Ipazia.
Ora basta che senta nitrire i cavalli e schioccare le fruste e già mi prende una trepidazione amorosa: a Ipazia devi entrare nelle scuderie e nei maneggi per vedere le belle donne che montano in sella con le cosce nude e i gambali sui polpacci, e appena s’avvicina un giovane straniero lo rovesciano su mucchi di fieno o di segatura e lo premono con i saldi capezzoli.
E quando il mio animo non chiede altro alimento e stimolo che la musica, so che va cercata nei cimiteri: i suonatori si nascondono nelle tombe; da una fossa all’altra si rispondono trilli di flauti, accordi d’arpe.
Certo anche a Ipazia verrà il giorno in cui il solo mio desiderio sarà partire. So che non dovrò scendere al porto ma salire sul pinnacolo più alto della rocca ed aspettare che una nave passi lassù. Ma passerà mai? Non c’è linguaggio senza inganno.

Il salice - Anna Andreevna Achmatova

Ernesto Treccani - Paesaggio - Olio su tela - cm. 85x100
Il salice - Anna Andreevna Achmatova

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un'ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell'uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l'ortica,
e più di ogni altro un salice d'argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio... come se fosse morto un fratello.

Torquato Tasso - "Il Gonzaga secondo, ovvero del Giuoco".

foto di Dariusz Klimczak
Torquato Tasso: "Il Gonzaga secondo, ovvero del Giuoco".

(Margherita): "Già d'una di quelle cose si vien a ragionare, della quale io desiderava si ragionasse, dell'origine dei giuochi dico; e già quando il Signor Annibale disse che il giuoco degli scacchi era stato ritrovato da Palamede inventor delle ordinanze, volli interromper il ragionamento, ma io mi rimasi di farlo, perciò che in troppo sottile investigazione vidi occupati: hor che quel che cercavate, se non l'inganno, havete ritrovato, mi voglio anch'io far lecito di chiedere al Signor Annibale, se il giuoco degli scacchi fu ritrovato da Palamede sotto Troia, ond'avvenga, che in esso sian figurate le Amazzoni; perciò che nell'Iliade, ch'io ho letta alcune volte tradotta, non ritrovo menzione nè di Palamede nè dell'Amazzoni; ma Palamede era più innanzi il nono anno della guerra e l'Amazzoni vennero dopo". (Annibale): "Nel giuoco di Palamede non eran per avventura le Amazzoni; ma questo fu forse accrescimento di quei soldati che in Grescia si riportarono, i quali di questa novità il volsero adornare, perchè fosse più grato agli occhi dei riguardanti".


Cento poesie d’amore. 27 - Adonis

Emmanuel Michel "Many" Benner -Malvarosa
Cento poesie d’amore - Adonis
27

Oh, le parole non possono che offrire i loro fiori
a colui che amano, guardandolo confuse:
le parole hanno occhi
quando tradiscono gli occhi.

traduzione di Fawzi Al Delmi

Gli amori impossibili – Italo Calvino. L'avventura di un automobilista, (1967)

dipinto di Marc Figueras
Gli amori impossibili – Italo Calvino. L'avventura di un automobilista, (1967)
Mi basterebbero pochi minuti di vantaggio: vedendo con che prontezza sono corso da lei Y dimenticherà subito i motivi del litigio; tutto tra noi tornerà come prima; Z arrivando comprenderà d'esser stato chiamato in causa solo per una specie di gioco tra noi due; si sentirà un intruso. Anzi, forse già in questo momento Y si è pentita di tutto quel che mi aveva detto, ha cercato di richiamarmi al telefono, oppure anche lei ha pensato come me che la cosa migliore era venire di persona, s'è messa al volante, ecco che ora sta correndo in senso opposto al mio su questa autostrada.
Adesso ho smesso di stare attento alle macchine che vanno nella mia stessa direzione e guardo quelle che mi vengono incontro e che per me consistono soltanto nella doppia stella dei fari che si dilata fino a spazzare il buio dal mio campo visuale per poi sparire di colpo alle mie spalle trascinandosi dietro una specie di luminescenza sottomarina. Y ha una macchina di modello molto comune; come la mia, del resto.
Ognuna di queste apparizioni luminose potrebbe essere lei che corre verso di me, a ognuna sento qualcosa che mi si muove nel sangue come per un'intimità destinata a rimanere segreta, il messaggio amoroso diretto esclusivamente a me si confonde con tutti gli altri messaggi che corrono sul filo dell'autostrada, eppure non saprei desiderare da lei un messaggio diverso da questo.
M'accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me. L'unico pensiero che mi conforta è pure quello che mi tormenta di più: il pensiero che se in questo momento Y sta correndo in direzione di A, anche lei ogni volta che vedrà i fari di un'auto in corsa verso B si domanderà se sono io che corro verso di lei, e desidererà che sia io, e non potrà mai esserne sicura. Ora due macchine che vanno in direzioni opposte si sono trovate per un secondo affiancate, una vampata ha illuminato le gocce della pioggia e il rumore dei motori s'è fuso come in un brusco soffio di vento: forse eravamo noi, ossia è certo che io ero io, se ciò significa qualcosa, e l'altra poteva essere lei, cioè quella che io voglio sia lei, il segno di lei in cui voglio riconoscerla, sebbene sia proprio il segno stesso che me la rende irriconoscibile. Correre sull'autostrada è l'unico modo che ci resta, a me e a lei, per esprimere quello che abbiamo da dirci, ma non possiamo comunicarlo né riceverne comunicazione finché stiamo correndo.

Il Destino - Grazia Fresu

foto di Dariusz Klimczak
Il Destino - Grazia Fresu

Sono il Destino
dentro le tue vene,
mi alimentò tua madre,
tuo padre mi scolpì
col suo rigore,
sono il Destino
chiuso nel tuo cuore
- come li hai amati
gli uomini che il tempo
ti ha regalato
tra i baci e le rose?! -
sono il Destino
dentro quelle cose
che hai raccolto
per strada
proteggendole
dai gesti dell'oblio,
sono il Destino
della decisione
che hai preso
in quel momento delicato
tra la tua infanzia
e la magia del mare,
sono il passo salato
dei marinai
nei porti della sera,
sono granito sogno
la chimera
che nelle corse
ho messo al tuo costato,
sono il tuo volto
di donna bambina
le lacrime la rabbia
le occasioni
che il tempo
nel tuo seno ha maturato.
Sono il Destino
dentro le orazioni
che hai perduto
tra i ponti e le marine,
sono un soffio divino
di canzoni
che il tuo verso
ha ispirato
tra sublimi cantori
e le tue spine,
sono il Destino
e non racconto storie,
solo le ascolto
e conduco per mano
nei campi del sapere
e di memorie,
ti aspetto al varco
delle tue elezioni
nel cumulo di scorie
che brucerai
al fuoco del cammino,
sono il Destino
nello specchio oscuro
che ti riflette
come incandescenza,
sono il peso del mondo
la sapienza dei tuoi pensieri
l'urlo la ferita delle emozioni
il prezzo della vita.

Cento poesie d’amore. 60 - Adonis

foto di Dariusz Klimczak
Cento poesie d’amore - Adonis
60

È la neve — cade copiosa e abbraccia la nudità degli alberi
coi suoi veli, è un vecchio amore o l’inizio
di uno nuovo?
Il corvo che ora esce
di casa come me contempla
il portento della neve, percepisce, pare,
come me la passione degli amanti e ne coglie gli ardori
ovunque li portino i loro impulsi
e distoglie lo sguardo.

traduzione di Fawzi Al Delmi


da “Gli amori difficili”. L'avventura di un miope, (1958) – Italo Calvino

foto di Cristobal Balenciaga
da “Gli amori difficili”. L'avventura di un miope, (1958) – Italo Calvino
 
Le donne poi che incontrava per strada e che già gli s'erano ridotte a impalpabili ombre sfocate, adesso il poterle vedere con l'esatto gioco di pieni e vuoti che fanno i loro corpi muovendosi dentro le vesti, e valutare la freschezza della pelle, e il calore contenuto nello sguardo, non più soltanto gli pareva un vederle ma già addirittura un possederle. Stava magari camminando senza occhiali (non li metteva sempre, per non affaticarsi inutilmente, ma solo se doveva guardare lontano) ed ecco avanti sul marciapiede gli si profilava una veste di colore vivace. Con un gesto già automatico Amilcare aveva subito estratto gli occhiali di tasca e se li era calati sul naso. Quest'indiscriminata cupidigia di sensazioni era spesso punita: magari era una vecchia. Amilcare Carruga diventò più cauto. E alle volte,
una donna che avanzava gli pareva, ai colori, all'incedere, troppo modesta, insignificante, da non prendersi in considerazione; non metteva gli occhiali; ma quando poi arrivavano a sfiorarsi, s'accorgeva che c'era invece in lei qualcosa che lo attraeva fortemente, chissà che cosa, e gli pareva di cogliere in quell'attimo uno sguardo di lei come d'attesa, forse lo sguardo che lei già dal suo primo apparire gli aveva tenuto addosso e lui non se n'era accorto; ma ormai era tardi, era sparita al crocicchio, era salita sull'autobus, era lontana oltre il semaforo, e lui non avrebbe più saputo riconoscerla. Così, attraverso la necessità degli occhiali, andava lentamente imparando a vivere.

15 gennaio 2019

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 25

opera di Ernesto Treccani
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika
25

Anche ora,
rivedo il suo stanco sorriso la mattina
stretta tra le mie braccia.
Rivedo le sue guance baciate
da uno sciame di api, attratte
dal profumo di loto del suo viso.
Lei sembra essere il fenicottero
dell’Amore nella foresta dei suoi loti,
e mi appare immersa nel piacere
in cui l’amante pensa di rinascere.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” - Luis Sepúlveda

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” - Luis Sepúlveda

I quattro gatti balzarono dal tetto sul balcone e capirono immediatamente di essere arrivati troppo tardi. Colonnello, Diderot e Zorba osservarono con rispetto il corpo senza vita della gabbiana, mentre Segretario agitava la coda al vento per farle perdere l’odore di benzina.
«Credo che dovremmo chiuderle le ali. Si fa così in questi casi» spiegò Colonnello.
Vincendo la ripugnanza che provocava in loro quell’essere impregnato di petrolio, le unirono le ali al corpo e, mentre la muovevano, scoprirono l’uovo bianco a macchioline azzurre.
«L’uovo! È riuscita a deporre l’uovo!» esclamò Zorba.
«Ti sei cacciato in un bel pasticcio, caro guaglione. In un bel pasticcio davvero!» lo avvertì Colonnello.
«Che farò con l’uovo?!» si chiese Zorba sempre più angosciato.
«Con un uovo si possono fare molte cose. Una frittata, per esempio» propose Segretario.
«Oh sì! Uno sguardo all’enciclopedia ci dirà come preparare la migliore delle frittate. L’argomento è trattato nel sesto volume, lettera F» assicurò Diderot.
«Non se ne miagola neanche! Zorba ha promesso a quella povera gabbiana che si sarebbe preso cura dell’uovo e del piccolo. La parola d’onore di un gatto del porto impegna tutti i gatti del porto, quindi l’uovo non si tocca» dichiarò solennemente Colonnello.
«Ma io non so prendermi cura di un uovo! Non mi era mai stato affidato un uovo prima d’ora!» miagolò disperato Zorba.
Allora tutti i gatti guardarono Diderot. Forse nella sua famosa en-ci-clo-pedia c’era qualcosa al riguardo.
«Devo consultare il ventunesimo volume, lettera U. Sicuramente c’è tutto quello che dobbiamo sapere sull’uovo, ma fin da ora consiglio calore, calore corporeo, molto calore corporeo» spiegò Diderot in tono pedante e didattico.
«Ossia bisogna sdraiarsi sull’uovo, ma senza romperlo» consigliò Segretario.
«È esattamente ciò che stavo per suggerire. Zorba, tu rimani con l’uovo e noi accompagneremo Diderot a vedere cosa dice la sua enpilo… encimope… insomma, sai a cosa mi riferisco. Torneremo stasera con le novità e daremo sepoltura a questa povera gabbiana» stabilì Colonnello prima di saltare sul tetto.
Diderot e Segretario lo seguirono. Zorba rimase sul balcone, accanto all’uovo e alla gabbiana morta. Con grande attenzione si sdraiò e si avvicinò l’uovo alla pancia. Si sentiva ridicolo. Pensava a quanto lo avrebbero preso in giro i due gatti rissosi che aveva affrontato al mattino, se per caso l’avessero visto.
Ma una promessa è una promessa, e così, al tepore dei raggi del sole, si addormentò con l’uovo bianco a macchioline azzurre ben stretto contro il suo ventre nero.

Traduzione di Ilide Carmignani

da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

 opera di Ernesto Treccani
da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

La gnà Lola si maritò col carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d’oro che le aveva regalati suo marito. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la stradicciuola, colla pipa in bocca e le mani in tasca, in aria d’indifferenza, e occhieggiando le ragazze; ma dentro ci si rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell’oro, e che ella fingesse di non accorgersi di lui quando passava. –
Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! borbottava.
Di faccia a compare Alfio ci stava massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era ricco come un maiale, dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto disse e tanto fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a bazzicare per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.
– Perché non andate a dirle alla gnà Lola ste belle cose? rispondeva Santa.
– La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!
– Io non me li merito i re di corona.
– Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.
– La volpe quando all’uva non ci poté arrivare...
– Disse: come sei bella, racinedda mia!
– Ohé! quelle mani, compare Turiddu.
– Avete paura che vi mangi?
– Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.
– Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi!
– Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio.
– Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!

Cento poesie d’amore. 61 - Adonis

opera di Antonio Santin
Cento poesie d’amore - Adonis
61

Dammi o neve l’astro della presenza e prendi l’orbita della
memoria
condividere, non una cifra o un’ora, condividere per scuotere
la mia vita e mescolare le carte, farò credere di aver
dimenticato
il nostro amore e che dimenticherò come Mozart abbia
previsto
il fanciullo in sé e come un fanciullo sia rimasto veggente
unendo nel suo volto
l’inizio e la fine dei cieli,
e i calendari delle loro rotanti orbite.

Oh, per la neve che si allontana e si scioglie ecco il vento che
dietro spira
porge la mano al nostro amore e apre le sue astute braccia.

traduzione di Fawzi Al Delmi

Frammento – Vladimir Majakovskij

Domenico Gnoli - Scarpa di profilo, 1966
Frammento – Vladimir Majakovskij

Mi ama - non mi ama.
Io mi torco le mani
e sparpaglio
le dita spezzate,
Così si colgono,
esprimendo un voto,
così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
e il taglio dei capelli
svelino la canizie.
Tintinni a profusione
l'argento degli anni!
Spero,
ho fiducia
che non verrà mai
da me
l'ignominioso buonsenso.

Notturno – Alvaro Mutis

Albrecht Durer - Apocalisse, apertura del quinto e sesto sigillo
Notturno – Alvaro Mutis

Respira la notte,
batte i suoi chiari spazi,
le sue creature in rumori minuti,
nello scricchiolio lieve dei legni,
si tradiscono.
Rinnova la notte
un certo seme occulto
nella miniera feroce che ci sostiene.
Col suo latte letale
ci alimenta una vita che si prolunga
più in là di ogni risveglio mattutino
sulle rive del mondo.
La notte che respira
il nostro lento alito di vinti
ci conserva e protegge
«per destini più alti».

traduzione di Fabio Rodríguez Amaya

da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

Edoardo Tofano - Donna con ventaglio
da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

Finalmente s’imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
– Beato chi vi vede! le disse.
– Oh, compare Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese.
– A me mi hanno detto delle altre cose ancora! rispose lui. Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?
– Se c’è la volontà di Dio! rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.
– La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola!
Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
– Sentite, compare Turiddu, gli disse alfine, lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...
– È giusto, rispose Turiddu; ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch’ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d’andarmene, che Dio sa quante lagrime ci ho pianto dentro nell’andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu.

da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

Ulisse Caputo - la toeletta
da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga
Gli amici avevano lasciato la salciccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu sino a casa. La gnà Nunzia, poveretta, l’aspettava sin tardi ogni sera.
– Mamma, le disse Turiddu, vi rammentate quando sono andato soldato, che credevate non avessi a tornar più? Datemi un bel bacio come allora, perché domattina andrò lontano.
Prima di giorno si prese il suo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della Canziria.
– Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? piagnucolava Lola sgomenta, mentre suo marito stava per uscire.
– Vado qui vicino, rispose compar Alfio, ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più.
Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto e si stringeva sulle labbra il rosario che le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte le avemarie che potevano capirvi.

da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

Francesco Lojacono - L'oliveto, olio su tela 8,5X112,5cm
da Cavalleria rusticana – Giovanni Verga

Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non bazzicava più di giorno per la stradicciuola, e smaltiva l’uggia all’osteria, cogli amici; e la vigilia di Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu comprese che era venuto per quell’affare e posò la forchetta sul piatto.
– Avete comandi da darmi, compare Alfio? gli disse.
– Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e voleva parlarvi di quella cosa che sapete voi.
Turiddu da prima gli aveva presentato il bicchiere, ma compare Alfio lo scansò colla mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:
– Son qui, compar Alfio.
Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.
– Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell’affare, compare.
– Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme.
Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti l’orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.

Sogno d’una notte di mezza estate – Wislawa Szymborska

Andrea Appiani - Portrait of Princess Belgioioso d'Este
Sogno d’una notte di mezza estate – Wislawa Szymborska

Già splende il bosco nelle Ardenne.
Non avvicinarti a me.
Sciocca, sciocca,
ho praticato il mondo.
Mangiai pane, bevvi acqua,
vento mi avvolse, pioggia mi bagnò .
Perciò sta’ attento a me, va’ via.
E perciò copriti gli occhi.
Va’ via, via, ma non per terra.
Salpa, salpa, ma non per mare.
Vola, vola via, mio bravo,
ma non toccare l’aria.
Guardiamo in noi a occhi chiusi.
Parliamo con noi a bocca chiusa.
Prendiamoci attraverso un muro.
Questa coppia non è divertente:
non la luna, ma il bosco splende
e il soffio strappa, o Piramo,
un manto radioattivo alla tua dama.

da Wislawa Szymborska. La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945 – 2009)
a cura di Pietro Marchesani - Adelphi Editore

14 gennaio 2019

Tutti gli animali – Gianni Rodari

Tutti gli animali – Gianni Rodari

Mi piacerebbe un giorno
poter parlare
con tutti gli animali.
Che ve ne pare?

Chissà che discorsi geniali
sanno fare i cavalli,
che storie divertenti
conoscono i pappagalli,
i coccodrilli, i serpenti.

Una semplice gallina
che fa l’uovo ogni mattina
chissà cosa ci vuol dire
con il suo coccodè.

E l’elefante, così grande e grosso,
la deve saper lunga
più della sua proboscide:
ma chi lo capisce
quando barrisce?

Nemmeno il gatto
può dirci niente.
Domandagli come sta
non ti risponde affatto.
O – al massimo – fa “miao”,
che forse vuol dire “ciao”.

Atlantide – Wislawa Szymborska

foto di Dariusz Klimczak
Atlantide – Wislawa Szymborska

Sono esistiti o no.
Su un’isola o non su un’isola.
L’oceano o non l’oceano
li inghiottì oppure no.
Qualcuno amò qualcuno?
Qualcuno si batté con qualcuno?
Accadde tutto oppure nulla
là oppure non là.
C’erano sette città.
È sicuro?
Ambivano all’eternità.
E le prove?
Non furono aquile, no.
Furono aquile, sì.
Ipotetici. Dubbi.
Non commemorati.
Non estratti dall’aria,
dal fuoco, dall’acqua, dalla terra.
Non contenuti in una pietra
né in una goccia di pioggia.
Non adatti a posare
sul serio per un ammonimento.
Una meteora cadde.
Non una meteora.
Un vulcano eruttò.
Non un vulcano.
Qualcuno invocò qualcosa.
Nessuno nulla.
Su questa più o meno Atlantide.

da Wislawa Szymborska. La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945 – 2009)
a cura di Pietro Marchesani - Adelphi Editore


Casida VII Della rosa – Federico Garcia Lorca

dipinto di Ira Rom-Lorenz
Casida VII Della rosa – Federico Garcia Lorca

La rosa
non cercava l’aurora:
quasi eterna sul ramo,
cercava altra cosa.

La rosa
non cercava né scienza né ombra:
soglia tra carne e sogno,
cercava altra cosa.

La rosa
non cercava la rosa:
immobile nel cielo,
cercava altra cosa.

Traduzione di Valerio Nardoni
da Federico Garcia Lorca, Nuda canta la notte, a cura di Valerio Nardoni
Corriere delle Sera - Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti

da “Nedda” – Giovanni Verga

foto di Cristina García Rodero
da “Nedda” – Giovanni Verga

A Bongiardo c'era proprio del lavoro per chi ne voleva. Il prezzo del vino era salito, e un ricco proprietario faceva dissodare un gran tratto di chiuse da mettere a vigneti. Le chiuse rendevano 1200 lire all'anno in lupini ed olio; messe a vigneto avrebbero dato, fra cinque anni, 12 o 13 mila lire, impiegandovene solo 10 o 12 mila; il taglio degli ulivi avrebbe coperto metà della spesa. Era un'eccellente speculazione, come si vede, e il proprietario pagava, di buon grado, una gran giornata ai contadini che lavoravano al dissodamento, 30 soldi agli uomini, e 20 alle donne, senza minestra; è vero che il lavoro era un po' faticoso, e che ci si rimettevano anche quei pochi cenci che formavano il vestito dei giorni di lavoro; ma Nedda non era abituata a guadagnar 20 soldi tutti i giorni.
Il soprastante s'accorse che Janu, riempiendo i corbelli di sassi, lasciava sempre il più leggiero per Nedda, e minacciò di cacciarlo via. Il povero diavolo, tanto per non perdere il pane, dovette accontentarsi di discendere dai 30 ai 20 soldi.
Il male era che quei poderi quasi incolti mancavano di fattoria, e la notte uomini e donne dovevano dormire alla rinfusa nell'unico casolare senza porta, e sì che le notti erano piuttosto fredde. Janu diceva d'aver sempre caldo, e dava a Nedda la sua casacca di fustagno perché si coprisse per bene. La domenica poi tutta la brigata si metteva in cammino per vie diverse.
Janu e Nedda avevano preso le scorciatoie, e andavano attraverso il castagneto chiacchierando, ridendo, cantando a riprese, e facendo risuonare nelle tasche i grossi soldoni. Il sole era caldo come in giugno; i prati lontani cominciavano ad ingiallire, le ombre degli alberi avevano qualche cosa di festevole, e l'erba che vi cresceva era ancora verde e rugiadosa.
Verso il mezzogiorno sedettero al rezzo, per mangiare il loro pan nero e le loro cipolle bianche. Janu aveva anche del vino, del buon vino di Mascali che regalava a Nedda senza risparmio, e la povera ragazza, la quale non c'era avvezza, si sentiva la lingua grossa, e la testa assai pesante. Di tratto in tratto si guardavano e ridevano senza saper perché.
- Se fossimo marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane e bere il vino insieme; - disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli occhi, perché egli la guardava in un certo modo.
Regnava il profondo silenzio del meriggio; le più piccole foglie erano immobili; le ombre erano rade; c'era per l'aria una calma, un tepore, un ronzio di insetti che pesava voluttuosamente sulle palpebre. Ad un tratto una corrente d'aria fresca, che veniva dal mare, fece sussurrare le cime più alte de' castagni.
- L'annata sarà buona pel povero e pel ricco, - disse Janu, - e se Dio vuole alla messe un po' di quattrini metterò da banda... e se tu mi volessi bene!... - e le porse il fiasco.
- No, non voglio più bere. - disse ella colle guance tutte rosse.
- O perché ti fai rossa? - diss'egli ridendo.
- Non te lo voglio dire.
- Perché hai bevuto!
- No!
- Perché mi vuoi bene? –
Ella gli diede un pugno sull'omero e si mise a ridere.
Da lontano si udì il raglio di un asino che sentiva l'erba fresca. - Sai perché ragliano gli asini? –
domandò Janu.
- Dillo tu che lo sai.
- Sì che lo so; ragliano perché sono innamorati, - disse egli con un riso grossolano, e la guardò fiso.
Ella chinò gli occhi come se ci vedesse delle fiamme, e le sembrò che tutto il vino che aveva bevuto le montasse alla testa, e tutto l'ardore di quel cielo di metallo le penetrasse nelle vene.
- Andiamo via! - esclamò corrucciata, scuotendo la testa pesante.
- Che hai?
- Non lo so, ma andiamo via!
- Mi vuoi bene? –
Nedda chinò il capo.
- Vuoi essere mia moglie? –


L’arrotino – Gianni Rodari

L’arrotino – Gianni Rodari

O quell’ometto, con quel carretto,
che giri la ruota in quel vicoletto,
che giri la ruota tutto il dì:
pedali, pedali e sei sempre lì!

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” - Luis Sepúlveda

Marjorie Sarnat — Kleo Kat. Moonlighting
da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” - Luis Sepúlveda

Alla luce della luna Segretario, Diderot, Colonnello e Zorba scavarono una buca ai piedi dell’ippocastano. Poco prima, badando che nessun umano li vedesse, avevano gettato la gabbiana morta dal balcone nel cortile interno. La depositarono in fretta nella fossa e la coprirono di terra. Poi Colonnello miagolò in tono grave.
«Compagni gatti, in questa notte di luna ci congediamo dai resti di una sfortunata gabbiana della quale non abbiamo mai saputo nemmeno il nome. L’unica cosa che siamo riusciti a scoprire di lei, grazie alle conoscenze del compagno Diderot, è che apparteneva alla specie dei gabbiani argentati e che forse veniva da molto lontano, dalla regione in cui il fiume si getta nel mare. Sappiamo pochissimo di lei, ma l’importante è che sia arrivata moribonda fino a casa di Zorba, uno dei nostri, e che abbia riposto in lui tutta la sua fiducia. Zorba ha promesso di prendersi cura dell’uovo che lei ha deposto prima di morire, del piccolo che nascerà, e la cosa più difficile di tutte, compagni, ha promesso di insegnargli a volare…»
«Volare. Ventiduesimo volume, lettera V» si sentì che sussurrava Diderot.
«È esattamente ciò che il signor Colonnello stava per dire. Non gli tolga i miagolii di bocca» consigliò Segretario.
«…promesse difficili da mantenere» proseguì impassibile Colonnello, «ma sappiamo che un gatto del porto mantiene sempre i suoi miagolii. Per aiutarlo a riuscirci, ordino che il compagno Zorba non abbandoni l’uovo finché il piccolo non sia nato, e che il compagno Diderot consulti la sua emplicope… encimope… quei libri insomma, su tutto quanto ha a che vedere con l’arte del volo. E ora diciamo addio a questa gabbiana vittima della disgrazia provocata dagli umani. Allunghiamo il collo alla luna e miagoliamo la canzone d’addio dei gatti del porto».
Ai piedi del vecchio ippocastano i quattro gatti iniziarono a miagolare una triste litania, e ai loro miagolii si aggiunsero ben presto quelli degli altri gatti delle vicinanze, e poi quelli dei gatti dell’altra riva del fiume, e ai miagolii dei gatti fecero coro gli ululati dei cani, lo straziante cinguettio dei canarini in gabbia, il garrito delle rondini nei loro nidi, il triste gracidio delle rane, e perfino le grida stonate dello scimpanzé Mattia.
Le luci di tutte le case di Amburgo si accesero, e quella notte tutti gli abitanti si chiesero le ragioni della strana tristezza che improvvisamente si era impadronita degli animali.

Traduzione di Ilide Carmignani

da “Nedda” – Giovanni Verga

Dariusz Klimczak - Borderline
da “Nedda” – Giovanni Verga

Ella lo guardò serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle sue mani brune, ma si alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene. Egli la trattenne per le vesti, tutto stravolto, e balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
Allorché si udì nella fattoria vicina il gallo che cantava, Nedda balzò in piedi di soprassalto, e si guardò attorno spaurita.
- Andiamo via! Andiamo via! - disse tutta rossa e frettolosa.
Quando fu per svoltare l'angolo della sua casuccia si fermò un momento trepidante, quasi temesse di trovare la sua vecchiarella sull'uscio deserto da sei mesi.
Venne la Pasqua, la gaia festa dei campi coi suoi falò giganteschi, colle sue allegre processioni fra i prati verdeggianti e sotto gli alberi carichi di fiori, colla chiesuola parata a festa, gli usci delle casipole incoronati di festoni, e le ragazze colle belle vesti nuove d'estate. Nedda fu vista allontanarsi piangendo dal confessionario, e non comparve fra le fanciulle inginocchiate dinanzi al coro che aspettavano la comunione. Da quel giorno nessuna ragazza onesta le rivolse più la parola, e quando andava a messa non trovava posto al solito banco, e bisognava che stesse tutto il tempo ginocchioni: - se la vedevano piangere, pensavano a chissà che peccatacci, e le volgevano le spalle inorridite: - e quelle che le davano da lavorare, ne approfittavano per scemarle il prezzo della giornata.
Ella aspettava il suo fidanzato che era andato a mietere alla Piana, raggruzzolare i quattrini che ci volevano a mettere su un po' di casa, e a pagare il signor curato.
Una sera, mentre filava, udì fermarsi all'imboccatura della viottola un carro da buoi, e si vide comparir dinanzi Janu pallido e contraffatto.
- Che hai? - gli disse.
- Son stato ammalato. Le febbri mi ripresero laggiù, in quella maledetta Piana; ho perso più di una settimana di lavoro, ed ho mangiato quei pochi soldi che avevo fatto -.
Ella rientrò in fretta, scucì il pagliericcio, e volle dargli quel piccolo gruzzolo che aveva legato in fondo ad una calza.
- No, - diss'egli. - Domani andrò a Mascalucia per la rimondatura degli ulivi, e non avrò bisogno di nulla. Dopo la rimondatura ci sposeremo -.
Egli aveva l'aria triste facendole questa promessa, e stava appoggiato allo stipite, col fazzoletto avvolto attorno al capo, e guardandola con certi occhi luccicanti.
- Ma tu hai la febbre! - gli disse Nedda.
- Sì, ma ora che son qui mi lascerà; ad ogni modo non mi coglie che ogni tre giorni -.
Ella lo guardava senza parlare, e sentiva stringersi il cuore, vedendolo così pallido e dimagrato. - E potrai reggerti sui rami alti? - gli domandò.
- Dio ci penserà! - rispose Janu. - Addio, non posso far aspettare il carrettiere che mi ha dato un posto sul suo carro dalla Piana sin qui. A rivederci presto! - e non si moveva. Quando finalmente se ne andò, ella lo accompagnò sino alla strada maestra, e lo vide allontanarsi, senza una lagrima, sebbene le sembrasse che stesse a vederlo partire per sempre; il cuore ebbe un'altra strizzatina, come una spugna non spremuta abbastanza - nulla più, ed egli la salutò per nome alla svolta della via.
Tre giorni dopo udì un gran cicaleccio per la strada. Si affacciò al muricciolo, e vide in mezzo ad un crocchio di contadini e di comari Janu disteso su di una scala a piuoli, pallido come un cencio lavato, e colla testa fasciata da un fazzoletto tutto sporco di sangue. Lungo la via dolorosa, prima di giungere al suo casolare, egli, tenendola per mano, le narrò come, trovandosi così debole per le febbri, era caduto da un'alta cima, e s'era concio in quel modo. - Il cuore te lo diceva: - mormorava con un triste sorriso. Ella l'ascoltava coi suoi grand'occhi spalancati, pallida come lui e tenendolo per mano. Il domani egli morì.
Allora Nedda, sentendo muoversi dentro di sé qualcosa che quel morto le lasciava come un triste ricordo, volle correre in chiesa a pregare per lui la Vergine Santa. Sul sacrato incontrò il prete che sapeva la sua vergogna, si nascose il viso nella mantellina e tornò indietro derelitta.