30 giugno 2019

da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Carlo Emilio Gadda

Pippo Rizzo - Omaggio a Matisse, 1961, olio su cartone telato, cm 49x39,7
da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Carlo Emilio Gadda
Nel caso nostro, nel novello ravage comportato da un troppo focosa reminiscenza degli antichi bastoncelli (i quali, semmai, bastoncellavano a sensi di legge, non a sensi di teppa), il telefono si ritrovò bell'e impiantato a prestare, alla tripotente camorra, gli uffici eminenti d'un ufficiale portaordini controllato dallo zelo e dagli orecchi ipersensibili di un ufficiale spia. La raccomandazione burocratica poté assumere quel tono, e, più, quel carattere duramente ingiuntivo o addirittura imperatorio che solo si addiceva agli "homines consulares", agli "homines praetorii" del neo-impero in cottura. Chi è certo d'aver ragione a forza, nemmeno dubito d'aver torto in diritto. Chi si riconosce genio, e faro alle genti, non sospetta d'essere moccolo male moribondo, o quadrupede ciuco.

da Viaggio al termine della notte - Gunter Grass

dipinto di Fernándo de Szyszlo
da Viaggio al termine della notte - Gunter Grass

Alla fine siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, puoi mica venirmi a dire il contrario!... Seduti su 'ste trappole a sfangarcela tutta noialtri! E cos'è che ne abbiamo? Niente! Solo randellate, miserie, frottole e altre carognate. Si lavora! dicono loro. È questo che è ancora più fetido di tutto il resto, il loro lavoro. Stiamo giù nelle stive a sputare l'anima, puzzolenti, con le palle che ci sudano, ed ecco lì! In alto sul ponte, al fresco, ci sono i padroni e mica se la prendono, con belle femmine rosa tutte gonfie di profumo sulle ginocchia. Ci fanno salire sul ponte. Allora, si mettono il cappello dell'alta uniforme, e poi te ne sparano in faccia una del tipo: "Banda di carogne, è la guerra! ti fanno loro. Adesso li abbordiamo, 'sti porcaccioni che stanno sulla patria n.º 2 e gli facciamo saltare la pignatta! Alé! Alé! C'è tutto quel che ci vuole a bordo! Tutti in coro! Spariamone una forte per cominciare, da far tremare i vetri: Viva la Patria n.º 1! Che vi sentano da lontano! Chi griderà più forte, avrà la medaglia e il confetto del buon Gesù! Porco dio!

Il Muro - Forough Farrokhzad

dipinto di Fernándo de Szyszlo
Il Muro - Forough Farrokhzad

Precipita il passaggio delle ore gelide
e in silenzio i tuoi occhi selvatici
innalzano un muro attorno a me.
Fuggo da te, nei sentieri perduti della strada
perché io veda le piane nella polvere di luna
e ché lavi il mio corpo nelle sorgenti lontane
perché io scivoli nei pendii dei sentieri di luce,
nella bruma accesa delle calde mattine d’estate
riempirò la mia veste con i gigli del deserto
e sentirò lo strepito dei galli
dai tetti dei villaggi.

Fuggo da te, perché nella veste della piana
io stringa forte le mie gambe alle piante
e beva la rugiada fredda dei giardini.

Fuggo da te,
perché in una costa abbandonata
dalla cima di rocce perdute in una nuvola nera
io guardi la danza vertiginosa delle tempeste di mare.

In un crepuscolo lontano
come i colombi selvatici sorvolerò
le piane e i monti e i cieli
ascolterò negli arbusti seccati
le melodie felici degli uccelli nell’alba.

Fuggo da te, perché io
lontano da te apra il sentiero per la città dei desideri,
e nella città
aprirò i portali pesanti e dorati del castello del sogno.

Ma i tuoi occhi, nel loro urlo silenzioso,
lasciano calare le tenebre sui miei sentieri,
come nel buio del segreto loro
innalzano un muro attorno a me.

E alla fine, un giorno,
fuggirò dalla magia degli sguardi del dubbio,
mi spanderò come profumo dai fiori rossi del sogno
e cadrò nell’onda dei capelli della brezza notturna,
e andrò via, sino ai margini del sole.

In un mondo assopito di una pace eterna
delicata scivolerò nel letto dorato di una nuvola,
e le dita illuminate verseranno le linee d’innumerevoli canzoni
nel cielo di gioia.

E io da lì, libera e inebriata,
di quel mondo resterò a fissare le strade
che i tuoi occhi immergono nelle tenebre,
resterò a fissare quel mondo che i tuoi occhi d’inganno
come il buio del segreto loro
serrano nel muro.

trad. Domenico Ingenito

da La califfa – Alberto Bevilacqua

dipinto di Georgy Kuraso
da La califfa – Alberto Bevilacqua

Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché, l'onestà di andare in fondo alle cose, chi ce l'ha in questa Italia lazzarona, dove tutti, i loro peccati, li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli...
Io, invece, una di quelle che badano all'apparenza e poi fanno i comodi allo scuro, non lo sono stata mai: l'Irene Corsini, detta Califfa, quello che ha dentro ce l'ha in faccia e costi quel che costi!
Per questo, chi m'incontrava in quei giorni amari, evitava persino di guardarmi, tanto mi si leggeva in faccia quanto mi accanivo sulla tragedia della mia vita:
"Califfa mia," mi dicevo "sei proprio arrivata in fondo, peggio di così, solo la galera e la morte!..." E pensare, invece, che ancora tanto dovevo aspettarmi dalla vita.

Uomo e donna - Alain Bosquet

dipinto di Georgy Kurasov
Uomo e donna - Alain Bosquet

                          a Jean Tordeur

Basterebbero poche parole, tu la sconosciuta,
io lo sconosciuto, per prendere forma all’improvviso.
Il vento direbbe «amore», la pioggia direbbe «infelicità»,
e già batterebbe come un cuore sotto il sospetto,

e già come un corpo si metterebbe in musica.
Fuori dal nostro enigma e pronti a nascere,
grazie al verbo tutto nudo, grazie a quella sillaba?
faremmo un ingresso felice nel mondo,

e saremmo reali senza bisogno di esistere,
e saremmo vivi senza bisogno di essere in vita.
Si oserà allora offenderci, consonanti?

Si oserà allora cancellarci, vocali?
Saremmo entrambi carne comunicabile,
il calore coniugato, la pelle che si recita.


Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

Il mio primo consolato fu anch'esso un anno di guerra, una lotta segreta, ma continua, in favore della pace. Ma non la combattevo da solo. Prima del mio ritorno, s'era verificato nell'atteggiamento di Licinio Sura, di Attiano, di Turbo, un cambiamento analogo a quello che si era prodotto in me, come se, a onta della severa censura che praticavo sulle mie lettere, i miei amici mi avessero già compreso, preceduto, o seguito. In altri tempi, gli alti e bassi della mia sorte mi impacciavano soprattutto riguardo a essi; paure, impazienze che da solo avrei sopportato a cuor leggero, si facevano opprimenti se mi vedevo costretto a celarle alla loro sollecitudine o a infliggerne loro la confidenza; mi risentivo di quell'affetto che li angustiava per me più di me stesso, e che mai li portava a scoprire, sotto le agitazioni esteriori, l'essere tranquillo, al quale nulla importa davvero, e che per conseguenza può sopravvivere a tutto. Ma, ormai, mi mancava il tempo per interessarmi a me stesso, come del resto per disinteressarmene. Calava nell'ombra la mia persona, proprio perché, il mio punto di vista cominciava a contare. Ciò che importava, era che qualcuno si opponesse alla politica di conquiste, ne valutasse le conseguenze e la fine, e si preparasse, se possibile, a ripararne gli errori.

Il minacciato – Jorge Luis Borges

Giovanni Duprè | Astronomia, Monumento Ottaviano Fabrizio Massotti, 1867. Camposanto Monumentale, Pisa
Il minacciato – Jorge Luis Borges

È l’amore.
Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura del suo carcere, come in un sogno atroce.
La bella maschera è ormai cambiata,
ma come sempre è l’unica.
A che mi serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
l’apprendimento delle parole che utilizzò l’aspro Nord
per cantare i suoi mari e le sue spade,
la serena amicizia,
le gallerie della Biblioteca,
le cose comuni,
le consuetudini,
l’amore giovane di mia madre,
l’ombra militare dei miei morti,
la notte intemporale,
il sapore del sogno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
Già la brocca si rompe sulla fonte,
già l’uomo s’alza al canto dell’uccello,
già si sono scuriti quelli che guardano dalla finestra,
ma l’ombra non ha portato la pace.

È, lo so, l’amore:
l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e il ricordo,
l’orrore di vivere successivamente.
È l’amore con tutte le sue mitologie,
con tutte le sue piccole magie inutili.
C’è un angolo dove non oso passare.
Già mi accerchiano gli eserciti, le orde.
(Questa stanza è irreale, lei non l’ha vista).
Il nome di una donna mi denunzia.
Mi fa male una donna in tutto il corpo.

L’uccello era solo un uccello - Forough Farrokhzad

dipinto di Bo Bartlett
L’uccello era solo un uccello - Forough Farrokhzad

Disse l’uccello: “Oh! Che effluvi, che sole,
E’ già primavera.
In cerca della mia compagna andrò.”

Se ne volò l’uccello dalla veranda,
Come un messaggio se ne volò.

L’uccello era giovane.
L’uccello era spensierato.
L’uccello non leggeva giornali.
L’uccello non aveva debiti.
L’uccello non conosceva gli uomini.

In alto per l’aere,
Sopra le luci di posizione,
L’uccello ignaro volava
E attimi azzurri
Intensamente sperimentava.

O, l’uccello era solo un uccello..

Trad. Daniela Zini

Quei giorni - Forough Farrokhzad

dipinto di Bo Bartlett
Quei giorni - Forough Farrokhzad

Se ne sono andati quei giorni
quei bei giorni
quei giorni freschi e intensi
quei cieli ricolmi di perline
quei rami carichi di ciliegie
quelle case appoggiate l’una all’altra
al verde riparo dell’edera
quei tetti di aquiloni giocosi
quei viali inebriati dall’odore delle acacie

Se ne sono andati
quei giorni quando
sgorgavano dalle mie palpebre,
come bolle colme d’aria,
le mie canzoni
il mio sguardo sorseggiava, come latte fresco,
tutto quanto scorgeva
come se vivesse tra le mie pupille
vivace lepre della felicità
al mattino, insieme al vecchio sole,
scendeva nelle piane sconosciute della curiosità
e alla sera si perdeva fra i boschi delle tenebre

Se ne sono andati
quei giorni innevati e quieti
mentre dietro la finestra,
nel tepore della stanza,
restavo incredula a guardare
la mia candida neve
cadere lenta come morbida peluria
sulla vecchia scala di legno
sul filo sottile dei panni
sui capelli di pini antichi
e pensavo a domani, ah domani,
bianca sagoma scivolosa

Domani
iniziava con il fruscio del velo della nonna
e la sua confusa ombra nel quadro della porta
che d’un tratto
si abbandonava nel freddo senso della luce
nella vaga scia delle colombe in volo
tra i colori delle vetrate
domani…

Assonnata dal tepore della stufa
lontano dagli occhi di mia madre
cancellavo rapida e audace
la firma della maestra
dai vecchi compiti

Quando cessava la neve
vagavo triste nel nostro giardino
e seppellivo i miei passeri morti
sotto i gelsomini arsi e spogli

Se ne sono andati
quei giorni d’incanto e stupore
quei giorni di sonno e di veglia
quando ogni ombra celava un segreto
ogni scrigno nascondeva un tesoro
ogni angolo del ripostiglio,
nella quiete del mezzogiorno,
pareva un mondo
e chi non temeva quel buio
pareva un eroe

Se ne sono andati
quei giorni di festa,
l’attesa del sole, l’attesa dei fiori
il fremito fragrante
del mucchio timido e silente
dei narcisi selvatici
che salutavano la città
nell’ultimo mattino d’inverno
e la voce dei venditori ambulanti
lungo i viali macchiati del verde

Il mercato era intriso dagli odori vaganti
l’odore acre del pesce e del caffè
il mercato, sotto i passi della gente,
si estendeva, si allargava e si mescolava
a ogni attimo del cammino
e roteava in fondo agli occhi delle bambole
il mercato era mia madre
che andava in fretta
verso tutto ciò che colorato fluiva
e tornava
con ceste piene e regali impacchettati
il mercato era la pioggia che cadeva,
cadeva e cadeva

Se ne sono andati
quei giorni di stupore dei segreti del corpo
quei giorni delle timide conoscenze
della bellezza azzurra delle vene di una mano
con un fiore
chiamava, oltre il muro,
l’altra mano
e piccole macchie d’inchiostro
sulle mani impaurite, confuse e tremanti
poi l’amore
svelarsi in un timido saluto

Tra il fumo e il calore del mezzogiorno
cantavamo nelle stradine polverose il nostro amore
conoscevamo l’ingenuo idioma del fiore messaggero
portavamo i nostri cuori
al giardino delle candide tenerezze
e li prestavamo agli alberi
e la palla, con i baci vaganti,
passava di mano in mano
era l’amore
quel sentore confuso nel buio dell’atrio
che d’improvviso accerchiava e rapiva
tra i respiri e i palpiti infuocati
tra i piccoli sorrisi rubati

Se ne sono andati
quei giorni,
come le piante marcite nel calore
si sono arse sotto i raggi del sole
e sono smarrite
quelle stradine ebbre dal profumo delle acacie
nel chiassoso tumulto di una strada senza ritorno
e la ragazza che tingeva le sue guance
coi petali dei gerani
ora, è una donna sola,
una donna sola.

Traduzione di Domenico Ingenito

Papà, radice e luce – Maria Luisa Spaziani

dipinto di Bo Bartlett
Papà, radice e luce – Maria Luisa Spaziani

Papà, radice e luce, portami ancora per mano
nell’ottobre dorato del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano, strillavano:
fra cinquant’anni ci ricorderai.

Zarbaugh Zwenen – Edgar Lee Masters

dipinto di Bo Bartlett
Zarbaugh Zwenen – Edgar Lee Masters

Diciotto-diciannove, secondo anno di guerra!
Mi trovavo con migliaia di persone a osservare la sfilata
di soldati, cavalieri, bande e bandiere al vento,
e mi levai il cappello dinanzi alla bandiera che sfilava,
ma non dinanzi ad alcune bandiere su un cannone.
Grove Trumbull, simpatizzante dei tedeschi,
che si comportava da ipocrita per nasconderlo,
mi corse in contro gridando: “Levati il cappello”.
E mi colpi!
Fui linciato in un momento!
Non servono leggi in tempi di guerra
per sopprimere la libertà di parola –
La folla lo farà meglio.

da Il nuovo Spoon River - Newton
Trad. Umberto Capra e Attilia Lavagna

Webster Ford – Edgar Lee Masters

dipinto di Eric Bowman
Webster Ford – Edgar Lee Masters

Tu non ricordi, o delfico Apollo,
l'ora del tramonto sul fiume, quando Mickey M'Grew
gridò, "C'è uno spettro", e io, "È l'Apollo delfico";
e il figlio del banchiere ci schernì, dicendo, "È il riflesso
degli ireos al bordo dell'acqua, voi sciocchi rimbambiti".
E da allora, mentre i tediosi anni passavano, e da tempo
il povero Mickey era caduto dentro la torre dell'acqua incontro alla morte,
giù, giù, nella tenebra urlante, mi portai
quella visione svanita con lui come un razzo che cade
e si smorza a terra, e la celavo per timore
del figlio del banchiere, invocando che Plutone mi salvasse.
Tu fosti vendicato per l'onta di un pavido cuore,
lasciandomi solo finché ti rividi nell'ora
che mi parve d'esser mutato in albero con tronco e rami
che indurivano, pietrificavano, eppure gemmavano
in foglie di lauro, miriadi di foglie lucenti,
tremolanti, palpitanti, crepitanti, resistenti al torpore
che dal tronco morente e dai rami s'insinuava nelle vene!
È vano, giovinezza, fuggire il richiamo di Apollo.
Gettati nella fiamma, muori con un canto di primavera,
se morire tu devi in primavera. Perché nessuno
può guardare il viso di Apollo e sopravvivere, e scegliere devi,
tra la morte nel fuoco e la morte dopo anni di dolore,
radicato saldamente alla terra, quando senti l'orrenda mano,
non tanto nel tronco quanto nel torpore tremendo
che sale strisciando alle foglie di lauro che continuano
a spuntare finché non sei caduto. O mie foglie
troppo secche per farne ghirlande, adatte soltanto
alle urne della memoria, pregiate, forse, come temi
per cuori eroici, che cantino e vivano senza paura -
delfico Apollo!

Trad. Alberto Rossatti

Un rapporto – Bertolt Brecht

dipinto di Antonio Donghi
Un rapporto – Bertolt Brecht

Su di un compagno, caduto
nelle mani degli hitleriani, fanno rapporto
i nostri:
è stato visto in prigione
sembra coraggioso e forte ed ha ancora
neri tutti i capelli.

trad. Ruth Leiser e Franco Fortini

Dimmi se disturbo – Eeva Kilpi

Sir Herbert James Gunn - Midinette
Dimmi se disturbo – Eeva Kilpi

Dimmi se disturbo,
ha detto entrando,
perché me ne vado immediatamente.

Non solo disturbi,
ho replicato,
tu scuoti tutto il mio essere.
Benvenuto.

Yet Sing Lowe – Edgar Lee Masters

dipinto di Aldo Balding
Yet Sing Lowe – Edgar Lee Masters

Yee Bow fu ucciso dal figlio del reverendo Wiley;
gli avvolsero il codino intorno alla testa,
e lo seppellirono vicino a Chese Henry.
Nessuna lavanderia per me,
ma il Fagiano d’Oro,
dove servii tante bistecche che “chopp suey”.
E indossai i loro abiti e tagliai il codino,
e lessi le riviste e i quotidiani,
non più un cinese incivile.
Dimenticai la mia Città dei Fiori?
No! Poiché mi accendevo la pipa e sognavo:
e le grondaie sul Bindle’s Block
erano delfini intrecciati sui tetti del tempio;
i bidoni della spazzatura nel vicolo diventavano
bronzei Budda presso un muro coperto d’edera;
la cisterna dell’acqua sembrava una pagoda
a Ta-li-Fu e i cespugli di lillà
si spandevano per cortili pieni di fiori.
Ding! Facevano i soldi nel barattolo, bum faceva il tamburo,
mentre l’esercito della salvezza passava e urlava
il sangue dell’Agnello… ma io sentivo le campane
e i gong di Budda, in alto, lontano,
dove una lupa-papavero era sospesa sulle colline
gialle come le ali di una falena, sotto un cielo
bianco come i santuari e i fiumi luccicanti
nella valle delle Profumate Primavere!

da Il nuovo Spoon River - Newton
Trad. Umberto Capra e Attilia Lavagna

Primavera cittadina - Vincenzo Cardarelli

dipinto di ldo Balding
Primavera cittadina - Vincenzo Cardarelli
Fra tuoni allegri e raffiche puerili
la primavera mette i suoi colori
e spiega la sua bandiera
come una cerimonia militare
che si svolge con qualunque tempo.
Di giorno in giorno avanza
l'irrompente stagione.
E già la terra è piena
del suo passaggio
e del suo fresco e molle detrito.
Il biancospino è fiorito e sfiorito
aspettando la polvere di maggio.
Gli alberi che vedemmo lungo il fiume
tutto un inverno nudi
hanno le foglie nuove e i tronchi neri.
Una vita incredibile e segreta
scorre in quei fusti umidi e adorni
di sì tenera chioma.
A pie' dei vecchi muri
le prode rinverdite
son come carne d'adolescente,
e si risentono i ruderi.
Ma le orgogliose piante sempreverdi
non conoscono primavera.
Decorosa tristezza di quegli alberi,
ornamento dei nostri giardini,
che ottobre non denuda
e aprile non rinnova.
Insensibili piante. Sono pari
ai monumenti cui fanno corona
e non sospirano che il plenilunio
e un usignolo che le consoli.

Notte, serene ombre - Eeva Liisa Manner

dipinto di Aldo Balding
Notte, serene ombre - Eeva Liisa Manner

Discendevamo la scalinata spagnola e io
barbugliavo di un uccello Liutista
e ti sconcertai la mente. un arlecchino qualsiasi
avrebbe compreso.

e all’improvviso: a nord, e la sera
non sfoglia un album di foglie, poiché qui non ci sono alberi.
le ali sfogliano l’aria e i remi l’acqua che imputridisce.
Piccioni che zampettano alteri
col liuto sotto l’ala, li vedi ora?
Poveri piccioni: solo musica e pidocchi.

Notte, lucente ombra, il dondolio del vento
null’altro.
Poiché pur essendo noi due
nell’infinità che le ore circondano
come i numeri romani obliqui del campanile,
un sonno profondo ci divide,
una brumosa logica grezza, i lontani prati lanosi,

acque morte tutt’intorno.

Incontro amaro - Forough Farrokhzad

dipinto di Antonio Sciacca
Incontro amaro - Forough Farrokhzad

Scaraventi e infrangi al suolo infine
lo specchio di speranza,
orgoglioso con violenza e freddo
accendi in un cuore la fiamma perpetua.
Ti ho incontrato, ahimé, quale incontro
ahimé, quale incontro struggente,
sono certa, hai rimosso dalla memoria
quel patto che mi stringeva a te.

Ti ho incontrato, ahimé, quale incontro
ahimé, non uno sguardo né labbra di delizia
nessuna scintilla nei respiri colmi di desiderio,
nessun corpo che stringe, né abbracci.

Che amore è questo che mi abita il cuore,
questo amore, a cosa potrà mai portarmi?
Fuggi da me, e cercarti ancora
è uno sforzo vano.

Ancora le mie labbra assetate cercano
le tue labbra roventi,
palpita il mio cuore e in ogni battito
racconta l’amore per te.

Se la sorte mi ha reso distante da te
scioglierò il nodo del destino, che importa!
Temo che questo amore alla fine
mi trascini sino al santuario del suolo.

Uomo,
hai colmato di memorie il mio silenzio
vuoto ed estinto.
La mia poesia è la fiamma dei miei sensi,
tu, uomo
hai fatto di me una poetessa.

Il fuoco dell’amore apparve improvviso
nei tuoi occhi e si tramutò in miraggio,
appena mi scorse sedotta e indifesa
si fece riflesso poggiato sull’acqua.

Uomo, muoveva speranze il mio cuore
di baciare le tue labbra di vita,
che un bacio restituisse l’anima alle mie labbra,
eppure ti vidi, ahimè, ti vidi.

Un petto, ché io vi posi la testa,
e un vestito, dove io versi le lacrime.
Ascolta, quando qui non è più il dolore d’amarti
invidio te, ed è il tuo cuore che invidio.

Scaraventi e infrangi al suolo
lo specchio di speranza,
orgoglioso con violenza e freddo
accendi in un cuore la fiamma perpetua.

trad. Domenico Ingenito

Fiore Rosso - Forough Farrokhzad

dipinto di Tomasz Rut
Fiore Rosso - Forough Farrokhzad

Fiore rosso,
fiore rosso,
fiore rosso,

Lui mi portò al giardino del fiore rosso,
al buio piantò un fiore rosso nei miei capelli agitati
e poi
dormì con me sul petalo di un fiore rosso.
Oh, colombi impotenti
voi alberi ignari del mestruo,
o finestre accecate!
Sotto le pareti del cuore, nelle profondità del mio ventre, adesso
un fiore rosso sta spuntando.
Fiore rosso
rosso
ed è quasi una goccia di sangue.
Ah, gravida, gravida,
gravida io sono.


Venerdì - Forough Farrokhzad

opera di Tono Zancanaro
Venerdì - Forough Farrokhzad

Venerdì silenti,
Venerdì deserti,
Venerdì mesti, simili a vicoli angusti,
Venerdì di lenti, morbosi pensieri,
Venerdì di lunghi, sornioni sbadigli,
Venerdì senza prospettive,
Venerdì di rese.

Case vuote,
Case tetre,
Case di porte all’irruenza della gioventù sprangate,
Case senza luce, visione del sole,
Case di solitudini, presagi, incertezze,
Case di tende, libri, armadi, quadri.

O quanto quieta e fiera fluì
La mia vita, simile ad un torrente singolare,
Tra questi venerdì silenti e deserti,
Tra queste case vuote e tetre.
O quanto quieta e fiera fluì.

Trad. Daniela Zini

L’uccello è mortale - Forough Farrokhzad

dipinto di Joan Longas
L’uccello è mortale - Forough Farrokhzad

Il mio cuore è vinto.
Il mio cuore è vinto.

Vado sulla veranda e scivolo le mie dita
Sulla pelle tesa della notte.

Le luci di contatto sono spente.
Le luci di contatto sono spente.

Nessuno mi scorterà al cospetto del sole.
Nessuno mi condurrà al banchetto dei passeri.

Rammentati del volo.
L’uccello è mortale.

Trad. Daniela Zini

Peccato - Forough Farrokhzad

dipinto di Tomasz Rut
Peccato - Forough Farrokhzad

Ho peccato, peccato, quanto piacere
nell’abbraccio caldo e ardente ho peccato
fra due braccia ho peccato
accese e forti di caldo rancore, ho peccato.

In quel luogo di buio silenzio appartato
nei suoi occhi colmi di segreti ho guardato,
nel palpito del petto furioso il mio cuore
tremava nei suoi occhi di desiderio in preghiera.

In quel luogo di buio silenzio appartato
accanto a lui al suo fianco sconvolta
la sua bocca desiderio versava tra le labbra mie,
scappata, io, dalle pene del folle mio cuore.

Gli sussurrai piano piano la melodia dell’amore:
ti voglio, ti voglio, anima mia
ti voglio, ti voglio, abbraccio che infiamma
ti voglio, amore mio pazzo.

Il desiderio nei suoi sguardi fiamme avvampava,
il vino nero nella coppa tremava e danzava.
Il mio corpo sul tenero letto
sul suo petto ubriaco oscillava.

Ho peccato, peccato, quanto piacere
accanto all’estatico fremito di un corpo.
Oddio, mio Dio, che cosa ho mai fatto
in quel luogo di buio silenzio appartato?

trad. Domenico Ingenito

da Uomini e no – Elio Vittorini

da Uomini e no – Elio Vittorini

XCIX.
«Viva che cosa?» Manera disse.
Tutti i militi del suo gruppo erano lì ancora: quello che aveva parlato per primo, e quello che aveva parlato per terzo: il Primo, il Terzo, il Quarto, il Quinto.
«Sono comunisti» disse il Terzo. «Non sono comunisti?»
«Comunisti o quasi» il Primo disse.
«Se non lo sono lo diventeranno» disse, e rideva, il quinto.
«E dunque!» disse il Terzo. «Hanno voluto dire viva il comunismo».
«Chi lo sa» il Quinto disse.
Manera guardava, verso l’altro lato del cortile, Giulaj.
«Io non so» egli disse.
Aveva voluto dire viva il comunismo, Giulaj?
Anche il capitano guardava Giulaj. Si era voltato subito al suo viva: lo guardò a lungo, con la seria attenzione di prima, e gli chiese piano:
«A chi, viva?»
Giulaj non rispose, stava sempre appoggiato al muro, e sempre si strofinava, l’uno contro l’altro, i piedi calzati di pantofole.
«Io tuo amico» disse a Manera il Primo «l’ha scampata per miracolo».
«Mah!» Manera disse. «Credo che non abbia fatto nulla».
«Pure ho paura che guasti le cose» il Quarto disse.
«Perché?» Manera chiese.
Il capitano non si avvicinò a Giulaj; lo chiamò. Giulaj si staccò, con le spalle, dal muro, ma vi rimase appoggiato con uno dei piedi che aveva a poco a poco sollevato da terra fin quasi all’altezza delle ginocchia.
«Non lo vedi» disse il Quinto «come si comporta?»
Di nuovo il capitano lo chiamò.
«Vieni qui» gli disse.
E Giulaj lasciò il muro anche col piede.
«Sei tu» il capitano disse «che hai ucciso la mia cagna Greta?»
«Capitano» Giulaj cominciò.
Egli voleva raccontare che cos’era accaduto, ma il capitano ripeté la domanda. «Sei stato tu?» domandò.
«Sono stato io» Giulaj rispose.
Vedeva serietà in quell’uomo, e per questa serietà nella sua faccia, non per altro, gli pareva che dovesse rispondergli.
«Era» soggiunse «vostra?»
Il capitano aveva un frustino in mano; sottile, con un’orecchia di cuoio. Si voltò, e chiamò il ragazzo delle S.S. che teneva al guinzaglio i cani.
«Führe die Hunde her», gli disse in tedesco.
Il ragazzo biondo gli portò i due cani, Blut, e la lupa nera.
«Gudrun» disse il capitano. «Kaptän Blut». Si chinò su di loro a liberarli dal guinzaglio, e intanto che li liberava li accarezzò. «Gudrun» disse di nuovo. «Gudrun». Strinse i suoi denti, carezzando i cani, fino a farseli risuonare come se rompesse noci in bocca: poi liberò i cani della museruola.
«Anche questi due cani» disse a Giulaj «sono miei».
«Ma che cosa vuol fare?» Manera disse.
Coi suoi quattro compagni militi egli era sull’altro lato del cortile, il cortile era quasi buio, e da un lato all’altro si vedeva ormai poco, né si sentiva tutto quello che veniva detto.
«Avete molti cani?» Giulaj domandò.
«Molti» disse il capitano «centinaia».
Si avvicinò a Giulaj e gli strappò via la giacca, mise a nudo le maniche a brandelli della camicia.
«Che hai sulle braccia?» chiese.
Giulaj aveva segni rossi sulle braccia, sotto gli strappi.
«È stato in caserma» rispose.
«Te l’hanno fatto in caserma?» disse il capitano. Lo guardò, soggiunse: «E questi segni sul collo te li hanno fatti pure in caserma?».
«Questo è stato in piazza» Giulaj rispose.
I due cani annusavano i piedi di Giulaj, ed egli se li mise, pur senza avere dove appoggiarsi, l’uno sull’altro.
Il capitano diede ai cani la giacca di Giulaj. «Spogliati» poi gli disse.
«Come, capitano?» Giulaj disse. «Debbo spogliarmi?» Egli era, forse, arrossito; ma non si vedeva, in quell’aria scura. «Debbo spogliarmi?» disse.
Cominciò a spogliarsi e pensava che il capitano volesse vedere come lo avessero pestato in caserma. Era la sua grande serietà che lo vinceva.
«Ma perché? Fa un po’ freddo» disse.
«Già» disse il capitano.

C.
Lentamente, Giulaj si spogliava, e il capitano prendeva i suoi stracci, li gettava ai cani.
«Strano» Manera disse. «Ma che gli vuol fare?»
«Dicono» disse il Terzo «che sia un burlone».
«E che burla vuol fargli?» Manera disse.
I cani annusavano gli indumenti; Gudrun si mise a lacerare la giacca.
«Perché» disse Giulaj «date la mia roba ai cani?»
Si chinò per togliere a Gudrun la sua giacca. «Me la strappano» disse. Ma Gudrun saltò, ringhiando, contro di lui; lo fece indietreggiare.
«Ja» gridò il capitano. «Fange ihn!»
«Che dice?» Manera disse.
Ringhiando, Gudrun, le zampe sulla giacca, ricominciò a lacerare la vecchia stoffa impregnata dell’uomo.
Essa si accontentava di questo, ora.
«Fange ihn!» ordinò di nuovo il capitano.
Ma la cagna Gudrun non eseguí. Lacerava rabbiosa la vecchia giacca, e anche portò via la camicia a Blut che l’annusava.
«Non ti preoccupare» disse Manera a Giulaj. «Ti darà il capitano altro da vestirti».
Tutti e cinque i militi si erano avvicinati per vedere; facevano ormai cerchio. Guardavano Giulaj, ormai seminudo, e avevano già voglia di riderne; guardavano i cani, Blut come annusava, Gudrun come lacerava; e già ridevano.
«Oh!» disse il Primo.
«Oh! oh!» disse il Terzo.
A grandi passi, dalla luce d’una porta, tornò nel cortile l’uomo dal grande cappello e dallo scudiscio nero. Guardò un momento quello che accadeva, poi andò al suo posto; si avvicinò al capitano.
«Telefonano se non si può rimandare a domattina»
egli disse.
«E perché?»
«Troppo buio».
«Troppo che cosa?»
«Buio. Non possono eseguire».
«Buio?» il capitano disse. «Accendano un paio di riflettori. Non hanno riflettori all’Arena?»
Si mosse per andare a telefonare lui.
Però tornò indietro dai due passi che aveva fatto, e rimise il guinzaglio ai cani, li diede di nuovo al ragazzo delle S.S.
«Non temere» disse a Giulaj il Manera.
Giulaj era solo in mutandine, con le pantofole ai piedi.
«Ma io ho freddo» rispose.
Stava dove il capitano lo aveva lasciato, e continuamente si passava le mani sul petto, sull’addome, sulle spalle, e l’un piede o l’altro sull’opposta gamba, fin dove poteva arrivare. Faceva ridere, e i militi ridevano. Non troppo, ma ridevano.
«Oh! oh!» ridevano.
E, al guinzaglio, i due cani, l’uno lacerava pur sempre giacca e camicia, accovacciato in terra. Blut si alzava e si sedeva, girava intorno a se stesso, annusava l’aria, guaiva.
L’altro, dal grande cappello e dallo scudiscio, guardava perplesso tutto questo, come per rendersi conto.
Che novità era questa?
Guardava.
«Ma quanto vuol tenermi cosí?» Giulaj disse. «Io ho freddo».
«Non temere» Manera gli disse.
«Ma che cosa vuol farmi?»
«Niente, Giulaj. Ormai è passata».
«Ma io ho freddo. Morirò dal freddo».
«Vuol farti solo paura» Manera disse.
Il capitano ritornò.

CI.
Egli guardò i militi che facevano cerchio, Giulaj in mutandine, e si chinò a liberare i cani, di nuovo, dal guinzaglio. Restò, tra i due cani, chino, grattando loro nel pelo della nuca.
«Perché non ti sei spogliato?» chiese a Giulaj.
«Capitano!» Giulaj rispose. «Sono nudo!»
Col frustino dall’orecchia di cuoio Clemm indicò le mutande. «Hai ancora questo!»
«Debbo togliermi» disse Giulaj «anche le mutande?»
Quando l’uomo fu nudo del tutto, con solo le calze e le pantofole ai piedi, il capitano gli chiese: «Quanti anni hai?».
«Ventisette» Giulaj rispose.
«Ah!» il capitano disse. Lo interrogava, da chino, tra i due cani fermi sotto le sue dita. «Ventisette?» E andò avanti a interrogare. «Abiti a Milano?»
«Abito a Milano».
«Ma sei di Milano?»
«Sono di Monza».
«Ah! Di Monza! Sei nato a Monza?»
«Sono nato a Monza».
«Monza! Monza! E hai il padre? Hai la madre?»
«Ho la madre. A Monza».
«Una vecchia madre?»
«Una vecchia madre».
«Non abiti con lei?»
«No, capitano. La mia vecchia madre abita a Monza.
Io invece abito qui a Milano».
«Dove abiti qui a Milano?»
«Fuori Porta Garibaldi».
«Capisco» il capitano disse. «In una vecchia casa?»
«In una vecchia casa».
«In una sola vecchia stanza?»
«In una sola vecchia stanza».
«E come vi abiti? Vi abiti solo?»
«Mi sono sposato l’anno scorso, capitano».
«Ah! Sei sposato?»
Egli voleva conoscere che cos’era quello che stava distruggendo; il vecchio e il vivo, e dal basso, tra i cani, guardava l’uomo nudo davanti a sé.
«È una giovane moglie che hai?»
«È giovane. Due anni meno di me».
«Ah, cosí? Carina anche?»
«Per me è carina, capitano».
«E un figlio non l’hai già?»
«Non l’ho, capitano».
«Non lo aspetti nemmeno?»
«Nemmeno».
Sembrava che volesse tutto di quell’uomo sotto i suoi colpi. Non che per lui fosse uno sconosciuto. Che fosse davvero una vita. O voleva soltanto una ripresa, e riscaldar l’aria di nuovo.
«E il mestiere che fai? Qual è il mestiere che fai?»
«Venditore ambulante».
«Come? Venditore ambulante? Giri e vendi?»
«Giro e vendo».
«Ma guadagni poco o niente».
Qui il capitano parlò ai cani. «Zu!» disse loro. «Zu!» Li lasciò e i due cani si avvicinarono a Giulaj.
«Fange ihn!» egli gridò.
I cani si fermarono ai piedi dell’uomo, gli annusavano le pantofole, ma Gudrun ringhiava anche.
«Vuol farti paura» Manera disse. «Non aver paura».
Giulaj indietreggiava, e si trovò contro il muro. Gudrun gli addentò una pantofola.
«Lasciale la pantofola» Manera disse.
Gudrun si accovacciò con la pantofola tra le zanne, lacerandola nel suo ringhiare.
«Fange ihn!» ordinò a Blut il capitano.
Ma Blut tornò al mucchio di stracci in terra.
«Zu! Zu!» ripeté il capitano. «Fange ihn!»

CII.
Quello dal grande cappello e dallo scudiscio scosse allora il capo. Egli aveva capito. Fece indietreggiare i militi fino a metà del cortile, e raccolse uno straccio dal mucchio, lo gettò su Giulaj.
«Zu! Zu! Piglialo!» disse al cane. E al capitano chiese: «Non devono pigliarlo?».
Il cane Blut si era lanciato dietro lo straccio, e ai piedi di Giulaj lo prese da terra dov’era caduto, lo riportò nel mucchio.
«Mica vorranno farglielo mangiare» Manera disse.
I militi ora non ridevano, da qualche minuto.
«Ti pare?» disse il Primo.
«Se volevano toglierlo di mezzo» il Quarto disse «lo mandavano con gli altri all’Arena».
«Perché dovrebbero farlo mangiare dai cani?» disse il Quinto.
«Vogliono solo fargli paura» disse il Primo.
Il capitano aveva strappato a Gudrun la pantofola, e la mise sulla testa dell’uomo.
«Zu! Zu!» disse a Gudrun.
Gudrun si gettò sull’uomo, ma la pantofola cadde, l’uomo gridò, e Gudrun riprese in bocca, ringhiando, la pantofola.
«Oh!» risero i militi.
Risero tutti, e quello dal grande cappello disse: «Non sentono il sangue». Parlò al capitano più da vicino.
«No?» gli disse.
Gli stracci, allora, furono portati via dai ragazzi biondi per un ordine del capitano, e quello dal grande cappello agitò nel buio il suo scudiscio, lo fece due o tre volte fischiare.
«Fscí» fischiò lo scudiscio.
Fischiò sull’uomo nudo, sulle sue braccia intrecciate intorno al capo e tutto lui che si abbassava, poi colpì dentro a lui.
L’uomo nudo si tolse le braccia dal capo.
Era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva, sangue gli scorreva sulla faccia, e la cagna Gudrun sentí il sangue.
«Fange ihn! Beisse ihn!» disse il capitano.
Gudrun addentò l’uomo, strappando dalla spalla.
«An die Gurgel» disse il capitano.

CIII.
Era buio, i militi si ritirarono dal cortile, e nel corpo di guardia Manera disse: «Credevo che volesse fargli solo paura».
Si sedettero.
«Perché poi?» disse il Primo. «Strano!»
«Non potevano mandarlo con gli altri all’Arena?» disse il Terzo.
«Forse è uno di quelli di stanotte» il Quarto disse.
«E non potevano mandarlo con gli altri all’Arena?»
«Oh!» Manera disse. «Verrebbe voglia di piantare tutto». «Ci rimetteresti tremila e tanti al mese».
«Non potrei andare nella Todt? Anche nella Todt pagano bene».
«Mica tremila e tanti».
«E poi è lavorare».
«È lavorare molto?»
Sedevano; un po’ in disparte dagli altri militi che erano nel corpo di guardia, riuniti in quattro da quello che avevano veduto, e parlavano senza continuità, con pause lunghe; e pur seguivano il loro filo, lo lasciavano, lo riprendevano.
«Questa» disse il Terzo «è la guerra civile».
«Far mangiare gli uomini dai cani?»
«È uno di quelli di stanotte, senza dubbio».
«Deve aver fatto qualcosa di grosso».
Entrò e si unì loro il Quinto, ch’era rimasto fuori.
«Io non so» Manera disse. «Che poteva fare? Era uno che vendeva castagne».
Il Quinto disse: «Ho saputo».
«Che cosa?»
«Quello che ha fatto».
«Ha ucciso» disse il Quinto «un cane del capitano».
Tacquero di nuovo, a lungo; poi uno ricominciò.
«Certo» disse «quei cani poliziotti valgono molto».
Ricominciarono su questo a parlare. Valevano. Non valevano. Altri militi si avvicinarono, si unirono al discorso.
L’uomo fu dimenticato. E venne l’ora che Manera smontava: si alzò in piedi, stirò le sue membra di milite, sbadigliò.

Inverno - Eeva Liisa Manner

Vincent Van Gogh - Fattorie a Loosduinen vicino L'Aia all'alba
Inverno - Eeva Liisa Manner

Turbinio di foglie, ore, stagioni
da una stanza all’altra.
Raffiche di neve e nelle aperture tendine.
La desolazione si adagia al muro, si sparge per casa,
le ombre si sorreggono e stridono.
La neve serpeggia come un breve animale,
nidifica negli angoli.
gelano radi quadrati e gli occhi.
Se un uccello vaga all’interno, cade.
Questa mano che gela non lo riscalda.

Qui
solo un antico vociare vaga
da un punto all’altro,
nidifica nei capelli,
nella neve sottile della mia mente, sotto la quale
si estendono una serrata profondità,
aperture violate,
un’oscurità soffocata e topi desiderosi di vivere.

Cantico dell’uomo Baal – Bertolt Brecht

Vincent Van Gogh - Dune
Cantico dell’uomo Baal – Bertolt Brecht

1.
Quando crebbe nel materno bianco ventre Baal
già era il cielo così grande e quieto e scialbo
giovane e nudo e immensamente strano
come piacque allora a Baal, quando Baal nacque.
2.
E restava in gioia o pena là quel cielo
anche se non lo vedeva, beato in sonno, Baal:
viola a notte se Baal ubriaco;
se, all’alba, mite Baal, come albicocca scialbo.
3.
Degli empi nel groviglio di vergogna
giacque ignudo e si torse in pace Baal.
Solo il cielo, ma celava il cielo
possente, sempre, la sua nudità.
4.
Tutti i vizi a qualche cosa servono,
e anche l’uomo, Baal diceva, che li pratica.
Son qualcosa i vizi, se si sa quel che si vuole.
Due sceglietevene: ché è troppo, uno.
5.
Così pigri no, non subito stanchi:
ché godere, perdìo, non è facile!
Membra robuste ci vogliono, esperte anche:
mentre guasta, troppo grasso, un ventre.
6.
Fissa gli avvoltoi gonfi lassù Baal,
che il cadavere Baal dai cieli aspettano.
Qualche volta Baal fa il morto. Uno giù
piomba e Baal a cena, zitto, un avvoltoio si mastica.
7.
Sono astri sinistri nella valle di pianto
ruminando Baal vasti campi pascola.
Quando sono spogli, trotta Baal e canta
per la selva eterna verso il sonno.
8.
E quando il ventre buio Baal giù trae,
che è il mondo ancora per Baal? Sazio è Baal.
Tanti cieli Baal sotto le ciglia porta
che ha cielo da bastargli anche da morto.
9.
Quando dentro il ventre buio della terra Baal marcì
era ancora il cielo grande e quieto e scialbo
giovane e nudo e immensamente splendido
come piacque allora a Baal, quando Baal fu.

(1919)
trad. Ruth Leiser e Franco Fortini

Grande corale di ringraziamento - Bertolt Brecht

Vincent Van Gogh - Donne che rammendano reti sulle dune
Grande corale di ringraziamento - Bertolt Brecht

1.
Lodate la notte e le tenebre che a voi stanno intorno!
Venite in folla,
guardate in alto, al cielo:
per voi è già passato il giorno.
2.
Lodate l’erba e le bestie che accanto a voi vivono e muoiono!
Vedete, come voi
vive l’erba e la bestia
e deve anch’essa morire con voi.
3.
Lodate l’albero che, giubilando, dalla carogna cresce su al cielo!
Lodate la carogna,
lodate l’albero che la rode,
ma lodate anche il cielo.
4.
Lodate di cuore la smemoratezza del cielo!
E che esso di voi
non sappia nome o viso.
Che qui siete ancora, nessuno lo sa.
5.
Lodate il freddo, le tenebre e il disfarsi!
Guardate verso l’alto:
non dipende da voi
e senza affanno potete morire.

trad. Ruth Leiser e Franco Fortini

Sul sepolcro di Leila - Forough Farrokhzad

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Sul sepolcro di Leila - Forough Farrokhzad

Scivolarono infine i veli del mistero,
giungo adesso al tuo incontro, sguardo amico mio
perché fuggire ancora da te come ombra?
Sono io la sposa dei sogni che perdurano.

E’ nei miei occhi che si fissa il tuo sguardo,
cosa ne è stato di Leila? E il racconto degli occhi neri?
Non chiederti, non chiederti adesso perché i miei occhi
non sono neri come gli occhi selvatici di Leila.

Se fiorita è la notte negli occhi di Leila
nei miei occhi si apre il fiore di passione infuocata.
Molti i racconti dei piacevoli meandri d’amore
che scivolarono sul fiore delle mie labbra silenziose.

Ignaro sei, e stretto nelle linee del miraggio,
torna…
queste le mie labbra, e questa è la coppa dei baci,
se strada vi fosse per sfuggire al laccio del bacio
noi stessi non saremmo così diventati, servi dei baci.

Sì… perché nasconderlo a te, sguardo mio amico,
sono io la sposa dei sogni che perdurano,
sono io quella donna che leggera calpesta adesso
il sepolcro freddo e spento di Leila, questa infedele.

trad. Domenico Ingenito

Io non invento la poesia – Anise Koltz

dipinto di Jeanne Lorioz
Io non invento la poesia – Anise Koltz

Io non invento la poesia
esiste in qualche parte
dell’universo

microfono rotto
pende da un sogno.


Il pastore - Anise Koltz

Giacomo Balla - Linea di velocità, 1913
Il pastore - Anise Koltz

Un sole ostile
ci accieca

Il pastore col suo bastone bianco
non vede più le sue pecore
divorate a poco a poco
dal gregge

Spinoza - Eeva Liisa Manner

opera di Luigi Veronesi
Spinoza - Eeva Liisa Manner

Costruii lenti affinché vedessero.
Molai la superficie l’intera notte,
e offrii a Dio
schegge della mia mente.
Silenzio. E vidi:
l’erroneo riflesso di tutte.

Son degno adesso
che porto dolore, solitudine,
senza
scritta ignoranza?

*
Le strade sono lunghe e bollenti.
il cielo candido. Le cornacchie volteggiano
e bestemmiano, un’arrochita, urlante nuvola.
Le finestre son occhi. La mia ombra un moncone.

Dove potrei andare? Il mio rifugio
è pieno di strane storie, frasi come trappole,
parole pesanti che bruciano come stagno
e profetizzano, gettano ombre sui muri.

Sono greve, dalla mia ferita cresce un albero
dalle foglie tarmate.
Attraverso le quali s’intravede un cielo al calor bianco,
la mia ragione non arriva fin lì.

da L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta

da L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta
Il ragù

Alle sette di mattina ecco don Ernesto Acampora che sceglie il suo pezzo di carne dal macellaio. Sa tutto su questo pezzo di carne, lo identifica a colpo sicuro, come se lo avesse tenuto d’occhio fin da quando esso cominciò a crescere addosso alla bestia. Un pezzo di carne per il ragù non deve essere magro e non deve essere grasso; è indispensabile che abbia cessato di vivere da almeno quarantotto ore; bisogna assicurarsi che il taglio sia stato dolce, che abbia seguito e non contrariato il corso delle fibre o l’impercettibile diramarsi dei nervi. Bene. Don Ernesto ha il suo impeccabile pezzo di carne, scaccia tutti dalla cucina e inizia l’esecuzione del ragù. Non escludo che egli si sia fatto un furtivo segno di croce: libera dal male, Signore, questo ragù. È un lavoro degno di chiunque; Ferdinando di Borbone lo prediligeva, mani di re sono ora le mani di don Ernesto. Egli gradua il fuoco e sorveglia ogni cosa; sente gli umori che si sciolgono, l’acqua che abbandona in vapore la carne e quella che diluisce o assimila i grassi, confortandone il bruciore; sente l’arrosolatura; sente l’attimo in cui col cucchiaio di legno bisogna rivoltare il pezzo di carne, o, con la delicatezza di chi agisce in una viva e sensibile materia, spalmarvi il primo velo di conserva. Qui don Ernesto ha i gesti gravi e assorti di un officiante; egli non cuoce ma celebra il ragù. Uscendo dalla finestra, l’odore del ragù di don Ernesto incontra quello di altri innumerevoli ragù, purissimi o bastardi, se li annette o li abolisce; è un fatto che le narici degli angeli palpitano, il profumo di quel solo supremo ragù li ha raggiunti e persuasi. Ora, immessa la conserva di pomodoro a scientifici intervalli, l’ultima, lunghissima parola è al fuoco e al cucchiaio. Il ragù non bolle, pensa; bisogna soltanto rimuovere col cucchiaio i suoi pensieri più profondi, e aver cura che il fuoco sia lento, lento. Nulla induce alla riflessione come l’accudire a un insigne ragù; anzi poiché siamo a questo, su che cosa ormai medita un uomo come don Ernesto, senza età e senza camicia?

Spaghetti ar primo sole (Io e mi moje) - Aldo Fabrizi

Lisandro Rota - La moglie del prestigiatore cm 70x70
Spaghetti ar primo sole (Io e mi moje) - Aldo Fabrizi

Doppo 'na festa caciarona e sciarba,
Fatta de zompi, battimani e fischi,
Sostanno a le fontane e a l'obbelischi,
Un po' allegrotti ricasamo all'arba.

Dico: "Però 'sti cotijò che barba...
Quant'era mejo qui cor magnadischi..
A proposito... Forse... È stato er vischi...
Volemo fa 'na cosa che ci aggarba?"

"Sarebbe?" "Du' avvorgibbili... A la lesta!"
"La pasta a 'st'ora? Pe' l'amore de Dio!
L'ho sempre detto che sei scemo in testa!"

"Vabbè sò scemo... E tu... Si quanno è fatta...
Nun la gradisci..."; "Eh, no tesoro mio;
Si tu sei scemo io mica sò matta!"

da Spaghetti all’assassina – Gabriella Genisi

da Spaghetti all’assassina – Gabriella Genisi

«E tu sempre gentile. Che fai stasera, vai a mangiare un’Assassina? Fallo se ti riesce, non sai che ti sei persa fino ad ora.»
«Vuoi saperlo davvero? Già mangiata a pranzo, cucinata dall’ispettore Forte, e sono costretta ad ammettere che avevate ragione. La mia era una lacuna gravissima.»
«Ottimo, l’ispettore avrà preparato la versione standard, immagino.»
«Presumo di sì. Perché, esistono altre versioni?»
E mentre lo chiedo, penso che non è giusto, non è. Datemi il tempo di imparare una cosa alla volta, cos’è adesso quest’altra novità?
«Certo cara Lolita, più d’una. Questa che sto per darti è la versione più intima e romantica della famosa ricetta. Uno di quei piatti che nascono dalla tradizione. Quella che sembra così lontana da noi. Quando non si buttava via niente. Quando si riciclava tutto, soprattutto in cucina. Certe ricette nascono proprio dall’esigenza di riciclare gli avanzi del giorno prima. Gli spaghetti all’Assassina che Colino Stramaglia preparava per i suoi dipendenti prima dell’apertura, per i teatranti del Piccinni e del Petruzzelli dopo lo spettacolo a cucina già chiusa, o per pochi fortunati quando a fine serata gli girava il ghiribizzo e si rimetteva il grembiulone, nascono proprio così. La materia prima, in questo caso è la pasta al sugo avanzata. Ci vogliono spaghetti al sugo o al ragù del giorno prima, peperoncino abbondante, olio extravergine d’oliva. Poi bisogna scaldare l’olio in una padella di ferro, versare gli spaghetti, aggiungere il peperoncino e farli rosolare fino a quando non si forma una crosticina scura. Con un’avvertenza: questo piatto va mangiato caldissimo proprio per apprezzare la croccantezza della pasta. Meglio se in due, va da sé.»

da Marcovaldo – Italo Calvino

da Marcovaldo – Italo Calvino
Inverno
16 Marcovaldo al supermarket

Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo. A una cert'ora, come per lo scatto d'un interruttore, smettevano la produzione e, via!, si buttavano tutti a consumare. Ogni giorno una fioritura impetuosa faceva appena in tempo a sbocciare dietro le vetrine illuminate, i rossi salami a penzolare, le torri di piatti di porcellana a innalzarsi fino al soffitto, i rotoli di tessuto a dispiegare drappeggi come code di pavone, ed ecco già irrompeva la folla consumatrice a smantellare a rodere a palpare a far man bassa. Una fila ininterrotta serpeggiava per tutti i marciapiedi e i portici, s'allungava attraverso le porte a vetri nei magazzini intorno a tutti i banchi, mossa dalle gomitate di ognuno nelle costole di ognuno come da continui colpi di stantuffo.
Consumate! e toccavano le merci e le rimettevano giù e le riprendevano e se le strappavano di mano; consumate! e obbligavano le pallide commesse a sciorinare sul bancone biancheria e biancheria; consumate! e i gomitoli di spago colorato giravano come trottole, i fogli di carta a fiori levavano ali starnazzanti, avvolgendo gli acquisti in pacchettini e i pacchettini in pacchetti e i pacchetti in pacchi, legati ognuno col suo nodo a
fiocco. E via pacchi pacchetti pacchettini borse borsette vorticavano attorno alla cassa in
un ingorgo, mani che frugavano nelle borsette cercando i borsellini e dita che frugavano nei borsellini cercando gli spiccioli, e giù in fondo in mezzo a una foresta di gambe sconosciute e falde di soprabiti i bambini non più tenuti per mano si smarrivano e piangevano.
Una di queste sere Marcovaldo stava portando a spasso la famiglia. Essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquantoché il denaro, più ne circola, più chi ne è senza spera: «Prima o poi finirà per passarne anche un po' per le mie tasche». Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c'erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito. Comunque, era pur sempre un bel guardare, specie facendo un giro al supermarket.
Il supermarket funzionava col self–service. C'erano quei carrelli, come dei cestini di ferro con le ruote, e ogni cliente spingeva il suo carrello e lo riempiva di ogni bendidio. Anche Marcovaldo nell'entrare prese un carrello lui, uno sua moglie e uno ciascuno i suoi quattro bambini. E così andavano in processione coi carrelli davanti a sé, tra banchi stipati da montagne di cose mangerecce, indicandosi i salami e i formaggi e nominandoli, come riconoscessero nella folla visi di amici, o almeno conoscenti.
– Papa, lo possiamo prendere questo? – chiedevano i bambini ogni minuto.
– No, non si tocca, è proibito, – diceva Marcovaldo ricordandosi che alla fine di quel giro li attendeva la cassiera per la somma.
– E perché quella signora lì li prende? – insistevano, vedendo tutte queste buone donne che, entrate per comprare solo due carote e un sedano, non sapevano resistere di fronte a una piramide di barattoli e tum! tum! tum! con un gesto tra distratto e rassegnato lasciavano cadere lattine di pomo–dori pelati, pesche sciroppate, alici sott'olio a tambureggiare nel carrello.
Insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi ti prende un'invidia, un crepacuore, e non resisti più. Allora Marcovaldo, dopo aver raccomandato alla moglie e ai figlioli di non toccare niente, girò veloce a una traversa tra i banchi, si sottrasse alla vista della famiglia e, presa da un ripiano una scatola di datteri, la depose nel carrello. Voleva soltanto provare il piacere di portarla in giro per dieci minuti, sfoggiare anche lui i suoi acquisti come gli altri, e poi rimetterla dove l'aveva presa. Questa scatola, e anche una rossa bottiglia di salsa piccante, e un sacchetto di caffè, e un azzurro pacco di spaghetti. Marcovaldo era sicuro che, facendo con delicatezza, poteva per almeno un quarto d'ora gustare la gioia di chi sa scegliere il prodotto, senza dover pagare neanche un soldo. Ma guai se i bambini lo vedevano! Subito si sarebbero messi a imitarlo e chissà che confusione ne sarebbe nata!

Alain Bosquet – Mozart

 dipinto di Aldo Balding
Alain Bosquet – Mozart

Mozart mi accompagnava. Parlavo alle peonie.
Gli scarabei mi raccontavano le loro avventure nell’aldilà.
Rileggevo Rilke e Rimbaud.
In mio onore una collina organizzava

il disgelo della sua neve. Faceva freddo nell’anima
come sulla riva di un ruscello. Perdevo l’abitudine
di protestare contro la vita. Una giumenta
cercava forse un dio. L'azzurro era mansueto

sotto le mie dita disinvolte. Ero duraturo,
imitavo il ciottolo, il fogliame, la corteccia.
Per me la strada si metteva il suo abito di gala,

e ne ero felice. La mia poesia si asciugava,
senza che la supplicassi, una a una le sue lacrime.
Mozart non aveva più il broncio. Io dimenticavo la mia vecchiaia.