28 febbraio 2015

Devi amarmi cosí - Sara Teasdale

fotogramma di " L'avvocato del diavolo"
Devi amarmi cosí - Sara Teasdale

Devi amarmi cosí
Tu devi amarmi con tutto il tuo cuore
o non darmi nemmeno un po’ d’amore.
Misera cosa è un amore a metà:
non è né prigionia né libertà.

È con l’anima che mi devi amare
oltre che con il corpo, lietamente,
o ad un’altra il tuo amore dedicare –
e me ne importerà meno di niente.

Mi hai preso intero… - Ghiannis Ritsos

fotogramma di "A nous deux" 
Mi hai preso intero… - Ghiannis Ritsos

Mi hai preso intero. Non avrà più niente da prendere la morte.
Respiro nel tuo corpo. Ho gettato il seme di mille ragazzi
nel tuo sudato campo;
mille cavalli galoppano sul monte, trascinando con sé
abeti sradicati,
scendono fino alle porte della città, sollevano la testa,
guardano con gli occhi neri a mandorla l'Acropoli,
gli alti lampioni,
battendo le ciglia corte. I segnali verdi e rossi gli procurano
uno spiacevole imbarazzo. E quel vigile
muove le mani come per cogliere un invisibile frutto della notte
o afferrare una stella per la coda. Girano il dorso
come sconfitti in una battaglia che non c' è stata.
E d'improvviso
scuotono ancora la criniera e galoppano verso il mare.
Sul più bianco
cavalchi nuda tu. Ti chiamo. Sui tuoi seni
due rami d'edera incrociati. Una chiocciola
immobile sui tuoi capelli. Ti chiamo, amore. Tre giocatori
di carte, dopo una notte insonne,
entrano nella latteria qui accanto. Albeggia.
Si spengono le luci della città. Si versa liscio il gran pallore
sulla tua pelle. Sono dentro di te. Chiamo da dentro.
Ti chiamo
qui dove convergono rombando i fiumi e rotola giù il cielo
nel corpo umano, sollevando con sé
creature mortali e cose - anatre selvatiche, bufali, finestre,
i tuoi sandali estivi, un tuo braccialetto,
un riccio di mare, due colombi,
nel recinto aperto di un'inspiegabile,
non richiesta immortalità.

Come sei bella… - Ghiannis Ritsos

fotogramma di "The Duchess"
Come sei bella… - Ghiannis Ritsos

Come sei bella. La tua bellezza mi spaventa. Ho fame di te.
Ho sete di te.
Ti supplico: nasconditi; renditi invisibile a tutti; visibile
solo a me; coperta
dalle punte dei piedi ai capelli da un velo nero trasparente
screziato dei sospiri d'argento di lune primaverili. I tuoi
pori emettono vocali,
consonanti di desiderio; si articolano parole segrete;
eruzioni rosa dall'atto dell' amore. Il tuo velo si gonfia,
splende
sulla città annottata coi bar fiochi, le osterie sul mare;
la farmacia notturna illuminata da proiettori verdi,
una sfera di vetro
rotea velocemente mostrando paesaggi della terra.
L'ubriaco barcolla
in una bufera portata dal respiro del tuo corpo.
Non andare. Non andare.
Così materiale e inafferrabile. Un toro di pietra
salta sull'erba secca dal frontone. Una donna nuda
sale la scala di legno
con una bacinella d'acqua calda. Il vapore le nasconde
il viso. Alto nell'aria
un elicottero in perlustrazione ronza in un punto
indefinito. Mettiti in salvo.
Cercano te. Nasconditi più in fondo tra le mie braccia.
Il pelo
della coperta rossa che ci copre cresce incessantemente,
diventa un'orsa incinta la coperta. E sotto l'orsa rossa
ci amiamo infinitamente, oltre il tempo e oltre la morte,
in un'unica unione universale. Come sei bella.
La tua bellezza mi spaventa.
E ho fame di te. E ho sete di te. E ti supplico: nasconditi.

Sono io l’abitatore del sogno - Jolanda Insana

fotogramma di "Emanuelle"
Sono io l’abitatore del sogno - Jolanda Insana  

sono io l’abitatore del sogno
felice d’abitarlo con il sognatore
che fa coppa delle mani per raccogliere
dalle piegate cime acqua a gocce
e fino al punto di risveglio vive sperando
di riceverne molte in premio
nell’aria oscura scendendo alle radici
come sistemarlo in vita
questo non è un ingombro e vacilla
quando fa la fila davanti agli sportelli e ha freddo
e suda
e scende dalle gambe e a perturbato infiammamento
schizza via che è un incanto
nel canto più sicuro
questo corpo incauto e previdente
che ama l’alta temperatura e gela
male patendo il male uso
ho conosciuto il caid del villaggio
e l’ansito che batte da fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo
conobbe che la sua vita passò nelle tenebre
e non incolpa gli aspri comandamenti
e questo è il primo giorno che riconosce più suo
dappoiché volò giovinezza e sparve
e così allontana la scure dalla radice
senza sbarbicare ma rincalzando la zolla
insino alle più fragili fibre
per allocare il tempo in più vasta dimora

Io - Edith Sodergran

fotogramma di "Dracula"
Io - Edith Sodergran 


Io sono sconosciuta in questa terra,
che posa profonda sotto il peso del mare,
il sole la guarda con raggi serpeggianti
e l'aria fluisce tra le mie mani.
Mi hanno detto che sono nata in prigionia -
qui, nessun volto mi sarebbe conosciuto.
Ero una pietra, gettata qui sul fondo?
Ero un frutto, troppo pesante per il suo ramo?
Qui sto appostata, ai piedi dell'albero che fruscia,
come salirò per questi tronchi scivolosi?
Lassù, s'incontrano le chiome oscillanti,
là voglio sedere e spiare
il fumo dei camini della mia terra.

Ritratto di donna - Wisława Szymborska

fotogramma di "Boccaccio 70"
Ritratto di donna - Wisława Szymborska

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
E' facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima volta, l'unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un ottima consigliera.
Debole, ma lo sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l'avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serve questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l'ala spazzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco, e un bicchierino di vodka.
Dov'è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l'amor di Dio.

Sonetto XII - Louise Labè

fotogramma di "Teorema"
Sonetto XII - Louise Labè

Liuto, conforto alla pena mia dura,
Del sospirar testimon veritiero,
Del lungo tedio mio specchio sincero,
Spesso hai pianto con me la mia sventura.

E sì quel pianto ha oppresso tua natura
Che s'io dir volli un canto messaggero
Di fresca gioia, al duol. in cui già ero
Prontamente il piegava ogni tua cura,

E se voglio da te l'opposto avere,
Tu vieni meno e mi sforzi a tacere;
Ma vedendomi tanto sospirare,

Cosi soavi canti quei lamenti
Che ad amar son costretta i miei tormenti
E a dolce pena egual fine sperare.

Sonetto imperfetto - Philip Whalen

fotogramma di "Anna Karenina"
Sonetto imperfetto - Philip Whalen

“La persona di cui parli è morta.”
Dov’è il secondo cristallo ?
Un tale è entrato la notte scorsa e se l’è preso;
Questo fermava le carte sopra il tavolo
Ora vorrei un topazio.

Nel cuore della notte –
Le porte a vetri chiuse, non mancava niente altro
La patacca di quel Quarzo dalla forma astrusa ha preso il volo
Come l’imperatore Nicola Romanov
Come “Bebe” Rebozo

Dimmi che mi ami dimmi
Che mi servirai
Una tazza di caffè fragrante
Una tazza di topazio ! Dalla Slesia –
Degli imperatori Asburgo
Il miglior cristallo è al piano sopra

Sonetto I - Louise Labè

fotogramma di "Gilda"

Sonetto I - Louise Labè

Non havria Ulisse o qualunqu’altro mai
Piu accorto fù, da quel divino aspetto,
Pien di gratie, d’honor et di rispetto,
Sperato qual i sento affanni et guai.

Pur, Amor, co’i begli occhi tu fatt’hai
Tal piagia dentro al moi innocente petto,
Di cibo et di calor già tuo ricetto,
Che rimedio non vè si tu nol’ dai.

Sorte dura, che mi fa esser quale
Punta d’un Scorpio, et domandar riparo
Contr’ el velen’ dall istesso animale.

Chieggio ti sol’ ancida questa noia,
Non estingua el desir a me si caro,
Che mancar non potria ch’i non mi muoia.

La musa - Anna Achmatova

fotogramma di "Mayerling"
La musa - Anna Achmatova
 
Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono ormai, libertà, giovinezza,

di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: "Dettasti a Dante tu
le pagine dell’Inferno?". Risponde: "Io".

Mezzanotte - Dorothy Parker

fotogramma di "Autumn in New York"
Mezzanotte - Dorothy Parker

Le stelle sono morbide come i fiori, e così vicine;
le colline sono ragnatele d’ombra filate lentamente,
nessuna foglia separata nè singoli fili d’erba

tutto fuso in uno.

Nessun raggio di luna taglia l’aria, una luce di zaffiro
ruota pigramente. E s’adagia di nuovo a riposare
Non esiste una cosa tagliente in tutta questa notte,
Salva nel mio petto.

Sonetto XXIV - Louise Labè

fotogramma di "Moulin rouge"
Sonetto XXIV - Louise Labè


Non mi condannate, Donne, se io ho amato:
se ho sentito mille torce ardenti,
mille supplizi, mille dolori pungenti :
se ho consumato il mio tempo a piangere,

ahimè! che il mio nome non sia da voi biasimato.
Se ho commesso degli errori, le pene sono già presenti,
non affilate le loro lame violente:
ma pensate che l’ Amore, al momento giusto,

senza che dobbiate scusarvi del vostro ardore di un Vulcano,
senza mostrare la bellezza d’ Adone,
potrà, se lui vuole, rendervi più innamorate:

avendo meno occasioni di me
e una più forte e singolare passione.
Ma guardatevi di essere più sfortunate (di me).

27 febbraio 2015

L'Amante - Julio Cortazar

fotogramma di "Il te nel deserto"
L'Amante - Julio Cortazar


Sei la benvenuta,

la pietra originale dell’allegria,
la danza assorta della statua
che gli uccelli sentono e disperdono.

Quando nella sua coscia rossa i denti si slacciano
al primo mezzogiorno della terra,
fare il tuo nome è il sapore della melagranata.

Il tuo cuore inventa le mappe colorate,
nei tuoi occhi si "amacano" i globi della domenica,
e quando sei in me,
la notte si apre il petto,
il sangue delle stelle cala fino ai tuoi capelli,
al tuo nome, alla tua violenza.

Questa infinita sete, berti, disseccarti,
cisterna di allegria, sperpero del grido
che le labbra annegano in delirio.

Chi inventò il futuro,
la sua macchina di sale, la sua rosa vuota.
Questa pelle delle palpebre mi separa dal mondo
però tu stai in lui, e più dentro vivi.

Ho messo un abito scollato e non so se ritorni - Maria do Rosário Pedreira

fotogramma di "La dolce vita"
Ho messo un abito scollato e non so se ritorni - Maria do Rosário Pedreira
 
Ho messo un abito scollato e non so se ritorni,
ma le parole sono pronte sulle labbra come
segreti imperfetti o germogli di acqua custoditi per

l'estate. E, se di notte le ripeto in sordina, nel silenzio
della stanza, prima di addormentarmi, è come se all'improvviso
gli uccelli fossero già arrivati a sud e tu ritornassi
in cerca di questi antichi messaggi lavati dal tempo:

Andiamo a casa? Il sole dorme sui tetti la domenica
e c'è un intenso odore di lino sparso sui tetti.
Possiamo rivoltare i sogni al rovescio, dormire dentro il pomeriggio
e lasciare che il tempo si occupi dei gesti più piccoli.

Andiamo a casa. Ho lasciato un libro aperto a metà sul pavimento
della stanza, sono sole nella scatola le vecchie foto
del nonno, c'erano le tue mani strette con forza, quella
musica che eravamo soliti ascoltare d'inverno. E io voglio rivedere
le nuvole ritagliate nelle finestre rosse del crepuscolo;
e voglio andare di nuovo a casa. Come le altre volte.

E così mi preparo per il sonno, notte dopo notte, dipanando la lenta
matassa dei giorni per scontare l’attesa. E, quando la nidiata
allontanerà alla fine le ali della chiglia al suo primo volo,
di certo mi troverò ancora qui, ma potrò dire che, per lo
meno qualche volta, già inviai i messaggi, già dalla mia
bocca udii queste parole, che tu ritorni o non ritorni.

 

Storia lacerata nel corpo di una donna - Alī Ahmad Sa'īd Isbir (Adonis)

fotogramma di "The Touch"
Storia lacerata nel corpo di una donna - Alī Ahmad Sa'īd Isbir (Adonis)

Ecco, svanisco ogni cosa,
ancora non conosco me stessa,
chi sono? Dove mi hai nascosta
straniera nelle mie parole e nel mio pianto?
Come faccio a vedere l'arcano e a conciliarmi
col mio volto, abbracciare me stessa ?
Il mio desiderio mi ha smascherata. Il mio desiderio
mi ha separata da me.
Conosco l'inferno in terra come se io fossi l'inferno.

Come le foglie che fa germogliare - Mimnermo

fotogramma da "À bout de souffle"
Come le foglie che fa germogliare - Mimnermo

Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera
ricca di fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole,
noi, simili ad esse, per un tempo brevissimo godiamo
i fiori della giovinezza, né il bene né il male conoscendo
dagli dèi. Oscure sono già vicine le Kere,
l'una avendo il termine della penosa vecchiaia,
l'altra della morte. Breve vita ha il frutto
della giovinezza, come la luce del sole che si irradia sulla terra.
E quando questa stagione è trascorsa,
subito allora è meglio la morte che vivere.
Molti mali giungono nell'animo: a volte, il patrimonio
si consuma, e seguono i dolorosi effetti della povertà;
sente un altro la mancanza di figli,
e con questo rimpianto scende all'Ade sotterra;
un altro ha una malattia che spezza l'animo. Non v'è
un uomo al quale Zeus non dia molti mali.

Il club del crimine - Weldon Kess

 fotogramma di "the Big Sleep"
 Il club del crimine - Weldon Kess

Nessun maggiordomo né fantesca, niente sangue sulle scale.
Nessuna zia lunatica, né giardiniere, o amico di famiglia
sorridenti tra bric-a-brac e assassinio.
Solo una villa con la porta spalancata
e un cane che abbaia a uno scoiattolo, e le auto
che passano. Il cadavere parecchio morto. La moglie in Florida.

Esamina gli indizi: lo schiacciapatate in un vaso,
la foto strappata della squadra di Basket della Wesleyan,
sparpagliata con delle ricevute di assegni nell’ingresso;
una lettera d’ammiratore mai spedita a Shirley Temple,
il distintivo di Hoover sul bavero del trapassato,
il biglietto: “Essere ucciso così mi va benone”.

Non c’è da sorprendersi allora che il caso sia irrisolto,
o che il detective, Le Roux, sia adesso un pazzo incurabile,
e sieda da solo col suo camice bianco in una camera bianca
e urli che il mondo intero è pazzo, che gli indizi
non portano da nessuna parte, o a pareti tanto alte
che non se ne vede la sommità; che urli della guerra
tutto il giorno, urli che niente può essere risolto.


La vita cara - Philip Whalen

fotogramma di "Arancia Meccanica"
La vita cara - Philip Whalen

Legandomi le scarpe in plastica
Realizzo d’esser fuori, questo è il parco e sono sciolto
da qualsiasi pacchetto di nonsense, da vecchie repliche in continua
Con cani Ayer, Barney & Daphne
Non mi chiedono il perché mi rasi il cranio
“Taglia le righe scritte,” raccomanda Burroughs
Daphne & Barney sono grassi da scoppiare e sono a dieta solo io
(Piega lungo la linea tratteggiata)
Giri di pensieri flaccidi cadono snodati,
Facendosi più caldo il sole di quanto voglia la mia camicia di flanella.
Che ne dite del REVIVAL DI BUDDISMO IN CINA ?
Non lo leggerò per ora… Troppo cieco per vedere
Quasi troppo cieco per scrivere tutto questo, nella mia stanza non ci sono fiori
L’aria compressa alla stazione di servizio costa mezzo dollaro di grana
A sole sedici libbre al pollice quadrato
Vedo la montagna più lontana.
 

L'uno e l'altro - Mario Luzi

fotogramma di "Chinatown"
L'uno e l'altro - Mario Luzi

“Rimanere fedeli, legare agli altri il destino,
questo conta pur qualcosa” insiste lui
torcendo in una smorfia dubbia il viso,
il suo viso di uomo nel torto.
“Questo conta pur qualcosa” risponde lei
sopra pensiero, e guarda fuori l'opera del vento
da un capo all’altro della valle lasciata a pascolo.
“Se la pensi così è una fortuna.
La virtù, di questi tempi, tenuta
per uno straccio e irrisa...”.
Riprende e sposta con solennità la mano
tra il volante e il cambio.
“Oh, certo” trasale lei, che guarda
venire incontro da lontano i monti
e serrarsi sul rettifilo di asfalto.
“Certo”, e le sfugge dalle labbra un suono
tra il gemito e lo schiocco di dentiera smossa.
Segue un attimo di silenzio, lungo
per me più che per loro, mentre penso
quale degli elementi manca, il fuoco
o l’aria, in questa cellula morta.
E frattanto li osservo quali sono,
dissimili, ma uguali in questo, che si muovono
inutilmente cauti, e si tengono al largo
dal vero scopo, dal vero cruccio.
“È l'amore, l'amore che manca
se ne aveste notizia
o se aveste coraggio a nominarlo”.
Mi volgo loro tra me e me, e il tempo
il luogo perde ogni contorno
e mi striscia davanti un’ombra
o una coda di opossum.

Il sogno, è tutto dire - Edoardo Sanguineti

fotogramma di "I soliti ignoti"
Il sogno, è tutto dire - Edoardo Sanguineti

il sogno, è tutto dire, è dire tutto:
mi srotolo la lingua e, non so bene
se devo vergognarmene, ma ti dirò che mi sto riconciliando, a piccolissimi
passi, con il mondo:
(che mi diventa gradualmente minore il mio nativo
orrore profondo, da qualche tempo in qua, per l'esistente): e che mi sento, con critico
realismo, e con cinismo, parzialmente pacificabile, a lungo andare, e a largo
raggio, con i miei femori, con le mie pulsioni, e con i garofani, l'habeas corpus,
i pompieri, e con Schelling, con Schiller):

è la mia molle pazienza il mio genio:

La morte della ragione - Amira Baraka

fotogramma di "Taxi driver"
La morte della ragione - Amira Baraka

La mia rabbia, talvolta,
è talmente brutta, è come se stesse seduta
fuori dalla natura, chiamando anche me
fuori, in qualche freddo vento merdoso
dell’inferno dell’uomo di colore. Le morte preghiere
che mi inaridiscono. Che rifiutano a me
e ai miei simili che camminano
la luce della calma razionale.
I denti del tempo
in una zona temperata. Vento tagliente
che mi strappa il respiro e gli abiti.
Tutta la mia perspicacia se n’è andata, io dissi,
disseccata per fare logica in polvere morbida
di cui ci imbrattiamo il volto per farci trovare
nelle notti quando la luna batte sulle
case, e fantasmi siedono a respirane
il sangue. Queste sono frasi, ordinati
termini logici, capricci del ritmo, perduti
in un bagliore di grazia missionaria.

2
Mio nonno era un omone grosso
che lasciò un cadavere ancor più grosso
quando lo uccisero. Matto
com’era, si aggirava per la città di gesso
di notte, declamando le mie poesie.
Oh, per l’amore di chiunque
da ascoltare per il Dio di chiunque. Io sostengo
che questa non è la condizione generale
dell’uomo. Questa non è
l’agonia e la morte di chiunque.
Mi condussero là nella sua giacchetta accorciata.
Guardavo mentre lo calavano giù. Oh,
dio di Chiunque, faceva un freddo tale, e la pioggia
mi veniva addosso così forte. Ma tirai su la giacca
contro la faccia. E diedi un calcio alla cassa:
e i becchini la lasciarono cadere imprecando.

Leonore Kandel - da "The love book"

fotogramma di "Philadelphia"
Leonore Kandel - da "The love book"


Prima massacrarono gli angeli
legandogli con corde le esili gambe bianche
e
aprendogli la gola di seta con gelidi coltelli
Morirono battendo le ali come polli
e il loro sangue immortale bagnò la terra in fiamme,
noi guardavamo dal sottosuolo
dalle lapidi, le cripte
mordendoci le dita ossute
e
rabbrividendo nei nostri sudari! macchiati di piscio
I serafini e i cherubini non ci sono più
li hanno mangiati e han succhiato il midollo dalle loro ossa
spezzate
si sono puliti il sedere con piume d'angelo
e ora percorrono le strade disselciate con
occhi come brace…

26 febbraio 2015

1° aprile 1965 - Testo Branduardi

fotogramma di " I diari della motocicletta"
1° aprile 1965 - Testo Branduardi

Padre da molto tempo non scrivevo più..
sai che un vagabondo
oggi è qui e domani là.
Già dieci anni fa io vi scrivevo addio...
per una volta ancora riprendo il mio cammino.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
gli anni sono passati
ma io non sono cambiato.
Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,
fino alla fine andrò dietro le mie verità.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
la morte non l'ho mai cercata,
ma questa volta forse verrà.
Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato...
per voi non sarà facile,ma oggi credetemi.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
mi sento un poco stanco
mi sosterrà la mia volontà
Abbraccio tutti voi,un bacio a tutti voi
e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.
1° aprile 1965 Angelo Branduardi...lettera di Ernesto Guevara.
"1° Aprile 1965", questo è il titolo di una canzone che appare nell'album "Pane e rose" del 1988 di Branduardi . Il testo è tratto dall'ultima lettera di Ernesto Che Guevara ai genitori (fu scritta pochi giorni prima di essere ucciso).

Partiamo - Carlos Puerta

fotogramma di "I diari della motocicletta"
Partiamo - Carlos Puerta


PARTIAMO,
ardente profeta dell'aurora,
per sentieri nascosti e abbandonati,
per liberare il verde coccodrillo che ami tanto.
PARTIAMO
vincitori di coloro che ci umiliano,
lo spirito pieno delle stelle ribelli di Martì,
giuriamo di trionfare e di morire.
Quando riecheggierà il primo colpo di fucile e si sveglierà
in uno stupore virginale tutta la macchia,
al tuo fianco noi combatteremo,
noi ci saremo.
Quando la tua voce spargerà ai quattro venti
riforma agraria, giustizia, pane e libertà,
al tuo fianco, con le stesse parole, noi ci saremo.
E quando verrà alla fine del viaggio
la salutare azione contro il tiranno,
al tuo fianco, aspettando l'ultima battaglia,
noi ci saremo.
E se il ferro interromperà il nostro viaggio,
chiediamo un sudario di lacrime cubane
per coprire le ossa dei guerriglieri trasportate dalla corrente
della storia americana.

Per noi è sempre 26 - Carlos Puebla

fotogramma di "I diari della motocicletta"
Per noi è sempre 26 - Carlos Puebla

Ci ha mostrato la Moncada
la strada da percorrere
e per questo esempio alta
per noi è sempre 26
È sempre 26
È sempre 26
per noi è sempre 26
Il paese è il canto e l'amore
il paese è lotta e dovere
e in quella di patriottismo
per noi è sempre 26.
Solo il lavoro creativo
è il modo per crescere,
e la questione del lavoro
per noi è sempre 26.
L'ideologia è il motore
per andare avanti e superare,
e per quanto riguarda l'ideologia
per noi è sempre 26.
La consapevolezza e il valore
Hanno trionfato negli ultimi
e da quel momento
per noi è sempre 26

25 febbraio 2015

Io come voi... - Alda Merini

Io come voi... - Alda Merini

Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d'amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall'idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l'amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell'uomo,
che è la scienza mia.

Ti voglio e non sei qui - Carol Ann Duffy

foto da tumblr.com

Ti voglio e non sei qui - Carol Ann Duffy

Ti voglio e non sei qui. Mi soffermo
in questo giardino, a respirare il colore che è il pensiero
prima di diventare linguaggio nell'aria ferma.

Pure il tuo nome
è un pallido spettro, e per quanto lo esali senza
posa, non mi rimarrà accanto. Stanotte
ti invento, ti immagino, i tuoi movimenti più nitidi
delle parole che ti faccio dire e che hai già detto.

Ovunque tu sia ora, nella mia testa mi fissi
con lo sguardo, standotene qui
mentre la luce fresca della sera
si dissolve nella terra. Sbaglio la tua bocca
ma sorride lo stesso. Ti stringo a me
più vicino, così lontano,
a inventare l'amore finché il canto
di uccelli notturni interrompe e muta
quel che doveva succedere, di sicuro,
in ricordo. Le stelle ci stanno filmando
senza scopo.

23 febbraio 2015

Riverbero - Grazia Fresu

Alone - Paul Kelly
Riverbero - Grazia Fresu


Non ti dico che questo:
un solitario riverbero di attese,
un gesto rifiutato,
la memoria delle colombe
al bordo di un balcone,
unisco prismi e essenze
il mio racconto
ne resta variegato,
sono ascolti, intese risanate
che tracciano tra gli alberi
gli umori riluttanti di un giardino.
Non ti dico che
quello che non fummo,
la fantasia dell'acqua
compromette l'ardore della terra,
schiaccio bacche dorate
tra le dita e tingo la sutura
che compose l'incanto.
È ancora giorno e ancora
il cielo si colora di vermiglio.

Il Lusso di concepire - Emily Dickinson

Cafe Oceanus - Paul Kelley
Il Lusso di concepire - Emily Dickinson


Il Lusso di concepire
Il Lusso che sarebbe
Guardarti un'unica volta
Un'Epicurea di Me

In Presenza di chiunque fa
Fino a che d'altro Cibo
A malapena rammento di aver fame
Tanto il primo m'ha saziata -

Il Lusso di meditare
Il Lusso che fu
Banchettare sul tuo Volto
Una Sontuosità conferisce

Ai più comuni Giorni, la cui Tavola per
Quanto la Certezza possa vedere
È riempita da un'unica Briciola
La Consapevolezza di Te.

Non cercare là - Cecilia Meireles

Paul Kelley - on the edge of the world
Non cercare là - Cecilia Meireles

Non cercare là.
Ciò che è, sei tu.
Sta in te.
In tutto.
La goccia è stata nella nuvola.
Nella linfa.
Nel sangue.
Nella terra.
E nel fiume che si è aperto nel mare.
E nel mare che si è coagulato in mondo.
Tu hai avuto un destino così.
Fatti a immagine del mare.
Datti alla sete delle spiagge.
Datti alla bocca azzurra del cielo.
Ma fuggi di nuovo a terra.
Ma non toccare le stelle.
Torna di nuovo a te.
Riprenditi.

Assenza - Beatrice Niccolai

Opera di Paul Kelley
Assenza - Beatrice Niccolai

Dopo il vino ho bevuto il sonno.
Fino a ubriacarmi di lacrime,
il serale risveglio.
Cerano tutti i pensieri, lì.

Mancavo solo io.

Non potrei provare che gli Anni abbiano piedi - Emily Dickinson

Paul Kelley - wind from the west

Non potrei provare che gli Anni abbiano piedi - Emily Dickinson

Non potrei provare che gli Anni abbiano piedi -
Eppure certa che essi corrono
Io sono, da sintomi che sono trascorsi
E Sequenze che sono concluse -
Mi accorgo che i miei piedi hanno ulteriori Mete -
Sorrido dei Traguardi
Che sembravano così ampi - Ieri -
L'oggi - ha più vaste pretese -
Non dubito che la Persona che ero
Mi competesse -
Ma qualcosa di maldestro in quella fase -
Prova che - diventata più grande - vedo -

22 febbraio 2015

Dice Penelope - Katerina Anghelaki-Rooke

Opera di Paul Kelley
Dice Penelope - Katerina Anghelaki-Rooke

Non tessevo, non lavoravo a maglia,
cominciavo uno scritto, lo cancellavo
sotto il peso della parola
perché l’espressione perfetta e ostacolata
quando dentro sei oppressa dalla pena.
E se l’assenza e il tema della mia vita
– l’assenza dalla vita –
sulla carta viene fuori il pianto
e il dolore naturale del corpo
che sa la privazione.
Cancello, strappo, soffoco
le urla vive:
“dove sei, vieni, ti aspetto
questa primavera e diversa dalle altre”
e al mattino ricomincio
con nuovi uccelli e lenzuoli bianchi
che si asciugano al sole.
Tu non sarai mai qui
ad annaffiare i fiori con la canna
e i vecchi soffitti che gocciolano
impregnati di pioggia
e la mia personalità
ch’e dissolta nella tua
quietamente, autunnalmente…
Il tuo cuore eletto
– eletto perché io l’ho scelto –
sarà sempre altrove
e io taglierò con le parole
i fili che mi legano
a quest’uomo particolare
del quale ho nostalgia
finché Ulisse diventi simbolo di nostalgia
e navighi per i mari
nella mente di ognuno.
Ogni giorno ti scordo
con passione
perché ti lavi dai peccati
del profumo e della dolcezza
e cosi purificato
entri nell’immortalità.
E un lavoro duro e ingrato.
Unica ricompensa, se alla fine
capirò cosa sia la presenza umana,
cosa sia l’assenza
o come funziona l’io
in tanta desolazione,
in tanto tempo
come nulla fermi il domani
il corpo continua a rigenerarsi
si alza e si corica sul letto
quasi abbattuto a colpi d’ascia
a volte infermo a volte innamorato
sempre con la speranza
che quanto perde in tatto
lo guadagni in sostanza.

20 febbraio 2015

Mappe nere - Mark Strand

foto di Chris Kotsiopoulos
Mappe nere - Mark Strand

Non la platea di pietre
né il vento che applaude
ti faranno capire

che sei arrivato,
non il mare che celebra
solo le partenze,
non le montagne
né città morenti.
Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.
Puoi camminare
e credere di emanare
la luce intorno a te.
Ma come fai a saperlo?
Il presente è sempre buio.
Le sue mappe sono nere,
escono dal nulla,
descrivono
nel loro silente salire
dentro se stesse,
il proprio viaggio,
il proprio vuoto,
la fosca, sobria
necessità di contemplarlo.
Mentre vengono in essere
sono come il respiro.
E se pure le studi,
è solo per scoprire,
troppo tardi, che quelli che
ritenevi fatti tuoi,
non esistono.
La tua casa non c'è
su nessuna di quelle mappe,
né ci sono gli amici
che aspettano che ti faccia vivo,
né i tuoi nemici
che elencano le tue mancanze.
Ci sei solo tu
e saluti
ciò che sarai,
e l'erba nera
sostiene stelle nere.

Il momento per scrivere - Billy Collins

foto: Olivetti-Valentine
Il momento per scrivere - Billy Collins

Il momento che preferisco per scrivere
è il tardo pomeriggio:
giorni lavorativi, in particolare mercoledì.
Questo è quel che faccio:
porto una teiera di tè appena fatto nel mio studio
e chiudo la porta.
Mi tolgo i vestiti e li lascio in un mucchio
come se fossi morto sciogliendomi
e il mio lascito fosse solo una camicia bianca,
un paio di pantaloni, e una teiera di tè non più caldo.
Poi mi tolgo la pelle e l’appendo a una sedia.
La sfilo dalle ossa come fosse un vestito di seta.
Lo faccio perché quel che scrivo sia puro,
completamente sciacquato dal carnale,
incontaminato dalle preoccupazioni del corpo.
Infine mi tolgo tutti gli organi e li dispongo
su un tavolino accanto alla finestra.
Non voglio sentire i loro ritmi antichi
mentre cerco di battere a macchina
fuori il mio intimo battito.
Ora mi siedo alla scrivania, pronto a cominciare.
Sono interamente puro: nient’altro
che uno scheletro alla macchina da scrivere.
Dovrei dire che a volte tengo addosso il pene.
Mi è difficile ignorare la tentazione.
Allora sono uno scheletro col pene
alla macchina da scrivere.
In queste condizioni scrivo straordinarie poesie d’amore,
molte sfruttano la connessione fra sesso e morte.
Sono la concentrazione in persona: esisto in un universo
dove non c’è altro che sesso, morte e scrittura.
Dopo un po’ mi tolgo anche il pene.
E allora sono tutto teschio e ossa che battono a macchina nel pomeriggio.
Solo le cose assolutamente essenziali, senza orpelli.
Ora scrivo solo sulla morte, il più classico dei temi
con una lingua leggera come l’aria tra le mie costole.
Dopo mi concedo come premio
un giro in auto al tramonto.
Mi rimetto gli organi e mi rinfilo nella carne
e nei vestiti. Esco in retromarcia dal garage
e guido veloce fra i boschi
e le strade serpeggianti di campagna
e passo accanto a muri di pietra, fattorie
e laghetti gelati, tutti perfettamente ordinati
come parole in un sonetto famoso.