29 aprile 2020

Mah! – Enzo Montano


Mah! – Enzo Montano

Volete un esempio dell’asservimento al potere economico della stampa? Leggete la Repubblica.
Volete un esempio di opinionisti senza opinioni travestiti da passacarte? Leggete il tuttologo Stefano Folli su la Repubblica.
A me è capitato di leggere la sua illuminata opinione sul quotidiano del 28 aprile u.s.
Mi è capitato, beninteso, perché io quel giornale non lo compro da anni figuriamoci se lo faccio adesso che è diventata una figurina nelle mani di uno dei maggiori gruppi finanziarti dell’Italia, una proprietà che cambia direttori senza sentire il dovere di offrire una spiegazione agli interessati e, soprattutto, ai lettori.
Ma veniamo al punto. Da mesi la grande (sic!) stampa, la confindustria, le opposizioni, le televisioni a reti unificate, le Marte Merlino, le Barbare D’urso, i Giordano e tutti gli altri trombettieri nordisti sbraitano la necessità di un cambio alla guida del governo ipotizzando  un salvifico governo di unità nazionale, così, senza dare una giustificazione e senza una minima verifica delle possibilità, senza accennare alla composizione della nuova maggioranza. Insomma, è il volere dei padroni, quelli che antepongono le palanche a tutto il resto, prontamente supportato dai loro servi scribacchini. Termini obsoleti, direte voi, è probabile, ma non trovo altro modo per definire questi “squaglia piombo”, direbbe un caro amico, senza spina dorsale, vere ancelle del potere (meretrici sia maschi che femmine senza dignità) perennemente supini al volere dei padroni.
Questi disegno è sostenuto soprattutto da chi non si rassegna a un ruolo di comprimario cui è condannato dalla ormai conclamata incapacità politica oltre che dal livore personale. Incapacità abbondantemente dimostrata sia nei periodi di permanenza al governo e sia nel ruolo più angusto di oppositore. A questi va aggiunto il più capriccioso dei politici italiani dell’ultimo periodo, il più grande collezionista di sconfitte, il detentore del più grande ego, colui che non si rassegna all’evidenza della sua inconsistenza. Sto divagando perciò torno al nostro editorialista dal titolo: “Il tempo stringe per Salvini e Meloni”, pagina 29 nella rubrica denominata “Il punto” (è vero che ogni punto è il centro dell’universo ma qui al massimo stiamo nel punto più periferico della logica).
“Dopo la prova televisiva di domenica sera, è opinione diffusa che Giuseppe Conte si sta avviando a diventare il capro espiatorio del possibile disastro.” Così apre il Folli: processo, giudizio e sentenza in una sola frase. Ha già stabilito che la prova è stata tutt’altro che buona (da cosa lo si deduca rimane un mistero), che il presidente del consiglio sarà il capro espiatorio (qui esalta le sue notevoli le capacità divinatorie), e che sarà tutto un disastro (menagramo assoldato). Ma non subito, scrive il nostro, non in piena crisi sanitaria, il capro espiatorio sarà sacrificato solo quando la crisi sanitaria si trasformerà in crisi economica. In altre parole: lasciamo che faccia il lavoro sporco, intanto lo massacriamo e poi, quando si dovranno gestire le palanche, mettiamo un timoniere confacente agli interessi dei potenti nordisti, come sempre.
Continuo la lettura nella speranza di trovare articolate riflessioni a compendio dell’assunto iniziale.
Il notista continua a leggere nella sua sfera di cristallo e riporta a noi, poveri ciechi, le sue folgorazioni ponendo due interrogativi: “Primo. La crisi si aprirà secondo canali tradizionali e sarà gestita dalle forze politiche in base al rituale tipico ovvero l'insieme di protagonisti e comprimari è destinato a essere travolto da circostanze eccezionali? Secondo. Nel caso in cui il bandolo della matassa fosse ancora nelle mani dei poteri riconosciuti, c'è qualcuno che già ora si prepara a gestire una stagione drammatica?” Ho riletto tre volte gli interrogativi temendo di aver male interpretato. Era scritto proprio così, definirlo politichese ermetico sarebbe troppo, diciamo che il celebre notista si è avvitato intorno al nulla e il motivo lo si capisce nel prosieguo. In pratica esorta la sua sfera magica e la destra a dare una visione chiara di un futuro fulgido governato dalle destre, auspicando la partecipazione del Pd, e camuffarlo da governo di unità nazionale sotto la direzione dei potenti della finanza. Ecco la ragione del titolo.
Per il resto il pezzo è un condensato di frasi e pettegolezzi politici tipici del bar dello sport senza un minimo accenno alla strategia, al programma, al perché della necessità di questo nuovo governo e quali le sue mancanze. Eppure il governo in carica sta gestendo una catastrofe immane nonostante le mille difficoltà connesse a un sistema sanitario frammentato in venti pezzetti e in presenza di continue polemiche urlate contro qualsiasi provvedimento dalla peggiore opposizione della storia repubblicana, ne esce meglio di molti altri paesi governati da personalità amate e osannate dalla Finanza e dai sovranisti nostrani: Trump, Bolsonaro, Johnson. Ma il Folli si guarda bene dal muovere una critica, sia pure piccola ai capi dell’opposizione, alle loro posizioni stravaganti in Europa, per esempio, o alla palese incapacità di proposta. Nemmeno un cenno al tanto decantato modello lombardo-leghista del rinomato duo di conferenzieri mascherati Fontana-Gallera che, con la determinante collaborazione del capo celtopadano, sta portando l’intera nazione alla deriva.
Insomma, dopo aver letto il pezzo (definirlo articolo non ci riesco) di una delle firme più illustri del giornalismo nostrano, ho fatto una sola riflessione: MAH!!!
29 aprile 2020

Venticinque Aprile. Ciao Bellissimi – Enzo Montano


Venticinque Aprile. Ciao Bellissimi – Enzo Montano

Piango ogni volta che l’ascolto
ogni volta penso a te Ines
Piango appena comincia
appena partono le prime note
Piango al ricordo di te Irma
abbandonata nella via

Una mattina mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao


Lacrime invisibili scendono
vago solitario sulle colline
immagino soste nei casolari
e piango, Cecilia, piango
pensando a voi Gabriella e Rita
giovani donne valorose

una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor

Addensa l’aria la musica dei Modena
le lacrime si fanno vere
Volo tra gli alberi dell’Appennino
Volo con voi Livia Gina Carla
Volo sopra le nuvole
fino a raggiungervi bellissime stelle

O partigiano portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

L’ascolto una volta ancora e piango
tutte le volte piango quando cantano
Mercedes o Ives o Goran piango
e sorrido a voi Paola Annamaria Tina
donne valorose e immense
a muso duro contro i fascisti numerosi

o partigiano portami via
che mi sento di morir

Eravate lì sulle colline tra i boschi
circondate dai vigliacchi
Eravate lì a subire le torture
le peggiori per una donna
Irma Ancilla Clorinda Norma
ma mai il nome di un compagno

E se io muoio da partigiano,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao


Il violino sottolinea le parole
e piango Modesta mamma e moglie
sorella figlia e amica e partigiana
ti vedo impavida di fronte al plotone
sparano i tedeschi e tu sorridi
all’amore del tuo uomo e dell’Italia

e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Come non piangere Virginia
Venti giorni Venti lunghi giorni
ti hanno torturata i vili fascisti
Venti giorni ma non hai parlato
Come non piangere al pensiero di te
nella stanza con i torturatori sghignazzanti

Seppellire lassù in montagna,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

I ragazzi cantano e ballano
tutti i ragazzi belli e giovani
come voi Vera cantano per te
e qualche volta li hai ascoltati
nelle piazze del mondo
tutti ricordano la vostra lotta

seppellire lassù in montagna
sotto l'ombra di un bel fior

Voi siete i fiori più belli
i meravigliosi fiori della Resistenza
gli strabilianti fiori della democrazia
tu Iris sei il bel fiore
da sola contro i fascisti
Piango bella ciao e Piango Bella Ciao

E le genti che passeranno,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

E cantano i ragazzi in tutto il mondo
tutti insieme i ragazzi del mondo
cantano la vostra canzone
Anche Andrea è nella piazza festante
balla insieme a tanti giovani e canta
e anche io canto Bella Ciao
insieme a Loro insieme a Voi
Giuseppe Mirko Alberto
ed ogni volta Piango
Ettore Osvaldo Pilo Luigi
sulle vostre colline al freddo
dell’inverno al fuoco dei fascisti
Piango perché io non c’ero

e le genti che passeranno
mi diranno “che bel fior”


Ragazzi ascoltatela con me
Edmondo Giulio Manfredi
la vostra bella canzone
la cantano tutti dove c’è una lotta
bambini e uomini con la barba bianca
Bella Ciao si canta in tutte le lingue
del mondo tutti sorridono a voi
Riccardo Vittorio Giorgio
Come fermare le lacrime
io non ero con voi sull’Appennino

Questo è il fiore del partigiano,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

Ragazze e ragazzi operai e operaie
contadini e mondine e insegnanti
come non piangere quando l’ascolto
la bella canzone dei partigiani
Vi porto sempre con me
Ciao bellissimi Ciao a tutti voi.

questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà

Comunicato 29 aprile 1945 del CLNAI

Sandro Pertini dichiara la liberazione di Milano dai nazifascisti
Comunicato 29 aprile 1945
CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia)


Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale - che il fascismo per venti anni gli ha negato - se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.
Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l'assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.
Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile.
Il CLNAI, come ha saputo condurre l'insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi. Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia.

Achille Marazza per la Democrazia Cristiana
Augusto De Gasperi per la Democrazia Cristiana
Ferruccio Parri per il Partito d'Azione
Leo Valiani per il Partito d'Azione
Luigi Longo per il Partito Comunista Italiano
Emilio Sereni per il Partito Comunista Italiano
Giustino Arpesani per il Partito Liberale Italiano
Filippo Jacini per il Partito Liberale Italiano
Rodolfo Morandi per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
Sandro Pertini per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria

18 aprile 2020

Elena – Enzo Montano

Antonio Canova - Testa di Elena, 1811. Marmo bianco, 64 cm. Ermitage, San Pietroburgo
Elena – Enzo Montano
“Platres! Cos’è? Quest’isola chi la conosce?
Ho vissuto una vita udendo nomi inauditi:
luoghi nuovi, follie nuove degli uomini
o degli dei.”

Giorgos Seferis – Per un’Elena
Tutti hanno genitori per maestri
io un capriccio della confusione
mia madre partorì un uovo superiore
di un cigno vile ingannatore
poi Elena dalle parvenze irresistibili.
Per l’universo un mito: per me un calvario.

Leda Zeus Tindaro Oceano Afrodite o Nemesi
vanto altissimo lignaggio fin sulla vetta dell’Olimpo
eppure imprigionata in archetipo di bellezza.
Desiderio mai appagato dell’intera altra metà,
ancora fanciulla rapita da Teseo ma…
interminabile è la lista dei miei corteggiatori
veri finti e d’interesse militare
e ogni scelta apparentemente mia
origina conflitti talvolta di decenni.
Piccole parvenze sconosciute di capi e principi
da ogni angolo di Grecia pretendenti mai cercati
anelavano desiderio di volermi in sposa.
Chi mi condanna all’espiazione, e cosa?
Infine gli dei scelsero il re di Sparta e mia sorella suo fratello
novella sposa venne il bel Paride di Ilio
ennesimo strumento dei capricciosi abitatori dell’olimpo
e mi rapì…
e via alla guerra interminabile tra le scee e lo Scamandro.
Fonte di dolore e tomba degli eroi
ma inesauribile fontana di quei preziosi versi
costruiti nei millenni che colmano i cassetti dei cervelli.
di tutti i poeti e letterati che si sono cimentati
con immane lavoro delle muse nel narrare le gesta
di achei troiani tra clangori grida e sangue in piena
nessuno ha mai raccolto un mio punto di vista.

Molti hanno cantato del mio ballonzolare
costretta per il Mediterraneo sui legni tra le onde
dallo spasimante scelto dalla cima sacra
sempre indicata alle folle ignare
unico motivo di lutti sacrificio di eroi
ma io suprema vittima non causa
indicibili patimenti senza il vero amore
ripagata da dileggio e odio di greci troiani e tutti gli altri
facile bersaglio delle sconfitte di vinti e vincitori
abbagliati dalla mia bellezza poi dall’ira
hanno sognato di essere il mio boia
grandi eroi o presunti tali anche Oreste ed Enea
fino a quando è stato messo il punto alla mia infelicità.

Impiccata da Polisso per vendetta?
o forse ha ucciso un mio avatar ingannatore?
Sono solo due possibilità come altre mille
mio malgrado un mito e come tale mistero eterno.

Nel mio destino tragico ho anche avuto miei pensieri
e anche amore vero e mia consapevolezza
ma non conta!
Finalmente libera da poemi e letterati
io che con un battito di ciglia scatenavo putiferi
se veramente fossi stata come dicono
con un centimetro di coscia offerta alla vanagloria
avrei ottenebrato la mente di qualunque saggio
e tutti gli indovini: avrei avuto il mondo nelle mani
ma io sono Elena la saggia;
e adesso finalmente libera!




dalla raccolta: Ritratti
Apollo Edizioni, 2019


Proprietà Letteraria riservata
© by apollo Edizioni di Antonietta Meringola
C/da Cretarossa, 32 - 87043 Bisignano (Cosenza)
info@apolloedizioni.it
www.apolloedizioni.it

Moby Dick - Enzo Montano

Bela Pratt - A Dead Whale or a Stove Boat, New Bedford, MA - Whaleman Statue
Moby Dick - Enzo Montano
(…)
Oh, Achab! Quello che in te sarà grande dovrà
di necessità venir strappato ai cieli, pescato nel
profondo dei mari e foggiato nell’aria incorporea.
(…)
Herman Melville – Moby Dick
Il suo morso segna le orme di una vita intera
ogni mio passo mostra il suo sigillo.
Mody Dick è con me. Sempre. Mai doma!

Il mio divenire dal mostro anche corrotto
pesante balzello ha ricevuto in dono
fino alla sua immensa eternità, ma fuori dagli abissi.

Lambito dalla sua carezza è anche il mio volto
come l’uomo dalla gamba candida
da un solco incorruttibile è percorso.

Nelle fauci enormi avvolto sono come Giona
oltre il bianco ne porto i segni nel cammino
lungo il viale colorato d’autunno con il leviatano.

Divenne tenebra il suo assalto. E poi luce:
il sorriso di un ragazzo in duello con la balena immane
nell’ennesima tempesta tra gli alti marosi.

E quante le ferite che nessuno vede negli abissi.
Moby Dick Moby Dick Moby Dick
sono le pene i nostri oceani?

Possente la coda disegna armonici sviluppi
quasi a dettare dolcemente il ritmo al tempo
avvicina gli orizzonti al mio vascello e li cancella.

Effimera la tregua mentre vivo la bonaccia
subdola mi percorre come un’abitudine la presenza
che attende lì dove finisce il viale oltre gli alberi spogli.

Dalle onde gigantesche spumeggianti collera,
come Ulisse, tra le colonne del passaggio
insieme in quell’attimo perpetueremo l’esistenza.

Sono io Achab ma anche Moby Dick, il rutilante mare
e le profondità abissali dove la maestà
di ogni verità è celata dalla bianca morte.

dalla raccolta: Ritratti
Apollo Edizioni, 2019

Proprietà Letteraria riservata
© by apollo Edizioni di Antonietta Meringola
C/da Cretarossa, 32 - 87043 Bisignano (Cosenza)
info@apolloedizioni.it

Rubens il partigiano e altri racconti - Enzo Montano

Rubens il partigiano e altri racconti - Enzo Montano
dal racconto “La festa”

Tutto era festa in campagna. La vita umile, gli stenti, le fatiche, i sudori, il dolore della separazione di chi andava via si dimenticavano nei riti del raccolto dei frutti di una terra sempre generosa e schietta.
Era festa quando insieme si facevano il pane e le focacce, era festa quando si uccideva il maiale (non per il povero animale ovviamente) e le donne tutte insieme preparavano salsicce, soppressate e altre cose buone.
Era festa la primavera con i suoi colori infiniti e gli alberi col vestito nuovo. Era festa la mezza estate con gli incontri e i balli nelle aie e i tanti frutti.

Ma la festa più bella per tutti era il 25 aprile, Festa della Liberazione. Questa ricorrenza era amata non solo dalla famiglia, ma dall’intera contrada; gli abitanti si ritrovavano ogni anno nel piazzale del piccolo centro rurale per festeggiare insieme la liberazione dell’Italia dai nazifascisti. La festa era organizzata dal signor Renato, un ex partigiano, da altri della sezione dell’Anpi e anche da molti ragazzi.
Naturalmente ogni festa che si rispetti deve essere onorata da un pranzo degno della ricorrenza. Nino aveva sempre sognato una tavola molto ricca, non proprio come quelle, viste in qualche film, traboccanti di ogni genere di cibi che le famiglie americane preparavano per la loro festa del ringraziamento; una tavola degna di un imperatore sulla quale troneggiava un tacchino gigantesco e ben rosolato. Nino si sarebbe accontentato di un qualcosa che si potesse almeno avvicinare a quelle abbondanti tavolate. Per questo aveva deciso di assegnare il ruolo di protagonista della tavola festiva a un bel gallo dalle penne vermiglio e oro. Grande, altero, ritto, con cresta e bargigli degni di quel capo che era stato per tutta la sua lunga carriera e che ogni mattina aveva avvisato l’intera contrada dell’approssimarsi dell’aurora. I galli erano troppi, qualcuno bisognava sacrificarlo sull’altare della buona tavola e lasciare spazio a quelli più giovani che scalciavano nel desiderio di giungere finalmente alla guida dell’affollato pollaio o, comunque, assumere una posizione di vertice ben riconosciuto dalle tante galline.
Il povero animale designato nel ruolo di protagonista indiscusso delle varie portate del pranzo non era per nulla disposto ad assecondare un progetto, neanche minimamente condiviso, che contemplava il rapido epilogo della sua breve esistenza, a opera di una lama affilata nella gola, finalizzato ad arricchire la tavola del pranzo di un giorno di festa. Decise, quindi, di vendere cara la pelle quando Nino comincio a girargli intorno con fare sospetto, troppo sospetto, troppo simile alle altre volte il cui epilogo era immancabilmente la sparizione di qualche abitante del pollaio.
In questi casi anche Rocco era combattuto tra due sentimenti contrastanti: il dispiacere per la sorte del povero gallo, da una parte, e il piacevole pensiero delle buone cose che avrebbe preparato la mamma, e gustate il giorno dopo, dall’altra.
Padre e figlio si recarono nell’aia con l’intenzione, non più discutibile, di porre termina alla carriera di re del pollaio al pennuto destinato da una volontà superiore a sostituire con onore sulla tavola contadina il tacchino ben guarnito delle sontuose tavole americane del giorno del ringraziamento.
Il deciso disaccordo del bel gallo apparve immediatamente in tutta la sua evidenza. Il povero bipede non si lascio irretire dalle dolci lusinghe di Nino.
«Vieni bel galletto, vieni dal tuo padrone che tanto ti ammira» diceva mentre gettava delle manciate di frumento o di orzo «vieni bel gallo».
Ma tutti i tentativi di risolvere diplomaticamente la faccenda naufragarono miseramente di fronte al cocciuto diniego del pollastro che non la finiva di spiccare dei salti mai tentati in alto, molto in alto, e che mai Rocco aveva avuto modo di veder fare da nessun pennuto conosciuto. Il gallo vermiglio e oro piroettava, allargava le ali, apriva la coda, fuggiva, fintava, si scagliava contro il tiranno assalitore, svolazzava, caricava, beccava violentemente qualunque cosa accennasse a muoversi nel suo campo visivo; nella foga beccò finanche una sua zampa senza, per questo, accennare a una qualche forma di lamentela. Insomma, non voleva rassegnarsi al fatto che quel giorno aveva cantato l’ultima
volta il suo saluto all’alba. In una vita precedente doveva essere stato un fiero toro da corrida, e cosi caricava, caricava senza sosta. Continuava a caricare alla stregua di un cavaliere medioevale a difesa della gentil donzella, pardon, gentil gallina, con il possente becco a fungere da lancia, arma appuntita per trapassare il vile assalitore. In una delle tantissime cariche sferro, al crudele sterminatore di pennuti pacificamente domestici, un colpo secco proprio al centro della nocca del dito medio della mano destra. Il dolore fu lancinante, penetrante, sconvolgente, tutto concentrato su pochi millimetri di pelle e nervi, i quali immediatamente si fecero carico di trasmettere il malessere profondo, acuto e paralizzante al cervello, che organizzo immediatamente un’azione di distrazione nel trasmettere a Nino la visione di tutte le stelle dell’emisfero australe e anche di quello boreale, ma mentre Nino cercava di distinguere l’Orsa Minore dal Cane Maggiore, si inginocchio sopraffatto dal dolore.
Ci vollero due ore affinché il persecutore di pollastri riuscisse a sopraffare la strenua resistenza del sovrano del pollaio, il cui mandato di capo del pollaio doveva concludersi come deciso. E si concluse non senza che gli venissero concessi tutti gli onori.

Proprietà letteraria riservata
c 2019 Edigrafema – Soc. coop. editoriale
Sede legale via F. Fellini snc – 75025 Policoro (Mt)
Sede operativa Via Gen. Lazazzera, 24/bis – 75100 Matera
www.edigrafema.it

Rubens il partigiano e altri racconti – Enzo Montano

dipinto di Susan Ruiter
Rubens il partigiano e altri racconti – Enzo Montano
da “La biancheria”

[…]
Ora accadde che, durante il tragitto tra la biglietteria e il binario numero 14, la bella donna, sempre seguita dal piccolo esercito degli uomini di servizio, incrociasse un attempato signore intento a leggere le estrazioni del Lotto su «Il Mattino», il quale, obbedendo a chissà quale imperscrutabile impulso, alzando d’improvviso lo sguardo fu investito dall’angelica visione e repentinamente fulminato dallo sguardo penetrante di Immacolata. Colto cosi alla sprovvista, travolto dalla tempesta sensoriale indotta dalla sua innata sensibilità al fascino femminile, nonostante la vetusta età, Don Isidoro Gargiulo, ex direttore dell’ufficio del catasto adesso in pensione, fu preda di un repentino incontenibile trasporto. Lo sguardo, sia pure fugace, della bellissima marchesa andò a minare il controllo del sistema nervoso deputato a garantire l’efficienza dei movimenti dell’intero organismo. I suoi muscoli facciali cedettero di schianto non riuscendo, perciò, la bocca a trattenere la pipa immantinente attratta dalla decisa forza della gravita verso il pavimento, dove cadde con un tonfo sordo assieme al giornale non più trattenuto dalle mani fattesi di cera in un sol batter di ciglia, appunto. Immacolata Assunta altro non fece, nell’atto di raccogliere pipa e giornale, che accovacciarsi piegando le gambe in tutta la loro chiusura, sporgendo così in avanti le ginocchia e chinando il busto solo quel tanto necessario a raccogliere gli oggetti e restituirli allo stralunato ammiratore pietrificato, assieme a un sorriso e un saluto.
Questo e tutto quello che si verificò quel primo pomeriggio di un lontano giorno di primavera alla Stazione Ferroviaria di Napoli Centrale, né una virgola di più, né una di meno.
Immacolata Assunta proseguì verso il binario 14 dove sostava il rapido Napoli-Roma, percorse il marciapiede fino all’altezza della carrozza numero 4 e vi salì per sistemarsi nello scompartimento a lei riservato. I facchini sistemarono i numerosi bagagli e scesero a terra. Dopo pochi minuti il treno partì puntuale salutando tutti con un lunghissimo fischio.
Il treno si allontanava dalla stazione lungo i binari sotto lo sguardo degli uomini. Il lento caracollare dei vagoni era inseguito dall’immaginazione di coloro che sognavano viaggi conturbanti lungo la via della seta, ovvero la candida pelle della bella marchesa. Sognavano fermate ristoratrici in tutte le oasi e i giardini che quel percorso meraviglioso poteva offrire per dissetare e rifocillare di succosi e numerosi frutti il fortunato viaggiatore, che ognuno di essi era desideroso di impersonare.
[…]


Proprietà letteraria riservata
c 2019 Edigrafema – Soc. coop. editoriale
Sede legale via F. Fellini snc – 75025 Policoro (Mt)
Sede operativa Via Gen. Lazazzera, 24/bis – 75100 Matera
www.edigrafema.it

Caffè nero - Grazia Fresu

dipinto di Kenne Gregoire
Caffè nero - Grazia Fresu

Quante volte in una tazza
di caffè nero bollente
ho lasciato affondare lo sguardo


il filo di fumo sottile
l'aroma di perfette tostature
il ricordo della piantagione
sotto il sole sudamericano

e poi sulle labbra il liquido denso
di tanti risvegli
un fondo d'amaro appena zuccherato,

il caffè turco la notte che mi lessero il destino
nella borra inquieta sul fondo della tazza
nella mia bella casa di Belgrano,
un 8 marzo di donne a offrirsi doni d'amore,

quante volte quella tazzina solitaria
nei bar dell'avenida con le vetrate
come acquari e la città esplosa
di affollata bellezza,

su un treno
correndo per la campagna tra due mete,
un caffè per fermarsi a contemplare
il mare negli addii dell'estate
che affocano imprevisti tramonti

e ancora un caffè quasi tiepido goduto
tra i fogli sparpagliati sullo scrittoio
e la penna gabbiano con cui viaggio
in luoghi remoti e in amori che di niente
son fatti se non di parole

e il caffè che piano si raffredda
quando il tuo abbraccio mi sorprende
e alla fine felici lo beviamo gelato
dalla stessa tazza di porcellana azzurra
scaldandolo coi baci.

da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

National Library of China - Pechino
da La biblioteca di Babele - Jorge Luis Borges

Pierre Menard, autore del Chisciotte
a Silvina Ocampo .

L’opera visibile lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione. Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori. Gli amici veri di Menard hanno visto questo catalogo con allarme, e anche con una certa tristezza. Non è molto - e sembra ieri - che ci riunimmo dinanzi al marmo finale, tra i cipressi infausti, e già l’Errore cerca di appannare la sua Memoria… decisamente, una breve rettifica s’impone. So che è molto facile contestare la mia povera autorità. Mi si consenta dunque di citare due alti testimoni. La baronessa di Bacourt (ai cui vendredis indimenticabili ebbi l’onore di conoscere il compianto poeta) ha tenuto ad approvare le righe che seguono. La contessa di Bagnoregio, uno degli spiriti più fini del Principato di Monaco (e ora di Pittsburgh, Pennsylvania, dopo le sue recenti nozze col filantropo internazionale Simon Kautzsch), ha sacrificato “alla verità e alla morte” (sono le sue parole) con la signorile riserva che la distingue, e, in una lettera aperta pubblicata dalla rivista “Luxe”, mi concede anch’essa il suo beneplacito. Questi titoli di nobiltà, credo, non sono insufficienti.
Ho detto che l’opera visibile di Menard è facilmente enumerabile.

Ghiannis Ritsos - Cronaca

Metaponto - MT - parco archeologico
Ghiannis Ritsos - Cronaca

Ma l’uomo
che vaga per il mondo in cerca di qualcosa
osservando le onde, le nuvole, il vento,
fissando negli occhi il silenzio e il niente,
le case non costruite, quelle non finite, quelle distrutte,
le insegne stinte dei negozi sul lungomare – che cosa cerca?
Che cosa vuole tutto solo nel vento, per niente disperato,
parlando con le pietre nude, le barche abbandonate, le finestre chiuse,
o a volte con quel viola prolungato che rivendica un senso che non ha,
calmo, sicuro, garantito,
con le mani in tasca, con il coraggio dell’accettazione,
con la gioia della visita, della conoscenza e del cambiamento; – che non sia il Cassiere del
“Pitagora”
che chiede sempre il saldo di quanto deve e gli devono (perché tutti siamo in debito di
qualcosa)
e deve pagare lui solo i debiti di tutti?

Forse non era mai fuggito. Forse è tornato
da qualche città greca dell’Italia meridionale, da Crotone,
e in seguito, da lì, a Metaponto – esule
(come dice lo storico, proseguendo): che si ostina
a registrare sempre in numeri i suoni
corrispondenti alla lunghezza di una corda che vibra (o dell’anima)
e in seguito basandosi sul pari e il dispari, sul divisibile e l’indivisibile,
per erigere lui, l’avversario del mito,
lui, vittima dell’ingiustizia, isolato ed esule,
per erigere scolpite, con il numero e l’azione,
le nobili idee della Giustizia, dell’Unità e della Libertà, per saldare debiti (lo sapeva lui
stesso) inestinguibili.

[...]
Ed era lui, davvero, il Cassiere del “Pitagora”
che guardava così familiarmente le cose distanti
e ripagava con l’oro delle stelle, che del resto non era suo,
ripagava debiti ancora sconosciuti di uomini e di secoli.

da Quarta dimensione, Crocetti Editore, Milano 2013

Maternità - Cesare Pavese

The Venus of Milo , Louvre Museum, Paris, 1954. Photo by Jacques Verroust
Maternità - Cesare Pavese

Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.

La donna c'è stata,
una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c'è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c'è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.

I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell'uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell'uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all'orlo del fiume
e tuffarsi, quell'uomo non ritrova piú il guizzo
delle membra di lei dentro l'acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova più i figli
se li guarda per strada e confronta con sé.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli? I tre giovani
vanno invece spavaldi e qualcuno per sbaglio
s'è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.

Un amore – Dino Buzzati

dipinto di Annick Bouvattier
Un amore – Dino Buzzati
Egli temeva perciò in certo modo il terzo incontro, pur col grande desiderio. Le cose potevano complicarsi. Lui poteva rimanere invischiato, agganciato ancora di più. Invece niente. Il fascino della ballerina si era sciolto da solo, nella banalità delle consuete copule a pagamento. La Laide era una delle tante. Graziosa, certo, genuina, fisicamente spiritosa. Ma vuota. Fra lui e lei non ci sarebbe stato mai niente.
Del resto, il giorno dopo partì con Soranza, il suo amico, per andare a sciare. Si fermò a Sestrière una settimana. C’era la Dede, una ragazza di ottima famiglia, che aveva conosciuta l’anno precedente a Cortina. Andavano a sciare insieme tutto il giorno. Laide non era mai esistita.

Mezzo secolo - Jurgen Theobaldy

opera di Alighiero Boetti
Mezzo secolo - Jurgen Theobaldy

Il vento spinge il bianco ad accavallarsi
lontano nelle profondità del cielo.
Cosa avrà mai fatto, allora,
in questo primo giorno d’autunno, il padre,
quand’era vecchio come me, ora?

Incisi dovevano essere
sui maggiori archi trionfali del mondo
i nomi degli eroi morti a milioni.
Immense le zone devastate.
Incommensurabili gli anni che si frappongono.

Va stormendo la possente parete
di alberi e querce nel bosco cittadino.
Il grido d’orrore trasmutò
nel grido di speranza –
ma non nella stesa gola.

Traduzione di Gio Batta Bucciol
Poesia n. 285, settembre 2013. Crocetti Editore