31 gennaio 2015

L'acqua - Wislawa Szymborska

foto di Ettore Inversa - Marsala, mulino visto dalle saline
L'acqua - Wislawa Szymborska

Sulla mano mi è caduta una goccia di pioggia,
attinta dal Gange e dal Nilo,

dalla brina ascesa in cielo sui baffi d'una foca,
dalle brocche rotte nelle città di Ys e Tiro.

Sul mio dito indice
il mar Caspio è un mare aperto,

e il Pacifico affluisce docile nella Rudawa,
la stessa che svolazzava come nuvoletta su Parigi

nell'anno settecentosessantaquattro
il sette maggio alle tre del mattino.

Non bastano le bocche per pronunciare
tutti i tuoi fuggevoli nomi, acqua.

Dovrei darti un nome in tutte le lingue
pronunciando tutte le vocali insieme

e al tempo stesso tacere - per il lago
che non è riuscito ad avere un nome

e non esiste in terra - come in cielo
non esiste la stella che si rifletta in esso.

Qualcuno annegava, qualcuno ti invocava morendo.
E' accaduto tanto tempo fa, ed è accaduto ieri.

Spegnevi case in fiamme, trascinavi via case
come alberi, foreste come città.

Eri in battisteri e in vasche di cortigiane.
Nei baci, nei sudari.

A scavar pietre, a nutrire arcobaleni.
Nel sudore e nella rugiada di piramidi e lillà.

Quanto è leggero tutto questo in una goccia di pioggia.
Con che delicatezza il mondo mi tocca.

Qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia accaduta,
è scritta sull'acqua di babele.

Libri - Hermann Hesse

Washington - Biblioteca del Congresso
 Libri - Hermann Hesse

Tutti i libri del mondo
non ti danno la felicità,
però in segreto ti rinviano a te stesso.


Lì c'è tutto ciò di cui hai bisogno,
sole stelle luna. Perché la luce che cercavi
vive dentro di te.

La saggezza che hai cercato
a lungo in biblioteca ora brilla in ogni foglio,
perché adesso è tua.

Io guardo spesso il cielo - Mariangela Gualtieri

Io guardo spesso il cielo - Mariangela Gualtieri

Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s'attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.

Albore - Evgenij Evtusenko

Albore - Evgenij Evtusenko

Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
e respiro infantile a spegnerle è adatto
e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
pur se con ciò, non insavisca affatto.

Io più del mattino amo l'albore, quando,
moscerino d'oro confondendo
gli alberi, dai raggi trapassati,
si alzano sulla punta dei piedi.

Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
sul cappello di funghi gridellini
tremola lungo il bordo la rugiada.

Essere un po' a disagio felice senza gente.
Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
dal mattino avrà inizio ogni calamità.

Sono felice che la vita mia come irreale sia
pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
che invidia non mi diede Dio, né animosità,
che di fango coperto non sono, né di biasimo.

Sono felice che un giorno sarò antenato
di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
tradito e calunniato sono felice,
meglio non è quando di te si tace.

Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
le loro immagini sono le mie icone.
Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

Amare la Russia è felicità plurinfelice.
Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
ma ne ho la nausea, vogliatemi scusare.

Amo questo mio mondo verde-azzurro
con le guance imbrattate di sangue.
Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
ma per amore insostenibile dal cuore.

Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
ma voi con debito di colpa rammentatevi
il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
luminosa più che vivido raggio.

Essere imperfettissimo io sono,
ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
Dio creerà di nuovo innanzi giorno
gli alberi dai raggi trapassati,
me stesso trapassato dall'amore.

30 gennaio 2015

Zero - Luca Perigolo

 L'Orologio Astronomico di Praga
 Zero - Luca Perigolo

Quando nasci in “Via Zero”
non puoi far altro che partire da lì,
dallo Zero:
è tutta un’altra storia,
nascere in “Via Zero”.
Zero.

Dicono che la vita sia una ruota che gira,
ma c’è chi dice consista nel percorrere ciascuno la sua via.
“Via Zero”.
Zero.
O un piazza.
Circolare.
La ruota che gira.

Consolano per frasi fatte, circostanziali,
chi nacque in “Via Zero”;
sono sempre così positivi!
O forse fingono, perché anche loro stanno un poco male,
e se ne vergognano.

Via dallo Zero,
Via!

O forse invece sono nati in “Via Trecento”,
il titolo del film di successo,
con la gloria assicurata al botteghino
con la storia di vite vissute da altri,
di solito anche loro nati in “Via Zero” a loro tempo.

La vita,
la "Ruota Della Fortuna" che gira,
con la punta che punta
su settori contrassegnati
ciascuno con lo Zero.
Circolare.

Quando nasci in "Via Zero",
non puoi far altro che partire da lì, dallo Zero,
cercando di salire di numero.
Solo che mai nessuno ti ha spiegato
che "Via Zero" è circolare;
che torni sempre
nello Zero.

Il rimorso – Jorge Luis Borges

fotogramma di "this is England"


Il rimorso – Jorge Luis Borges

Ho commesso il peggiore dei peccati
che possa commettere un uomo, non sono stato
felice. Mi travolgano e disperdano,
spietati, i ghiacci dell’oblio. I miei
mi avevano creato per il gioco
azzardato e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ho delusi. Non si compì la loro
giovane volontà. Non fui felice.
Mi applicai alle caparbie simmetrie
dell’arte, che congegna vacuità.
Ereditai audacia. Non fui audace.
Non mi abbandona. Mi sta sempre accanto
l’ombra d’essere stato un disgraziato.

29 gennaio 2015

Un’altra nascita - Forugh Farrokhzâd

Foto di Sarah Moon

Un’altra nascita - Forugh Farrokhzâd

La mia intera vita è un canto oscuro
che nel continuo ripeterti
ti porterà all’alba di eterne crescite e fioriture.
Ti sospiro, oh, e sospiro in questo canto
in questo canto ti ho unito all’albero
ti ho unito all’acqua
ti ho unito al fuoco.
Forse la vita
è una lunga via attraversata ogni giorno da una donna con una cesta in mano
forse la vita
è una corda con cui un uomo si appende dal ramo di un albero
forse la vita è un bambino che torna da scuola e…
Forse la vita è una sigaretta accesa, nella languida pausa fra due amplessi
o un passante che passa stupito
e solleva il cappello
e – Buongiorno! – dice, con un sorriso senza senso a un altro passante.
La vita forse è quel momento serrato
in cui il mio sguardo si annulla nelle pupille dei tuoi occhi,
presentendo che mi mescolerò
alla comprensione della luna, alla conquista del buio.
In una stanza grande quanto una solitudine
il mio cuore
grande quanto un amore
attende i pretesti semplici della sua felicità
e il delicato appassire dei fiori nel vaso
e l’alberello che hai piantato nel giardino di casa nostra
e la voce del canarino
che canta nello spazio di una finestra.
Ecco,
questa è la mia parte
questa è la mia parte
la mia parte
è un cielo che una tenda scosta da me
la mia parte è venir giù da gradini abbandonati
e raggiungere una cosa appassita d’altri tempi
la mia parte è una passeggiata malinconica nel giardino della memoria.
E morire nella tristezza di una voce che mi dice
- Amo, amo le tue mani -
Seminerò le mie mani in giardino
diverrò verde, lo so, lo so,
lo so,
e le rondini deporranno le uova
nelle pieghe delle mie dita sporche d’inchiostro.
Incollerò alle mie unghie due petali di dalia,
e indosserò i due rossi orecchini
di due rosse ciliege gemelle.
E c’è una strada dove i ragazzi che mi amavano
sono ancora lì
con i loro capelli spettinati e i colli sottili e le gambe magre,
pensano ancora al sorriso innocente di quella ragazza
che una sera il vento portò via con sé.
C’è una strada che il mio cuore
ha rubato ai quartieri dell’infanzia.
Il viaggio di una sagoma lungo la linea del tempo
fecondare con una sagoma la sterile linea del tempo,
la sagoma conscia di un’immagine
che poi ritorna
da una festa nello specchio.
Ed è così che qualcuno muore
e qualcuno resta.
Nessun pescatore raccoglierà mai la perla dall’esile ruscello che sfocia in un fosso.
Conosco una piccola triste fata
che vive nell’oceano
e suona il suo cuore in un flauto di legno,
piano piano,
piccola triste fata,
che a notte muori con un bacio
e all’alba, con un bacio,
tornerai al mondo.

28 gennaio 2015

Bisanzio - William Butler Yeats

Palma Le Jeune - Presa di Costantinopoli

Bisanzio - William Butler Yeats

Le nitide immagini del giorno svaniscono;
la soldatesca ubriaca dell’Imperatore va a dormire;
la risonanza della notte recede, il canto dei nottambuli

risuona dietro la grande cattedrale;
Una cupola illuminata dalle stelle o dalla luna disprezza
tutto ciò che è uomo,
tutte le semplici complessità,
le umane disposizioni furenti e infangate.
Davanti a me fluttua un’immagine, uomo o ombra,
ombra più che uomo, più immagine che ombra;
perché la fascia dell’Ade avvolta come una tela da mummia
può srotolare la via tortuosa;
bocche che non respirano possono chiamare
una bocca senza fiato né saliva
io saluto il sovrumano;
lo chiamo morte in vita e vita in morte.
Miracolo, uccello o aureo manufatto,
più miracolo che uccello o manufatto,
aggrappato sul ramo dorato illuminato dalle stelle,
può come i galli dell’Ade gracchiare,
o, amareggiato dalla luna, sdegnare ad alta voce
in gloria dell’inalterabile metallo
un comune uccello o un petalo
e tutte le complessità di fango o di sangue.
A mezzanotte sul segreto impiantito dell’imperatore
fiamme che nessuna fascina alimenta, né alcun acciarino ha acceso,
né alcun temporale molesta, fiamme generate da fiamma,
dove gli spiriti generati dal sangue vengono
e allentano ogni complessità della furia,
morendo in una danza,
un’agonia di estasi,
un’agonia di fiamma che non può bruciare un manicotto.
A cavalcioni del fango e del sangue del delfino,
spirito dopo spirito! Gli artigiani fendono l’onda,
gli orefici dell’Imperatore!
I marmi dell’impiantito della danza
rompono le amare furie della complessità,
quella immagini che ancora
fresche immagini generano,
quel mare solcato dal delfino, percosso dal gong.

I Giusti - Jorge Luis Borges

Jacques-Louis David - La morte di Socrate

I Giusti - Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli [scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli [piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo [canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

 

27 gennaio 2015

La più bella - Guido Gozzano

La più bella - Guido Gozzano

I.
Ma bella più di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

II.
L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
"...l'Isola Non-Trovata!" Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
È l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...

Hermann Hesse - Quercia potata

La Quercia a Flagey (La Quercia di Vercingetorige) - Gustave Courbet

Quercia potata - Hermann Hesse

Ti abbiamo tagliato, 
albero! 
Come sei spoglio e bizzarro. 
Cento volte hai patito,
finchè tutto in te fu solo tenacia
e volontà! 

Io sono come te. Non ho
rotto con la vita
incisa, tormentata

e ogni giorno mi sollevo dalle
sofferenze e alzo la fronte alla luce. 
Ciò che in me era tenero e delicato, 
il mondo lo ha deriso a morte, 

ma indistruttibile è il mio essere,
sono pago, conciliato. 
Paziente genero nuove foglie
da rami cento volte sfrondati
e a dispetto di ogni pena 
rimango innamorato 
del mondo folle.
 

26 gennaio 2015

L'analfabeta - Guido Gozzano

L'analfabeta - Guido Gozzano

Nascere vide tutto ciò che nasce
in una casa, in cinquant'anni. Sposi
novelli, bimbi... I bimbi già corrosi
oggi dagli anni, vide nella fasce.
Passare vide tutto ciò che passa
in una casa, in cinquant'anni. I morti
tutti, egli solo, con le braccia forti
compose lacrimando nella cassa.
Tramonta il giorno, fra le stelle chiare,
placido come l'agonia del giusto.
L'ottuagenario candido e robusto
viene alla soglia, con il suo mangiare.
Sorride un poco, siede sulla rotta
panca di quercia; serra per sostegno
fra i ginocchi la ciotola di legno;
mangia in pace così, mentre che annotta.
Con la barba prolissa come un santo
arissecchito, calvo, con gli orecchi
la fronte coronati di cernecchi
il buon servo somiglia il Tempo... Tanto,
tanto simile al Nume pellegrino,
ch'io lo vedo recante nella destra
non la ciotola colma di minestra,
ma la falce corrusca e il polverino.
Biancheggia tra le glicini leggiadre
l'umile casa ove ritorno solo.
Il buon custode parla: «O figliuolo,
come somigli al padre di tuo padre!
Ma non amava le città lontane
egli che amò la terra e i buoni studi
della terra e la casa che tu schiudi
alla vita per poche settimane...».
Dolce restare! E forza è che prosegua
pel mondo nella sua torbida cura
quei che ritorna a questa casa pura
soltanto per concedersi una tregua;
per lungi, lungi riposare gli occhi
(di che riposi parlano le stelle!)
da tutte quelle sciocche donne belle,
da tutti quelli cari amici sciocchi...
Oh! il piccolo giardino ormai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto...
Ascolto il buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d'un frutto.
Si rispecchia nel gran Libro sublime
la mente faticata dalle pagine,
il cuore devastato dall'indagine
sente la voce delle cose prime.
Tramonta il giorno. Un vespero d'oblio
riconsola quest'anima bambina;
giunge un riso, laggiù dalla cucina
e il ritmo eguale dell'acciottolio.
In che cortile si lavora il grano?
Sul rombo cupo della trebbiatrice
s'innalza un canto giovine che dice:
anche il buon pane - senza sogni - è vano!
Poi tace il grano e la canzone. I greggi
dormono al chiuso. Nella sera pura
indugia il sole: «Or fammi un po' lettura:
te beato che sai leggere! Leggi!».
Me beato! Ah! Vorrei ben non sapere
leggere, o Vecchio, le parole d'altri!
Berrei, inconscio di sapori scaltri,
un puro vino dentro il mio bicchiere.
E la gioia del canto a me randagio
scintillerebbe come ti scintilla
nella profondità della pupilla
il buon sorriso immune dal contagio.
Gli leggo le notizie del giornale:
i casi della guerra non mai sazia
e l'orrore dei popoli che strazia
la gran necessità di farsi male.
Ripensa i giorni dell'armata Sarda,
la guerra di Crimea, egli che seppe
la tristezza ai confini delle steppe
e l'assedio nemico che s'attarda.
Poi cade il giorno col silenzio. Poi
rompe il silenzio immobile di tutto
il tonfo malinconico d'un frutto
che giunge rotolando sino a noi.
E m'inchino e raccolgo e addento il pomo...
Serenità!... L'orrore della guerra
scende in me: cittadino della Terra,
in me: concittadino d'ogni uomo.
Ora il vecchio mi parla d'altre rive
d'altri tempi, di sogni... E più m'alletta
di tutte, la parola non costretta
di quegli che non sa leggere e scrivere.
Sereno è quando parla e non disprezza
il presente pel meglio d'altri tempi:
«O figliuolo il meglio d'altri tempi
non era che la nostra giovinezza!».
Anche dice talvolta, se mi mostro
taciturno: «Tu hai l'anima ingombra.
Tutto è fittizio in noi: e Luce ed Ombra:
giova molto foggiarci a modo nostro!
E se l'ombra s'indugia e tu rimuovine
la tristezza. Il dolore non esiste
per chi s'innalza verso l'ora triste
con la forza d'un cuore sempre giovine.
Fissa il dolore e armati di lungi,
ché la malinconia, la gran nemica,
si piega inerme, come fa l'ortica
che più forte l'acciuffi e men ti pungi».
E viene allo scrittoio, se m'indugio:
«Ah! Già i capelli ti si fan più radi,
sei pallido... Da tempo è che non badi
per queste carte al remo e all'archibugio.
Chi troppo studia e poi matto diventa!
Giova il saper al corpo che ti langue?
Vale ben meglio un'oncia di buon sangue
che tutta la saggezza sonnolenta».
Così ragiona quegli che non crede
la troppo umana favola d'un Dio,
che rinnegò la chiesa dell'oblio
per la necessità d'un'altra fede.
Dice: «Ritorna il fiore e la bisavola.
Tutto ritorna vita e vita in polve:
ritorneremo, poiché tutto evolve
nella vicenda d'un'eterna favola».
Ma come, o Vecchio, un giorno fu distrutto
il sogno della tua mente fanciulla?
E chi ti apprese la parola nulla,
e chi ti apprese la parola tutto?
Certo, fissando un cielo puro, un fiume
antico, meditando nello specchio
dell'acque e delle nubi erranti, il Vecchio
lesse i misteri, come in un volume.
Come dal tutto si rinnovi in cellula
tutto; e la vita spenta dei cadaveri
resusciti le selve ed i papaveri
e l'ingegno dell'uomo e la libellula.
Come una legge senza fine domini
le cose nate per se stesse, eterne...
Tanto discerne quei che non discerne
i segni convenuti dagli uomini.
Ma come cadde la tua fede illesa:
fede ristoratrice d'ogni piaga
per l'anima fanciulla che s'appaga
nei simulacri della Santa Chiesa?
Come vedi le cose? Senza fedi,
stanco, sul limitare della morte,
sai vivere sereno, o vecchio forte,
sorridere pacato... Come vedi?
Guardi le stelle attingere i fastigi
dell'abetaia, contro il cielo, e l'orsa
volger le sette gemme alla sua corsa:
senti il ritmo macàbro delle strigi
e il frullo della nottola ed il frullo
della falena... Pel sereno illune
spazi tranquillo, vecchio saggio immune.
La tua pupilla è quella d'un fanciullo.
Qualche cosa tu vedi che non vedo
in quell'immensità, con gli occhi puri:
«Buona è la morte» dici e t'avventuri
serenamente al prossimo congedo.
Ancora sento al tuo cospetto il simbolo
d'una saggezza mistica e solenne;
quello mi tiene ancora che mi tenne
strano mistero, di quand'ero bimbo.
Allora che su questa soglia stessa
mi narravi di guerre e d'altri popoli,
dicevi del Mar Nero e Sebastopoli,
dei Turchi, di Lamarmora, d'Odessa.
E nel mio sogno s'accendean le vampe
sopra le mura. Entrava la milizia
nella città: una città fittizia
quali si vedono nelle vecchie stampe,
le vecchie stampe incorniciate in nero:
...i panorami di Gerusalemme,
il Gran Sultano, carico di gemme...:
artificiose, belle più del vero;
le vecchie stampe, care ai nostri nonni
...il minareto e tre colonne infrante,
il mare, la galea, il mercatante...
città vedute nei miei primi sonni.
Ed ora, o vecchio, e sazi la tua fame
sulla panca di quercia, ove m'indugio;
altro sentiero tenta al suo rifugio
il bimbo illuso dalle stampe in rame.

Il Ritorno di Lilith - Joumana Haddad

Il Ritorno di Lilith - Joumana Haddad

Io sono Lilith, la dea delle due notti che ritorna dall'esilio.

Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le è mai
sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.

Io sono le due lune Lilith. Quella nera è completata dalla
bianca, perché la mia purezza è la scintilla della sua deprava-
zione, e la mia astinenza l'inizio del possibile. Io sono
la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-
paradiso.

Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza,
la madre-amante e la donna-uomo. La notte perché sono il
giorno, il lato destro perché sono il lato sinistro, e il Sud per-
ché sono il Nord.

Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile è il mio fascino
perché i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i
miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per
essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sotto-
messa.

Io sono la donna-banchetto e gli invitati al banchetto. Stre-
ga alata della notte è il mio soprannome, e dea della tenta-
zione e del desiderio. Mi hanno definita signora del piacere
gratuito e della masturbazione, e sono stata affrancata dalla
condizione di madre affinché io sia l'immortale destino.

Io sono Lilith che ritorna dalla cella del candido oblio, leo-
nessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non
può essere raccolto nel mio calice da cui bevo perché sono
la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze affinché
non si creda che io mi possa dissetare. Io mi faccio l'amore
e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uc-
cido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi
hanno ancora conosciuta.

Ritorno dalla cella del candido oblio per coloro che non
mi hanno ancora conosciuta, per lasciare spazio ritorno af-
finché non si creda che io mi possa dissetare, dal biancore
dell'oblio per assediare la vita e affinché il numero aumenti,
per uccidere i miei amanti io ritorno.

Io sono Lilith, la donna-foresta. Non ho subito attese au-
gurabili ma ho subito i leoni e le pure specie di mostri. Fe-
condo tutti i miei fianchi per tessere il racconto. Raccolgo le
voci nelle mie viscere perché il numero degli schiavi sia al
completo. Mi nutro del mio corpo perché non mi si creda af-
famata e mi disseto con la mia acqua per non patire mai la
sete. Le mie trecce sono lunghe per l'inverno, e le mie valigie
non hanno fondo. Nulla mi soddisfa nulla mi sazia, ed ecco
che ritorno per essere la regina degli smarriti nel mondo.

Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli
opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo ten-
tarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio
canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.

Io sono Lilith, la leonessa seduttrice. Mano di ogni serva,
finestra di ogni vergine. Angelo della caduta e coscienza del
sonno leggero. Figlia di Dalila, di Maia Maddalena e delle
sette fate. Nessun antidoto alla mia dannazione. Dalla mia
lussuria s'innalzano le montagne e sgorgano i fiumi. Ritorno
per travolgere con i miei flutti il velo del pudore, e per asciu-
gare le piaghe della mancanza con la fragranza della depra-
vazione.

Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto
e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?

Perché io sono la prima e l'ultima
la cortigiana vergine
la concupita temuta
l'adorata disprezzata
e la velata nuda,
perché sono la maledizione di ciò che precede,
il peccato scomparso dai deserti
quando abbandonai Adamo.
Egli errò qui e là, infranse la sua perfezione.
Io lo feci discendere sulla terra e accesi per lui
il fiore del fico.

Io sono Lilith, il segreto delle dita che insistono. Scavo il sen-
tiero, divulgo i sogni, fendo le città del maschio col mio dilu-
vio. Non riunisco coppie di ogni specie nella mia arca: piutto-
sto divengo, affinché il sesso si purifichi da ogni purezza.

Io, simbolo della mela, i libri mi hanno scritta anche se
non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il
compimento della lussuria che conduce alla rovina totale:
sulla follia si schiude la mia camicia. Quanti mi ascoltano
meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di
rabbia.

Non sono né la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto il fremito della prima tentazione.

Non sono né la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto lo svanire dell'ultimo rimpianto.

Io, Lilith, l'angelo scostumato. Prima giumenta di Adamo
e corruttrice di Satana. L'immaginario del sesso represso e il
suo grido più forte. Timida perché sono la ninfa del vulcano,
gelosa perché sono la dolce ossessione del vizio. Il primo pa-
radiso non potè sopportarmi. E fui cacciata perché semino la
discordia sulla terra, perché gestisco sui giacigli gli affari dei
miei sudditi.

Sorte dei conoscitori e dea delle due notti. Unione del son-
no e della veglia. Io. Il feto poeta, perdendomi ho guadagna-
to la mia vita. Ritorno dal mio esilio per diventare la sposa
dei sette giorni e le ceneri di domani.

Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sotto-
messi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per gua-
rire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.

Io sono Lilith
e ritorno dal mio esilio
per ereditare la morte della madre che ho generato.

25 gennaio 2015

Non c’è più un giorno qualunque – Gunvor Hofmo



Non c’è più un giorno qualunque – Gunvor Hofmo

Dio, se ancora vedi:
non c’è più un giorno qualunque.

Ci sono solo urla mute,
ci sono solo cadaveri neri

appesi ad alberi rossi!
Senti che quiete!

Ci voltiamo per andare a casa,
ma li incontriamo sempre.

E tutto quello che sentiamo a un tratto
è il respiro degli uccisi!

Se camminiamo sbadati:
è la loro cenere che calpestiamo.

Dio, se ancora vedi:
non c’è più un giorno qualunque.

perchè non dobbiamo soffrire se c'è così tanta sofferenza?

Incontro – Gunvor Hofmo

Un momento così della sera di pioggia
senti che è lei,
un’amica ebrea che hanno ucciso,
il cui cadavere hanno fatto bruciare
assieme a quello di mille altri.

Acre s’alza l’odore della bassa marea.
Il lamento degli uccelli già si placa.
Qualcuno ride lontano nel crepuscolo…
Le voci suonano così miti
come se avessero la notte dentro.

Sai solo che lei è qui
e la vedi senza vedere
e senti lo sguardo castano
posarsi freddo come la neve
sul tuo dolore senza rimedio.

E il tuo bisogno di urlare,
infuriarti, piangere e pregare,
come fa un bambino
per averla vinta,
tutto ciò che hai serbato con dolore,
si dissolve sotto quello sguardo.

Senti la voce dolce
come la sentisti l’ultima volta,
domandare senza lamento,
pacata e stranamente triste:
Warum sollen wir nicht leiden
Wenn so viel Leid ist?

Musée de Beaux Arts - William Hugh Auden

foto: Museo Reale di Belle Arti del Belgio, Bruxelles - flickr.com 

Musée de Beaux Arts - William Hugh Auden

Non sbagliavano mai i vecchi Maestri
Quando si trattava di sofferenza. Come capivano bene
La sua condizione umana: come essa capiti
Mentre qualcun altro sta mangiando
O aprendo una finestra
O anche solo passeggiando indifferente.

Come, mentre i vecchi inginocchiati con fervore aspettano
La nascita miracolosa, ci siano sempre dei bambini
Che non vi badano, e continuano a pattinare
Sullo stagno all'angolo del bosco.
No, non se lo scordavano mai
Che persino il martirio più tremendo doveva avvenire
In qualche modo in un angolo, in un brutto posto
Dove i cani continuano la loro vita da cani
E il cavallo del torturatore si gratta il culo
Contro un albero.
Nell'Icaro di Brueghel, per esempio: come tutto Pigramente tende
A ignorare il disastro. L'aratore
Può aver anche sentito il tonfo, il grido disperato,
Ma per lui quella sconfitta non contava: il sole splendeva
Proprio come doveva su quelle gambe bianche che Sparivano
Nell'acqua verde. E la bella e ricca nave
Che qualcosa doveva pure aver visto – un ragazzo
Cadere giù dal cielo – aveva qualche parte dove andare
E fece vela, quietamente, lì.

24 gennaio 2015

Eterno - Juan Ramòn Jiménez

Agnolo di Cosimo di Mariano, il Bronzino - Sacra famiglia, dettaglio
 

Eterno - Juan Ramòn Jiménez

Vivo, libero al centro di me stesso.
Mi gira intorno un momento
infinito, con tutto - senza i nomi
ancora o più -.
Eterno!

88
Ti sento qui nell'anima profonda e limpida,
come la luce che solo una rosa
riflettesse da lei
in un'acqua corrente...

Né ti conduce da lei alle altre lei,
né, andando tu verso altre tu, svanisci.

Stai, eterna, nella sua immanenza,
come nel senza fine del tuo mutarti,
nel senza fine del suo mutarsi,
come il sole che solo una rosa
riflettesse da lei nella corrente.

89 .
Ogni momento nuovo giudica,
da solo, tutto il resto. Cancella
i tuoi progetti.

90
Il mio amore era così unico
come il cielo iridato di una goccia
di rugiada, in un fiore dell'alba.
Il tuo sole mi colò nel sangue,
evaporò la rugiada,
e restai senza cielo.

45 Mercy Street - Anne Sexton

Maria Maddalena - tempera di Carlo Crivelli, dettaglio


45 Mercy Street - Anne Sexton

Nel mio sogno
reale fino al midollo
cammino su e giù per Beacon Hill
cercando un cartello stradale,
Mercy Street.
Non c’è.

Provo per Back Bay.
Non c’è.
Non c’è.
Eppure conosco il numero,
Mercy Street, 45.
Conosco il vetro colorato
della finestra nell’atrio,
le tre ali della casa
con il parquet sui pavimenti
Conosco i mobili e
Mamma, nonna e bisnonna e servi.
Conosco la credenza con gli Spode,
la vaschetta del ghiaccio, argento solido,
dove il burro posa in bei quadrati,
come strani denti di gigante,
sul grande tavolo di mogano.
Lo conosco bene.
Non c’è.

Dove siete andati?
Mercy Street, 45,
con la nonna inginocchiata
nel suo corsetto di stecche di balena
che prega, a bassa voce, ferocemente,
davanti alla bacinella,
alle cinque del mattino
a mezzogiorno,
sonnecchiando sulla sedia a dondolo
il nonno schiaccia un pisolino nella dispensa,
la nonna suona il campanello per la cameriera, di sotto,
e Nana culla Mamma, con un fiore gigante
sulla fronte, per coprire un ricciolo
di quando era buona ed era …
E là, dove fu concepita,
e, dopo una generazione,
me,
la terza che avrebbe concepito,
un fiore di nome Orrido, sbocciante
da un seme straniero.

Cammino con un vestito giallo
e una borsetta bianca piena di sigarette,
pillole, portafogli, chiavi
e ho ventotto anni, o quarantacinque?
Cammino. Cammino.
Accendo i fiammiferi ai cartelli stradali,
perché è buio,
scuro come pelle morta
e ho perso la mia Ford verde,
e la mia casa nei sobborghi,
e due bambini piccoli
succhiati via come polline dall’ape che sono,
e un marito,
che si è seccato gli occhi
per non guardarmi più dentro,
e cammino e guardo
e non è un sogno,
ma solo la mia vita,
dove le persone sono alibi
e la strada è perduta
per sempre.

Indosso gli occhiali scuri.
Non mi importa.
Imbullona pure la porta, pietà,
cancella il numero,
strappa via i cartelli stradali.
Cosa può contare, cosa può contare
questa spilorcia che sono,
chi lo vuole un passato,
che uscì da un morto battello
lasciandomi solo della carta?

Non c’è.

Apro la borsetta,
come fanno le donne,
e pesci nuotano avanti e indietro
tra le banconote e il rossetto.
Li afferro uno per uno
e li getto ai cartelli stradali,
e lancio la borsetta
nel fiume Charles.
Poi tiro fuori il sogno
e lo getto sul muro di cemento
dello stupido calendario
in cui vivo
la mia vita,
e i suoi faticosi taccuini

23 gennaio 2015

Minestrels (Musica sognata) – Eugenio Montale

foto da: fotocommunity.it

Minestrels (Musica sognata) – Eugenio Montale

Ritornello, rimbalzi
tra le vetrate d'afa dell'estate.

Acre groppo di note soffocate,
riso che non esplode
ma trapunge le ore vuote
e lo suonano tre avanzi di baccanale
vestiti di ritagli di giornali,
con istrumenti mai veduti,
simili a strani imbuti
che si gonfiano a volte e poi s'afflosciano.

Musica senza rumore
che nasce dalle strade,
s'innalza a stento e ricade,
e si colora di tinte
ora scarlatte ora biade,
e inumidisce gli occhi, così che il mondo
si vede come socchiudendo gli occhi
nuotar nel biondo.

Scatta ripiomba sfuma,
poi riappare
soffocata e lontana: si consuma.
Non s'ode quasi, si respira.
Bruci
tu pure tra le lastre dell'estate,
cuore che ti smarrisci! Ed ora incauto
provi le ignote note sul tuo flauto.

L'ultima volta - Francesco Guccini

L'ultima volta - Francesco Guccini

Quando è stata quell'ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi
al mercato coi calzoni corti
e speranza d'estate alla porta
ed un sogno che più non ritrovi
e quei sandali duravan tre mesi poi 
distrutti in rincorse e cammino
quando è stata quell'ultima volta
che han calzato il tuo piede bambino
lungo i valichi dell'Appennino.
Quando è stata quell'ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata
dimmi adesso ragazza d'allora
quando e dove te ne sei andata
perchè e quando ti ho dimenticata.
Ti sembrava durasse per sempre
quell'amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perchè è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre.
Quando è stata quell'ultima volta
che hai sentito tua madre cantare
quando in casa leggendo il giornale
hai veduto tuo padre fumare
mentre tu ritornavi a studiare
in quei giorni ormai troppo lontani
era tutto presente e il futuro
un qualcosa lasciato al domani
un'attesa di sogno e di oscuro
un qualcosa di incerto e insicuro.
Sarà quando quell'ultima volta
che la vedi e la senti parlare
quando il giorno dell'ultima volta
che vedrai il sole nell'albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare.

Ho sognato di volare - Dacia Maraini

Photography by Peter Coulson
 

Ho sognato di volare - Dacia Maraini

tante volte in una
una volta in tante,
leggera sopra i tetti
con un sospiro di gioia nera
posandomi sui cornicioni
seduta in bilico su un comignolo
quanto quanto quanto
ho camminato sulle vie
ariose dell'orizzonte
fra nuvole salate e raggi di sole
un gabbiano dal becco aguzzo
un passero dalle piume amare
erano le sole compagnie
di una coscienza addormentata
vorrei saper volare
ancora in sogno ancora,
come una rondine
da una tegola all'altra
e poi sputare sulle teste
dei passanti e ridere
della loro sorpresa, piove?
O sono lacrime di un Dio ammalato?
Volo ancora, ma nelle tregue del sonno
il piede non più leggero
scivola via, una mano si aggrappa
alla grondaia che scappa
vorrei volando volare
e riempire di allegrie
le spine del buio.

22 gennaio 2015

Convegno d’amore – Imru-l Qays

William-Adolphe Bouguereau - L’Aurora, dettaglio
 Convegno d’amore – Imru-l Qays

Uscimmo insieme, io camminavo e le i trascibava,
sulle nostre orme, l’orlo di una veste errante
e quando oltrepassammo il recinto della tribù
e giungemmo
in una conca fra le dune intricate
afferrai le sue ciocche mentre si chinava
su di me, sottile di vita e dalle gambe tornite,
slanciata, bianca, dalle giuste forme
e col seno levigato come uno specchio.
Si volge mostrando una guancia liscia e si difende
Con uno sguardo di antilope di Wagrah,
mostra un collo simile a quello della bianca gazzella,
non troppo lungo né sciupato quando lo alza verso l’alto,
e una capigliatura nera come carbone lungo la schiena,
folta come un grappolo di datteri che pende dalla palma,
mentre le trecce sono ripiegate verso l’alto
i riccioli si perdono in pieghe e in onde,
e una vita sottile come una fine redine
e gambe, fusti irrigati e irrorati
mentre briciole di muschio sono sparse nel suo letto
dorme la mattina senza cintura alla veste.
Tocca con delicatezza leggera come
bruchi di Zabbi o ramoscelli di ishil.
Illumina il buio della notte come
lampada notturna di monaco solitario.

John Donne - Tre volte pazzo

Alexandre Charles Guillemot - Marte e Venere sorpresi da Vulcano, dettaglio.

John Donne - Tre volte pazzo

Lo so, sono due volte pazzo
perché amo e perché lo dico
in dolenti versi. Ma dov'è
il saggio che non vorrebbe
essere me, se lei non si negasse?
Profondi nella terra
tortuosi percorsi angusti
purificano l'acqua di mare
dei corrosivi sali, cosi pensavo,
avrei alleggerito le mie pene
portandole attraverso
il tormento delle rime.
Dolore che si fa metro non è più tanto crudele,
lo doma chi col verso lo mette in catene.
Ma fatto ciò qualcuno,
per esibire la sua arte, la sua voce,
mette in musica canta il mio dolore.
Per dilettare i molti libera di nuovo
il dolore che nel verso era frenato.
Al dolore all'amore
la poesia si addice -
ma che non sia piacevole da leggere.
.Dolore e amore entrambi -:
sono accresciuti da questi canti,
il loro trionfo è fatto cosi pubblico.
E io che due volte pazzo ero,
tre volte pazzo sono.
Chi è solo un poco saggio, è il pazzo vero.

La morte sogna la vita - Nikos Kazantzakis

Rogier Van Der Weyden - Decent from the Cross, dettaglio

La morte sogna la vita, da "Odissea" 1938 - libro VI  - Nikos Kazantzakis

La Morte venne e si coricò al fianco di Odisseo;
stanca per aver vagato tutta notte,
le palpebre pesanti,

bramava anche lei distendersi sulla riva col vecchio amico,
sotto l'ombra di un salice, dormire anche lei un poco;
posò lievemente le mani ossute sul
petto dell'Arciere e così abbracciata la
valorosa coppia precipitò nel sonno.
Dorme la Morte, e sogna che esistano uomini vivi,
che s'innalzino case sulla terra, e palazzi e regni,
che vi siano giardini fioriti, e che alla loro ombra
passeggino donne gentili e cantino le schiave.
Sogna che sorga il sole, e che la luna illumini,
che giri la ruota del mondo, e che ogni
anno porti erbe e fiori, e frutti d'ogni
sorta, e dolci piogge e neve;
e compia un'altro giro rinnovando ancora la terra.
Sorride di nascosto la Morte, lo sa bene ch'è un sogno,
vento multicolore, fantasia della sua mente stanca,
e tollera incurante che l'incubo la assilli.
Ma pian piano si rianima la vita, la ruota prende slancio;
la terra apre avida le viscere, penetrano pioggia e sole,
infinite uova si schiudono, la terra brulica di vermi,
muovono folti eserciti di uomini, uccelli, fiere,
pensieri e si avventano per divorare la Morte addormentata.
E una coppia di umani rannicchiata nelle grotte delle sue nari
accende e attizza il fuoco, poi si prepara il pranzo,
e al suo forte labbro sospende la culla del neonato.
Sente un solletico sulle labbra, un formicolio alle nari,
si scuote d'improvviso la Morte, così svanisce il sogno;
per un attimo fulmineo ha dormito per
quell'attimo ha sognato la vita.