8 settembre 2017

Doppio canto d’amore - Giovanni Ramella Bagneri

Andrew Wyeth - "Autumn Cornfield,"October 1, 1950
Doppio canto d’amore - Giovanni Ramella Bagneri

(A)
Se mi amerai, e questo è più facile in primavera,
uscirò sotto la pioggia a cercarti una corona
di ortiche e penne di corvo e un manto di carta di giornali
e, preso l’anello regalo trovato nel detersivo,
ti condurrò a un altare ornato di corna di becco.

Se invece non mi amerai, e questo è più facile d’autunno,
con una borsa di tue fotografie proibite
andrò a propagandarti per i quattro punti del mondo
finché tutte le camere le cucine delle casalinghe
non siano piene di strilli e di pantofole scagliate.

(B)
Se mi amerai, e questo è più facile in primavera,
mi alzerò dalla panca all’angolo del camino,
mi toglierò il grembiule cenerentolo,
mi laverò la faccia e mi riavvierò i capelli
e farò passi di danza fino a te.

Se invece non mi amerai, e questo è più facile d’autunno,
tornerò al mio cantuccio e spingerò via il camino,
mi leverò il vestito da ballo e le scarpette di cristallo,
m’infilerò i blue-jeans e accenderò il televisore
e aspetterò che venga qualcuno più bello di te.

(A)
Se ti amerò, da mattina a sera sarò in giro
a cercare fuscelli per il nido,
ti coverò le uova perché tu prenda respiro,
insegnerò ai pulcini a far pio pio
e sarò tutto fiero e soddisfatto di me.

Se invece non ti amerò, butterò all’aria il tuo nido,
non ci saranno più uova e tanto meno pulcini,
ti beccherò e ti caccerò via,
poi sul ramo più alto starò io
a fare in modo che non torni più.

(B)
Se ti amerò, ti darò da mangiare
sempre la stessa minestra, ma con una tal grazia
che non sentirai più bisogno d’altro,
e se alla fine sarai grasso e sazio,
sarò tranquilla e sicura di te.

Se invece non ti amerò, quella minestra
diventerà un’acquaccia mal salata,
buttata lì senza un minimo di grazia,
sbrigarsi perché poi c’è da fare altro,
e se non sei contento prenditela con te.

(A)
Da gennaio a dicembre ti amerò per il sì
e ritornando indietro ti amerò per il no.
Ti amerò con la pioggia e con la neve ,
col caldo e il freddo e il bello e il brutto tempo.
Amerò in te ciò che passa il convento,
quello che prendi perché non c’è altro,
ma non lo dirò mai, nemmeno a te o a me.

Amerò in te gatta e capra e gallina,
quella che morde e quella che ti becca,
quella che graffia e quella che t’incorna.
Amerò in te la notte e il giorno,
ma così rassegnati tutti e due
che non mi accorgerò nemmeno della morte
quando verrò a riprendersi la museruola e la catena.

(B)
Dal lunedì alla domenica ti amerò per il diritto
e ritornando indietro ti amerò per il rovescio.
In ogni settimana mese stagione anno ti amerò.
Amerò in te ogni mia sconfitta, ogni vergogna,
il brutto della vita, il disgustoso,
ciò che si vorrebbe dimenticare,
ma non lo dirò mai, nemmeno a te o a me.

Amerò in te il caprone, l’asino, il topo e il pidocchio,
il viscido, lo sporco, ciò che ti salta addosso
e mai riesci a scrollare da te.
La paura, il sonno della ragione.
Ciò che ti rode, ti strania e ti svuota.
Alla fine sarò così contenta di morire
che quasi non sentirò cadere a terra la catena.

 

Nella casa - Giovanni Ramella Bagneri

opera di Andrey Remnev
Nella casa - Giovanni Ramella Bagneri

Questa è la nostra casa,
la bella, solida casa
dove potrai vivere tranquilla.
La bella casa sicura
con le finestre aperte sulla strada
per guardar fuori la gente che passa
per guardare il traffico fluire
guardarti la civiltà
far passare il tempo in qualche modo,
o accendere il televisore.
Seguire il tuo programma preferito,
con le spalle protette,
al calduccio d’inverno.

Qui c’è il televisore
e anche il frigorifero,
c’è la cucina elettrica
e la lucidatrice e il frullatore
e il giradischi con gli ultimi successi.
Ti ho comprato tutto, proprio tutto.
Potrai vivere bene,
almeno fin che dura.

Fin che dura? Come fin che dura?

E’ così. Ti sbatteranno fuori
e non protesterai nemmeno.

- Tu dici fuori di qui?
Chi mi sbatterà fuori?

Tutto quello che c’è dentro.
Tu credi che una casa
sia fatta solo per te.
Una casa è una casa
e tu sei solo una donna.
Se non obbedirai,
ti sbatterà sulla strada

Non mi sbatterà sulla strada.

Dovrai lasciarla sfogare
E poi chiedere scusa.
Una casa è una casa
e noi siamo di troppo.
Da queste parti è difficile vivere.
Occorre rassegnarsi, amore,
perché ne abbiamo bisogno.
Forse, una volta o l’altra
ci brucerà il paglione
e allora sarà finita.

Perché? Finita?
Perché non siamo niente.
Poi verrà qualcun altro e sarà uguale.
Non siamo proprio niente.
Gente che va e che viene
e che non può mettere radici.
Una casa sente queste cose
e allora ti brucia il paglione.

Non voglio andarmene di qui.
Ho lottato tutta la vita
e non mi lascerò cacciare.
Dovremo fare qualcosa.

La lasceremo sfogare,
poi torneremo con la faccia allegra.
come se non fosse stato nulla.

Non possiamo vivere così.
Questo non durerà a lungo.
Occorre essere forti,
dire quello che pensiamo
Tu credi che una donna
non sappia ciò che vuole.
Volevo un anello e ce l’ho.
Volevo una casa e ho anche questa.
Saprò farmi obbedire in un minuto.
Lascia alla donna il suo posto
è fatta per queste cose.

- Ti brucerà il paglione.

Non me lo brucerà.

La prenderai di punta
e ti farà filare.
Una casa è una casa:
chi non si adatta va fuori.
Poi fai la barba e rientri,
ma trovi tutto cambiato
e nemmeno più di tuo gusto.
D’altronde non sarai la prima.
Qui succede sovente.

- Che succede? Che succede?

- Quando ti sbattono fuori,
puoi rientrare dalla parte sbagliata.
- Io non mi sbaglierò.

- Ci farai l’abitudine.
Tu credi di essere davanti
e invece ti ritrovi dietro.
Aspetti di vedere il traffico
e invece non passa nessuno.
C’è solo un vallone di cespugli.

- Un vallone di cespugli?

- O forse è la parte giusta.
Quando rientri, non c’è niente.
Allora accendi il fuoco
e metti i panni ad asciugare
Tireremo avanti in qualche modo.
Coltiveremo la terra,
alleveremo bambini,
almeno fin che dura.
Quando sbaglierai entrata
non ci farai più caso.
Ogni tanto di qua,
ogni tanto di là:
in fondo non c’è differenza.


- Non coltiverò la terra
e nemmeno laverò i panni.

- Coltiveremo la terra
alleveremo bambini.
Quando siamo di qui
è già molto se si mangia.
Ci guadagneremo il pane
col sudore della fronte.
Andremo a dormire presto.
Ascolterai la notte
dilavata. Andrai fuori
se lo vorrai. Non sei la prima che
vi resista.
- Resistere?
- Resistere. Questo è
il luogo della paura deforme
che strepita e impedisce di pensare.
Qui si vive in attesa,
qui si stenta e si spera
di andare via, qui sale il freddo e c’è
chi urla a lungo e ha sempre fame e sete
e di notte si leva dal suo angolo
e ringhia e raspa sulla porta se
nessuno scende: questa è la mia parte
d’eredità e la tengo preziosa.

- Chi è? Chi è?

- Qualcuno , e tutto. Sono due, e tutto.
La Morte e il Diavolo.
Vivono qui da tempo. Sono amici.

- Io non li voglio per amici. Dove sono?

- Nella stalla.

- Nella stalla?

- Ruminano in pace
e mi danno da vivere e ne ho cura.

- Io non ne avrò cura. Tu, ci penserai.
Anzi, no. Dovrai mandarli via.
Voglio dormire tranquilla.

- Tu non dormirai.
Io non dormirò.

- Perché? Perché?

- E’ così: non dormirai.
Io nemmeno.
Noi non dormiremo né qui né fuori,
potremo al più ripararci dal freddo,
perché quando la Morte ha fame
e il Diavolo ha sete,
perché quando hanno fame e sete
e la Morte urla
e il Diavolo risponde,
e il Diavolo urla
e la Morte risponde,
fanno un frastuono per la casa
e raspano sui muri e sulla porta
e cercano la botola per salire
nella stanzaccia dove stiamo col
lume acceso e rabbrividiamo stretti,
e gridare non val nulla perché
quando vogliono balzan fuori e corrono
per la terra e nessuno può fermarli:
poi tornano quieti
e se siamo fuggiti
ci vengono a cercare.

Voglio qui per un certo verso – Mario Ramous

opera di Andrey Remnev
Voglio qui per un certo verso – Mario Ramous


Voglio qui per un certo verso
rivelare le carte segrete che accompagnano
il tuo modo imprevedibile di mostrarti,
contraddittorio più di quanto sembra accettabile,
incantevole per chi ne comprenda il senso,
un maledetto modo comune
per chi sia destinato a subirlo giorno e notte di seguito
e ridotto così alla consuetudine di vivere
per me, per me,Valeria amore;
in un bozzolo di nevi.

Quante tu sono - Elisa Biagini

opera di Andrey Remnev
Quante tu sono - Elisa Biagini

    Quante tu sono
    in te,
    come
    chiodi sotto
    strati di colore,
    cicatrici
    notate solo al
    tatto, chiavi
    rimaste
    in fondo
    ad un cassetto?
 

Io mi sono una donna (a Salvatore Quasimodo) - Alda Merini

Io mi sono una donna (a Salvatore Quasimodo) - Alda Merini

Io sono una donna che dispera
che non ha pace in nessun luogo mai
che la gente disprezza, che i passanti
guardano con sospetto e con rancore,
sono un'anima appesa ad una croce
calpestata derisa sputacchiata,
mi son rimasti solo gli occhi ormai
che io levo nel cielo a te gridando
toglimi dal mio grembo ogni dolore.

Sogno di una stella – Gregory Corso

opera di Andrew Wyeth
Sogno di una stella – Gregory Corso

Ho sognato Ted Williams
piangente nella notte,
davanti alla Torre Eiffel

Era in divisa
con la mazza ai suoi piedi
nodosa e delicata
Aveva preso la mazza con le mani aperte
mettendosi in posizione, come se fosse nel box
e rideva! scaricando la sua collera di ragazzo
verso un invisibile mound
aspettando, fino in fondo, il lancio dal paradiso.

Arrivò, ne arrivarono centinaia, tutti rapidissimi.
E girò, girò, girò senza colpirne nemmeno uno,
sinker, curva, dritti in mezzo al piazzo
un centinaio di strikes!

l'arbitro vestito in uno strano abito
esplose il suo verdetto: SEI OUT !!
L'inorridito boato dei fantasmi degli spettatori
si disperse tra gli arabeschi di Notre Dame.
E io urlai nel mio sogno
Dio! tiragli il tuo lancio misericordioso!
Annuncia il colpo della mazza!
saluta une bella valida a sinistra!
Sì: il doppio, il triplo!
Osanna: il fuoricampo!

Streghe (a Patrizia Vicinelli) - Felice piemontese

opera di Ira Tsantekidou
Streghe (a Patrizia Vicinelli) - Felice piemontese

di Patrizia Vicinelli ricordo un gesto
di tenerezza, davanti a una fontana
di Pesaro (m’innamorai subito
naturalmente, quando già
aveva deciso che lo spreco
di sé è l’unica fatica
che merita di essere
fatta. Negli ultimi tempi (ma
la saggezza non arriverà, dissi) amava
raccontare le sue avventure, come farebbe
un vecchio esploratore: le fughe,
il carcere, i molti umori, le rivolte, questa
vita di rossori, Anastasia,
anche gli aborti, certo, e
la lunga droga, le persecuzioni, la strega
degli Abruzzi (fu a Tangeri
o a Westminster bridge che
ci venne incontro?). Sono (quasi) sempre
allegra, disse, Il futuro sarà
radioso (aveva
ancora pochi mesi). E almeno
non ci saranno la compassione, la senilità
precoce, irreversibile
è il tempo, nevvero, e certe
le macerie. Chi sa perché

 

Bill Knott - Da fine agosto a inizio novembre

Andrew Wyeth - Turner's Mill
Bill Knott - Da fine agosto a inizio novembre
                                   per Helene Knox, poetessa

Se la mia tomba si fa troppo penosa, che dovrei fare?
Perché i vestiti mi s’incollano agli organi interni?
Che significa quando mi addormento e, invece, di sogni,
tutto quel vedo sono le parole “Dati Insufficienti?”

E’ tempo di affidarsi al manuale di- sopravvivenza
della poesia,
di leggersi le istruzioni sui tronchi d’albero, la scienza
delle erbe.
Che provviste portare -10 200 sudari -.
Se sfrego insieme due ricordi, accenderò forse
una strofa?-
quali radici e bacche della fantasia sono buone
e quali sono la mia vita?

Dati insufficienti. Ogni foglia appassita
di mille fiorellini
entra nel computer del suolo.
Risponde aprile:
la bellezza è la coscienza dei nostri sensi;
il poeta è la tomba di tutto ciò che non si può seppellire.

Io cancello continuamente il mio certificato di nascita,
le api mi bombardano con gocce di amnesia fusa –
“Tu sei
la chiaro -veggente” dico a una ragazza-

Da:
Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973
 

Ted Berrigan - Ciò che più mi tocca

Fernando Botero - La calle
Ted Berrigan - Ciò che più mi tocca

Ciò che più mi tocca, direi
di un mattino sereno
è essere solo
con tutti quelli che amo
e attraversare la 6^ e la 1^
nel gelo delle 6
da dove torno a casa
con due bignè alla crema,
pepsi e il New York Times.


Da:Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973
 

Ted Berrigan - Che eccitazione

opera di Juarez Machado
Ted Berrigan - Che eccitazione
 
Che eccitazione
Traversare Saint Mark’s Place
viso freddo nell’aria
stanotte
quando
quel qualcuno vago che salutava
in bicicletta mi ha fatto voltare
e tornare indietro.
 
Da:Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973

Ted Berrigan - Ora

Andrew Wyeth - Carol on the beach
Ted Berrigan - Ora

Ora
in mezzo a tutto questo
qualcuno che amo è morto
e io non so nemmeno “come”
pensavo che lei mi appartenesse.
Come riempiva la mia vita quando mi sentivo vuoto.
Come mi riempie adesso.


Da:Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973
 

Ted Berrigan – Così, in conclusione

disegno di Andrew Wyeth
Ted Berrigan – Così, in conclusione

Così, in conclusione, potrei dire
che è così che va la vita qui
bevi un po’ di caffè, dormi un poco
è tutto campato in aria
specialmente noi
che siamo io.

Da:Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973
 

Volta le bambole con la faccia al muro – Willia Butler Yeats

opera di Andrey Remnev
Volta le bambole con la faccia al muro – Willia Butler Yeats

Poiché oggi è una festa religiosa
C’è stato un prete a dir Messa, e perfino la Giapponese
Col tacco alzato e il peso sulle punte, ha dovuto voltarsi
verso il muro
-Pedante nella passione, dotta in antiche cortesie,
-Veemente e arguta ci era parsa-; la dama Veneziana
Che sembrava andar scivolando verso un qualche
Convegno con le scarpette rosse,
Il domino, la gonna a guardinfante copiata dal Longhi;
Il critico meditabondo; tutti sono in punta di piedi,
Anche la nostra Bella coi pantaloni turchi.
Poiché al prete come ad ogni cane spetta la sua giornata
Altrimenti ci terrà tutti desti abbaiando alla luna,
A noi e alle nostre bambole, che non siamo che il mondo,
conviene star via.

Traduzione di Giorgio Melchiori

William Shakespeare - da Amleto

Lorenzo Lippi - Allegoria della simulazione
William Shakespeare - da Amleto

Essere o non essere , questa è la domanda:
se sia più nobile per la mente sopportare
i sassi e le frecce della oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, finirli. Morire, dormire….
nient’altro, e con un sonno dire fine
alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali
che eredita la carne: è una consumazione
da desiderare devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Ah qui è l’intoppo.
Perché in quel sonno di morte, quali sogni
possano venire , dopo che ci siamo cavati
di dosso questo groviglio mortale,
deve farci esitare. Ecco il motivo
che dà alla sventura così lunga vita.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli insulti
del tempo, il torto degli oppressori,
l’offesa degli arroganti, gli spasimi
dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando da solo potrebbe darsi quietanza
con un semplice stilo? Chi vorrebbe portare pesi,
imprecare e sudare sotto una faticosa vita,
se non fosse che il terrore di qualcosa
dopo la morte, il paese inesplorato
dal cui confine nessun viaggiatore ritorna,
sconcerta la volontà e ci fa sopportare
i mali che abbiamo piuttosto che volare
ad altri che non conosciamo?

7 settembre 2017

Gerard Noiret – Prima di partire un’occhiata alle luci

Andrew Wyeth - Public Sale
Gerard Noiret – Prima di partire un’occhiata alle luci

Prima di partire un’occhiata alle luci
infili la testa nella stanza delle figlie
due, a stretto intervallo perché non soffrano
per i puzzles tristi della tua infanzia
Il loro odore più forte
per il fatto che rimangono dai suoceri
il loro odore di biberon, d’urina, di peluches, di lacrime
ti stringe nella sua contraddizione di calma felicità
e d’angoscia.
Dal parto in poi nulla è come prima.

traduzione di Fabio Scotto. Poesia , Luglio –Agosto, 2002 n. 163, Crocetti Editore
 

Del tempo presente - Jude Stefan

foto da livejournal
Del tempo presente - Jude Stefan

Per pietà che mi si dia del tempo! Ma dove mai
sono gli istanti non fuggenti ? Dove
siete voi bei segni del tempo voi qui
ragazze presenti Denise dalle mani
troppo rosse Agnese dai grossi polpacci
Viviane la silvestre, Margot
Irene la gatta la linguetta rude
d’Agathe Bora? In quale paese di gesta
in quale anno di regno ? Dove i vostri occhi quando
da lungi vi si chiama? Dove mai sono i momenti
presenti?

Da Quaderno di traduzioni, a cura di Sergio Solmi Einaudi, 1977

Jude e Judith - Iude Stefan

Andrew Wyeth - Race Bridge
Jude e Judith - Iude Stefan  
 
E l’inverno Jude? L’inverno è oblio
della primavera ancora qui sotto la neve
dei lillà (o tempo bianco lugubre
uffizio come un bacio rassomiglia
all’odio violentato su belle
labbra abbiette di ladruncola schiacciata
contro un albero mentre rauche
in lento grido svolazzano le cornacchie
essa l’occhio e la carne io la loro sbattente
ossessione!). E questi giusti nomi
d’estate, autunno? La furia di maturare
poi di colpo appassire.

Da Quaderno di traduzioni, a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 1977

 

Ho costruito la casa ideale - Andrè Frènaud

Andrew Wyeth - Evening at Kuerners
Ho costruito la casa ideale - Andrè Frènaud
 
Ho preferito la mia casa in pietre asciutte
perché i gattini ci nascano, nella mia casa;
perché i sorci ci stiano bene, nella mia casa,
perché i piccioni vi si intrufolino, perché l’ora inoperosa
vi borbotti a fuoco lento
quando i gran soli vi ammiccano nei cantucci
perché i bambini vi giochino con nessuno
ovverossia col vento caldo i castagni

E’ per questo che non c’è tetto sulla mia casa
né tu né io nella mia casa
né schiavi né padroni né ragioni
né statue né palpebre né la paura
né lacrime né armi né la religione
né alberi, né spesse mura né nulla che per ischerzo
E’ per questo che la mia casa è così ben costruita

Da: Quaderno di traduzioni a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 1977

 

Il grande mazzo di gigli – Margherita Guidacci

opera di Sydney Percy Kendrick
Il grande mazzo di gigli – Margherita Guidacci

Il grande mazzo di gigli… Stringevo tra le braccia
quel candore, stordita dal profumo vertiginoso.
In cosa mi somiglia, mi chiedevo. Domandomelo
tu avevi detto che in qualche modo mi somigliava.

Avvizzito da anni, tornava ancora
ad abbagliare la memoria con la sua luce di neve.
Era invincibile come l’alba, come la scia della luna
sulle acque in cui sprofondava la mia vita
di naufraga- e soltanto a quell’immagine
io mi aggrappavo allora, per salvarmi

 

Andrej Sinjavskij – Mi restano da vivere

opera di Joanna Chrobak
Andrej Sinjavskij – Mi restano da vivere

Mi restano da vivere
Solo quattordici ore.
Cammino per la cella,
Vado avanti e indietro.

Ed ecco nascere dal buio
La mia diletta.
La blusa tutta insanguinata,
E un fetore di sangue.
Dimmi, che cosa è successo?

Presto, prima che ti diano la caccia:
Son venuta a prenderti!
Fuori ci aspettano i cavalli
E un’azzurra penombra.

Traduzione dal russo di Riccardo Gluckner

Andrej Sinjavskij - Aveva diciott'anni

opera di Michael e Inessa Garmash
Andrej Sinjavskij - Aveva diciott'anni
 
Aveva diciottanni. A tutti diceva di no.
Invano i ragazzi s’innamoravano di lei.
Non donava un sorriso, non amava nessuno,
E guardava sempre tutti con disprezzo.

(E così, a forza di guardare…)

Ma una volta, a un ballo, con passi misurati,
Le si accostò un ragazzo vestito come si deve,
Un tipo superstizioso del mondo della mala,
Le fece un inchino e la trascinò in un tango.

E la bella Nina, la figlia del procuratore,
Cadde completamente in sua balia;
Coi suoi occhi esperti il ladro la studiava
Senza abbassar lo sguardo come un asso di briscola.

Che fuoco s’era acceso, e che dolcezza!
Giacché l’amore del ladro è breve, ma intenso.
Non vuole niente, non desidera niente,
Solo il corpo della bella, solo un po’ di vodka.

Ma la sorte del bandito è rapida a mutare:
Ora in prigione, ora libero, ora in un lager….
E un bel martedì il nostro superstizioso
Si fece beccare alla stazione, e con lui la ragazza.

Ecco alla tavola rossa, nella sala fumosa,
Beve acqua il procuratore, un bicchiere dopo l’altro.
E sulla nera panca sta sua figlia Nina
E con lei un furfante mai visto prima.

Se ne andò via in silenzio, altera come sempre;
Quando il bandito chiese di salutare sua moglie,
E le loro labbra si fusero in un unico bacio,
Solo il padre-procuratore aveva una lacrima agli occhi

Traduzione dal russo di Riccardo Gluckner

Essere umano - Beloslava Dimitrova

Maurits Cornelis Escher - Paradise
Essere umano - Beloslava Dimitrova

                                  a A.

mi trovo a 2130 metri di altezza sul livello del mare
in altre parole sono seduto sull’abisso del mondo
tutto è ricoperto di vulcani e geysers
che vomitano vapore acqueo e acqua infuocata dallo zolfo
e di nuovo mi ricordo e ti chiedo come siamo arrivati a questo
punto
rigiro la roccia ti indico
ti mostro il letto pieno di batteri
caldo e poco profondo l’ambiente è lo stesso
spero che questa volta che non sopraggiungano improvvisi
cambiamenti
che non ci siano complicazioni e mutazioni
che alla fine si chiuda
che le pinne dei pesci
non mutino
in arti
che non escano dall’acqua serpenti e rettili
che ad alcuni di loro non crescano le piume
che non diventino volatili
che il miracolo dell’evoluzione non accada
che non appaia l’uomo
che non appaia di nuovo
che sia soltanto io che apparire

Gatto - Beloslava Dimitrova

Maurits Cornelis Escher - Spirali
Gatto - Beloslava Dimitrova

               […]
               fossero alquanto e l’animo smagato,
               non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
               ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
               ed era quel che sol, di tre compagni
               che venner prima, non era mutato;
               l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.
               Dante Alighieri,
               La Divina Commedia, Inferno, Canto XXV, vv. 146-151


ho sonno o sogno
lo racconto così
dormo profondamente
poi qualcuno o qualcosa mi sveglia
vedo un gatto nero
vecchio ma vivo
accanto a me è distesa un’altra persona
dorme
il gatto mi guarda
si gira io sono prona
comincia a correre furioso in diagonale
rispetto al letto si ferma
prima avrei detto
che tutto questo è divertente gaio giocoso
d’un tratto il gatto decide di fermarsi
sulla mia faccia con le zampe anteriori e posteriori
forma un semicerchio
veloce gratta con gli artigli
proprio adesso mi rendo conto
che questa è la mia punizione
poi ritorna nell’angolo opposto
l’uomo accanto a me non si sveglia
so che accadrà ancora
arriva di nuovo
tutto graffia con le sue zampe
fa 200 giri al minuto
poi si ritira
mi guarda di nuovo
capisco che non ho più faccia
che uno dei miei occhi si è come sciolto
che ormai non si parla di sangue
ma di muco
l’uomo accanto a me ne è completamente imbrattato
si continua
strillo imploro tento la fuga
diventa sempre più forte
si fonde con me entra
con tutte le sue parti in me
cerco di calmarmi
salta gira si getta ancora
ormai non esisto più né esiste l’uomo accanto a me
anche visti da un’altra prospettiva
saremmo irriconoscibili
è chiaro che non si tratta comunque di un uomo
ora siamo due
ci alziamo dal letto
andiamo
e cerchiamo te

In due - Beloslava Dimitrova

Maurits Cornelis Escher - swans
In due - Beloslava Dimitrova

la nostra unione
ora non è più
fratellanza
ordine cavalleresco
cavalchiamo, io e il mio compagno
due cavalli bianchi
mentre attraversiamo
boschi mari montagne
con uno sbadiglio dico
odio tutti
siamo felici
avanziamo pensiamo alla terra
alle generazioni siamo insieme
è così confortevole
così tanti spazi
abbiamo popolato
così tanta aria
abbiamo respirato
che ormai non ricordiamo più
ci abituiamo e mentiamo perciò
viviamo insieme
lui mi accarezza la schiena
spera che mai ci lasceremo
perché allora dovrebbe farlo
lui
i nostri averi non saranno più di entrambi
dovremmo dividere
tutto in parti uguali
non è così difficile
rimangono solo rovine
mentre cavalco il mio cavallo bianco
mi accorgo
di avere stretto
troppo con gli speroni
e durante tutto il tempo lui
non ha smesso di sanguinare

Per gradi affoghiamo nel vuoto - Beloslava Dimitrova

opera di Maurits-Cornelis-Escher
Per gradi affoghiamo nel vuoto - Beloslava Dimitrova

Siccome non ho bisogni esigenze desideri
decido che la felicità è l’ozio
ne approfitto e mi sdraio
ci vuole un po’ di sporcizia per questo organismo
mi trovo su di un prato
sogno di riuscire a morire delle nostre malattie
ahimè è impossibile
il mio corpo è un formicaio
vedo una sequenza di piccoli dispiaceri
che ci sono di fronte
non vogliamo fare del male
infilo la mano dentro la tengo lì
continuo entro in profondità
distruggo tutto
poi me stessa
poi tu
non sparisco

Natura #2 - Beloslava Dimitrova

opera di Maurits Cornelis Escher
Natura#2 - Beloslava Dimitrova

la rete era
aggrovigliata sapevo
che qualcosa mi sarebbe potuto capitare 
d'improvviso appare un essere a sangue caldo
gli sono dentro
posso morire

Tenebra - George Gordon Byron

Pieter Bruegel the Elder - La caduta degli angeli ribelli
Tenebra - George Gordon Byron

Ho fatto un sogno non soltanto sogno.
Il sole splendente s’era spento e le stelle
vagavano al buio nello spazio eterno
senza raggio né direzione; la terra gelata
girava cieca abbuiandosi nell’aria illune;
venne mattino, passò, tornò senza recare
giorno, e gli uomini, presi dal terrore
di tanta desolazione, dimenticarono
le loro passioni, i cuori agghiacciarono
pregando in se stessi per avere luce.
Si viveva tutti intorno ai bivacchi:
troni e palazzi di re coronati, capanne
e abitazioni d’ogni genere vennero bruciate
per fare luce, intere città consumate;
gli uomini si stringevano attorno ai roghi
delle case per guardarsi ancora in faccia.
Felici coloro che dimoravano nell’occhio
dei vulcani e dei loro picchi ardenti:
un’atterrita speranza era ciò che restava
al mondo. Le foreste date al fuoco,
d’ora in ora cadendo incenerite sparivano;
i tronchi crepitando si schiantavano
e spegnevano e tutto era nero. I volti umani
a quella luce disperante, se la fiamma
guizzando li colpiva, avevano un aspetto
spettrale. Qualcuno prostrato si copriva
gli occhi e piangeva; altri appoggiavano
il mento sulle mani giunte e sorridevano;
altri ancora correvano su e giù alimentando
i roghi funebri e folli d’inquietudine
guardavano in alto al cielo offuscato,
funebre ammanto di un mondo defunto,
quindi imprecando si gettavano in terra
urlando e digrignando i denti. Gli uccelli
rapaci stridevano atterriti e sbattendo
le inutili ali svolazzavano al suolo; le belve
più feroci diventavano docili e spaurite;
le vipere s’attorcigliavano e strisciavano
tra turbe di genti sibilando senza mordere:
le ammazzavano per cibo. La guerra,
per un poco cessata, riprese a saziarsi:
un pasto si pagava col sangue e ognuno
si saziava ingozzandosi al buio, torvo,
in disparte. Non era rimasto più amore:
la terra era tutta un pensiero di morte,
immediata e ingloriosa; i morsi della fame
rodevano le viscere, gli uomini morivano,
ma le ossa e le carni restavano insepolte.
Magro mangiava magro, anche i cani
assalivano i padroni; tranne uno: rimasto
fedele a un cadavere tenne a bada uccelli,
bestie e uomini digiuni presi dalla fame
finché altri morti stramazzando attrassero
le scarne mascelle; lui non cercò cibo
ma con pietoso e ininterrotto lamento,
e un acuto guaito desolato, leccando
quella mano che ormai non rispondeva
con carezze, morì. Poco a poco, la folla
perì tutta di fame. Di un’immensa città
in due sopravvissero che erano nemici:
s’incontrarono accanto alle braci morenti
di un altare dove un cumulo di sacri
oggetti era ammassato per un empio uso.
Con mani scheletrite e fredde frugarono
e raccolsero ceneri fioche, con esile fiato
vi soffiarono un alito di vita destando
una fiamma beffarda e, a quel chiarore,
alzarono gli occhi per guardarsi in viso:
si videro, gettarono un grido e morirono;
l’uno morì per l’orrore visto nell’altro,
senza sapere a chi la fame aveva scritto
sulla fronte: Demonio. Il mondo era vuoto;
prima popoloso e potente, era un grumo
senza stagioni, senza erbe alberi uomini
e vita: grumo di morte, caos di dura creta.
Fiumi, laghi, l’oceano, tutti erano quieti,
e nulla si muoveva nel silenzio degli abissi.
Navi senza equipaggio marcivano in mare,
gli alberi cadevano in pezzi, affondavano
giacendo a dormire nell’abisso senza flutti.
Le onde morte, sepolte le maree, la luna,
loro signora, già spenta, nell’aria ferma
placatisi i venti, sparite le nuvole – inutili
per essa: la Tenebra era l’Universo.

La dedica - Izet Sarajlić

opera di Michael and Inessa Garmash
La dedica - Izet Sarajlić

Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?
Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare.
Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna,
e un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi.
Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli.
Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e per non pestare i nostri sguardi morti.

Hiram Scates – Edgar Lee Masters

Joachim Wtewael - Christ with Children  
Hiram Scates – Edgar Lee Masters

Cercai di ottenere la candidatura
alla presidenza del Consiglio di Contea
e feci discorsi ovunque
denunciando Solomon Purple, mio rivale,
come nemico del popolo,
in combutta coi nemici capitali dell'umanità.
Giovani idealisti, guerrieri falliti,
zoppicanti sulla gruccia della speranza,
anime che puntano tutto sulla verità,
che perdono un mondo a un cenno del cielo,
mi s'affollarono intorno e seguirono la mia voce
come fossi il salvatore della contea.
Ma Solomon ottenne la candidatura,
e allora voltai gabbana,
e riunii i miei seguaci sotto la sua bandiera,
e lo feci vincitore, lo feci re
della Montagna Dorata con la porta
che si chiuse alle mie spalle appena la varcai,
lusingato dall'invito di Solomon,
a fare il segretario del Consiglio.
E fuori, al freddo, restarono i miei seguaci;
giovani idealisti, guerrieri falliti
zoppicanti sulla gruccia della speranza -
anime che puntavano tutto sulla verità;
che perdevano un mondo a un cenno del cielo,
e guardavano il diavolo prendere a calci il millennio
sulla Montagna Dorata.

Peleg Poague – Edgar Lee Masters

Joachim Wtewael - Moseè colpisce la roccia
Peleg Poague – Edgar Lee Masters

Cavalli e uomini s'assomigliano proprio.
Avevo uno stallone, Billy Lee,
nero come un gatto e snello come un daino,
con l'occhio di fuoco, smanioso di lanciarsi,
e capace di battere in velocità
qualunque corridore di Spoon River e dintorni.
Ma quando eri sicuro che ce l'avrebbe fatta,
con un vantaggio di cinquanta e più yard,
s'impennava e sbalzava il fantino,
e cadeva riverso, aggrovigliato,
del tutto scoppiato.
Capite, era una vera truffa:
non era capace di vincere, non era capace di lavorare,
era troppo leggero per trainare l'aratro,
e nessuno lo voleva per far razza.
E quando cercai di montarlo - be',
mi sfuggì di mano e mi ammazzò.

Natura - Beloslava Dimitrova

opera di Maurits Cornelis Escher
Natura - Beloslava Dimitrova

realmente nessuno è stato ucciso
ognuno salta volontariamente
alcuni figli molto bravi
sono divenuti tossicodipendenti
i pazzi si arrampicano sulle pareti
avanzano con movimenti rotatori
questo non ha alcun senso
non ho svegliato nessuno
prendi questo veleno
avvicinalo alla tua bocca
mentre sei incinta
ti supplico

Sciocchi - Beloslava Dimitrova

Maurits Cornelis Escher - Giorno e notte
Sciocchi - Beloslava Dimitrova
Il mondo era pieno di padri – dunque pieno di miserie; era pieno di madri – dunque anche pieno di perversioni di ogni tipo – dal sadismo alla pudicizia; era pieno di fratelli, sorelle, zii e zie – dunque pieno anche di follia e di suicidi.
Aldous Huxley, Il mondo nuovo (Brave New World)


un’auto lungo la strada
l’autista è mio padre
incontriamo un disastro
un vero fallimento
dell’umano
abbiamo molta fretta
procediamo velocissimi
per evitarlo
entra comunque in auto
si siede sul sedile posteriore
ci trasporta su di un fiume
con mio padre siamo in una barca
il nostro compito è contare
i coccodrilli sulla costa
uno due tre quattro
cinque sette
c’è il pericolo reale
che ci mangino mentre contiamo
lui dice
fosse stato un rito antico
mi avrebbe insegnato qualcosa
mi dico va be’
non avere paura
l’hanno fatto
generazioni prima di noi
io faccio la mia parte
io sono solo una persona
questi sono i miei avi
non mi accorgo
che ci hanno circondati
che ormai spingono la barca
il quarto rosicchia il remo
il primo mi guarda sa
proprio dove e come
trovare il sangue
e non ci siamo aggrappati
l’uno all’altra e contiamo
alcuni minuti dopo
mi volto guardo
il sedile a sinistra
quando tutto è finito
quello seduto lì
non è più nemmeno
mio padre

Questa stanza odora di passato - Paulina Vinderman

opera si Steve Hanks
Questa stanza odora di passato - Paulina Vinderman

Questa stanza odora di passato:
il dialogo, l’enorme tronco dell’albero malato
dall’altro lato della finestra.

Un sogno arriverà al tramonto
(ah, vecchia collezionista di crepuscoli di seta)
e quando sarà qui lo aprirò al vento meridionale
che pressa i catenacci.

L’impronta lasciata dalla malinconia
può essere così feroce come lei stessa.

Un pozzo d’acqua dove aggallano le certezze
come olio sporco.

Odore della tua presenza - Mahmoud Shahmirzadi

opera di Steve Hanks
Odore della tua presenza - Mahmoud Shahmirzadi

Vorrei fare un tuffo nel mare dei miei pensieri
A cercare la perla dei tuoi ricordi
Sento la freddezza della tua lontananza

Sei andata via
E mi hai lasciato con la mia tristezza
Ma c’è ancora odore della tua presenza

È il tuo sorriso
Che mi manca tanto…

6 settembre 2017

Mignolino - da FAVOLE DI LIBERTÀ di Antonio Gramsci, traduzione


FAVOLE DI LIBERTÀ di Antonio Gramsci
TRADUZIONI DALLE FIABE DEI FRATELLI GRIMM
Mignolino
C'era una volta un contadino che una sera sedeva vicino al focolare e attizzava il fuoco mentre la moglie accanto a lui filava. Disse il contadino: «Come è triste non avere bambini! È così tranquilla la nostra casa, mentre nelle altre case si grida e c'è allegria!».
«Sì - rispose la moglie, e sospirò, - avessi anche un solo bambino e fosse anche piccolo come il dito mignolo, come sarei contenta; lo ameremmo di tutto cuore».
Ora avvenne che la moglie si ammalò e dopo sette mesi ebbe un figlio, che in tutte le membra era perfettissimo, ma non era più alto del dito mignolo. Allora dissero:
«È proprio come lo abbiamo desiderato, e sarà il nostro caro bambino».
E per la sua statura gli dettero il nome di Mignolino.
I genitori non gli lasciarono mai mancare il cibo, ma il bambino non diventò più grande: rimase sempre come era stato alla nascita; però aveva gli occhietti intelligenti e presto si mostrò una cosettina furba e agile.
Il contadino un giorno si preparava a recarsi nella foresta per tagliare legna dicendo fra sé: «Se ci fosse uno che più tardi mi raggiungesse col carro!».
«Oh, papà - gridò Mignolino, - il carro te lo porterò io, sta' tranquillo; giungerà nella foresta al tempo giusto».
L'uomo rise e disse: «Come sarebbe possibile? Tu sei troppo piccolo per guidare il cavallo con la briglia».
«Non fa nulla papà, purché la mamma attacchi il cavallo; io mi siederò sul suo orecchio e gli griderò dove deve andare».
«Ebbene - rispose il padre, - per una volta proviamo».
Quando giunse l'ora, la mamma attaccò il carro e pose Mignolino a sedere sull'orecchio del cavallo; il piccolo gridava affinché la bestia andasse per la sua strada: «Iup, arri su, su!».
Tutto andò benissimo, come con un buon cocchiere, e il carro seguì diritto la strada verso la foresta. Accadde che, mentre ad una curva il piccolo gridava «arri, arri», due forestieri passassero di là.
«Perbacco - disse uno, - che cos'è questo? Passa un carro, un carrettiere grida al cavallo e non si vede nessuno!».
«Non mi pare una cosa naturale - disse l'altro, - seguiamo il carro e vediamo dove si ferma».
Intanto il carro avanzava in piena foresta e andava dritto al punto dove si tagliava la legna. Appena Mignolino vide suo padre gli gridò: «Vedi, babbo, che sono arrivato col carro? Adesso mettimi a terra».
Il padre prese il cavallo con la sinistra e con la destra tolse dall'orecchio il suo figliolino che, tutto allegro, si sedette su uno stelo di paglia.
Quando i due forestieri videro Mignolino non seppero cosa dire per lo stupore. Uno prese a parte l'altro e disse: «Senti, l'omino può fare la nostra fortuna, se noi lo faremo vedere a pagamento in una grande città: compriamolo!». Andarono dal contadino e gli dissero: «Vendeteci l'omino; con noi starà bene».
«No - rispose il padre, - è il mio prediletto, e non lo vendo per tutto l'oro del mondo».
Ma Mignolino, quando sentì dell'affare, si arrampicò sulle pieghe dell'abito del padre, sedette sulla sua spalla e gli bisbigliò all'orecchio: «Babbo, vendimi pure; io tornerò lo stesso a casa».
Così il padre lo cedette per una bella moneta d'oro ai due forestieri. «Dove vuoi metterti?», gli dissero questi. «Per piacere, mettetemi sulla falda del vostro cappello, così potrò passeggiare su e giù e guardare il paesaggio; e non cadrò giù, state certi».
Fecero come voleva e dopo che Mignolino ebbe preso congedo da suo padre, partirono. Camminarono fino al crepuscolo, e il piccolo disse: «Mettetemi a terra, ho un bisogno».
«Rimani pure lassù - disse il forestiero sul cui cappello egli stava, - non mi arrabbierò; anche gli uccelli qualche volta mi fanno cadere qualcosa addosso».
«No - disse Mignolino, - io so cos'è la decenza; mettetemi subito a terra».
Il forestiero si tolse il cappello e depose il piccolo su un campo lungo la strada; questi scappò di corsa e strisciò un poco tra le zolle qua e là, poi all'improvviso guizzò in una tana di topi.
«Buona sera miei signori, andate pure a casa senza di me», gridò loro prendendoli in giro.
I due corsero da quella parte e col bastone frugarono nella tana, ma fu fatica sprecata; Mignolino strisciava sempre più in fondo e così quelli, stizziti e con la borsa alleggerita, dovettero tornarsene a casa.
Quando Mignolino capì che si erano allontanati, strisciò fuori dal corridoio sotterraneo. «È così pericoloso andare al buio per i campi - disse, - uno si può rompere il collo o una gamba!».
Per fortuna urtò in un guscio vuoto di lumaca. «Grazie al cielo - disse - posso passare la notte al sicuro qui dentro», e vi si accomodò.
Quando stava per addormentarsi, sentì che due uomini gli passarono vicino, e uno diceva: «Come possiamo fare per portar via al ricco parroco il suo oro e il suo argento?».
«Ve lo posso dire io», lo interruppe Mignolino.
«Chi c'è là - disse uno dei ladri spaventato, - ho sentito qualcuno che parlava». E si fermarono poiché Mignolino aveva ripreso a dire: «Portatemi con voi, e vi aiuterò».
«Ma tu dove sei?».
«Cercate per terra e fate attenzione da dove viene la voce», rispose. I ladri lo trovarono finalmente e lo sollevarono. «O bricconcello, come ci puoi aiutare?», dissero.
«È semplice - rispose, - io scivolo tra le sbarre di ferro nella stanza del parroco e vi porgo fuori quel che volete avere».
«Benissimo - dissero i ladri, - vediamo ciò che puoi fare».
Appena giunsero alla casa del parroco, Mignolino scivolò nella stanza, ma si mise a gridare con tutte le forze che aveva in corpo: «Volete tutto quello che c'è?».
I ladri si spaventarono e dissero: «Parla piano, ché sveglierai qualcuno».
Ma Mignolino finse di non capire e gridò nuovamente: «Che cosa volete? Volete tutto quello che c'è?».
La cuoca, che dormiva nella stanza vicina, udì, si rizzò nel letto e ascoltò. Ma i ladri per lo spavento erano corsi indietro per un tratto di strada; finalmente ripresero coraggio e pensarono: «Il bricconcello si vuol far beffe di noi». Ritornarono indietro e gli sussurrarono: «Fa' dunque sul serio e porgici qualcosa». Mignolino gridò ancora più forte: «Vi darò tutto, allungate le mani».
La domestica che ascoltava sentì chiaramente queste parole, saltò dal letto e inciampò nella porta. I ladri scapparono di corsa come se fossero inseguiti da un cacciatore feroce; la domestica, intanto, non avendo potuto vedere nulla, andò ad accendere un lume.
Mentre ella si avvicinava, Mignolino, senza esser visto, se ne andò nel fienile. La domestica, dopo aver cercato in tutti gli angoli e non aver trovato nulla, finalmente si rimise a letto persuasa di aver solo sognato a occhi e orecchie aperti.
Mignolino intanto era scivolato tra gli steli di fieno e aveva trovato un bellissimo posto per dormire; voleva riposare fino al mattino e poi ritornare a casa dai suoi genitori. Ma doveva passare per ben altre avventure!
Appena spuntò il giorno, la domestica si levò dal letto per dare da mangiare alle bestie. Per prima cosa si diresse verso il fienile, dove prese una bracciata di fieno, proprio di quello dove giaceva il povero Mignolino; che dormiva così profondamente che non si accorse di nulla e si svegliò solo quando era già nella bocca della vacca che l'aveva ingoiato insieme al fieno.
«Perbacco - gridò, - sono capitato in una gualchiera!».
Ma subito capì dove si trovava. Fece attenzione di non capitare fra i denti ed essere stritolato e quindi scivolò col fieno nello stomaco.
Nella stanzetta hanno dimenticato la finestra - disse - e non vi entra il sole; e neanche c'è un lume». Insomma, l'appartamento non gli piaceva per nulla, e ciò che era peggio è che dalla porta entrava sempre altro fieno masticato e il posto diventava sempre più stretto. Infine, preso dall'angoscia, si mise a gridare con la voce più alta possibile: «Non datemi più altro fieno, non datemi più altro fieno».
La domestica stava mungendo la mucca; quando sentì parlare senza veder nessuno, e si accorse che era la stessa voce che aveva sentito nella notte, si spaventò tanto che cadde dallo sgabello e rovesciò il latte. In gran fretta corse dal padrone e gridò: «Dio mio, signor parroco, la mucca ha parlato».
«Tu sei matta», rispose il parroco, tuttavia andò egli stesso nella stalla a vedere che cosa succedeva. Vi aveva appena messo piede che Mignolino riprese a gridare: «Non datemi altro fieno, non datemi altro fieno».
Anche il parroco si spaventò; pensò che uno spirito folletto possedesse la mucca e ordinò di ucciderla. Essa fu macellata e lo stomaco, dove era finito Mignolino, fu buttato nella concimaia.
Mignolino durò una grande fatica per farsi largo perché era andato molto in fondo per trovar posto, ma proprio quando stava sporgendo fuori la testa, capitò una nuova disgrazia.
Era accorso un lupo affamato che inghiottì in un sol boccone l'intero stomaco della mucca.
Mignolino non si perdette di coraggio. «Forse - pensò - il lupo permetterà che gli parli», e dalla pancia gli gridò: «Caro lupo, conosco una magnifica ghiottoneria per te».
«Dove si può andare a prenderla?», disse il lupo.
«In una casa così e così; tu puoi entrare dall'acquaio e troverai focacce, lardo, salsicce tante quante potrai mangiarne», e gli descrisse esattamente la casa del padre.
Il lupo non se lo fece dire due volte: nella notte si introdusse attraverso l'acquaio e mangiò nella dispensa a piacimento. Quando si fu rimpinzato, volle uscire, ma era diventato così gonfio che non poteva più passare per la stessa via.
Mignolino aveva calcolato proprio su questo e allora cominciò a fare un fracasso spaventoso nella pancia del lupo; gridava e imperversava per quanto poteva.
«Vuoi star zitto - disse il lupo, - sveglierai la gente!».
«Ebbene - rispose il piccolo - tu hai mangiato a sazietà e anch'io voglio rallegrarmi», e ricominciò a gridare con tutte le sue forze.
Così finalmente si svegliarono suo padre e sua madre che corsero a guardare da una fessura della porta. Come videro che vi era un lupo, scapparono via; l'uomo prese la scure e la donna la falce.
«Rimani là dietro - disse l'uomo entrando nella stanza, - se io gli darò un colpo e non sarà ancora morto, allora tu lo colpirai e lo farai a pezzi».
Mignolino udì la voce del padre e gridò: «Caro babbo, sono qui, sono nella pancia del lupo».
Pieno di gioia il padre disse: «Dio sia lodato, abbiamo ritrovato il nostro caro figlio», e ordinò alla moglie di portar via la falce per non far del male a Mignolino. Prese quindi lo slancio, e dette un tale colpo sulla testa del lupo, che questi cadde stecchito. Presero quindi il coltello e le forbici, gli squarciarono la pancia e ne cavarono il piccolo.
«Ah, - disse il padre, - quanti dispiaceri abbiamo passato per te!».
«Sì, padre, ho molto girato per il mondo; grazie a Dio posso di nuovo respirare l'aria fresca!».
«Dove sei stato?».
«Oh, padre, sono stato in una tana di topi, nella pancia di una vacca e nel ventre di un lupo; adesso rimarrò con voi».
«E non ti venderemo più per tutte le ricchezze del mondo», dissero i genitori, stringendosi al cuore e baciando il loro caro Mignolino.
Gli dettero da mangiare e da bere e gli fecero fare dei nuovi vestiti, perché quelli che aveva si erano ridotti male durante il viaggio.