21 giugno 2017

Due vedute di sala anatomica – Sylvia Plath

Bueghel il Vecchio - Trionfo della morte

Due vedute di sala anatomica – Sylvia Plath

1
Il giorno che lei visitò la sala incisoria
c'erano in quattro stesi là, neri come arrosto bruciato,
già mezzi decomposti. Un sentore acetoso
di fermenti di morte li avvolgeva;
si misero al lavoro i giovani in camice bianco.
A lui toccò un cadavere dalla testa fracassata
e lei non ci capiva quasi niente
in quei frantumi di cranio e pezzi di vecchio cuoio.
Uno spago giallastro li teneva ancora insieme.

Nei loro vasi i feti dal naso a chiocciola lunari lustreggiano.
A lei lui dà il cuore divelto guasto cimelio.

2
Nel bruegeliano panorama di fumo e macello
solo in due sono ciechi a quell'orda di putredine:
alla deriva nel mare della serica azzurra
gonna di lei, egli canta in direzione
della sua nuda spalla e su di lui si china
lei solfeggiando un foglietto di musica,
entrambi sordi al violino della testa-di-morto
che adombra la loro canzone.
Questi amanti fiamminghi in fiore; non per molto.

E tuttavia la desolazione del quadro risparmia la piccola contrada
assurda, delicata, nell'angolo in basso a destra.

traduzione di Giovanni Giudici

Parole – Sylvia Plath

opera di Max Gasparini

Parole – Sylvia Plath

Asce
sotto i cui colpi risuona il legno,
e gli echi!
Echi in corsa
dal centro come cavalli.

La linfa
affiora come lacrime, come
l'acqua che si sforza
di ristabilire il suo specchio
sopra la pietra

che cade e ruota,
un bianco teschio
mangiato da erbe filacciose.
Anni dopo
le incontro per strada----

parole aride e senza cavaliere,
battito di zoccoli incessante.
Mentre
dal fondo dello stagno stelle fisse
governano una vita.

Traduzione di Anna Ravano

Lilith - Katia Sebastiani

foto di Jan Masny

Lilith  - Katia Sebastiani

A tutti gli uomini
della mia vita.
A mia madre.


“Son ben rare le donne che non sono essenzialmente vacche o sguattere – ma allora si tratta di streghe o di fate…”
(Louis Ferdinand Céline)

I – La Dea Steatopigia
La madre di tutte le madri era anziana-
avrà avuto tra sessanta e sessantacinque.
O madre dimmi la storia che perdura
quando tu eri signora
adorata e ci si amava a frotte
nelle caverne odorose di muschio
e acqua limpida e le bimbe
crescevano adorate.

Tutto era pace nel nostro sabba primordiale,
noi abituate a affondare
le mani in ogni brodo,
melma o salsa.

Questo pomeriggio la madre
affondava i piedi nella sabbia
le cosce sfatte come pilastri l’onda
del mare le cingeva il polpaccio.
Intorno i figli
e i figli dei figli a giocare
che spruzzavano acqua
e lei. Mammelle morbide piene di latte un tempo
e se anche una ferita mortale
il bisturi il tumore
mi strappasse via un seno io sarei
per sempre la tua madre fatale.

II – Mia madre 
Strega un po’
e un po’ anche fata
sguattera e puttana.
Con i suoi sogni
di bimbi che non nascono
le lenzuola fresche di bucato
le mani deformate che nasconde.
Mani di fata,
di madre che nutre
la terra che ci nutre.
A farle festa un tripudio d’insalata
fiori bianchi di patata
e pomodori da mettere in dispensa.
Perché l’inverno arriva,
madre,
e tu lo sai.
E bisogna stare sempre pronte
contare sulle proprie forze, lasciare
che quel fondo di freddo
di tristezza di rancore
- perché le cose, madre
non vanno sempre nella giusta
direzione –
lasciare che quel gelo passi
o vada a incistarsi
nel fondo del fondo
più buio del cuore.

III
E io guardo le madri.
Senza fretta le guardo
senza rancore senza
gelosia.
Le guardo così con gratitudine perché
noi siamo tutte uguali
streghe e puttane
sguattere e un po’ fate.
Siamo bionde, ricciute ossigenate
siamo sformate e rese sacre dal post partum
e siamo senza figli
perché si è fatto tardi
o per mancanza di allegria.
Siamo madri a cui ci strappano il clitoride
perché non c’è
estasi migliore di una mano
come lo strano ululare del gabbiano.
Siamo le figlie che ci fasciano i piedi.
E in ginocchio
o sullo scranno ci porteranno all’altare.
Ma noi avremmo voluto solo correre
felici e libere sui prati.

Amina anche lei era una madre-
ammazzata a sassate.
E così sia.

IV- Tiresia
 Che avrebbe detto Tiresia,
vecchio con le mammelle raggrinzite?
Avrebbe presofferto tutto?
La paura, l’impegno, la fatica
e il lamento senza fine dei gabbiani?

C’era anche lui, oggi,
sulla sabbia – ad annodare reti.
Ma non mi ha detto niente –
infastidito/imbarazzato.
Il suo silenzio ci ha fatto
molto male.

V
 Non dirmi che ore sono
non che si è fatto tardi.
Il tempo, quello che manca,
mi spaventa.
I vicini sono ancora alzati -
sento la televisione
e motorini in strada.

No dirmi che non c’è più tempo
che ormai le cose
si sono messe così
come si sono messe
e che il mondo, quello umano,
non si può cambiare.

Non dirmi che le poesie,
le nostre, non cambieranno il mondo.
Io il mondo lo voglio cambiare.
Voglio un mondo vecchio,
facile facile, un mondo
del passato. Quello che c’era prima
dell’arco e delle frecce
dove le madri si accoppiavano
con il più forte prima,
e poi con il più debole.
E le madri godevano felici
insieme ai padri. E nascevano figli
tutti uguali.
E a nessuno, uomo o donna interessava
un fico secco di cosa
Tiresia avrebbe presofferto.

VI
 Non ti deve spaventare
questa carne
bianca sopra il letto.
Sono mazzi di vaniglia
le mie braccia
tese che ti chiamano.

E tu sarai in me.
Donna dentro immenso
corpo di donna.
La parola oscenità
per sempre messa al bando.
Navigheremo così,
comprese per l’Eternità.

A tutte le donne,
con Amore.


VII- Jusuf

Mariama ha quattro figli.
La Grande Madre è così triste
che non riesce a piangere.
Prendimi la cardioaspirina il caffè
del bar non piace
quando eri piccolo
piangevi?

Jusuf, Jusuf è mio marito.
Jusuf cacciato, Jusuf ferito.
La Grande Madre non sa più
piangere, lacrime seccate aghi di pino
che gracchiano graffiano sotto le suole.

(Non è razzismo questo).
Ti sono grata vecchia megera.
La Grande Madre ti ringrazia,
io umile Sacerdotessa dirò.

Le mie poesie cambieranno il mondo.

La macarena non mi fa allegria.
La figlia, la madre, la madre della madre.
Un’intera genealogia distrutta…conviene
tirarsi una rivolverata tirare
una rivolverata.

Cosa posso io, Lilith, cosa posso
in questa pineta, domenica pomeriggio,
schiacciata dal dolore, dal male?
Guardo mio figlio guardo
lo stringo con gli occhi mi tengo
alle sue mani
alla racchetta al sudore che gronda.
Per non cadere, per non potere parlare.
Per non morire grondando
dolore.

Jusuf il nome
è di convenzione
ma mi è caro perché
anche tu, ipocrita lettore,
dovrai schioccare un bacio
in punta di labbra se vorrai
dirlo.

Jusuf il marocchino, il venditore abusivo,
l’immigrato irregolare, il senegalese il nero
di merda, Jusuf si è avvicinato
a una famiglia che di sera guarda il tg locale.

La madre, la figlia coi cleanex
La madre della madre tutte
Dee Steatopigie, Lilith,
grandi culi morbidi, seni a cascate.
Così ho creduto io, Lilith
e le ho salutate.

La megera, la madre di mezzo dice vattene
via urlando
tante, tante, tante, tante, tante volte…

Jusuf alto, fatto basso da peccato
se ne è andato. In silenzio.
Amen.

VIII
Ho fatto l’amore con il mare.
Ho fatto l’amore con l’amore mio.

Meduse morbide respirando sono venute
nella dolcezza della luce.

I pipistrelli- che non fanno male
Hanno riconosciutola nostra voce
allegro ululare di gabbiani innamorati.

Mare, tu, profondo e passionale. A tratti
trattieni la bonaccia.

Io fata pettinata
luccicante nella notte come
la perla più preziosa,
una piccola cometa.

IX- Lo Stupratore
Non temo gli uomini
intenti a lavorare.
Mi fanno paura quando
siedono pigri sfaccendati
dentro e fuori dei bar.

Quando passo
bella come una cometa a primavera
lanciano occhi e parole ad infilzarmi.
Come Tom Crusoe infilzava
pesci nella fiocina.

Lo Stupratore è
Un bambino cresciuto male.
Io a mio figlio-
il padre lontano come un pescatore in mare
insegno tutto quanto,
dal corpo fino al cuore.

In questo modo spero,
qualsiasi lavoro lui farà
pittore, imbianchino
meccanico cuoco e scienziato,
starà seduto
al bar con dignità.

Ed una donna, dirà tu la non puoi toccare
neanche con un fiore.

E se ne branco,
fra le carte e il vino ci sarà
lo Stupratore che protesterà,
lui gli domanderà-
ridendo dolcemente, chi è
l’essere umano
che ami più al mondo?

Lo Stupratore-
la bocca spalancata presa all’amo
dirà (sarà costretto a dire):
mia madre.

E così sia.

X
Tutto è cominciato con la morte.
La morte ci ha fatto incontrare.
La madre lacrimosa il figlio.
Il figlio liscio, morbido l’abbraccio
fra la madre e il figlio.

Io so di cosa stiamo parlando. Mi senti?
Vuoi ascoltare finalmente? Rilassati,
lasciati andare alla morte. La morte gioiosa,
la morte che non fa male, la morte che
ci ha fatto incontrare.

Se infatti credi nelle guerre puniche,
nella Rivoluzione
non è perché hai messo la tua mano
nel sudore, dentro le piaghe.
Credi perché
qualcuno te lo ha detto, di milionesima mano.

Mia zia mi ha detto che
nei prati fra i frutti del mercato
ha sentito sua zia scalpicciare
i piedi fra le foglie e l’erba rinsecchita.
La zia morta
a proteggerla.

Allora dammi una ragione
plausibile, una sola,
ma fallo seriamente. Non mi prendere in giro perché
non ho tempo da perdere.
Perché non dovrei credere a mia zia,
la prima testimone?

Ecco, vedi: la morte non c’è, o come
diceva Sant’Agostino è
tutto un restare lì, nella camera a fianco.

E allora, amore, chiamami per nome,
non arginare la nostra dolcezza,
usami lo stesso affetto di sempre.
Perché io sono qui.
E lì al camposanto vieni a cercare
fra i fiori, i sassi, le conchiglie il mio
corpo che cresce;
guarda quel filo d’erba, la formica che si scava
il nido. Ecco, io sono lì, dentro e sopra la nostra
Madre Terra.

L’anima no, amore figlio mio,
l’anima è vento, è luce.
L’anima è veloce. Dentro il frusciare fresco dei rami,
le foglie nel verde mi devi chiamare.
Io ti sento, io ci sono.
E con mani e voce di vento ti tengo.
Ti abbraccio.