14 agosto 2018

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 18

dipinto di David P. Hettinger
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

18
Anche ora,
la ricordo nel suo bianco palazzo
alla luce delle torce mescolata
a quella dei suoi gioielli,
i raggi di luce che squarciano la notte.
Rivedo la mia principessa,
gli occhi presi da un timido pudore,
nel momento in cui si alza e dice:
«Andrò a dormire, buonanotte, mie dame!»

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 17

dipinto di Matt Abraxas
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

17
Anche ora,
ricordo il nastro della treccia slegato
e la ghirlanda appassita,
il sorriso sulle sue labbra
dolce come l’ambrosia,
la coppia dei seni alti e sporgenti
che baciano voluttuosi
i fili della sua collana.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 16

dipinto di Edson Campos
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika
  
16
Anche ora,
che il mio cuore è spezzato
e sento crollarmi addosso
le pareti della mia prigione,
vedo una luce e in quella luce
la mia fanciulla si muove,
i piedi e le braccia ornati
di cerchietti d’oro, i suoi occhi
abbelliti dal collirio vagano lontano,
i denti sono fili di perle
nel cinabro delle labbra.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 15

dipinto di Paulo Cabral
 Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

15
Anche ora,
rivedo i segni delle mie unghie,
lasciati sulle morbide anche,
lucenti di polvere dorata,
il suo splendente abito di fili d’oro
e il suo incedere regale.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 14

dipinto di Richard S Johnson
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika


14
Anche ora,
in un fresco scroscio di acque a primavera,
le sue dita rosse come fiori di asoka,
le perle della collana che baciano
le seducenti punte dei seni,
le sue amabili pallide guance,
dove si riflette un sorriso interiore,
il suo languido passo di cigno:
mi ricordano la mia diletta fanciulla.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore 

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 13

dipinto di Richard S Johnson
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

13
Anche ora,
lottando con la morte, mi appare il tremolio
delle palpebre delicatamente incipriate,
tutta la dolce immagine del corpo
spossato dai moti ripetuti della gioia,
i fiori rosa dei palpitanti capezzoli
sul bordo della tunica,
la freschezza delle labbra scarlatte,
segnate dai miei baci voluttuosi.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 12

dipinto di Richard S Johnson
Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

12
Anche ora,
i miei occhi che non guardano più intorno
mi mostrano il viso della mia diletta perduta,
le guance accarezzate dai riccioli neri.
O soffice, bianca, mirabile pergamena,
dove le mie povere labbra ora lontane,
nella notte lunare, scrivevano versi di baci
che non scriveranno più.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika 11

dipinto di Paulo Cabral

Bihlana Kavi – Chaurapanchasika

11
Anche ora,
la morte mi conforta col ricordo
delle sue ciglia vellutate
e dei piccoli fiori rossi del suo seno.
Ed è presente al mio animo
la parola “Addio”, che al momento
di lasciare la figlia del re,
quella notte, chino su di lei,
io le sussurrai nell’orecchio.

Traduzione di Paolo Statuti
Bihlana Kavi. Chaurapanchasika il canto del ladro d’Amore a cura di Paolo Statuti
Poesia n. 320, novembre 2016. Crocetti Editore

Il bagno - Amalia Bautista

dipinto di Victor Bauer
Il bagno - Amalia Bautista

Vuoi che facciamo il bagno
assieme una volta ancora?
Possiamo di nuovo essere due corpi
bagnati e sorpresi,
e verificare che non mi fa male
che l’acqua ci separi.
Sentire che solo l’acqua si frappone
tra la tua pelle e me,
come dal principio dei tempi,
e questa certezza è dolce,
calda e luminosa.
Come mai lo è stata.

Passato il tempo - Amalia Bautista

dipinto di Tomasz Rut
Passato il tempo - Amalia Bautista

Passato il tempo
gli amanti perfetti si chiedono
se facevano l´amore
o se l´amore li ha fatti
e li ha disfatti.

Il ponte - Amalia Bautista

dipinto di Charles Levier
Il ponte - Amalia Bautista 

Se mi dicono che sei dall’altra parte
di un ponte, per quanto strano sembri
che tu sia dall’altra parte ad aspettarmi,
io attraverserei il ponte.
Dimmi qual è il ponte che separa
la tua vita e la mia,
in quale ora scura, in quale città piovosa,
in quale mondo senza luce è questo ponte,
e lo attraverserò.

Dream little dream of me - Amalia Bautista

dipinto di Lorraine Dell Wood
Dream little dream of me - Amalia Bautista

Invitami nel tuo sogno,
lasciami partecipare a questo film
in cui il tempo non ha forma e il desiderio si realizza.
Sogna un po’ con me e ti prometto
di essere la donna perfetta
per te, mentre vivi con gli occhi chiusi.
Ti bacerò con labbra di ciliegia,
doserò saggiamente passione e tenerezza
e all’alba me ne andrò senza fare rumore.

13 agosto 2018

da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen

Vincent Van Gogh - Natura morta con patate
da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen
(…)
Il timore del mondo cristiano non derivava soltanto dal fatto che il pomo dell’amore venisse accomunato alla mandragora. Era la moralità stessa del frutto che veniva messa in discussione. Prendiamo la patata, per esempio. Arrivò dal Nuovo Mondo, in Europa, più o meno contemporaneamente al pomodoro. Anch’essa fu inizialmente paragonata alla mandragora, ma che accoglienza diversa ebbe alla fine! Di colore scuro e opaca, rotonda, gli aristocratici la presero immediatamente in simpatia, ma soltanto per destinarla ai contadini. Essi trascorsero i duecento anni seguenti rimpinzando di questo tubero qualsiasi proletario sul quale riuscissero a posare le loro nobili mani. Ciò avvenne in particolar modo nei paesi cattolici, dove la testolina irregolare del tubero sembrava circondata da un alone di santità, probabilmente a causa del suo nome inca, papa. Tradotto alla lettera, il termine papa, patata, divenne “il frutto del papa” o “il cibo del papa” (pope-ato), e tutti ne tessevano le lodi, come i funzionari cattolici, che imploravano i capi morali della chiesa di Roma affinché spingessero i contadini a “provare questo cibo delizioso”.
(…)

da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen

opera di Ivana Pinaffo
da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen
(…)
I cristiani snobbarono prudentemente il pomodoro per almeno centocinquant’anni e fu soltanto agli inizi del XVIII secolo che questo frutto incominciò a essere ammesso sulle tavole, soprattutto in Italia, come semplice elemento decorativo. Il resto del mondo occidentale continuò a tenersene alla larga. Si diceva che il pomodoro facesse cadere i denti, che il suo profumo rendesse folli. Molti americani lo ritenevano troppo brutto per mangiarlo. Alla fine dell’Ottocento la figlia di Montague Alwood, un noto botanico inglese, scrisse che il momento culminante di un tè pomeridiano in casa di suo padre fu “la presentazione di questo nuovo, meraviglioso frutto, o bisognerebbe definirlo verdura?”. Ancora nel XX secolo scrittori come Henry LeClerc classificavano il pomodoro, assieme alla mandragora, nel novero dei “frutti malefici… infidi e ingannevoli”.
(…)

da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen

dipinto di Janet Paden
da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen
(…)
Secondo le streghe, la mandragora cresceva meglio sotto gli alberi dove venivano impiccati i criminali condannati a morte, poiché il liquido che gocciolava dai loro corpi dopo l’esecuzione costituiva un fertilizzante naturale, ideale per la pianta; quando se ne tagliavano i rami o le radici, la pianta emetteva terribili lamenti che raggelavano il sangue e rendevano folli chi li ascoltava. L’unico modo sicuro per coglierne un esemplare, dopo essersi prudentemente tappati le orecchie con della cera, era fissare una corda al tronco e farla tirare da un cane nero, allettandolo con della carne fresca di asino, finché la pianta
non veniva completamente sradicata. Il cane, naturalmente, moriva tra atroci sofferenze.
Sia il pomodoro sia la mandragora appartengono alla famiglia delle Solanacee. Il frutto di entrambe va dal rosso vivo al giallo.
Ma sebbene siano stati fatti vari tentativi di incroci per produrre pomodori narcotici, le due piante differiscono in maniera sostanziale. Nella considerazione popolare, comunque, esse sono state sempre accomunate e chiamate per secoli con lo stesso nome, pomo dell’amore. Questa confusione era avvalorata da una serie di storie che sembravano collegare in qualche modo le due piante al Paradiso terrestre. Gli scrittori medievali, per esempio, ritenevano che la mandragora fosse il primo tentativo divino di creare l’uomo (ecco spiegate quelle strane radici). Ciò sottintendeva che essa fosse originaria dell’Eden, che nel frattempo (siamo nel XVII secolo) l’immaginario popolare aveva definitivamente collocato in America Latina, luogo d’origine del pomodoro. Ciò concorda perfettamente con la teoria secondo la quale il termine italiano pomodoro (letteralmente mela d’oro) si riferiva alle mele d’oro che crescevano nel Giardino delle Esperidi dell’antica mitologia greca. Sembra che i chierici cristiani concordassero nel ritenere che il Giardino delle Esperidi, un luogo circondato da mura e protetto dagli spiriti, fosse proprio l’Eden, e che il
magico frutto che in esso si trovava fosse proprio il famoso bocconcino consumato da Eva. In un racconto popolare si narrava persino di due elefanti, che rappresentavano Adamo ed Eva, scacciati dal Paradiso per aver mangiato delle mandragore. Alcuni giunsero ad affermare che il pomodoro era in effetti l’altro frutto proibito dell’Eden. Quando, agli inizi del Settecento, il dottor Siccaary, un oscuro immigrante ebreoportoghese, portò i pomodori nel Nordamerica, sparse la voce che essi provenivano dall’albero della vita eterna che si trovava in Paradiso, affermando che “chi mangiava queste mele in quantità sufficiente non sarebbe mai morto”.
(…) 

da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen

opera di Cheri Wollenberg
da “Nel giardino del diavolo” - Stewart Lee Allen
(…)
Quando approdò sulle coste sudamericane pensò erroneamente che il fiume Orinoco, nell’odierno Venezuela, fosse la porta del Paradiso terrestre, ma si rifiutò di risalirlo, per paura che gli ardenti cherubini assoldati dal Padreterno come guardie del corpo potessero attaccare le sue caravelle. Perciò, quando Colombo portò dalle Americhe un nuovo frutto particolarmente invitante, tutti giunsero alla conclusione più ovvia. Oggi lo chiamiamo pomodoro, ma in gran parte dei paesi europei fu chiamato poma amoris o pomo dell’amore. Gli ungheresi, senza mezzi termini, lo battezzarono Paradice appfel, o mela del Paradiso. Il pomodoro aveva tutti i numeri per essere il frutto proibito: sfacciatamente rosso, traboccante di succhi allusivi e dal sapore elettrizzante. Era chiaramente un afrodisiaco. Ma ciò che lo rendeva particolarmente temibile agli occhi degli europei era la sua somiglianza con un altro frutto, la mandragora, meglio noto come “pomo di Satana” o “pomo dell’amore”. Era in pratica il frutto dell’Inferno ed era famoso per essere stato l’afrodisiaco usato da Lea per sedurre Giacobbe, come si legge nella Bibbia: “È con me che avrai relazione perché ti ho completamente assoldato con le mandragore di tuo figlio”.
Gli speziali del XV secolo conoscevano bene le qualità narcotiche naturali della mandragora, ma il vero problema era un altro. Quello che guadagnò alla pianta la sua pessima reputazione era l’aspetto delle sue radici, che somigliavano a un corpo umano rinsecchito, avvizzito (o a un pene, a seconda delle ossessioni di ciascuno). Nel Medioevo la gente credeva che le radici fossero vive, incarnazione di spiriti demoniaci che sussurravano segreti nelle orecchie di chi ne era proprietario; uno dei crimini per i quali Giovanna d’Arco fu mandata al rogo fu il suo presunto possesso di una radice di mandragora.
(…)

da "Nel giardino del diavolo" - Stewart Lee Allen

opera di Domenico Gnoli
da "Nel giardino del diavolo" - Stewart Lee Allen
(…)

Il pomo dell’amore
Fare della mela il frutto della conoscenza proibita è stata l’azione propagandistica più inverosimile che la cristianità abbia potuto congegnare. Chiunque, pensando a un frutto peccaminoso, lo avrebbe associato a una perla voluttuosa ammiccante dal groviglio di una foresta tropicale, originaria di un paese lontano, lontanissimo, dove l’amore libero e i corpi nudi erano usuali come le mosche. Insomma un frutto venuto dall’Eden, che tutte le persone istruite del XV secolo potevano reperire osservando una mappa: l’Eden si trovava proprio accanto all’India. Lo stesso Cristoforo Colombo era così certo dell’ubicazione dell’Eden che, nel caso in cui le sue navi fossero finite a sud della loro meta asiatica, portò con sé due membri dell’equipaggio in grado di parlare sia caldeo sia ebraico, le due lingue presumibilmente parlate dagli abitanti dell’Eden.
(…)

Sono anni ormai - Beatrice Niccolai

dipinto di Bernardien Sternheim
Sono anni ormai - Beatrice Niccolai

Giorno dopo giorno,
un tempo sempre fertile di donna.

Il sangue mi è testimone.

Ed ho passato lunghe notti in corsia
a farmi tamponare il cuore.

Fuori
la vita correva fra la strada e i marciapiedi,
fuori ha nevicato silenzio
ed hanno ombreggiato gli alberi,
il sole.

Sono anni
che piove sempre dalla solita grondaia,
lontano dai limoni,
lontano dagli odori del mare.

Sono anni che condanno l'Amore
per non avere colpa
se non quella di Amare,
il barcollare senza meta
della tua ombra.