27 giugno 2015

Omero prima di tutto - Kenneth Rexroth

Omero prima di tutto - Kenneth Rexroth

Luccichio dei ricami
di Nausicaa, braccia lucenti,
e lunghi capelli di vergine;
facendo il bucato, vento
pungente nell’aria tersa
d’un giorno mediterraneo.
Odisseo, guance scavate,
occhi stravolti, sbuca dai cespugli.
Seduta vicino alla cascata,
Mary legge Omero mentre io
pesco trote maculate di torrente
nella corrente screziata dal sole.
Sono piccole e sfuggenti.
Per lo più sono state già pescate.
L’acqua cade entro tenui
pannelli di luce tra rosse
sequoie, su granito
e calcare, sotto verdi felci
e lupino viola. Tempo fa,
in queste pozze e gorghi,
catturai vecchie trote enormi.
Queste hanno al più tre anni.
Mary ne ha sette. Omero
è il suo poeta preferito.
Mi ci è voluta tutta una vita
di vergogne e di vizi per capire
Omero. Lei dice: “Quegli dèi
non sono terribili?
Come gli angeli di Milton,
non fanno che lottare
e preparare tranelli per i poveri
greci e troiani. Preferisco
Aiace e Odisseo, che sono
molto migliori di quegli
stupidi dèi”. Con la bravura
per il disegno, è probabile
che cresca anche la sua saggezza.
Poi con gli anni la vedrà
sfiorire e spenderà
tutta la vita per recuperarla.
Adesso insegna a Katharine
la profonda saggezza dei sette anni
e Katharine risponde
col profondo nonsenso dei tre.
Ingrigito, su montagne di granito,
io prendo pescetti. Dieci pesci,
Omero e due ragazzine in posa
per una foto vicino al tronco
rosso cinnamomo di una sequoia
di sei metri. Scattando m’accorgo
che quest’albero è grande
come i pini dell’Olimpo, non prima
che Omero cantasse, ma prima
che Troia crollasse
o che Odisseo lasciasse
casa e prendesse il mare.

IX, 153 - Agazia lo Scolastico

IX, 153 - Agazia lo Scolastico

O città, dove sono le tue mura,
i ricchi templi, le teste dei buoi
sacrificati? E il peplo tutto d’oro,
gli alabastri di Pafo? Dov’è più
il simulacro di Atena? Ogni cosa
ti fu tolta dalla guerra, dal lungo
scorrere del tempo e dalla potente
Moira, mutando così la tua sorte.
L’invidia vinse anche te: solo il nome
e la tua gloria non riuscì a oscurare.

Un sogno rinviato - Langston Hughes

Un sogno rinviato - Langston Hughes

Che succede ad un sogno rinviato?
Forse si secca
come un chicco d'uva al sole?
O come una ferita
poi macera?
Ha il fetore della carne putrida?
O fa la crosta, come un dolce,
zuccherosa e umida?
Forse è solo
un carico pesante.
O forse scoppierà?

Profugo - Mahmoud Darwish

Foto di Alberto Frata
Profugo - Mahmoud Darwish


Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: "Assassino!",
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: "Ladro!",
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: "Profugo!".
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte e` effimera,
ne` gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perche` i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.

l'arte mi ha portato... - Sarah Menefee

Pablo Picasso - Testa di donna - incisione all'acquaforte
 l'arte mi ha portato... - Sarah Menefee


l'arte mi ha portato al manicomio
in piedi tremando nuda a far da modella per le casalinghe di Montecito
mentre il sangue di un aborto spontaneo mi sgorgava tra le gambe
triste confusa paralizzata a voler vivere una vita dedicata al bello
le acqueforti di Picasso le viscere del mostro di Guernica
che ghignano dalle pareti ricoperte di specchi del bagno

Traduzione: Bruno Gullì

21 giugno 2015

Carta d’identità - Mahmoud Darwish

Foto di Gerardo Righetti
Carta d’identità - Mahmoud Darwish

Prendi nota
sono arabo
carta di identità numero 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?

Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Prendi nota
sono arabo e comunista
Ti dà fastidio?
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.

Le cinque direzioni - Victor Montejo

Le cinque direzioni - Victor Montejo

Canteranno i galli a voce alta
al sorgere dell’alba
all’oriente del paese.
Lì si leverà il sole ridente
con il frastuono degli uccelli canterini
e ci saranno scintille luminose
nel cono dei vulcani lontani.

Camminerà il sole, lentamente,
da oriente a occidente
illuminando allo stesso modo
da nord a sud
sebbene con maggior chiarore al centro
che è l’ombelico del mondo.

Queste sono le cinque direzioni
secondo gli astronomi maya:
Il rosso dell’alba del giorno (oriente),
il nero della sera agonizzante (occidente),
il bianco del gelido nord
il giallo potere del sud
e al centro del mondo
il verdeazzurro intenso
del tropico.

È bello vedere il mondo
con le sue cinque direzioni
attraverso il prisma maya.
Potranno impararlo gli occidentali
che vedono il mondo solo in bianco e nero:
Oriente e Occidente?
Cosa importa agli uccelli
dal canto melodioso
della corse alle armi
fra Oriente e Occidente?

Cosa sanno i cervi che spiccano salti,
simboli della buona sorte,
degli odi diplomatici
tra Oriente e Occidente?
Cosa sanno i neonati
dei missili e delle testate nucleari
la criminale Star War
tra Oriente e Occidente?

Io credo all’uccello di luce
nel centro dell’America
che saluta il magnifico sorgere del giorno
ad oriente
e che sa accomiatarsi nella sera buia
dell’occidente.

Credo all’uccello di luce del tropico
che insegue il suo ponte migratorio
da nord a sud,
e poi, da sud a nord
quando arriva il freddo
a mordere
con i suoi gelidi artigli bianchi.

Credo oggi, più che mai,
nei cinque colori sacri
che governano le direzioni del mondo
come lo crederono gli antichi Maya.

Quando impareremo, così, a vedere il mondo
come esseri umani e fratelli,
scopriremo che la vita è molto bella
come un fiore dischiuso
che non sboccerà una seconda volta.


Traduzione Raffaella Marzano

La patria cresce - Senadin Musabegović

Foto di Gervasio Sánchez

La patria cresce - Senadin Musabegović

Mentre ci accompagnano per un lungo corridoio,
lasciano che
i peli dei nostri colli appena rasi
si appiccichino al ruvido colletto della camicia,
come sulla mano dell’ufficiale
sulla quale i calli gialli
sono stati
incisi.
Ci spingono nello spogliatoio, ci spogliano
e lasciano che
nella stanza dove gira solo il ventilatore:
le tracce dei calzettoni si arrossino lungo le vene pallide,
l’elastico della mutanda arricci la pelle accanto all’ombelico buio,
la bianca canottiera sulle spalle due linee rosse
imprima.
Ci mettono in fila e ci portano alle docce
lasciano che
l’acqua fredda
ci spazzi via tutta la vergogna
iniettata nella pelle elettrica
dalle dita dei padri.
Ci imbrigliano in uniformi,
ci gridano addosso
lasciano
che il calore della madre terra
sotto tutti i bottoni sul petto
il nostro respiro appiani.
Al posto di baci di donna
lasciano che il rossetto delle stelle rosse,
nelle quali si è aggrumato il sangue degli eroi,
sulla fronte sudata si spalmi.
La sera ci danno delle riviste
porno,
lasciano che
gemiamo insieme mentre impugniamo i nostri cazzi.
Qui non c’è intimità,
non ci sono muri di separazione nei cessi
lasciano
che
ci accucciamo
l’uno di fronte all’altro con
le sopracciglia aggrottate
mentre le vene azzurre
si sforzano.
Lavati i piedi ci infiliamo sotto le coperte
sogniamo che le lame dei rasoi passano sulle vene;
lasciano che
goccioli piano il sangue sulle lenzuola appena distese,
sporchiamo i pavimenti lisci,
la polvere si trasforma in grumi rossi lungo le fessure
del parquet,
bagniamo i secchi petti della terra natia con il nostro frutto.
- “Alzati!”
Confusi,
mentre con la punta delle dita infiliamo il bottone di plastica
nello stretto buco
sul colletto sudato,
ci lasciano
cercare in noi stessi il nemico interiore.

Traduzione Danilo Capasso

Al Moro di Venezia - Roberto Mussapi


Al Moro di Venezia - Roberto Mussapi

Salpai dagli Schiavoni per annullare il tempo.
Lo vidi, svanire, ad Acri, dove il confine dileguava,
ne udii lo smembramento nei brevi viaggi per mare,
scosse violente a poppa, rumori nella stiva,
e vele che il vento lacerava a brandelli.
Poi fu un lungo cammino, a piedi, a cavallo, in un paesaggio
cangiante nelle forme e nei colori,
ma immobile ormai nell’oltretempo.
L’Oriente dei lapislazzuli e dell’alabastro,
dei maghi idolatri che adoravano il fuoco,
del Vecchio della Montagna che scompariva nelle brume
col suo reame e le sue vittime, a ogni tramonto.
Non ho avuto bisogno di fumare l’oppio,
vivevo tra l’incanto e il miraggio,
tra il vero inafferrabile e il gioco artefatto
da maghi ignoti e forse inesistenti.
Lui, Khublai Khan comprese il mio sgomento,
il desiderio e l’angoscia del viaggio,
la sete e l’orrore dell’orizzonte.
Moro, che da quella torre sancisci il tempo,
nell’orologio costruito dopo la mia morte,
Moro, tu che batti il nero dei secondi e dei secoli,
dimmi se fu illusione la mia fuga dal nostro mondo di numeri
visibili nell’aria come piramidi o cerchi
o se sei tu il folle che cerca di scandirlo.
Dimmi se Marco Polo si allontanò da Venezia
per il commercio infinito e lo scambio incessante
o se tu che martelli il passare degli attimi
conosci un tempo che oscuramente mi mosse,
dove l’istante e l’infinito coincidono.

da: "La stoffa dell’ombra e delle cose", Mondadori, 2007

Samarcanda - Roberto Mussapi

Samarcanda - Roberto Mussapi


La perla d’Oriente, il giardino dell’anima, lo specchio del mondo:
la mia creatura ha nomi infiniti
frutto vivente di infiniti sguardi.
A cavallo, radendo le stoppie,
dell’arida Scizia, sollevando polvere
io la sognavo travolto nel galoppo,
il centro della Via della Seta, la sosta,
il luogo dove, da ovunque convergono
mercanti, carovanieri, ambasciatori
o uomini inseguenti qualcosa di cui persero
memoria e nome nel bianco del deserto,
là, oltre i miei stessi nugoli di polvere,
oltre la schiuma delle froge del cavallo,
il Centro dell’Universo, la quiete, il sogno in corpore.
Per questo quando ebbi in pugno il mondo
lì io condussi alla riva del fiume
che porta oro sulle sue onde crestate
schiavi selezionati, catturati in Persia,
in Siria, in Anatolia, in India,
storici, teologi, architetti,
pittori, tessitori di seta, scalpellini
e fabbri, e falegnami e intarsiatori
a edificare il centro del mondo,
la città delle ombre leggendarie,
le sei strade e i sei grandi cancelli,
le piazze spalancate, le fontane
e le moschee e i minareti e i mausolei
e i quattro piani del Palazzo Azzurro
di Tamerlano, e i giardini e le pareti d’oro
e i giochi di luce nella seta delle tende,
perché tutto questo potesse incantare
chi in quel prodigio giungesse nel viaggio,
piagato dalla sabbia e impazzito di sete,
e strascicando sulle sue gambe spezzate
quando i cavalli erano morti di stenti:
a tutti quei volti ignoti di pellegrini e mercanti
sognai di donare la visione e l’incanto
capaci di cancellare per un istante purissimo
quanto sa Tamerlano, quanto apprese
al galoppo, tra dune e sterpi, da piccolo:
che dietro a noi resta soltanto polvere,
e prima che appaia il prossimo colle
già si è posata al suolo alle tue spalle
come cipria di Giava sul volto di un morto.

da: "La stoffa dell’ombra e delle cose", Mondadori, 2007

Il musicista - Janine Pommy Vega

Wynton Marsalis - foto di Antonio Guidi
Il musicista - Janine Pommy Vega


Ora che hai disceso le scale,
trascinando la tua ombra
e la musica che lasciasti viva nell’aria
è silente, spengo le luci,
come la madre attenta alla bambina
che porta dentro.
Il nostro piccolo banchetto è stato smontato e mangiato
e gli armadi conservano di nuovo
il formaggio e le olive
Le lampade sono calde nella stanza
al riparo e tu cammini
per la strada umida, la nebbia sui lampioni
le tue scarpe scricchiolano nel silenzio.
Penso alla gioia che porti,
alla tua vita illuminata con la persistenza
del ritmo, penso al tuo profilo,
mentre ridi con i musicisti dell’orchestra,
e in quel momento è come se dicessi:
non esiste altro tempo che il presente
non esiste altro amore che la musica
nessun impulso se non le tue mani
dentro lei,
che fanno eco sulle scale a chiocciola
dove nessuna ombra sfiora il tuo volto,
nessuna ombra sfiora il tuo volto.
Angelo è un corpo di luce.
La tua faccia illuminata, il tuo dito mancante,
la tua risata, il tuo taglio di capelli afro.
Le impronte digitali della tua persona
sono righi di un brano di musica
che si estende fino all’orizzonte,
e staccato, ritorna,
e tu sei il danzatore
sulla pagina, vivo nell’aria
dove nessuna ombra sfiora il tuo volto,
nessuna ombra sfiora il tuo volto.

Traduzione Raffaella Marzano

Del Mar - René Puthaar


Del Mar - René Puthaar
I
Non fa niente se la cenere vola via,
il vento sgombera. Quando lo vedo
così il sole, un gong che nessun dio
ancora percuote, immagino che
laddove tu ora giaci tra un secolo
un pittore, come noi invecchiato,
lascia vuota la sua ultimissima tela.
Mia cara, non andare mai in mare
con membra nude. Nature morte:
in fondo nel blu è stata scaricata la sporcizia.
II
I pescatori tornano. Il cane
di Münchhausen fiutò selvaggina in mare
e latrò. Sento ancora
le sirene quando Plutone borbotta.
Le ceste sono a bordo, la rete è stata raccolta,
ma mancano le tracce dei
gabbiani che incantano i bambini.
Si è fatto tardi. Vedi quella coppia,
il tralcio di vite e la rosa canina
intrecciati? Non è forse gioventù?
III
Ci vuole esperienza,
per imboccare una via crucis così
d’un tratto attraverso un orlo scucito.
Il conto, senior, io ardo.
Fra poco mi metti sul balcone
nella posa voluta. Una stella
non si vergogna se le ossa fanno
un tentativo di riunirsi con uno
scricchiolio smorzato. Tremoli piano,
ma mer des souvenirs, ridi.
IV
Non dormo più. La risacca riempie
la camera. Shelley, scroscia avanti
e indietro. E il cuore di Shellet brucia,
e sibila di gioia maligna. Se
ci fosse un’isola qui dove giace
Venerdì io mi raderei la barba
e poi prenderei legna nella notte,
saluterei se una nave desse
contorni all’orizzonte,
ma ciò è vegliare in una fossa.
V
Annuncia il mattino una farfalla,
Parnassius Mnemosyne.
Almeno, lo spero. Fino alla fine
le hanno dato la caccia.
La rivelazione divenne infedeltà
di cose illuminate dal sole, luce
che turbina in una città, e niente
se non l’eternità che le schegge d’oro
ci danno nello splendore scintillante
di acqua, plastica, improvvisamente.
VI
Giaci completamente nudo, a gambe divaricate,
la tua spalla fa una curva bronzea,
hai ogni membro imperlato di liquido.
Respiri ancora, vecchio mare?
Potresti essere una ragazza
e io un Don Giovanni che di notte
ti ha sorpreso a fare il bagno.
La spiaggia fa una parodia, come linea
di sabbia, del confine. Fra poco arriva la marea.
Ein Küstenstreifen nur, per sempre.
VII
Entriamo negli ultimi giorni,
i pescatori salpano.
Su una mano aspetta una cartolina vuota:
una piovra appesa da qualcuno
ad asciugare al sole. Quel bianco,
può essere un camuffamento ma a me sembra
sbagliato. Vediamo ancora giusto
in tempo la baia che nessuno trova.
Lì, al tramonto, faccio
il nostro autoritratto in controluce.

Traduzione: Franco Paris

20 giugno 2015

Una vecchia canzone - Samih al Qasim

Una vecchia canzone - Samih al Qasim

Fra i mughetti del campo
uno scialle per il mio Amato scelgo,
ma il campo è arato a mine nuove.
Tra le canne delle valli,
per il mio Amato un flauto,
ma nelle valli i soldati
fanno esercizi nuovi.
Scelgo dal nostro vigneto
il grappolo più bello
per offrirlo al mio Amato
ma il campo, occhi miei, recintato
hanno con fili spinati nuovi.
Amato mio, spegni la lanterna.
La morte m’hanno prorogato
a una nuova scadenza.

Conchiglia - Martin Reints

Conchiglia - Martin Reints

Ora che i tuoi piedi sono diventati freddi
il collo dei tuoi piedi, le tue caviglie, i tuoi stinchi
ora che spegni la televisione
e che il tuo sguardo va lungo i mobili
ora ti accorgi della corrente che tira
sul pavimento, che già da chissà quanto
sta tirando e che viene
a ricordarti te stessa, in questa casa
dalla conchiglia nella libreria
si dispiega in alto il respiro di Tritone
e in quel respiro: il crepuscolo di un soliloquio,
senza lamento, senza gioia
racconto destinato a chi, se non a te:
di tempi lontani, spiagge antiche nel vento
vento su stelle di mare e flauti da suonare con le narici, lungo
un giroscopio dimenticato che canta sull’orlo di un bicchiere,
su chiavi del soffitto e chiavi di,
sì, di che cosa?
e tu stai con la conchiglia all’orecchio
come ti è stato mostrato una volta
e ti rovescia soffiando e
grida e grida: non far cadere!


Traduzione: Franco Paris

Valigia - Roger Robinson


Valigia - Roger Robinson

Mia madre mi dice che per anni
ha tenuto una valigia pronta

nel cofano della macchina, caso mai
avesse dovuto partire in fretta.

La valigia quadrata di pelle azzurra
è rimasta appoggiata contro la ruota di scorta.

Chiedo che c’è dentro? Lei la apre,
e solleva la parte di sopra.

C’è una fotografia in bianco e nero
di mia sorella e me quando avevamo

otto e sei anni, indossavamo magliette
bianche e pantaloncini uguali,

mia sorella sta piangendo ed io
porto un taglio afro con la riga di lato.

Ci sono quattro reggiseni bianchi di Marks and Spencer,
misura trentadue C, ancora impacchettati.

Una copia della Bibbia, Nuovo Testamento in
pelle nera liscia, sotto vuoto.

Due candele al profumo di limone
ed una pila arancione.

Un certificato di nascita ingiallito ed un certificato
di matrimonio leggermente strappato dov’è stato piegato.

Un spazzolino da denti colore acquamarina e un
rossetto marrone scuro Fashion Fair.

Una spazzola per capelli di legno con setole rigide.
Un’agenda con gli indirizzi e i numeri

di sua madre, dei fratelli e delle sorelle
scritti in rosso.

Venti buste da lettera per posta aerea
con i bordi a strisce rosso e blu.

E carta per scrivere marrone riciclata
macchiata con i petali di fiori viola.

Questo è tutto quello di cui aveva bisogno.

Traduzione: Raffaella Marzano

Poesia per ricordare Alice nello specchio - Giovanni Quessep


Poesia per ricordare Alice nello specchio - Giovanni Quessep

Ecco il leggendario e il reale
La nostra storia risulta simile
A quella della ragazza meravigliosa che entrò nello specchio
Era sempre sul punto di scomparire
Ma nessuno pronunciò la formula che la avrebbe restituita alla
[polvere
Né Tweedledum né Tweedledee né la Regina né il Re Rosso
Ché l'unica cosa che doveva fare era svegliarsi
Forse siamo una storia
Forse senza arrivare mai a capirlo
La nave di Ulisse
O l'usignolo di Keats
(Quell'uccello non destinato alla morte)
Diciamo allora che ciò che è stato un canto dell'Odissea
Sarà per sempre noi
Senza cessare per quello di essere il paese delle meraviglie
E qualcuno potrà riconoscerci
Mentre ascolta la storia non ancora scritta
Dentro la storia castello la storia luna molteplice
La storia giocattolo distrutto
La storia infine di quando una nuvola passò sopra Alice
Forse siamo l'ombra di quel blu sulla sua mano

Traduzione: Martha L. Canfield

Pergamon Museum - Yolanda Pantin

Pergamon Museum - Yolanda Pantin

Davanti all'altare di Pergamo, a Berlino,
davanti alle porte di Ishtar dell'antica Babilonia,
sentì cadere il peso della sua piccola storia. Pianto
dietro un'altra porta che si era chiusa.
Davanti alla splendida visione dei fregi ellenici,
fece un bilancio lacerante della propria vita,
quanto aveva guadagnato e quanto aveva perso.
Storia minima, una di tante,
trascurabile e banale, sua umile appartenenza.
Di ritorno in albergo scrisse una lunga lettera,
che dopo ruppe in tanti pezzettini.
Inutile inventario di guerre e di saccheggi
– la bellezza, sì, i capolavori –
come aveva visto nelle sale del museo
quella mattina.

Traduzione: Martha L. Canfield

19 giugno 2015

Anch'io sono l'America - Langston Hughes

foto di Eva Marianna Besnyö the gypsy boy 1931

Anch'io sono l'America - Langston Hughes

Anch’io canto l’America.
Io sono il fratello più scuro.
Mi mandano a mangiare in cucina
Quando vengono ospiti,
ma io rido
e mangio bene
e divento forte.
Domani,
siederò a tavola
quando vengono gli ospiti.
Allora
Nessuno oserà
Dire di me
E poi,
vedranno come sono bello
e si vergogneranno:
anch’io sono l’America.

Sono un nero - Langston Hughes

foto di Jack Delano - Migrants on their way to Cranberry 1940 North Carolina
Sono un nero - Langston Hughes

Sono un Nero:
nero com'è nera la notte
nero come le viscere della mia Africa.
Sono stato schiavo:
Cesare mi fece pulire le sue gradinate,
lucidai gli stivali di Washington.
Sono stato operaio:
sotto le mie mani crebbero le Piramidi
preparai la malta per il "Woolworth Building".
Sono stato cantore:
per tutte le strade dall'Africa alla Georgia
portai i miei canti di dolore
inventai il ragtime.
Sono stato una vittima:
i Belgi nel Congo mi tagliarono le mani
ora mi linciano nel Texas.
Sono un nero:
nero com'è nera la notte
nero come le viscere della mia Africa.

Giorni - Kočo Racin

foto di Ando Gilardi
Giorni - Kočo Racin

Come collane intorno alla gola
file di pietre fredde
così i giorni si distendono
sulle nostre spalle e pesano.

Sono i giorni - i giorni
le difficoltà dei braccianti a giornata!

Si alzano nel primo mattino
e tornano a tarda sera,
al mattino portano via con sé la gioia
la sera portano indietro il dolore -

che tormento - possa essere
dannata - questa vita da cani!

Nascere uomo - diventare merce
nascere uomini - e morire bestia,
come una bestia, ammazzarsi di fatica tutta la vita
per gli altri, nei poderi degli altri.

Per i palazzi degli altri
scavate le vostre tombe nere.

Per voi niente se non lavoro duro
per voi niente se non guai -
infilate una collana di giorni
infilate anelli di ferro forgiato,

infilate la catena di ferro
legata intorno alla vostra gola!

Pier Paolo Pasolini - A li scopini

Fotografia di Carlo Orsi
Pier Paolo Pasolini - A li scopini

Vorrei dirvi di una giornata di sole
che splendette nell’Aprile del 1970 su Roma:
gli scopini stavano a casa loro.
Stiamo qui, a casa nostra, in borgata:
il nostro interprete sa tutto di noi, l’unica
differenza sta nel fatto che lui -
chi parla per noi - si trova davanti al fatto inesprimibile,
ch’esser scopino è un gran mistero.
Nessuno sa né dove né quando
viene ‘sta vocazione.
Tocca cercà, tocca cercà: e dove ti ritrovi?
In fonno ar mondo: laggiù
bruciava un foco, magari sur mare;
o sotto ‘na montagna ci stava la carogna
d’una pora gatta, che gli aveva detto male:
chi l’avrebbe immaginato che sarebbe toccato a noi?
Eppure è venuta la vocazione
Noi apparteniamo all’Ordine degli Scopini
Ci rassomigliamo tutti come i frati:
il primo voto sarebbe quello del silenzio.
Lo scopino se ne va tutto solo col suo bidone
sul carrettino, e lo spigne, cercando -
Al sole o al brutto tempo lo scopino
spigne il carrettino con sopra il bidone,
e lo scopone in mano, cercando.
Non si lascia distrarre da niente, come uno che prega -
A lui gli basta andare, in riva al mare
o tra li palazzi della città -
Lo scopino se ne va tutto solo e zitto, cercando -
Si raduna coll’altri scopini dove nessuno li vede,
come li frati.
Puerum Deum me appellavit, mater mea
serva erat, pater servus;
sicut Sanctus Agostinus
pomos in hortis involavi;
saxa eicci contra pueros aliorum subiurbiorum;
in prati set in cavernis cum amicis meis
actos impuros feci;
postea homo cactus sum: et viam incepi
quam nullus amicus, nullus homo cognoscit;
Deus mihi eam instruxit;
per illam viam hic perveni.
E oggi 24 Aprile 1970
è giorno di sciopero: l’Ordine degli Scopini
è entrato nella storia;
bisogna essere contenti, come se gli angeli
fossero scesi sulla terra, a sedersi sulle panchine dei viali
e sui muretti della borgata;
è giorno di Rivelazione;
è caduta ogni separazione tra il Regno d’Ognigiorno
e il Regno della Coscienza;
ciò che resta intatta è l’umiltà;
perché chi ebbe una vocazione vera
non conosce la violenza; e parla con grazia
anche dei propri diritti.

Cantando per le strade - Mahmoud Darwish

Cantando per le strade - Mahmoud Darwish


Cantando per le strade, per i campi,
il nostro sguardo fara` scaturire l`osservatorio
dal posto piu` lontano
dal posto piu` profondo
dal posto piu` bello,
dove non si vede che l`aurora,
e non si sente che la vittoria.
Usciremo dai nostri campi
Usciremo dai nostri rifugi in esilio
Usciremo dai nostri nascondigli,
non avremo piu` vergogna, se il nemico ci offende.
Non arrossiremo:
sappiamo maneggiare una falce,
s appiamo come si difende un uomo disarmato.
Sappiamo anche costruire
Una fabbrica moderna,
una casa,
un ospedale,
una scuola,
una bomba,
un missile.
E sappiamo scrivere le poesie piu` belle.

Il treno della vita - Marina Ivanovna Cvetaeva

Il treno della vita - Marina Ivanovna Cvetaeva

Se non baionetta – allora zanna, mucchio di neve, raffica di vento –
verso l’immortalità ogni ora c’è un treno!
Arrivo e so una cosa soltanto: stazione,
non vale la pena di disfare i bagagli.

Verso tutti, verso tutto – con l’indifferenza degli occhi
per i quali la fine è l’immemorabilità.
Oh, come è naturale salire in terza classe
via dall’asfissia delle stanze delle signore!

Via dalle costolette riscaldate, dalle guance
raffreddate…non si può ancora più in là,
anima? Magari nello scolatoio di un lampione –
via da questa fatale falsità:

dei bigodini, dei pannolini,
dei ferri roventi per i ricci,
dei capelli bruciacchiati,
delle cuffie, delle incerate,
delle ac-que-di-co-lo-nia,
delle familiari felicità
da cucito (Kleimwenig!…),
“E’ stata presa la caffettiera?...“
di roba ad asciugare, cuscini, matrone, bambinaie,
asfissia delle bonnes, dei bagni.

Non voglio in questo scatolone di corpi femminili
aspettare l’ora della morte!
Voglio che il treno beva e canti:
la morte è pure lei al di fuori della classe!

Via allo sbaraglio, verso lo stordimento, la fisarmonica, la fatica, l’inutilità!
“Come s’appiccicano questi anticristi?”
così che qualche randagio: “All’altro mondo…”
senza aspettare, dico: “Meglio!”

Piattaforma. – e traversine. – e l’ultimo arbusto
in mano. – lo lascio – e’ tardi
Per tenersi su. – traversine. – di quante labbra
sono stanca. – guardo le stelle.

Così, attraverso l’arcobaleno di tutti i pianeti
scomparsi – qualcuno li ha contati? –
guardo e vedo una cosa sola: la fine.
Non vale la pena di pentirsi.

(trad. di P. A. Zveteremich)

Jonathan Swift Somers - Edgar Lee Masters

Jonathan Swift Somers - Edgar Lee Masters

Quando ti sei arricchito l’anima
fino al punto più alto
con i libri, le sofferenze, la comprensione di molte personalità,
il potere d’interpretare gli sguardi, i silenzi,
le pause negli importanti mutamenti,
il genio della divinazione e della profezia,
così che ti senti capace a volte di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se per l’affollarsi di tanti poteri
nel recinto della tua anima,
questa prende fuoco
e nella conflagrazione della tua anima
il male del mondo è rischiarato e illuminato --
sii grato se in quell’ora di visione suprema
la vita non ti canzona.

18 giugno 2015

Ovidio - Eroidi. Saffo a Faone

Omar Ortiz - Twin Angles
Ovidio - Eroidi. Saffo a Faone

Dimmi, appena hai visto la lettera scritta da una mano colta, i tuoi occhi l'hanno subito riconosciuta come mia? E se non avessi letto il nome dell'autore, Saffo, non sapresti da dove ti giunge questo breve scritto? Forse mi chiederai anche perché i miei versi sono alterni, mentre io sono più portata al metro lirico: io devo piangere il mio amore; e l'elegia è un genere indicato per il pianto, mentre non c'è lira che si adatti alle mie lacrime. Brucio, come avvampa un fertile campo con le messi in fiamme, al soffio implacabile di Euro. Faone frequenta le lontane campagne dell'Etna di Tifeo; io sono posseduta da un calore non inferiore a quello del fuoco dell'Etna. E non mi nascono versi da accompagnare col sapiente tocco delle corde: la poesia è prodotto di una mente serena. Non mi sono gradite le fanciulle di Pirra o di Metimna, né la schiera di quelle di Lesbo. Non conta nulla per me Anattoria, nulla Cidro splendente di bellezza, il mio sguardo non è attratto, come prima, da Attide e dalle cento altre che amai non senza colpa. Tu ingrato, possiedi da solo ciò che fu di molte. Tu hai la bellezza, hai l'età adatta ai giochi d'amore: oh bellezza piena di pericoli per i miei occhi! Prendi lira e faretra - sarai un vero Apollo; ti si aggiungano in capo le corna -, sarai Bacco. Anche Febo amò Dafne e Bacco la fanciulla di Cnosso, né l'una né l'altra sapevano comporre versi lirici. A me invece le Muse dettano i versi più soavi e ormai il mio nome risuona in tutto il mondo; nemmeno Alceo, che condivide con me la patria ed il canto, è più lodato, sebbene i suoi versi siano più solenni. Se a me la natura sfavorevole ha negato la bellezza, compenso la mancanza di bellezza con il mio talento. Sono piccola. Ma ho una fama che riempie tutta la terra: la statura la prendo dalla mia fama. Se la mia pelle non è candida, a Perseo piacque Andromeda, figlia di Cefeo, di carnagione scura, secondo il colore della sua patria. Le colombe bianche del resto si uniscono a quelle di vario colore e la scura tortora è amata dall'uccello dal verde piumaggio. Se nessuna sarà tua, tranne colei che per bellezza potrà sembrare degna di te, nessuna allora sarà tua! Ma quando leggevo i miei versi, ti sembravo anche bella: giuravi che solo a me si addiceva sempre parlare. Cantavo, mi ricordo (gli innamorati ricordano tutto); e tu mi rubavi baci mentre cantavo. Anche questi apprezzavi e ti piacevo sotto ogni aspetto, ma soprattutto allora, quando si fa l'amore. Allora la mia disinibizione ti piaceva più del solito e i miei movimenti continui ed il linguaggio adatto al gioco amoroso e, quando il piacere di entrambi si era fuso in uno solo, l'intenso abbandono che pervadeva i nostri corpi spossati. Ora giungono a te, come nuove prede, fanciulle siciliane: cosa ho a che fare io con Lesbo? Voglio essere siciliana. Voi, madri Nisiadi e nuore Nisiadi, scacciate dalla vostra terra quel vagabondo! E non vi ingannino le menzogne della sua lingua adulatrice: quello che dice a voi lo aveva detto prima a me. Anche tu che ti aggiri per i monti della Sicilia, dea di Erice, vieni in aiuto (sono infatti consacrata a te!) alla tua poetessa! O forse una cattiva sorte mantiene sino alla fine l'andamento iniziale e rimane sempre ostile nel suo corso? Erano già trascorsi per me sei compleanni, quando le ossa di mio padre, raccolte anzi tempo, assorbirono tutte le mie lacrime. Mio fratello ... bruciò di passione stregato dall'amore per una prostituta e ne soffrì i danni assieme alla vergogna e al disonore. Divenuto povero, solca il mare ceruleo con gli agili remi e le ricchezze che ha perso malamente, malamente ora le va cercando. Odia anche me perché molte volte, con sincerità, l'ho consigliato per il meglio: a questo risultato mi hanno portato la mia schiettezza e le mie parole affettuose. E come se mi mancassero motivi di continuo tormento, mia figlia, ancora piccola, accresce le mie preoccupazioni. Tu vieni ad aggiungerti come ultima causa ai miei lamenti. La mia imbarcazione non è sospinta dal vento giusto! Ecco, mi stanno sparsi sul collo in disordine i capelli e non porto gemme splendenti strette alle mie dita; mi copro con una veste da poco e non c'è oro fra i capelli; la mia chioma non profuma dei doni d'Arabia. Per chi, infelice, mi dovrei ornare, o per piacere a chi dovrei affannarmi? Lui, l'unico che mi induce a curare il mio aspetto, è lontano: il mio tenero cuore è facile bersaglio di agili strali, e c'è sempre un motivo per cui io sia sempre innamorata: o lo hanno stabilito alla mia nascita le Parche e non hanno assegnato alla mia vita fili austeri, o la mia attività artistica influenza il mio modo di vivere e Talia, maestra della mia arte, mi rende l'animo sensibile. Cosa c'è da stupirsi, se mi ha sedotta l'età in cui affiora appena la barba, quegli anni che possono suscitare l'amore dell'uomo già maturo? Temevo che tu, Aurora, me lo portassi via al posto di Cefalo! (E l'avresti fatto, ma ti trattiene chi hai rapito per primo). E se lo vedesse Febe, che tutto vede, Faone sarebbe costretto a dormire per sempre. Venere lo avrebbe già trasportato in cielo sul suo carro d'avorio, ma sa che potrebbe piacere anche al suo Marte. Tu, non ancora uomo e non più fanciullo, l'età più adatta, ornamento e grande gloria del tuo tempo, vieni qui vicino, bellissimo, e lasciati andare di nuovo fra le mie braccia: non ti chiedo di amarmi, ma di lasciarti amare! Sto scrivendo, e i miei occhi sono bagnati dallo sgorgare delle lacrime: guarda quante cancellature ci sono in questo punto! Se eri così deciso ad andartene di qui, te ne saresti andato in maniera più corretta se solo mi avessi detto: "Addio, fanciulla di Lesbo!". Con te non hai portato le mie lacrime, non i miei baci, e io, infine, non ho potuto temere ciò che avrei sofferto. Non ho nulla di tuo con me, se non il torto subito e nemmeno tu hai un dono che ti ricordi la tua innamorata. Non ti ho fatto raccomandazioni. E non ti avrei fatto alcuna raccomandazione, se non di non volerti dimenticare di me. Per l'amore che non si allontana mai e per le nove dee, le mie divinità, ti giuro che, quando non so chi mi disse: "La tua gioia fugge", io non piansi a lungo, né riuscii a parlare. Le lacrime non mi salivano agli occhi e le parole alla bocca; il mio petto era stretto da una morsa di ghiaccio. Dopo che il mio dolore..., non ebbi ritegno a percuotermi il petto e a gridare con i capelli scarmigliati, non diversamente dalla madre devota che accompagna al rogo innalzato il corpo esanime del figlio a lei rapito. Mio fratello Carasso gioisce e ingrassa per il mio dolore; e passa e ripassa davanti ai miei occhi e, perché appaia disdicevole il motivo del mio dolore, dice: "Perché questa donna è addolorata? Di sicuro sua figlia non è morta!". Il pudore e l'amore non vanno d'accordo; la gente vedeva tutto: avevo il petto nudo e la veste strappata. Tu sei il mio pensiero assillante, Faone, e i miei sogni ti riconducono a me, sogni più radiosi di una bella giornata. Là io ti trovo, anche se sei in un paese lontano; ma il sonno non reca gioie sufficientemente lunghe. Spesso mi sembra che la mia testa posi sulle tue braccia, spesso che le mie braccia sostengano la tua. Riconosco i baci che tu eri solito affidare alla tua lingua, baci che tu eri sempre esperto nel dare e nel ricevere. Talvolta ti accarezzo e pronuncio parole del tutto simili alla realtà e la mia bocca è desta per i miei sensi. Mi vergogno a raccontare il resto, ma accade tutto e provo piacere e non riesco a restare insensibile. Ma quando il Titano si offre alla vista e ogni cosa con lui, allora mi lamento che il sonno mi abbia abbandonata tanto presto; vado in cerca di boschi e caverne, come se il bosco e le caverne potessero aiutarmi: sono stati testimoni delle mie gioie d'amore. Sono trascinata là, fuori di senno, con i capelli sparsi sul collo, come una donna posseduta dalla furiosa Enio. I miei occhi vedono le grotte scavate nel tufo poroso, che per me erano simili a marmo Migdonio; ritrovo il bosco, che spesso ci offrì un giaciglio e ci protesse ombroso, con la sua fitta chioma, ma non trovo il signore e del bosco e mio; quel posto è ormai diventato terreno senza valore: era lui la ricchezza del luogo. Ho riconosciuto l'erba schiacciata delle zolle a me note: l'erba era afflosciata per il nostro peso; mi lasciai cadere sopra e toccai il terreno dalla parte dove stavi tu: l'erba, un tempo a me cara, si impregnò delle mie lacrime. Persino i rami, spogliati delle foglie, sembrano piangere e nessun uccello fa sentire il suo dolce lamento. Solo l'uccello di Daulide, la madre colma di tristezza che si vendicò scelleratamente del marito, canta l'ismario Iti. L'uccello canta Iti, Saffo l'amore non più ricambiato; solo questo: il resto tace, come a mezzanotte. C'è una sacra fonte, limpida e più trasparente di un fiume cristallino; molti pensano che sia la sede di un dio. La ricopre dei suoi rami un loto acquatico, che da solo è un bosco; la terra è verde di tenere zolle. Mentre io piangente posavo qui le mie membra spossate, si presentò ai miei occhi una Naiade; si presentò e mi disse: "Dal momento che tu ardi di una passione non ricambiata, Ambracia è la terra che devi raggiungere. Febo, dall'alto, guarda il mare per quanto si estende; la gente lo chiama mare di Azio e di Leucade. Di là si gettò Deucalione, infiammato d'amore per Pirra e piombò nelle acque incolume. Subito l'amore si mutò e si allontanò dal cuore tanto tenace dell'uomo che si era gettato in acqua: Deucalione.22 era stato liberato dalla sua passione. In quel luogo vige questa legge: raggiungi subito la sommità di Leucade e non aver paura a lanciarti giù dalla rupe". Come mi ebbe istruita, sparì col suono della sua voce. Io mi alzai agghiacciata ed i miei occhi non trattennero le lacrime. Andrò, o ninfa, e raggiungerò la rupe che mi hai indicato: stia lontana la paura, vinta dalla follia dell'amore. Qualunque cosa sarà, sarà meglio di adesso! Aria sostienimi: il mio corpo non ha un gran peso! Anche tu, dolce Amore, reggimi con le tue ali mentre cado, perché la mia morte non divenga l'infamia delle acque di Leucade. Poi offrirò a Febo la lira, dono comune, e sotto la lira ci saranno due versi: "Riconoscente, io, Saffo la poetessa, ti ho offerto la lira: essa si addice a me, essa si addice a te". Ma perché (Faone) costringi me, infelice, ad andare alle coste di Azio, mentre tu stesso potresti riportare indietro i tuoi passi di fuggiasco? Tu potresti essere per me più salutare delle acque di Leucade: tu sarai per me Apollo, sia per la tua bellezza, sia per i tuoi meriti. O forse tu più crudele delle rupi e di ogni mare, se io morissi, riusciresti a sopportare la responsabilità della mia morte? Ma quanto meglio sarebbe che il mio petto si unisse al tuo, piuttosto che affidarsi alle rocce per essere scaraventato giù! Questo è quel petto, Faone, che tu solitamente apprezzavi e che tante volte ti è sembrato ricco di ingegno. Ora vorrei avere il dono dell'eloquenza! Ma il dolore impedisce l'arte e ogni ispirazione è soffocata dai miei affanni. Non posso più contare sulle capacità poetiche di un tempo; il plettro tace per il dolore, per il dolore silenziosa è la lira. Marine donne di Lesbo, figlie già spose o prossime alle nozze, donne di Lesbo, nomi cantati dalla mia lira eolia, donne di Lesbo che mi avete procurato una cattiva fama perché vi ho amate, cessate di venire in schiera ai miei canti! Faone - ah, me sventurata, quasi dicevo: "il mio Faone"! - mi ha spogliata di tutto ciò che a voi prima piaceva. Fate in modo che ritorni: tornerà anche la vostra poetessa. È lui che dà impulso al mio ingegno, è lui che me lo toglie. Che cosa ottengo con le preghiere, e si può forse commuovere un animo selvaggio, oppure resta impassibile e gli zefiri portano via le mie parole destinate a svanire? Questi venti che portano via le mie parole, vorrei che riportassero indietro le tue vele; questa è l'azione che dovresti compiere se sapessi amare, tu, così lento a tornare! Se hai deciso di ritornare, e prepariamo offerte votive alla tua nave, perché strazi il mio cuore con l'indugio? Sciogli gli ormeggi! Venere, nata dal mare, lo mantiene calmo per chi è innamorato; il vento favorirà la rotta, tu, soltanto, sciogli gli ormeggi! Cupido in persona reggerà il timone seduto a poppa, lui in persona scioglierà le vele e le ammainerà con mano leggera. Ma se sei contento di essere fuggito lontano dalla pelasgica Saffo (e tuttavia non potrai trovare il perché io meriti di essere fuggita) una lettera crudele faccia sapere a me sventurata almeno questo, perché io possa andare a cercare il mio destino nelle acque di Leucade.

Ovidio - Eroidi. Cidippe ad Aconzio

Omar Ortiz - Gemelas
Ovidio - Eroidi. Cidippe ad Aconzio

Mi è giunta la tua lettera, Aconzio, dove è solita giungere e ha quasi insidiato i miei occhi. Ho avuto molta paura ed ho letto il tuo scritto in silenzio, perché la mia lingua, inconsapevolmente, non giurasse su qualche divinità. E credo che tu mi avresti di nuovo ingannata se, come tu stesso ammetti, non sapessi che è sufficiente esserti stata promessa una volta. E stavo per non leggere, ma, se fossi stata inflessibile con te, forse sarebbe aumentata la collera inesorabile della dea. Benché faccia di tutto, benché offra a Diana il sacro incenso, ella tuttavia ti favorisce più del giusto e, come vuoi che si creda, ti difende con la sua collera che non dimentica: a mala pena con il suo Ippolito si comportò così. Ma lei, vergine, avrebbe fatto meglio a proteggere i miei verginali anni, che temo ella voglia siano pochi per me. Infatti il mio indebolimento persiste senza una causa apparente ed io, spossata, non trovo giovamento nell'aiuto di nessun medico. Lo credi che sono indebolita al punto di scrivere questa risposta a fatica e che a fatica riesco a sollevare, appoggiando sul gomito, le mie membra esangui? Ora si aggiunge il timore che qualcuno, oltre alla nutrice al corrente di tutto, si accorga che fra noi c'è un colloquio epistolare. Costei siede davanti alla porta e a coloro che chiedono che cosa io stia facendo dentro, risponde: "Dorme", perché mi sia possibile scriverti in tranquillità. Poi, quando il sonno, il migliore pretesto per un lungo isolamento, cessa di essere credibile per l'eccessiva durata e quando ormai lei vede arrivare chi sarebbe difficile non lasciare entrare, tossisce e mi avverte con il segnale convenuto. In fretta lascio le parole incompiute, così come erano e la lettera iniziata viene nascosta nel mio seno trepidante. Quando poi la riprendo di lì, affatica di nuovo le mie dita: vedi tu stesso che grande sforzo sia per me. Possa io morire se, a dire il vero, tu ne eri degno; ma io sono più generosa del dovuto e di quanto tu meriti. Dunque io, tante volte in precarie condizioni di salute per causa tua, sono e sono stata punita per le tue trovate? Questa è la ricompensa che mi è toccata perché tu esalti lo splendore della mia bellezza e l'esserti piaciuta si ritorce contro di me? Se ti fossi sembrata brutta, cosa che preferirei, il mio corpo disprezzato non avrebbe bisogno di nessun aiuto; ora mi lamento perché sono ammirata, ora mi fate morire con la vostra rivalità e sono io ad essere colpita proprio dalle mie stesse doti. Mentre tu non ti ritiri e quell'altro non si considera secondo, mentre tu contrasti le sue aspirazioni, egli le tue, io sono sballottata come una nave che il soffio di Borea senza tregua sospinge al largo e la furia delle onde respinge indietro; e quando è imminente il giorno sperato dagli amati genitori, contemporaneamente una febbre incontrollata si impadronisce del mio corpo. Ora, al momento stesso delle mie nozze, la spietata Persefone bussa anzitempo alla mia porta. Ormai mi vergogno e temo, benché io non ne abbia coscienza, di dare l'impressione di aver meritato lo sdegno degli dèi. Uno pretende che questo fenomeno avvenga per caso, un altro afferma che questo sposo non è gradito agli dèi. E non credere che non vi siano dicerie anche contro di te; certuni attribuiscono questi avvenimenti ai tuoi sortilegi. Il motivo è occulto, ma il mio male è evidente; mentre voi respingete la pace e provocate aspri scontri, io ne sono vittima. Ma dimmi, e ingannami come è tuo solito: che cosa farai per odio, se per amore mi fai così male? Se fai del male al tuo amore, il nemico lo amerai con giudizio; ti prego allora, per salvarmi, di avere l'intenzione di volermi rovinare! O non ti preoccupi più, ormai, della fanciulla desiderata, che tu, crudele, lasci morire per un male che non merita, oppure, se invano supplichi per me la dea implacabile, perché ti vanti con me? Non sei affatto nei suoi favori. Scegli cosa dare ad intendere; non vuoi placare Diana: allora ti sei dimenticato di me; non ne sei capace: allora è lei che si è dimenticata di te. Preferirei non avere mai conosciuto Delo nelle acque dell'Egeo, o almeno, non in quelle circostanze. Allora la mia nave affrontò un mare difficile e l'ora di inizio del viaggio fu infausta. Con quale piede mi incamminai? Con quale piede uscii dalla soglia? Con quale piede toccai il tavolato dipinto della nave veloce? Due volte le vele furono respinte dal vento contrario: ma sono pazza, mento! Era favorevole. Era favorevole quel vento che mi respingeva mentre proseguivo e che mi impediva un viaggio malaugurato. Oh, se fosse stato costante contro le mie vele! Ma è sciocco lamentarsi della mutevolezza del vento. Sollecitata dalla fama del luogo, avevo fretta di visitare Delo e mi sembrava di avanzare su di una imbarcazione pigra; quante volte rimproverai la lentezza dei remi e mi lamentai che venisse data poca velatura al vento! E avevo già superato Micono, già Teno e Andro e ormai Delo, la luminosa, era davanti ai miei occhi. Come la vidi da lontano dissi: "Isola perché mi sfuggi? Vai forse errando, come per il passato, nel vasto mare?". Ero scesa a terra al cadere del giorno, quando ormai il Sole stava per togliere il giogo ai suoi cavalli purpurei. Quando poi il dio li richiamò al consueto levarsi, per ordine di mia madre mi vengono acconciati i capelli. Ella stessa mi mise alle dita pietre preziose e oro fra i capelli e fu proprio lei a ricoprirmi le spalle con una veste. Appena uscite onoriamo gli dèi ai quali è consacrata l'isola e offriamo biondo incenso e vino. E mentre mia madre tinge l'altare del sangue delle vittime e getta le viscere a pezzi tra le fiamme fumanti, la mia nutrice sollecita mi guida in altri templi e ci aggiriamo qua e là per i luoghi sacri. Ora passeggio sotto i portici, ora ammiro i doni dei re e le statue che si innalzano ovunque. Ammiro anche l'altare costruito con innumerevoli corna e l'albero al quale si appoggiò la dea partoriente e inoltre tutto quello che Delo possiede - non ricordo, e non ho voglia di descrivere tutto ciò che vidi in quel luogo. Forse, mentre guardavo queste cose ero guardata da te, Aconzio, e la mia semplicità ti sembrò facile preda. Ritorno al tempio di Diana, che si erge alto sui gradini: quale luogo doveva essere più sicuro di questo? Viene gettata davanti ai miei piedi una mela con versi di questo tenore... Ahimè, stavo quasi per ripeterti il giuramento! La mia nutrice la raccolse e, stupefatta, mi disse: "Leggi bene!" - ed io lessi, o grande poeta, il tuo inganno. Nel pronunciare la parola matrimonio, turbata per la vergogna sentii che le mie guance erano completamente arrossite e tenevo gli occhi come inchiodati al grembo, occhi divenuti complici del tuo proposito. Perché, disonesto, gioisci? Quale gloria pensi di aver acquistato o quale merito hai come uomo per esserti preso gioco di una fanciulla inesperta? Io non ti stavo innanzi munita di pelta e con una scure in pugno, come Pentesilea in territorio troiano; tu non hai riportato come bottino di guerra nessuna cintura di Amazzone d'oro cesellato, come quella presa a Ippolita. Perché ti inorgoglisci se le tue parole mi hanno ingannata e io, fanciulla poco avveduta, sono caduta nel tuo tranello? Una mela ha ingannato Cidippe, una mela la figlia di Scheneo: tu, ora, sarai dunque un secondo Ippomene? Ma sarebbe stato meglio, se davvero ti possedeva questo fanciullo che tu dici avere non so quali fiaccole, seguire la consuetudine dei galantuomini e non guastare la speranza con un inganno: tu avresti dovuto persuadermi con le preghiere, non vincermi a tradimento. Perché, dal momento che mi volevi, non ritenevi di dover manifestare i motivi per i quali io dovevo scegliere te? Perché volevi costringermi piuttosto che persuadermi, se potevo essere conquistata dopo aver ascoltato la tua proposta di matrimonio? Che vantaggio ti porta la formula di un giuramento e che la mia lingua abbia chiamato a testimone la dea presente? È la mente che giura: io non ho giurato nulla con quella; solo la mente può aggiungere fede alle parole. Giurano la volontà e la decisione consapevole dell'animo e nessun obbligo ha valore se non quelli contratti per propria convinzione. Se di mia volontà ti promisi le nozze con me, esigi il dovuto diritto del letto promesso. Ma se non ti ho dato nulla, se non una voce senz'anima, possiedi inutilmente parole svuotate del loro valore. Non sono io che ho giurato, io ho letto le parole di un giuramento: non dovevo sceglierti come marito in questo modo. Inganna altre, così; sostituisci una lettera alla mela; se questo metodo funziona, porta via ai ricchi i loro grandi patrimoni. Fa' giurare ai re di darti i loro regni e che sia tua qualunque cosa ti piaccia, in tutto il mondo! Sei molto più grande, credimi, della stessa Diana, se una tua lettera ha un potere tanto efficace. Tuttavia, dopo averti detto questo ed essermi rifiutata a te con fermezza, dopo aver esaurientemente esposto il motivo della mia promessa, temo, lo confesso, la collera della inflessibile figlia di Latona e ho il sospetto che venga di là la malattia che affligge il mio corpo. Infatti perché ogni volta che vengono preparate le cerimonie nuziali, altrettante volte il corpo della promessa sposa cade malato? Per tre volte Imeneo, arrivando dinanzi agli altari preparati per me, è fuggito volgendo le spalle sulla soglia del talamo; a fatica si rianimano le fiaccole tante volte alimentate dalla sua mano svogliata, a fatica tiene accese le torce, agitando la fiamma. Spesso dai suoi capelli inghirlandati stillano unguenti e trascina il mantello splendente di croco. Non appena ha toccato la soglia e vede lacrime e paura di morte e molte cose che contrastano con i suoi ornamenti, egli stesso leva via le corone dalla fronte, le getta lontano e deterge dalle chiome rilucenti il denso amomo; si vergogna di apparire gioioso in un triste consesso e quel rossore che era sul manto passa sul suo viso. Ma le mie membra, ah sventurata! bruciano di febbre e le coperte mi pesano più del dovuto; vedo i miei genitori in lacrime chini sul mio viso e al posto della fiaccola nuziale, mi è accanto la fiaccola di morte. Dea che ti compiaci della faretra dipinta, abbi pietà di chi soffre e concedimi l'aiuto salutare di tuo fratello. È vergognoso per te che sia lui ad allontanare le cause della mia morte e che sia tu, al contrario ad avere la responsabilità della mia fine. Forse quando volevi lavarti in una sorgente ombrosa, ho diretto, incauta, il mio sguardo al tuo bagno? O forse, fra tanti altari degli dèi, ho trascurato i tuoi, o vostra madre è stata disprezzata da mia madre? Io non ho commesso nessuna colpa se non quella di aver letto un falso giuramento, di essere stata capace di leggere versi infausti. Offri anche tu incenso per me, se il tuo amore non è una finzione; mi rechino aiuto le mani che mi hanno fatto del male! Perché colei che si adira, se non è ancora tua la fanciulla che ti è stata promessa, non fa in modo che possa diventarlo? Finché sono viva, puoi sperare tutto da me: perché la dea crudele toglie a me la vita, a te la speranza di avermi? E tu non credere che colui al quale sono destinata in moglie, tocchi con le sue mani il mio corpo malato e lo accarezzi! Certo, egli mi siede accanto, per quanto gli è concesso, ma non dimentica che il mio è il letto di una vergine. Sembra anche che ormai si sia accorto di qualcosa sul mio conto, spesso infatti gli scendono lacrime per un motivo segreto; mi accarezza con meno ardore e raramente... qualche bacio e con voce incerta mi chiama sua; e non mi stupisco che se ne sia accorto, dal momento che mi tradisco con segni evidenti: quando lui arriva, mi giro sul fianco destro, non parlo, fingo di dormire, tenendo gli occhi chiusi e respingo la sua mano che cerca di toccarmi. Geme e sospira in silenzio dal profondo del petto e ritiene che io sia offesa, sebbene lui non lo meriti. Ahimè, tu ne gioisci e ti piace questo spettacolo! Ahimè, ti ho confessato i miei sentimenti! Invece tu, che mi tendevi le reti, meriteresti a maggior diritto la mia collera se io fossi capace di provarne! Mi scrivi che ti sia concesso di venire a visitare il mio corpo malato - sei lontano da me e tuttavia anche da lì mi fai del male. Ero curiosa di sapere perché tu ti chiamassi Aconzio: è perché possiedi una punta acuminata che ferisce a distanza. Sicuramente io non mi sono ancora ristabilita da una tale ferita, colpita a distanza dal tuo scritto come da un giavellotto. Ma perché vorresti venire qui? Senza dubbio per vedere un corpo che muove a compassione, doppio trofeo del tuo ingegno! Sono consunta dalla magrezza, il mio incarnato è esangue come, mi ricordo, era il colore della mela. Il candore del mio viso non traspare più, luminoso, sotto un diffuso rossore: tale è solitamente l'aspetto del marmo appena tagliato, tale è il colore dell'argento nei banchetti, che si appanna al gelido contatto dell'acqua. Se mi vedessi ora, diresti di non avermi mai vista prima; dirai: "Questa non è donna che meriti di essere conquistata con la mia astuzia". Mi dispenserai dal mantenere la promessa, perché non debba unirmi a te e desidererai che la dea non se ne ricordi. Forse farai anche in modo che io giuri di nuovo il contrario e mi invierai un'altra formula da leggere. Tuttavia vorrei che tu riuscissi a vedermi, come tu stesso chiedevi e ... lo stato di indebolimento della tua promessa sposa. Anche se tu, Aconzio, hai un cuore più duro del ferro, tu stesso chiederesti perdono per le mie parole. Tuttavia, perché tu lo sappia, si sta chiedendo a Delfi, al dio che vaticina il destino, con quale mezzo io possa recuperare la salute. Anche lui (non so... mormorano voci imprecisate) anche lui, che è stato ugualmente testimone, si lamenta, che non sia stata mantenuta la parola data. Questo dice il dio e vate, questo dicono anche i miei versi, ma al tuo desiderio non manca nessun verso! Da dove ti viene questo favore? A meno che tu non abbia trovato per caso un nuovo scritto, la cui lettura inganni i grandi dèi; e se tu tieni dalla tua parte gli dèi, anch'io seguo il volere divino e di buon grado, secondo i tuoi desideri, ti porgo le mie mani, ormai vinte. Ho confessato a mia madre il patto stretto dalla mia lingua ingannata, tenendo gli occhi fissi a terra, pieni di vergogna. Il resto dipende da te; io ho fatto anche più di quanto dovesse una fanciulla, poiché la mia lettera non ha avuto timore di parlare con te. Ho già affaticato abbastanza con la penna le mie deboli membra e la mia mano malata rifiuta di prolungare il suo compito. Che mi resta da dire, se non che la mia lettera aggiunga l'augurio di buona salute che desidero ormai godere con te?

Ovidio - Eroidi. Medea a Giasone

Omar Ortiz - Angel II
Ovidio - Eroidi. Medea a Giasone

Esule, senza mezzi, disprezzata, Medea scrive al novello sposo, o forse non hai tempo libero dagli impegni del regno? Eppure mi ricordo: io, regina di Colchide, tralasciai i miei impegni, quando chiedesti che la mia arte ti venisse in aiuto! Le sorelle che regolano i destini dei mortali, avrebbero dovuto svolgere allora fino in fondo il mio fuso; allora io, Medea, avrei potuto morire degnamente. Tutta la vita che ho trascinato da quel tempo, è stata dolore. Ahimè, perché mai, spinta da giovani braccia, la nave costruita col legno del Pelio venne a cercare l'ariete di Frisso? Perché mai noi Colchi vedemmo Argo, la nave di Magnesia, e voi, schiera di Greci, beveste l'acqua del Fasi? Perché mi piacquero più del dovuto i tuoi capelli biondi, la tua eleganza ed il garbo artificioso delle tue parole? Oh, se almeno, una volta giunta l'insolita nave alle nostre spiagge col suo carico di uomini avventurosi, l'ingrato figlio di Esone senza la protezione della mia magia fosse andato contro i fuochi che emanavano le teste fiammeggianti dei tori! E dopo aver gettato i semi, dai semi fossero sorti altrettanti nemici, così che il seminatore fosse abbattuto dal suo stesso seminato! Quanta perfidia sarebbe morta con te, sciagurato! Quante disgrazie sarebbero state allontanate dal mio capo! Fa un certo piacere rinfacciare i propri meriti ad un ingrato; ne godrò, questa sola gioia avrò da te. Con l'ordine di dirigere verso la Colchide la nave che non aveva ancora sperimentato il mare, facesti ingresso nel prospero regno della mia patria. Là io, Medea, ero quello che qui è la tua novella sposa; quanto è ricco suo padre, altrettanto lo era il mio. L'uno possiede Efira bagnata dai due mari, l'altro tutto il territorio che si stende lungo la riva sinistra del Ponto, fino alla Scizia nevosa. Eeta offre ospitalità ai giovani Pelasgi e voi Greci vi sdraiate sui nostri letti variopinti. Fu allora che ti vidi, allora cominciai a sapere chi fossi; quello fu il primo cedimento del mio animo. Ti vidi e fui perduta! Mi infiammai di una passione a me ignota, come una torcia di pino arde dinanzi ai grandi dèi. Eri bello e il mio destino mi trascinava: il tuo sguardo aveva stregato i miei occhi. Tu, traditore, te ne accorgesti! Chi infatti riesce a nascondere bene l'amore? La fiamma appare ben visibile, tradita dal suo stesso chiarore. Nel frattempo ti viene dato l'ordine di aggiogare i duri colli di tori selvaggi all'aratro ad essi sconosciuto. Erano i tori di Marte, pericolosi ben più che per le corna: il loro terribile alito era di fuoco, gli zoccoli tutti di bronzo e di bronzo erano ricoperte le narici, anch'esse annerite dal loro fiato. Poi ti fu ordinato di spargere per i vasti campi, con mano pronta ad affrontare la morte, la semente destinata a generare uomini, che avrebbero cercato di colpire il tuo corpo con armi nate con loro: mèsse, quella, nociva per chi l'ha seminata. Ingannare con qualche incantesimo gli occhi del guardiano, che non conoscono il sonno è l'ultima fatica. Eeta aveva parlato: costernati, vi alzate tutti e l'alta mensa viene allontanata dai letti coperti di porpora. Quanto erano lontani allora per te il regno, che Creusa porta in dote, e il suocero e la figlia del grande Creonte! Te ne vai sconsolato. Ti seguo, mentre ti allontani, con gli occhi umidi e la mia lingua pronunciò con un lieve sussurro: "Addio!". Come, gravemente ferita, toccai il letto posto nella mia stanza, trascorsi la notte, per quanto fu lunga, tra le lacrime. Davanti ai miei occhi c'erano i tori e le messi funeste, davanti ai miei occhi il drago insonne. Da un lato c'è l'amore, dall'altro la paura e la paura accresce l'amore. Si era fatta mattina e l'amata sorella, accolta nella mia stanza, mi trova con i capelli in disordine, riversa bocconi sul letto e tutto era pieno delle mie lacrime. Chiede aiuto per i Minii, una chiede e l'altra otterrà; concedo al giovane figlio di Esone ciò che lei chiede. C'è un bosco tenebroso di pini e di fronde di leccio, a fatica i raggi del sole possono penetrarvi; c'è in quel luogo - di sicuro c'era - un tempio di Diana; vi si erge una statua in oro della dea, foggiata da mano barbarica. Te ne ricordi o hai cancellato dalla tua mente quei luoghi, assieme a me? Giungemmo là; per primo cominciasti così a parlare, con la tua bocca menzognera: "La sorte ti ha dato il potere di decidere della mia salvezza, e la vita e la morte sono in mano tua. È già abbastanza avere la facoltà di uccidere, se a qualcuno piace il potere in se stesso; ma se mi salverai, avrai una gloria maggiore. Ti prego, per le sventure che mi aspettano, dalle quali tu mi puoi sollevare, per la tua stirpe e la divinità del tuo avo che tutto vede, per il triplice volto e per i sacri misteri di Diana e per gli altri dèi, se la tua gente ne possiede: o fanciulla, abbi pietà di me, abbi pietà dei miei uomini, fa' sì che, per il tuo aiuto, io divenga tuo per sempre! E se per caso non disdegni un marito greco - ma come posso sperare gli dèi a me così propizi? -, il mio spirito vitale si dissolva nell'aria leggera, prima che un'altra donna, che non sia tu, divenga sposa nel mio talamo. Sia testimone Giunone, preposta alle cerimonie coniugali e la dea, nel cui tempio di marmo ci troviamo!". Queste parole - e quanto piccola parte non sarebbe bastata? - e la tua destra stretta alla mia turbarono il mio animo di giovane inesperta. Vidi anche le tue lacrime; c'è una parte di inganno anche in quelle? Così, io, una fanciulla, fui subito sedotta dalle tue parole. Allora aggioghi i tori dagli zoccoli di bronzo, senza bruciarti il corpo, e solchi la dura terra con l'aratro come prescritto. Riempi i campi arati di denti funesti anziché di semi, e nascono soldati e hanno spade e scudi. Io stessa, che ti avevo dato i magici filtri, impallidii e mi sedetti quando vidi che gli uomini apparsi all'improvviso impugnavano le armi, finché i fratelli generati dalla terra - fatto prodigioso! - si aggredirono tra di loro con le armi in pugno. Ecco il guardiano insonne, irto di squame stridenti, sibila e spazza la terra contorcendosi. Dove erano le ricchezze della dote? Dove la tua sposa di stirpe regale e l'Istmo che separa le acque dei due mari? Io, che per te ora sono diventata solo una barbara, che per te ora sono povera, che ora ti sembro colpevole, sono quella che fece chiudere gli occhi di fuoco con un magico sonno e che ti diede il vello da portare via senza pericolo. Tradii mio padre, abbandonai il regno e la mia patria; accettai l'esilio, qualunque peso comportasse, la mia verginità divenne conquista di un predone straniero, con la mia cara madre, ho abbandonato la migliore delle sorelle. Ma nella fuga, fratello, non ti lasciai senza di me. In questo solo punto la mia lettera è reticente. Quello che ha osato fare, la mia mano non osa scriverlo. Così io, ma con te, avrei dovuto essere straziata! E tuttavia non ebbi paura - cosa infatti avrei dovuto temere, dopo quello che avevo commesso? - di affidarmi al mare, donna e ormai colpevole. Dov'è la potenza divina? Dove gli dèi? Che si paghino in mezzo al mare le pene che meritiamo: tu del tuo inganno, io della mia ingenuità! Oh se le Simplegadi, schiacciandoci, ci avessero stritolati e le mie ossa si fossero unite alle tue ossa! Oppure Scilla vorace, ci avesse gettati in pasto ai suoi cani! Scilla avrebbe dovuto punire uomini ingrati. O il mostro che tante volte vomita flutti e altrettante li risucchia avesse sommerso anche noi nel mare della Trinacria! Salvo e vincitore, ritorni alle città d'Emonia; il vello d'oro è offerto agli dèi patrii. Perché dovrei parlare delle figlie di Pelia assassine per affetto, e del corpo del padre fatto a pezzi da mani di fanciulle? Anche se gli altri mi accusano, tu per forza mi devi lodare, perché fui costretta tante volte ad essere colpevole per il tuo bene. Hai avuto il coraggio - oh, mi mancano le parole adatte ad esprimere uno sdegno legittimo! -, hai avuto il coraggio di dire: "Esci dalla casa di Esone!". A quell'ordine uscii dalla tua casa, seguita dai bambini e dall'amore per te, che mi accompagna costantemente. Come, improvvisamente, giunse alle mie orecchie il canto di Imene e brillarono fiaccole ardenti ed il suono di un flauto, più triste per me di una tromba funebre, accompagnò canti di nozze, fui pervasa dal terrore; non credevo ancora che si trattasse di una così grande infamia, ma tuttavia il gelo mi pervase tutto il petto. Accorre un mucchio di gente e ripetutamente grida: "O Imene, Imeneo!"; quanto più il grido si avvicinava, tanto più ero in preda all'angoscia. I servi in disparte piangevano e nascondevano le lacrime - chi avrebbe voluto essere messaggero di una disgrazia così grande? Di qualunque cosa si trattasse, io avrei preferito ignorarla, ma come se sapessi, il mio cuore era in pena, quando, il più piccolo dei figli, perché mandato, o per il desiderio di vedere, si fermò sulla soglia della duplice porta; di lì mi disse: "Mamma, vieni! Mio padre Giasone guida un corteo e, vestito d'oro, sprona i cavalli appaiati". Immediatamente, mi lacerai la veste e mi percossi il petto e non mi risparmiai il volto dai graffi. L'istinto mi spingeva ad andare in mezzo alla folla e a strappare via le corone dai capelli agghindati; mi trattenni a stento dal gridare, così com'ero, con i capelli scarmigliati: "È mio!", e dal posare le mani su te. Rallegrati, padre oltraggiato! Rallegratevi Colchi che ho abbandonato! Ombra di mio fratello, ricevi il sacrificio d'espiazione! Io che ho perduto il regno, la patria e la casa, sono abbandonata dal mio sposo, che da solo per me era tutto. Dunque io, che ho potuto domare draghi e tori furiosi, solo il mio sposo non ho avuto il potere di sottomettere. E io che ho respinto fiamme indomabili con la mia scienza magica non ho la forza di sfuggire al mio stesso fuoco. I miei stessi incantesimi, le erbe, le arti mi abbandonano. Né la dea, né i sacri riti della potente Ecate riescono ad avere effetto. Non amo il giorno, le notti sono veglie amare e il dolce sonno, ahimè infelice, non occupa più il mio petto. Io che sono riuscita ad addormentare un drago non posso farlo con me stessa. I miei rimedi sono più utili a chiunque che a me. Una rivale abbraccia le membra che io ho salvato, ed è lei a cogliere il frutto della mia fatica. Forse, mentre cerchi di gloriarti di fronte alla tua sciocca moglie e di formulare discorsi adatti alle sue orecchie ostili, inventi anche nuove calunnie contro il mio aspetto ed il mio comportamento! Rida pure, lei, e gioisca dei miei difetti. Rida e si corichi superba sulla porpora di Tiro - piangerà e sarà bruciata da fiamme che supereranno le mie. Finché ci saranno ferro e fuoco ed essenze velenose, nessun nemico di Medea resterà impunito. E se può accadere che le preghiere tocchino un cuore di ferro, ascolta ora parole più moderate dei miei sentimenti. Ti supplico, così come tu spesso hai fatto con me, e non esito a gettarmi ai tuoi piedi. Se per te non conto più nulla, guarda i nostri figli: una matrigna crudele sarà spietata contro quelli che ho generato io. Ti assomigliano troppo, sono colpita dal loro aspetto e ogni volta che li guardo, i miei occhi si inumidiscono. Ti prego per gli dèi e per la luce della fiamma avita e per quanto ho meritato e per i due figli, pegno della nostra unione, restituiscimi il letto, per il quale, folle, ho abbandonato tante cose! Mantieni fede alle tue parole e ricambia l'aiuto! Io non mi appello a te contro tori e uomini e perché un drago giaccia vinto grazie al tuo intervento; è te che chiedo, te ho meritato, che ti sei dato a me di tua volontà, con te, divenuto padre, sono diventata in pari tempo madre. Chiedi dov'è la mia dote? L'ho pagata in quel campo che tu dovevi arare, per portare via il vello. Quell'ariete d'oro, straordinario per il folto vello, è la mia dote; se io ti dicessi: "Rendimelo", tu rifiuteresti. La mia dote sei tu, salvo, la mia dote è la gioventù greca. Va' ora, disonesto, fa' il confronto con le ricchezze di Sisifo! Che tu viva, che abbia una sposa ed un suocero potente, il fatto stesso che tu possa essere ingrato, persino questo, è merito mio. A loro veramente fra poco... ma a cosa serve preannunciare un castigo? L'ira genera enormi minacce. Andrò dove mi porterà l'ira. Forse mi pentirò del mio operato, così come mi pento di avere avuto cura di un marito infedele. Si occupi di queste cose il dio, che ora sconvolge il mio cuore. Di sicuro la mia mente sta meditando non so che di spropositato.