15 novembre 2019

Noi che facciamo? - Rocco Scotellaro

Vincent Van Gogh - Dopo la tempesta (Pastore con gregge di pecore), olio su tela, 66,3 x 128,6, Museo Soumaya - Fundación Carlos Slim, México, DF, México
Noi che facciamo? - Rocco Scotellaro

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamano
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c’è l’abisso, l’ì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.
1949

5 novembre 2019

Domani - Marie Luise Kaschnitz

Domani - Marie Luise Kaschnitz

Domani sceglierò le scarpe rosse
domani sarò lieve ed impalpabile
domani mi avvolge il tuo respiro arcano
abisso sulla sfatta terra del cuore
domani la sera suona dalla foglia
la rossa foglia a falce d'eucalipto
tre accantonati minuscoli studi
punteggiati di nero e d'avorio.

Professione di fede - Juan Gustavo Cobo Borda

Professione di fede - Juan Gustavo Cobo Borda

Mi piaci quando odori, mia,
e nell’aprirti, folgorato
bacio quella luce cupa.
Cieco, guidami.

Non sai con quale piacere
ti godo, spudorata.

Illuminami con i tuoi umidi segnali
e con quel toccamento, ferocemente
sensibile,
il cui profondo battito
è già il respiro del mondo.

Sei la mia consolazione più pura - Karin Boye

pera di David Graux
Sei la mia consolazione più pura - Karin Boye

Sei la mia consolazione più pura,
sei il mio più fermo rifugio,
tu sei il meglio che ho
perchè niente fa male come te.

No, niente fa male come te.
Bruci come ghiaccio e fuoco,
tagli come acciaio la mia anima -
tu sei il meglio che ho.

Ardo ma non so dire - Chantal Maillard

Ardo ma non so dire - Chantal Maillard

Ardo ma non so dire
fin dove mi proiettano le fiamme,
che non sono fiamme ma un puro ardere in me
che mi spinge verso fuori, o
verso un altro dentro. Ardo
ed entro nella fonte ardente,
quel centro d’amore che costringe a traboccare,
fa male non sapere dove finisce, dove
riposare o smarrirsi, fin dentro la vertigine.
Non c’è termine, non c’è chi,
ci sono solo curve che riportano indietro.
Non c’è in chi finire di ardere:
son tutti trasparenti.
Passo attraverso di essi
ma non trovo altro fine, o mezza porta,
o la pace definitiva.
La gioia è dolore perché puro progetto.
Le fiamme solo si potran dissolvere
in se stesse. Sono
un animale impazzito che danza sul fuoco
della sua stessa nascita, i miei piedi
partono dalla terra e nella terra batte
l’eco del mio stesso battito.
Sto suppurando amore
da tutte le mie ferite e non credo,
non posso più credere
che l’ansia d’infinito
si curi studiando la piaga.

4 novembre 2019

Ode al filo - Pablo Neruda

Johannes Vermeer - La merlettauia, 1669/1670, olio su tela riportata su tavola 23,9x20,5 cm, Museo del Louvre, Parigi
Ode al filo - Pablo Neruda

Questo è il filo
della poesia.
I fatti come pecore
vanno carichi
di lana
nera
o bianca.
Chiamali e verranno
prodigiosi greggi,
eroi e minerali,
la rosa dell'amore,
la voce del fuoco,
tutto verrà al tuo fianco.
Hai in tuo potere
una montagna,
se ti metti
a traversarla a cavallo
ti crescerà la barba,
dormirai per terra,
avrai fame
e sulla montagna tutto
sarà ombra.
Non puoi farcela,
devi filarla,
prendi un filo,
innalzalo:
interminabile e puro
da tanti posti esce,
dalla neve,
dall'uomo,
è duro perché di tutti
i metalli è fatto,
è fragile perché il fumo
lo disegnò tremando,
così è il filo
della poesia.
Non devi
impigliarlo nuovamente,
confonderlo ancora
con il tempo e con la terra.
Al contrario,
è la tua corda,
collocalo nella tua cetra
e parlerà con la bocca
dei monti sonori,
intreccialo
e sarà rete
di nave,
sviluppalo,
caricalo di messaggi,
elettrizzalo,
consegnalo
al vento, alle intemperie,
che di nuovo, ordinato,
in una lunga linea
avvolga il mondo,
o meglio, infilalo,
fine fine,
senza trascurare il manto
elle fate.

Abbiamo bisogno di coperte
per tutto l'inverno.
Stanno venendo
i contadini,
portano
per il poeta
una gallina, soltanto
una povera gallina.
Che cosa darai loro tu,
che cosa darai loro?
Ora,
ora,
il filo,
il filo
che si trasformerà in abiti
per coloro che non hanno
che stracci,
reti
per i pescatori,
camicie
di colore
scarlatto
per i fochisti
e una bandiera
per tutti.
Fra gli uomini
fra i loro dolori
pesanti come pietre,
fra le loro vittorie
alate come api,
è li il filo
in mezzo
a ciò che sta accadendo
e a ciò che accadrà,
sotto
fra i carboni,
sulla
miseria,
con gli uomini,
con te,
con il tuo popolo,
a filo,
a filo
della poesia.
Non si tratta
di considerazioni:
sono ordini,
ti ordino,
con la cetra in braccio,
accompagnami.
Ci sono molte
orecchie che aspettano,
c'è
un terribile
cuore sotterrato,
è la nostra
famiglia, il nostro popolo.
Al filo!
Al filo!
Estraiamolo
dalla montagna oscura!
Trasmettiamo i lampi!
Scriviamo la bandiera!
Così è il filo
della poesia,
semplice, sacro, elettrico,
fragrante e necessario
e non finisce nelle nostre povere mani:
lo fa rivivere la luce di ogni giorno.

Bucovina II - Rose Auslander

Gustav Klimt - Apple Tree, olio su tela
Bucovina II - Rose Auslander

Paesaggio che mi ha
creata

Fiumi di braccia
foreste di capelli
le colline di mirtillo
nero miele

Come fratelli in quattro lingue
canti
di un tempo spezzato

Dissolti
fluiscono gli anni
sulle rive infondate

Poesia n. 309 Novembre 2015. Crocetti Editore
Trad. Elisabetta Potthoff

La casa di Mara – Aldo Palazzeschi

opera di Luigi Veronesi
La casa di Mara – Aldo Palazzeschi

La casa di Mara è una piccola stanza di legno,
a lato un cipresso l'adombra nel giorno.

Davanti vi corrono i treni.

Seduta nell'ombra dell'alto cipresso sta Mara filando.

La vecchia ha cent'anni.

E vive filando in quell'ombra.

I treni le corron veloci davanti
portando la gente lontano.

Ell'alza la testa un istante
e presto il lavoro riprende.

I treni mugghiando
s'incrocian dinanzi alla casa di Mara volando.

Ell'alza la testa un istante
e presto il lavoro riprende.

Con i mulini a vento che girano a rovescio – Dylan Thomas

Pablo Picasso - La corida
Con i mulini a vento che girano a rovescio – Dylan Thomas

Con i mulini a vento che girano a rovescio,
E i segnali indicanti in alto e in basso,
Rovina e redenzione,
Non c’è dubbio che il vento in cui precipitano,
Non volano, le cornacchie, sia un vento d’inganni:
Gioca tiri ribaldi con valori e intenzioni,
Guida e soffia maligno, perché le allodole
Trovano arduo sfrecciare sulle nuvole;
Verso Londra è girato, e turbe assetate
Di uomini con camicie di flanella
E ragazze con cappelli infiorati
Intenti a visitare i luoghi famosi,
Viaggiano nei loro torpedoni su strade
Che conducono a sordide città
Sudicie di garage e d’insegne di tè a buon mercato.

La fede nel divino risolverebbe molte cose,
Perché allora il vento fallace sarebbe con certezza
Vento del diavolo, e l’alta trinità
Sarebbe incolpevole dei misfatti ventosi.

Ma le vie sono cambiate, e molte vie conducono
In luoghi diversi da quelli indicati
Da chi progettò gli ovvii percorsi
E ora, sbagliando direzione,
Su miglia di pietre miliari orizzontali,
Perplessi oltre la perplessità,
Torcono le loro povere budella.

Il vento è mutato, ha rovesciato
Il manto del buio e della luce,
Reso insignificante il significato. Il vento dell’errore
S’agita, gonfio, vecchio di veleno, da una bocca crostosa.

Il vento nuovo soffia, e c’è una scelta di segnali
Girati verso il Cielo, e pie turbe
Di neofiti che imboccano strade cambiate.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Solleva il viso – Dylan Thomas

Johann Heinrich Tischbein - Jupiter in the Guise of Diana Seducing Callisto, 1756
Solleva il viso – Dylan Thomas

Solleva il viso, fa
Giorno, fissa il cielo
Che si consola del buio con la luce,
Che scaccia i fantasmi degli alberi
E i fantasmi della mente, rinfrescando
Quanto era stantio
Nella ridesta pagliacciata
Di uomini e animali
Che fissano con orrore pareti di pietra.
Solleva il capo, lascia venire
Il conforto attraverso le nuvole del diavolo,
Le nebbie dell’incubo
Sospese sul precipizio del diavolo,
Lascialo venire lentamente,
Alza la mano a carezzare la luce,
La sua guancia di miele, la bocca dolce-parlante
Solleva le cortine sugli occhi accecati.

Da ridesti pensieri,
Quando lo scheletro della guerra
E col cadavere della pace
( Note non in armonia, discordia, molestia)
Unico ospite,
Deve venire la gioia.
Perciò sollevati, guarda, accarezza la luce.
La gioia verrà dopo una notte contorta
Anche se verrà solo con la luce del sole.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

La via di mezzanotte – Dylan Thomas

opera di Diego Rivera
La via di mezzanotte – Dylan Thomas
 

La via di mezzanotte, benché giovani ignari la percorrano,
Nutrendo pensieri di cielo, o sperando accoglienza,
Reca, al suo termine, pace e abbondanza. Ma è pace
Questo affaccendato dare ai nervi senza sfogo?
Ed è abbondanza, poi, chiodi di garofano ed essenze, miele d’api,
Cibi offerti a sazietà, e parole cortesi,
Un film di gente in movimento,
Con le mani protese a dare e a dare?
Ora dietro lo schermo s’odono voci di megere,
Ombre di mezzanotte d’uno sciame sulfureo
Danzanti nell’incubo ai margini d’un incubo.
Sui loro capi volteggiano nuvole gonfie
In attesa di aprirsi e che mai s’aprono,
Il cielo vivo, i volti delle stelle.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Charles Bukowski - L'intellettuale

dipinto di Maria Ersilia Valentini
Charles Bukowski - L'intellettuale

lei scrive
continuamente
come un lungo diffusore
che spruzza
aria,
e lei discute
continuamente;
non c'è nulla che
io possa dire
che in realtà non sia
qualcos'altro,
così
smetto di parlare;
e alla fine
lei litiga da sola
mentre esce dalla porta
dicendo
qualcosa come -
non sto cercando di
far colpo
su di te.

ma so
che
tornerà, tornano
sempre.

e
alle 5 del pomeriggio
era lì che bussava alla porta.

l'ho lasciata entrare.

non mi fermo molto, ha detto,
se non mi vuoi.

fai pure. ho detto,
devo fare il
bagno.

è andata in cucina e
ha cominciato con i
piatti.

è come essere sposati:
accetti
tutto
come se
non fosse successo.

Concepisci queste immagini nell’aria – Dylan Thomas

dipinto di Joan Mirò
Concepisci queste immagini nell’aria – Dylan Thomas

Concepisci queste immagini nell’aria,
Avvolgile nella fiamma, sono mie;
Messe contro il granito,
Lascia che siano grigie le due pietre,
Oppure, formate di sabbia,
Falle colare attraverso il pensiero,
In acqua o in metallo,
Scorrenti e fondenti sotto la calce.
Scolpiscile nel sasso,
Cosi che, per non essere sfregiate,
Induriscano e riprendano forma
Come segni che io non ho ridotto
A un più leggero stato
Con la punta d’amore o il rosso calore della mano.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Eugenio Montale – Ripenso il tuo sorriso

dipinto di Maria Ersilia Valentini
Eugenio Montale – Ripenso il tuo sorriso

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

Compleanno – Aldo Palazzeschi

Victor Vasarely - Alphabet VR, 1960
Compleanno – Aldo Palazzeschi

Quant'anni hai?
domando a Dado
nel giorno del suo compleanno:
Tre
risponde Dado
assaltandomi con un grido.

Ma vedo che rattiene una domanda
dopo avermi guardato,
una domanda
che stava per sfuggirgli dal labbro,
e abbassando la testa
mortificato
congiunge le manine nel grembo
compostamente
il bambino beneducato.

Dado perché?

T'avrei risposto "ottanta"
come tu m'hai detto tre.

Ara Mara Amara – Aldo Palazzeschi

René Magritte, Le Chant d'Amour, 1963
Ara Mara Amara – Aldo Palazzeschi

In fondo alla china,
fra gli alti cipressi,
è un piccolo prato.

Si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dadi.

Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.

Sull'erba in ginocchio
si stanno in quell'ombra giocando

Nebbia - Aldo Palazzeschi

opera di Victor Vasarely
Nebbia - Aldo Palazzeschi

Dal grigio della nebbia fitta fitta
traspaiono cipressi
ombre nere
spugne di nebbia.
E di lontano dondolando lento
ne vien un suono di campana quasi spento.
Più lontano lontano lontano
passa un treno mugghiando.

Lo sconosciuto - Aldo Palazzeschi

Jan Vermeer - Autoritratto
Lo sconosciuto - Aldo Palazzeschi

L'hai veduto passare stasera?
L'ho visto.

Lo vedesti ieri sera?
Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?
Non guarda da lato,
soltanto egli guarda laggiù
laggiù dove il cielo incomincia
e finisce la terra laggiù
nella riga di luce
che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.
Solo?
Solo.
Vestito?
Di nero, è sempre vestito di nero.
Ma dove si sosta?
A quale capanna?
A quale palazzo?

Quando il grano sarà stato mietuto – Bejan Matur

dipinto di Maria Ersilia Valentini
Quando il grano sarà stato mietuto – Bejan Matur

Del tuo lasciare la casa di notte
dell’accarezzare i suoi pilastri
del tuo parlare,
quella notte ti giravo intorno.
La mano che carezzava il grano, ricordi.
Ti gira attorno
un nome pronunciato da una bocca.
I nomi si trascinano ricordi.
L’infanzia non è solo dormirsi accanto,
non è così.
Il tuo peso mi appartiene
come questo improvviso temporale
su Istanbul, pioggia che cade su quel momento
ed è lì che stai dormendo.
In un sonno uguale al mondo a cui sei legato.
Tu mi copristi e andasti
a diventar preda di lupi nella neve
E la notte.

Una profonda luce blu
pioggia sullo stretto.
Un poeta parla di mani,
sapevano di poesia le tue mani,
la tua mano che aveva capito
un pilastro
una casa buia.
Girando con te il cosmo
sussurra di essere.
Quando il grano sarà stato mietuto
cosa apparirà da ora in avanti
non è la solitudine
ma il pane quotidiano che otteniamo in sorte.

Traduzione dall’inglese di Ruth Christie and Selçuk Berilgen

Chi sono? – Aldo Palazzeschi

opera di Joan Mirò
Chi sono? – Aldo Palazzeschi

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.

Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
follia.

Son dunque un pittore?
Neanche.

Non ha che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
malinconia.

Un musico allora?
Nemmeno.

Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
nostalgia.

Son dunque...che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio cuore
per farlo vedere alla gente.

Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.

Eugenio Montale – Egloga

dipinto di Rafal Olbinski
Eugenio Montale – Egloga

Perdersi nel bigio ondoso
dei miei ulivi era buono
nel tempo andato – loquaci
di riottanti uccelli
e di cantanti rivi.
Come affondavi il tallone
nel suolo screpolato,
tra le lamelle d’argento
dell’esili foglie. Sconnessi
nascevano in mente i pensieri
nell’aria di troppa quiete.

Ora è finito il cerulo marezzo.
si getta il pino domestico
a romper la grigiura;
brucia una toppa di cielo
in alto, un ragnatelo
si squarcia al passo: si svincola
d’attorno un’ora fallita.
E’ uscito un rombo di treno,
non lunge, ingrossa. Uno sparo
si schiaccia nell’etra vetrino.
Strepita un volo come un acquazzone,
venta e vanisce bruciata
una bracciata di amara
tua scorza. istante: discosta
esplode furibonda una canea.

Tosto potrà rinascere l’idillio.
S’è ricomposta la fase che pende
dal cielo, riescono bende
leggere fuori...;
il fitto dei fagiuoli
n’è scancellato e involto.
Non serve più rapid’ale,
né giova proposito baldo;
non durano che le solenni cicale
in questi saturnali del caldo.
Va e viene un istante in un folto
una parvenza di donna.
E’ disparsa, non era una Baccante.

Sul tardi corneggia la luna.
Ritornavamo dai nostri
vagabondaggi infruttuosi.
Non si leggeva più in faccia
al mondo la traccia
della frenesia durata
il pomeriggio. Turbati
discendevamo tra i vepri.
Nei miei paesi a quell’ora
cominciano a fischiare le lepri.

Il ritorno del contadino – Dylan Thomas

Renato Guttuso - Nella stanza le donne vanno e vengono, 1986
Il ritorno del contadino – Dylan Thomas

Abbracciando la Londra
Più dimessa (disse l’uomo strampalato in un
Buco di campagna, la sua catapecchia nei
Campi, presso un pollaio materno)
Con le mie mani a coda di pesce, e con misura
Concimando l’occhio sgranato o
Gonfiandomi in biancheria chiazzata dalle pulci,
La più indecente della città,
Ho speso il mio tempo indissipabile
Tra bigliardini ambulanti
Con spalle imbottite e molleggiate,
Futuri colonnelli da club ubriachi
Che si fanno già crescere le ferite,
Morti di professione non reclamati
Dell’ultima guerra, ragazze di buona famiglia
Che studiano il testicolo
In piattolosi appartamenti comunali,
Forniti di Sunflowers,
Vecchi bicchieri sporchi di colore galoppanti
Su sgabelli verso mostre personali fallite,
Usignoli dei posti di pronto soccorso
Stretti da gerii e vestiti da sirena
Annoiati e malignamente in attesa
Nei pomeriggi dissipatori
Che rivestono di bianche penne i vivi.
Le volte di Londra sprofondano,
Da Pedro o da Wendy
Con un allevatore di volpi argentate
Che tenta nuovi fallimenti,
Un poeta da opere complete
E alcune donne smantellate,
Io, uomo da rasoio e re del ventre,
Appoggiavo il peso dell’umanità alla
Macchina mangiasoldi,
Spalancavo il mio petto e li lasciavo
Sciogliersi tutti nella borsa da bagno.
Riapri la lampo per un viaggiatore
Con le merci sotto gli occhi,
Un’altra con le sue sotto la cintura,
E il negro, con la pelle più chiara fino al segno
Dell’acqua, con le labbra a tromba e gli occhi a comedone,
Mentre le lacrime si trascinano
Sulla coda, la bilancia, della mia mano.
Poi scivolavo per vie cieche
Solo, con la mia borsa rimbalzante,
Troppo pieno per potermi inchinare alla luna
Appannata, dal volto di parente,
O scappellarmi a non veduti
Fratelli, schivando tra la nebbia
Il borsaiolo affettuoso
E l’infantile, piagnucoloso finocchio.
Mendicanti, ladri, adescatori,
Voci dalle fogne e dai tombini,
Materne puttane a tempo,
Piovre nei portoni,
Misteriosi invitatori a buchi di serrature
E a serate con cani danesi,
Battone da stanza mobiliata
Senza niente per il contatore,
Altre il cui letto singolo fa posto per due
Al solo scopo di sbarcare il lunario,
Tutta l’insidiosa processione
Della città ipnotizzata
A caccia di danaro e compassione
Fra chi difficilmente ne possiede.
E io nel flusso bisognoso
Mai abbastanza coinvolto
Prestigiavo per sembrare
Un Walt canoro da linda villetta economica
Con prato e falciatrice
Della fascia superiore del ceto inferiore,
Scodinzolando senza barba in Dean Street,
Benedicendo e contando i passeri
A due gambe, affaccendati e pieni di borse,
Cacciando a frustate nei vestiboli
Il mio essere cavernoso e da letto di piume.

Stacco. Taglia le strade schiacciate, lasciando
Un buco di commissioni e di ombre;
Ottura le gallerie del metrò che soffiano carta;
Castra gli orologi pieni di semi;
Raschia via lo scarabocchio delle stampe
Su corpo e aria e edificio;
Metti rami e foglie sui tetti privi d’uccelli.
Volti di visioni struggenti,
Prostituzione alla Maddalena,
Fascino del crudelmente sottomesso,
Esaltazione dei ciechi,
E quell’abbraccia-peccati grondante di ridicolo,
Spazza via come una nuvola di panna;
Seppellisci ogni avanzo e segno d’amore
Della mia settimana nel secchio dei rifiuti,
In questa scena anacronistica
In cui, seduto con biancheria pulita
In una catapecchia, in una valle pezzata di mucche,
Ora io mi compiaccio, immagino, del
Ritorno del contadino,
E conto a foglie e a uova d’uccelli
I minuti del viver campagnolo,
I silenzi spreconi tra gli alberi.
E oh tagliare il verde campo, lasciando
Una strada di ricchi con dentro la fame.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

da La tregua – Primo Levi

da La tregua – Primo Levi

Volgendo questi pensieri, che ci vietavano il sonno, passammo la prima notte in Italia, mentre il treno discendeva lentamente la val d’Adige deserta e buia. Il 17 di ottobre ci accolse il campo di Pescantina, presso Verona, e qui ci sciogliemmo, ognuno verso la sua sorte: ma solo alla sera del giorno seguente partì un treno in direzione di Torino. Nel vortice confuso di migliaia di profughi e reduci, intravvedemmo Pista, che già aveva trovato la sua strada: portava il bracciale bianco e giallo della Pontificia opera di Assistenza, e collaborava alacre e lieto alla vita del campo. Ed ecco, di tutto il capo più alto della folla, avanzare verso di noi una figura, un viso noto, il Moro di Verona. Veniva a salutarci, Leonardo e me: era arrivato a casa, primo fra tutti, poiché Avesa, il suo paese, era a pochi chilometri. E ci benedisse, il vecchio bestemmiatore: levò due dita enormi e nodose, e ci benedisse col gesto solenne dei pontefici, augurandoci un buon ritorno e ogni bene. L’augurio ci fu grato, poiché ne sentivamo il bisogno.
Giunsi a Torino il 19 di ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di Vita, il calore della mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso. Ma solo dopo molti mesi svanì in
me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.
È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più
intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il Comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać».

Torino, dicembre 1961 - novembre 1962.

Non essendo che uomini - Dylan Thomas

dipinto di Kawase Hasui
Non essendo che uomini - Dylan Thomas

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
Spauriti, pronunciando sillabe sommesse
Per timore di svegliare le cornacchie,
Per timore di entrare
Senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
Sorprendere nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
E, dopo l’agile ascesa,
Cacciare la testa al disopra dei rami
Per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
E dallo stupore che l’uomo conosce,
Dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
Bambini che osservano con stupore le stelle,
È lo scopo e la conclusione.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Con la mano protesa – Dylan Thomas

Odilon Redon - L'albero 1875
Con la mano protesa – Dylan Thomas

Con la mano protesa
Conta i giorni infiniti finché finiscono;
Mentre il polso si fa sempre più stanco,
Senti le ali degli angeli battere intorno alla testa
Senza rumore: battono tanto piano.
Perché contare con tanta tristezza?
Impara ad essere allegro coi più allegri,
Oppure (cambia tono!) dà sfogo a parole,
Prive di senso come le campane (oh cambia vita! ),
La frutta sulla credenza, le felci, i cinematografi,
E il mazzo delle carte.

Quando avevo sette anni contai quarantaquattro
Alberi davanti alla finestra;
Il che può essere o non pertinente
E simboleggiare i fattori di follia
Che fanno impazzire spettatori e attori.
Ho recitato la mia parte: contare o impazzire.
Il nuovo manicomio sulla collina
Sbircia la valle di traverso come un demente,
Aspettando e spiando che le tue dita sbaglino
A contare il numero dei pioli
Che mille pecore saltano
Ai miei ritmi incrociati.
Ho recitato la mia parte.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Ode al cactus spostato - Pablo Neruda

Ode al cactus spostato - Pablo Neruda

Portammo un gran cactus
di entroterra
fino alla spiaggia verde.

Aveva le radici
il gigante
messe
nella pietra
e si afferrava
a quella dura
maternità
con sotterranei,
implacabili
vincoli.

Il piccone
cadeva
alzando
polvere
e fuoco,
la roccia
si scuoteva come
se partorisse,
e a fatica
si muoveva
l’obelisco verde,
corazzato
con tutte le spire
della terra,
finché
con un laccio
lo legammo
in alto
e tirando
tutti insieme
abbattemmo
la sacra colonna
dei monti.

Allora
custodito
e fermato,
avvolto in
sacco e corde
trascinammo
la sua irsuta
statura,
ma
appena
qualcuno
avvicinò la mano
al vegetale ardente,
questi
gli lanciò le sue spine,
e con sangue segnò la morsicatura.

Lo piantammo
orientato al mare cupo,
alto
contro
le onde,
nemico,
eretto per tutti
gli aculei
dell’orgoglio,
maestoso
nella sua nuova
solennità di statua.
E lì
rimaniamo
improvvisamente
tristi,
gli uomini
dell’impresa,
guardando
l’alto
cactus
dalla montagna andina
trasferito
nella sabbia.

Egli continuò
la sua
aspra
esistenza:
noi
ci guardiamo
come vilipesi,
vecchi
carcerieri.

Vento amaro
del mare
dondolò
l’esile
sagoma
dell’alto solitario con spine:
Egli salutò
l’oceano
con
un
im-
per-
cet-
ti-
bile
mo-
vi-
men-
to
e
conti-
nuò

ele-
va-
to
nel
suo
mi-
ste-
ro.


1956

I sapienti ciò che s’avvicina - Costantino Kavafis

Giorgione - Tre filosofi, 1506/1508 circa, olio su tela 123,5×144,5 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna
I sapienti ciò che s’avvicina - Costantino Kavafis
Gli dèi percepiscono le cose future, gli uomini quelle presenti,
i sapienti ciò che s’avvicina.
Filostrato, Vita di Apollonio di Tana, 8,7
Gli uomini sanno le cose presenti.
Gli dei conoscono quelle future,
assoluti padroni d’ogni luce.
Ma, del futuro, avvertono i sapienti
ciò che s’appressa. Tra le gravi cure

degli studi, l’udito ecco si turba
d’un tratto. A loro giungono le oscure
voci dei fatti che il domani adduce.
Le ascoltano devoti. Fuori, per via, la turba
non sente nulla, con le orecchie dure.
 

2 novembre 2019

Verso sud - Guillaume Apollinaire

Verso sud - Guillaume Apollinaire

Zenit
Tutti quei rimpianti
Quei giardini sconfinati
Dove modula il rospo un tenero grido d'azzurro
La cerva del silenzio sperduto rapida passa
Un usignolo straziato dall'amore canta sul
Tuo corpo giardino di rose che ho colto
I nostri cuori pendono uniti dallo stesso melograno

Danzatrice del Nilo - Adriano Molteni

Gloria Coker - Red Dancers 
Danzatrice del Nilo - Adriano Molteni
 

Appari con le ali di Iside
sopra i nodi della mia anima
e trascini il cuore al ritmo
del risveglio dei sensi e dei sospiri.
L'aria ti fascia i lombi
e sostiene l'arcano fascino
dei riti dal fertile destino...
e, mentre una goccia di sudore
scivola dalla tempia sulla seta
giù fino al morbido bacino,
confondi con la tua danza
i confini di un corpo senza tempo,
padrona del tuo istinto e della vita.
Danzi come donna tra le donne,
donando a loro parte di te stessa.
Sintesi di passione e leggiadria,
regali con le tue interpretazioni
momenti di assoluta poesia.

Sguardo momentaneo - Sunil Gangopadhyay

Sguardo momentaneo - Sunil Gangopadhyay

Sei apparsa dall’altro lato della scarpata;
le tue labbra sazie del suono ondoso di un lago;
la brezza presa nel tuo velo come la randa di una barca.
Non calpestavano i tuoi piedi la terra.
Senza calpestare la terra con i piedi,
ti sei fermata coprendo l’orizzonte
come una dama di corte del paradiso
o una ninfa preraffaelita.
Un po’ più in là,
mentre riposavo all’ombra di un albero
leggevo la storia della dentizione umana,
la schiavitù del fuoco e un documento
sulla guerra del pane.
Alzo la testa e la guardo fisso,
Chi è? Neera? O un’altra donna simile?
Da dove sei venuta? E perché?
Dove fuggirai di nuovo?
La luce del tramonto invernale diventa rossa all’improvviso;
le onde alte e basse si susseguono senza fine,
come se la coscienza stesse giocando a nascondino.
Tutto è irreale - senza dubbio - come certa è la realtà
di quello sguardo momentaneo.

Quei tuoi capelli d'arance nel vuoto del mondo - Paul Eluard

Tamara de Lempicka - Woman in Red
Quei tuoi capelli d'arance nel vuoto del mondo - Paul Eluard

Quei tuoi capelli d'arance nel vuoto del mondo,
nel vuoto dei vetri grevi di silenzio e
d'ombra ove a mani nude cerco ogni tuo riflesso,

Chimerica è la forma del tuo cuore
e al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia.
O sospiri di ambra, sogni, sguardi.

Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria
m’è oscurata ancora d’averti vista giungere
e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.

Popolo - Marcel Martinet

Popolo - Marcel Martinet

Popolo, popolo, eppure tu sei stato
che hai creato le tue grandi giornate,
selvagge e crudeli anch'esse,
sozze di fango e intrise di sangue,
ma giornate tue, o popolo schiavo
che suella pelle tastavi la piaga
della catena e del collare,
e sentivi chiamare a raccolta i ventri affamati
dei tuoi piccini e delle donne tue...

Tu sei stato, o popolo. E oggi
impacciato dalla tua bandiera rossa
tu vai dietro ai tuoi buoni amici, ai ricchi,
in mezzo al fango ed al sangue;
pieno di odio contro te stesso,
pieno di sprezzo e di ingiurie;
il povero in armi contro il povero,
il fratello contro il fratello,
oggi sei tu che con gioia ti uccidi,
ebro di delitto, ebro di oblio.

Si, eri tu, popolo poco fa.
-La tua fede? La fierezza? La rivolta?
Cose vecchie. Parole, parole!
Ma vestire, con la fede del padrone,
la sua livrea e il numero suo,
essere fioeridi essere dei servi
di grande casa e di vecchia nobiltà,
dei cani di due mute rivali,
l'una aizzata contro l'altra,
ecco una cosa lusinghiera, ecco una cosa nuova.

Oh! popolo, ti han tradito i tuoi capi!
-Avevi tu dunque bisogno dei capi?
La servitù, la miseria, gli oltraggi,
tutto ciò non bastava?
No, non bastava popolo vile.
E' oggi il fango ed il sangue:
oggi, dal fondo del tuo caldo giaciglio
dov'è si dolce obliare,
ti seglierai tu, popolo,
popolo delle antiche giornate?

Quello che chi non vive l'esperienza della Rivoluzione - Che

Renato Guttuso - Funerale di Togliatti, collage e acrilico su carta, 1972
Ernesto Che Guevara
Quello che chi non vive l'esperienza della Rivoluzione trova difficile da comprendere è la serrata unità dialettica esistente tra l'individuo e la massa: entrambi si relazionano a vicenda e la massa, a sua volta, quale insieme di individui, si relazione coi dirigenti

La vetrina - Stefano Benni

Pablo Picasso - Natura morta, 1962, 1962, British Museum, Londra
La vetrina - Stefano Benni

Pietà per le vetrine! Non vedete
trema la gelatina
impallidisce il prosciutto
terrorizzata la porchetta spalanca
gli occhi da deputato

Ahi! Cercando di fuggire
tutti avvinghiati sono i manichini
una bella sciatrice ha perso la testa
e il bel tennista muove
il moncherino scheggiato
le pellicce son scappate belando
ringhiando, soffiando (il più
veloce era il ghepardo)

Pietà per le vetrine! Un sasso
è entrato nella banca
e si vedeva benissimo
che non aveva una lira
un altro sasso
ha rotto un vaso cinese
un altro ha colpito al cuore
un bel tivù tedesco
spargendo intorno i colori
(è stato come scannare
un arcobaleno)
Ahi! le schegge dei dischi
hanno ferito le pareti. Anche
sul manifesto dei Caraibi
sulla scritta Saldi
calò la notte della serranda
Barbari!

Non rosa - Emily Dickinson

René Magritte - La tomba dei lottatori, 1960 olio su tela
Emily Dickinson

Non rosa, eppure mi sentivo in fiore,
non uccello- eppure fluttuavo nell'etere.

Lady Lazarus - Sylvia Plath

Gustav Klimt - The Friends
Lady Lazarus - Sylvia Plath

L'ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco -
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume Nazi,
Un fermacarte il mio
Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
o mio nemico!
Faccio forse paura? -
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
e io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent'anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede -
Il grande spogliarello.
Signori e signore, ecco qui
Le mie mani,
i miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
a insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
è un'arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ho la vocazione.
È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza farlo e starsene lì.
È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
a un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:
"Miracolo!"
È questo che mi ammazza.
C'è un prezzo da pagare
Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore - eh sì, batte.
E c'è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
o un po' del mio sangue
o di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d'oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere -
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate -
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento.
Attento.
Dalla cenere io rivengo
Con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.

C’è nell’intimità degli uomini un confine - Anna Achmatova

Henri Toulouse Lautrec - Dancers
C’è nell’intimità degli uomini un confine - Anna Achmatova

C’è nell’intimità degli uomini un confine
che né l’amore, né la passione possono osare:
le labbra si fondono nel terribile silenzio
e il cuore si spezza per amore.
Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni
pieni di felicità alta infiammata,
quando l’anima è libera e distratta
dal lento languore della voluttà.
Pazzo è colui che vi si appresta,
raggiungerlo è morire d’angoscia...
Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

Sylvia Plath - Diari

dipinto di Henri de Toulouse Lautrec
Sylvia Plath - Diari

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare: a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.

Via del Campo - Fabrizio de André

Egon Schiele -  a red blouse,1913 circa
Via del Campo - Fabrizio de André

Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

A rovescio - Vera Lúcia De Oliveira

A rovescio - Vera Lúcia De Oliveira

il mio dito víola cose
della città ulcerata
il caldo delle pareti
... il sole stende pergolati verdi
nell’occhio di finestre alte

l’anima violentata è una perforatrice
seziona cose nel pomeriggio nudo
inventa la morbosità di spaccare sui muri
le parole

il sole illumina la via in silenzio
la casa lucida
dentro di me le cose scavate
guardano la notte
(a rovescio)
e si annegano
strette

Dune - Claudia Formiconi

Dune - Claudia Formiconi

Le dune, mie sorelle carnali le amo,
mi stendo perfettamente nel loro caldo letto
morfologicamente uguale a me

in sinuose fantasie del velo
della mia pelle
mi delineo nel loro profilo

Dio mio - Juan Vicente Piqueras

Valentino Ciusani - il vestito rosso
Dio mio - Juan Vicente Piqueras

E' un dio che non dorme
e si affaccia agli occhi
del prigioniero e della sua sentinella.
E' un dio che ci vede a occhi chiusi,
una palpebra d'aria, l'altra di acqua,
e non crede in noi.
E' un dio letterario
scritto giorno dopo giorno dalla sete,
la sconfitta e la voglia
di fuggire, inutilmente sempre,
dall'io e dalla sua spietata tirannia.

L'orizzonte, madre degli orfani,
dio dei miscredenti.

Bandiera - Giovanni Giudici

opera di Renato Guttuso
Bandiera - Giovanni Giudici

Adesso è un sogno
dentro un sogno Fu nel ‘33 o ‘31
Forse all’infuori di me
Non si ricorda più nessuno -
Di quella nave mi ha narrato
Uno che è morto sotterrato
Anzi dissotterrato
E poi sotterrato ancora
Del quale sparito è il volto
E persa la sua parola -
E dell’ignoto comunista
A bordo del tempo fascista
Con grande urgenza comandato
Un sabato sera a aggiustare
Un guasto nella torretta
Per la rivista navale -
Ed egli con sé aveva preso
Una bandiera rosso acceso
Un ingegnoso elettricista
Che in prigione poi fu mandato
Un macchinista serio e assorto
Che mai non aveva scherzato -
E al posto del tricolore
Legò quel rosso del cuore
La notte intera lavorò
Con solerzia, con diligenza
Sul fare del giorno sbarcò
Senza la minima impazienza -
Spiando da un molo o scogliera
L’ora dell’alzabandiera
Nella mattina di festa
Sul golfo di sole e vento
Col mare che trasaliva
All’inaudito avvenimento -
Issò bandiera rossa a riva
Il regio incrociatore Trento
Scrivo d’un sogno dentro un sogno
Memoria d’una memoria
Uomo bandiera e nave
Inghiottiti dalla storia -
Dei quali mi fu raccontato
Nel luogo dove son nato

L’attesa - Claudia Formiconi

dipinto di Paul Kelley
L’attesa - Claudia Formiconi

Intreccio corolle di spighe di grano
nel cerchio dell’attesa
il presente riflette l’attimo
nel deliquio che strappa l’anima.

Grani dorati imperlano l’abito nudo
nei pensieri di ambra,
dissipo le ombre dell’incertezza
semino gocce di gemme per occhi assetati.

Il respiro profondo mi solleva
l’attesa è già passato.

Compagno, qualche volta - Giovanni Giudici

Compagno, qualche volta - Giovanni Giudici

Compagno, tu sei senza nome
cambi ogni istante viso
ti trovo sempre nuovo al mio sorriso
nella folla di corsa
sotto il sole di giugno
ma sempre mi saluti chiuso il pugno.

Hai spesso una faccia dura d’operaio
o di contadino assolato. 

Qualche volta sei un vecchio soldato
qualche volta spettrale
un viso emaciato
compagno - un viso d’intellettuale

Qualche volta
- e non m’accorgo che sei una ragazza
compagno - un fiocco rosso a corsa pazza
nella folla travolta.