23 giugno 2018

Sonetto LXXXI – Pablo Neruda

dipinto di Felix Revello de Toro
Sonetto LXXXI – Pablo Neruda

Ormai sei mia. Riposa coi tuo sonno nel mio sonno.
Amore, dolore, affanni, ora devono dormire.
Gira la notte sulle sue ruote invisibili
e presso me sei pura come l'ambra addormentata.

Nessuna più, amore, dormirà con i miei sogni.
Andrai, andremo insieme per le acque del tempo.
Nessuna viaggerà per l'ombra con me,
solo tu, sempre viva, sempre sole, sempre luna.

Già le tue mani aprirono i pugni delicati
e lasciarono cadere dolci segni senza rotta,
i tuoi occhi si chiusero come due ali grige,

mentr'io seguo l'acqua che porti e che mi porta:
la notte, il mondo, il vento dipanano il loro destino,
e senza te ormai non sono che il tuo sogno.

Trad. Giuseppe Bellini

Sonetto LXXXIII – Pablo Neruda

Jean-François Raffaëlli - La belle endormie
 Sonetto LXXXIII – Pablo Neruda

È bello, amore, sentirti vicino a me nella notte,
invisibile nel tuo sonno, seriamente notturna,
mentr’io districo le mie preoccupazioni
come fossero reti confuse.

Assente, il tuo cuore naviga pei sogni,
ma il tuo corpo così abbandonato respira
cercandomi senza vedermi, completando il mio sonno
come una pianta che si duplica nell’ombra.

Eretta, sarai un’altra che vivrà domani,
ma delle frontiere perdute nella notte,
di quest’essere e non essere in cui ci troviamo

qualcosa resta che ci avvicina nella luce della vita
come se il sigillo dell’ombra indicasse
col fuoco le sue segrete creature.

Trad. Giuseppe Bellini

da Poesia dei volti - Walt Whitman

dipinto di Félix Revello de Toro
da Poesia dei volti - Walt Whitman
(...)

Ho visto le ricche signore in abiti sfarzosi per una soiree,
Ho sentito ciò che i cantori hanno cantato a lungo,
Ho saputo chi è emersa, rosea di giovinezza, dalla spuma bianca e dalle onde azzurre.

Ecco una donna!
Guarda da sotto la sua cuffia da quacchera – con il viso più limpido e più bello del cielo.
Sta seduta su una poltrona, all’ombra del portico della fattoria,
Mentre il sole brilla appena sulla vecchia testa canuta.

L’ampia gonna color crema è di lino,
Che i suoi nipoti hanno coltivato e le sue nipoti hanno filato con la conocchia e l’arcolaio.
Com’è armonioso il movimento della terra!
E il confine oltre il quale la filosofia non può andare e neppure vuole andare!
La madre riconosciuta degli uomini!

Trad. Igina Tattoni

da Poesia di volti – Walt Whitman

Mitchell Siporin, 1938, mural
da Poesia di volti – Walt Whitman
(...)
Ora questo è un volto troppo sgradevole per un uomo
Un qualche schifoso pidocchio che chiede il permesso di esistere, che si umilia per ottenerlo,
Un qualche scarafaggio col naso che gli cola che benedice chi gli permette di strisciare nel suo buco.

Questo volto è il grugno di un cane che annusa tra i rifiuti;
Serpi si annidano in quella bocca, ne sento il sibilo minaccioso.

Questo volto è una foschia più gelida del mare artico,
Con i suoi iceberg lenti e traballanti che scricchiolano mentre passano.

Questo è un volto di erbe amare, questo è un emetico, non ha bisogno di etichette,
E altri da scaffali di farmacia come laudano, caucciù o sugna.

Questo volto è una epilessia, con la lingua muta lancia un urlo disumano,
Con le vene del collo rigonfie, con gli occhi che roteano fino a mostrare solo il bianco,
Con i denti digrignati e i palmi delle mani feriti dalle unghie delle dita contratte,
L’uomo casca in terra torcendosi con la schiuma alla bocca, e intanto ragiona bene.

Questo volto è corroso da vermi parassiti,
E questo è il coltello di un assassino, semi-estratto dalla sua guaina.

Questo volto ha guadagnato al becchino il suo salario più sinistro,
Una campana a morto vi suona senza sosta.

Questi allora sono veramente uomini, i capi e i duri del grande globo rotondo!

Volti dei miei simili, vorreste forse ingannarmi con il vostro raggrinzito corteo cadaverico?
Eh no, non riuscirete a ingannarmi.

Io vedo il vostro flusso circolare che mai si cancella,
Io vedo sotto al bordo delle vostre meschine maschere truci.

Distorcetevi e contorcetevi quanto volete – frugate con le prue ingarbugliate da pesci o ratti,
Vi toglieranno la museruola, certo che lo faranno.

Ho visto il volto del più imbrattato e bavoso idiota che stava al manicomio,
E io sapevo, con mia grande consolazione, quello che loro non sapevano,
Sapevo chi erano i responsabili che avevano affamato e rovinato mio fratello,
Gli stessi che portano via i detriti dell’edificio crollato,
E tornerò a guardare fra una ventina o più di secoli,
E incontrerò il vero padrone, perfetto, incolume, in ogni sua minima parte completo come me.

Il signore avanza e continua ad avanzare!
Sempre l’ombra che lo precede! Sempre la mano protesa che sollecita i pigri!

Da questo volto emergono bandiere e cavalli – magnifico! Già vedo quanto accadrà,
Vedo gli alti cappelli dei pionieri – vedo i bastoni degli esploratori che aprono la strada,
Odo tamburi di vittoria.
(...)
 

Trad. Igina Tattoni

Canto il se stesso - Walt Whitman

Street Art New York
Canto il se stesso - Walt Whitman

Canto il se stesso, la semplice singola persona,
tuttavia pronuncio la parola Democratico, la parola In-Massa.

L'organismo da capo a piedi io canto,
ne' la fisionomia ne' il cervello sono degni da soli della Musa,
io dico che la forma completa è di gran lunga più degna,
e la Femmina canto come il Maschio.

Canto la vita immensa nella sua passione, impulso e forza,
felice per le azioni più libere sotto le leggi divine,
canto l'Uomo Moderno.

trad. Antonio Troiano

Poeti venturi – Walt Whitman

dipinto di Peter Vilhelm Ilsted
Poeti venturi – Walt Whitman

Poeti futuri! Oratori, cantori, musicisti venturi!
Non l’oggi può giustificarmi e chiarire chi sono,
ma voi, nuova stirpe americana, atletica, continentale, la più grande mai conosciuta,
destatevi! Spetta a voi giustificarmi.

Io scriverò solo una o due parole per indicare il futuro,
non potrò avanzare che un attimo, per poi voltarmi e tornare in fretta nel buio.

Io sono un vagabondo che non si ferma mai, che lascia
cadere su di voi, per caso, uno sguardo e subito volge la faccia.
lasciandovi il compito di analizzarlo e definirlo,
aspettando da voi le cose più importanti.

trad. Antonio Troiano

Sonetto LXXVI – Pablo Neruda

Diego Rivera - ritratto di Natasha Gelman
Sonetto LXXVI – Pablo Neruda

Diego Rivera con la pazienza dell'orso
cercava lo smeraldo del bosco nella pittura
o il vermiglione, il fiore improvviso del sangue,
raccoglieva la luce del mondo nel tuo ritratto.

Dipingeva l'imperiosa forma del tuo naso,
la scintilla delle tue pupille indomite,
le unghie che alimentano l'invidia della luna,
e nella pelle estiva, la tua bocca d'anguria.

Ti mise due teste di vulcano accese
per fuoco, amore, stirpe araucana,
e sui due volti dorati dalla creta

ti copri col casco d'un incendio indomito
e Il segretamente rimasero impigliati
i miei occhi nella torre totale: la tua chioma.

Trad. Giuseppe Bellini

da “Instambul” - Orhan Pamuk

da “Instambul” - Orhan Pamuk
(…)
Flaubert, giunto a Istanbul centodue anni prima della mia nascita, fu colpito dalla quantità di gente e dalla sua diversità: in una lettera scrisse che Costantinopoli, un secolo dopo, sarebbe stata la capitale del mondo. Quando l’impero ottomano crollò e scomparve, si realizzò proprio il contrario. E quando nacqui io, Istanbul viveva i giorni più deboli, più poveri, più miseri e più isolati della sua storia di duemila anni. Il senso di fallimento dell’impero ottomano la desolazione e la tristezza generate dalle rovine che occupavano la città, sono stati per me, per tutta la vita, la caratteristica principale di Istanbul. Ho trascorso la mia esistenza combattendo contro questa tristezza, oppure abituandomi a lei come tutti gli altri.
Coloro che si preoccupano di dare un significato alla vita si interrogano almeno una volta sul senso dello spazio e del tempo in cui sono nati. Che cosa vuol dire la nostra nascita in quest’angolo del mondo, nella tal data? Questa famiglia, questo paese, questa città che ci sono stati donati quasi fossero usciti alla lotteria, che dobbiamo amare e che alla fine riusciamo ad amare, sono state scelte giuste? Qualche volta mi sento sfortunato a essere nato a Istanbul, città logorata e decaduta, in preda alla miseria e alla tristezza, rimasta sotto le rovine che sprofondano sempre di più, fra le ceneri di un impero crollato. (Tuttavia una voce dentro di me dice che questa, in realtà, è una benedizione). Se la ricchezza è importante, qualche volta penso anche di essere stato fortunato perché sono nato in una famiglia benestante di Istanbul. (Qualcuno pensa pure il contrario). E spesso capisco che, proprio come il mio corpo di cui non posso lamentarmi (avrei forse voluto avere le ossa più grosse ed essere più avvenente) e il mio sesso (se fossi stato donna, la sessualità sarebbe stata un problema minore?), anche Istanbul, città in cui sono nato e dove ho passato tutta la vita, per me è un destino inesorabile. Questo libro parla di questo destino…
Sono nato il 7 giugno 1952, poco dopo mezzanotte, a Istanbul, in una piccola clinica privata di Moda. Di notte i corridoi erano tranquilli, così come il mondo. Nel nostro pianeta non c’era nulla di sconvolgente oltre alle fiamme e le ceneri che il vulcano Stromboli, in Italia, aveva cominciato a eruttare improvvisamente due giorni prima. Sui quotidiani comparivano alcuni trafiletti sui soldati turchi che combattevano nella Corea del Nord, e brevi articoli su voci di fonte americana che i nordcoreani si preparassero a usare armi biologiche. Le vere notizie erano quelle che riguardavano «la nostra città», e, come tutti gli abitanti di Istanbul, anche mia madre le aveva lette attentamente prima del parto: un negoziante di tessuti, il giorno precedente, aveva identificato il cadavere di un ladro che, due notti prima, aveva cercato, con una maschera orribile in faccia, di entrare in una casa a Langa forzando la finestra del bagno, ma era stato notato e inseguito dalle guardie e dai
«coraggiosi» pensionanti della Casa dello studente di Konya, che l’avevano poi sorpreso in un deposito di legna. Dopo aver imprecato contro i poliziotti si era suicidato, e il negoziante aveva ricordato che l’anno prima sempre questo bandito aveva compiuto, in pieno giorno, una rapina a mano armata nel suo negozio a Harbiye. Mia madre leggeva queste notizie da sola all’ospedale perché, secondo quanto mi ha raccontato anni dopo in un miscuglio di rabbia e tristezza, mio padre, dopo averla accompagnata in clinica, si era annoiato a stare lì ad aspettare la mia nascita che sembrava non arrivare mai ed era uscito a incontrare gli amici. Vicino a mia madre, nella sala dell’ospedale c’era soltanto mia zia, che era entrata in quella clinica in piena notte, scavalcando il muro del giardino. Mia madre, quando mi vide per la prima volta, pensò che io fossi più magro; più fragile e più esile rispetto a mio fratello, due anni più grande di me.
In realtà dovevo dire «aveva pensato». Questo tempo che usiamo per raccontare i sogni, le fiabe e le vite che non abbiamo vissuto direttamente, è molto adatto per raccontare le situazioni che abbiamo affrontato nella culla, nel passeggino, oppure quando abbiamo compiuto i primi passi. Perché i nostri genitori solo dopo tanti anni ci raccontano queste nostre prime esperienze di vita, e noi godiamo, rabbrividendo, ad ascoltare la nostra storia, quasi sentissimo le prime parole e contemplassimo i primi passi di un altro. Questo dolce sentimento, che ricorda il piacere di rivederci nei sogni, ci fa nascere dentro anche un’abitudine destinata ad avvelenarci per tutta la vita: la sensazione di imparare il significato delle situazioni che abbiamo vissuto - persino dei piaceri più profondi - dagli altri. Così, proprio come questi «ricordi» della prima infanzia, che assimiliamo di buon grado e poi raccontiamo con convinzione perché cominciamo a credere di ricordarli noi stessi, alla fine quello che dicono gli altri su diverse azioni che abbiamo compiuto nella vita non solo diventa dopo un po’ la nostra opinione, ma si trasforma anche in un ricordo più importante di quanto abbiamo vissuto. Molte volte impariamo dagli altri il significato della città in cui abitiamo, come la vita che viviamo.
Nei momenti in cui assimilo ciò che gli altri raccontano su di me e su Istanbul, quasi il ricordo fosse mio, mi viene da dire: «Una volta disegnavo, io che nacqui a Istanbul e crebbi a Istanbul, ed ero un bambino curioso; poi a ventidue anni, non si sa perché, iniziai a scrivere romanzi». Avrei voluto scrivere il libro con questo linguaggio, sia perché racconta tutta una vita come un’esperienza vissuta da un altro, sia perché la fa diventare un dolce sogno in cui la voce e la volontà della persona si indeboliscono. Ma questo bel linguaggio di fiaba non mi pare credibile, perché fa vedere questa vita come una preparazione a una seconda esistenza più reale, più luminosa, in cui ci si potrà svegliare come da un sogno. E la seconda esistenza che può vivere gente come me non è altro che il libro che si ha tra le mani. Questo dipende dalla tua attenzione, caro lettore. Io ti offro onestà, e tu dimostrami affetto.
(…)

Per te, Democrazia – Walt Whitman

Per te, Democrazia – Walt Whitman

Vieni, renderò il continente indissolubile,
creerò la più splendida razza su cui il sole abbia mai brillato,
creerò terre divine e seducenti,
con l’amore dei compagni,
con l’amore dei compagni che dura tutta la vita.

Pianterò amicizie folte come gli alberi lungo i fiumi
d’America, e lungo le rive dei grandi laghi, e per tutte le praterie,
costruirò città inseparabili con le braccia l’una al collo dell’altra,
con l’amore dei compagni,
con il vigoroso amore dei compagni.

Tutto questo io ti dono, o Democrazia, per servirti, ma femme!
Per te, solo per te io recito commosso questi canti.

trad. Antonio Troiano

Quando iniziai i miei studi – Walt Whitman

Pierre-Auguste Renoir - Still Life Flowers and Fruit
Quando iniziai i miei studi – Walt Whitman

Quando iniziai i miei studi mi piacquero molto i primi passi,
La semplice realtà della coscienza, le forme, la facoltà del moto,
Il piccolo insetto o l’animale, i sensi, la vista, l’amore;
I primi passi, dico, mi sgomentarono e mi piacquero tanto
Che a stento ho proseguito, a stento ho voluto andare oltre,
E sempre mi fermo e mi attardo a cantarli in estatici canti.

trad. Ariodante Marianni

da “Instambul” - Orhan Pamuk

da “Instambul” - Orhan Pamuk

(…)
Palazzo Pamuk era stato costruito, a NiÇantaÇi, al confine di un vasto terreno che un tempo era il giardino di una grande casa signorile, dimora di un pascià. Il quartiere NiÇantaÇi ha preso il suo nome dalle tavolette di pietra che indicavano il luogo dove cadevano le frecce scoccate, sulle colline deserte, dai sultani riformisti e sostenitori dell’occidentalizzazione, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo (Selim III, Mahmut II), per sport o per diletto, e dove venivano rotte le brocche vuote contro cui sparavano, a volte, con i fucili (sopra le tavolette erano incisi un paio di versi che narravano le loro gesta). Quando i sultani ottomani abbandonarono Palazzo Topkapi, sia perché attratti dall’idea di comfort occidentale e di novità sia per fuggire alla tubercolosi, e si sistemarono nei nuovi palazzi costruiti a Dolmabahçe e a Yildiz, i visir, i gran visir e i principi fecero costruire ville signorili di legno sulla collina di NiÇantaÇi. Io iniziai le elementari nella casa del gran visir Yusuf Izzettin Pascià (il liceo IÇik), e continuai i miei studi nella casa del gran visir Halil Rifat Pascià (il liceo ÇiÇli Terakki). Queste due case, quando ancora studiavo e giocavo a pallone nei loro giardini, hanno preso fuoco e sono andate distrutte dalle fiamme. Il palazzo di fronte al nostro era stato costruito sulle rovine della casa signorile del ciambellano Faik Bey. L’unica villa vecchia e solida nei dintorni era la costruzione di pietra, edificata alla fine del XIX secolo, in cui avevano abitato i gran visir; lì, quando era crollato l’impero ottomano e la capitale era stata trasferita ad Ankara, erano stati ospitati i prefetti. Per la vaccinazione contro il vaiolo andavo nella casa signorile di un altro pascià, che ormai veniva usata come sottoprefettura. La villa, sede degli Affari esteri, dove alloggiavano gli ospiti occidentali dell’impero ottomano, le case delle figlie del sultano Abdülhamit e i resti delle ville crollate - muri di mattoni, frammenti di vetri rotti, un paio di gradini ormai a pezzi e un miscuglio di felci e fichi che in me creano ancora oggi una profonda tristezza, ricordandomi i tempi dell’infanzia - non erano ancora stati spazzati via dai nuovi palazzi.
Dalle finestre posteriori del nostro alloggio in viale TeÇvikiye si vedeva, al di là dei cipressi e dei tigli del giardino, la casa signorile costruita dal tunisino Hayrettin Pascià, che era stato gran visir per un breve periodo durante la guerra ottomano-russa. Il pascià, che era un circasso nato nel Caucaso dieci anni prima che Flaubert scrivesse «Vorrei stabilirmi a Istanbul e prendermi uno schiavo», negli anni intorno al 1830, quando era ancora un bambino, fu venduto come schiavo prima a Istanbul, e poi al prefetto della Tunisia; trascorse così la sua giovinezza in Francia, ma crebbe imparando la lingua e la cultura araba, e quando entrò nell’esercito, in Tunisia, fece carriera fino a raggiungere incarichi di alto livello e fu comandante, prefetto, diplomatico e consulente finanziario, vivendo sino al suo ritiro, verso i sessant’anni, a Parigi.
Qui Abdülhamit l’aveva fatto chiamare (su suggerimento dello sceicco Zafiri, che era anche lui tunisino), e dopo avergli affidato alcuni suoi affari l’aveva nominato gran visir. Si contò molto sul pascià, che era uno dei primi esempi particolari, in Turchia (e nei paesi poveri), di finanziere-amministratore a essere stato chiamato da una nazione occidentale per salvare il paese dai debiti, proprio perché non era troppo ottomano, indigeno e turco - come i suoi successori – e ormai aveva acquisito una mentalità occidentale, pervasa di sogni di riforma, ma poi fu criticato esattamente per gli stessi motivi, cioè perché non era abbastanza turco e indigeno. Secondo certe voci, il tunisino Hayrettin Pascià, quando tornava da palazzo, nella carrozza su cui saliva prendeva nota dei suoi colloqui in arabo e poi li faceva tradurre in francese dal suo scrivano. A causa delle dicerie messe in giro dai suoi oppositori sul fatto che non conoscesse abbastanza la lingua turca, e poiché alcuni temevano che il suo scopo segreto fosse fondare uno stato arabo (Abdülhamit prestava fede anche alle denunce che gli sembravano poco probabili), venne allontanato dal suo incarico.
(…)

21 giugno 2018

Lo spirito del fieno impregna l’anima – Maria Luisa Spaziani

Vincent Van Gogh - Campo di grano con mietitore
Lo spirito del fieno impregna l’anima – Maria Luisa Spaziani

Lo spirito del fieno impregna l’anima.
L’addio dell’estate. Si raccolgono
le rondini sui fili e sulle antenne,
anomali emigranti verso l’Africa.

Nuvole non più rosa si scaglionano
a isterici plotoni nel vento che le opprime.
Già si arrende il roseto e batte ai vetri
con raffiche di petali e di spine.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

Distrazione – Urzula Koziol

opera di Charles Levier
Distrazione – Urzula Koziol

ho incrociato me stessa sulla strada
ma non ci siamo riconosciute

solo un istante dopo questo pensiero
forse ero io
ma non ne sono certa

non avrò scambiato me stessa con un altro?

Traduzione di Paolo Statuti

 
Poesia n. 311 Gennaio 2016. Crocetti Editore


ora che non sono altro che ovvietà… - Juana Bignozzi

dipinto di Victor Baue
ora che non sono altro che ovvietà… - Juana Bignozzi

ora che non sono altro che ovvietà
un’anziana che sembra non avere conosciuto
struttura teorica
ora che sono riuscita a convincere il mondo
che la mia vita non seppe
né il vuoto né il colpo spietato
e ho costruito una storia immune da intensità
torno a sorridere davanti agli ingenui
come faceva quella ragazza che più non conosco
sicura della notte e della sua poesia

Traduzione di Stefano Bernardinelli

La barca dei morti arriva verso sera – Maria Luisa Spaziani

Theodore Géricault - La zattera della medusa
La barca dei morti arriva verso sera – Maria Luisa Spaziani

La barca dei morti arriva verso sera
e non importa la stagione.
Non parole né gesti. Ma ci chiede
la corda d’aria per l’attracco.

Porta quanto la luce ha cancellato
nel fragore dei giorni consueti,
porta la giovinezza e tutti i sogni,
previsioni del mondo aldilà.

Treccia azzurra e violetta la nostra corda d’aria.
Nervi in pace, nervi allo spasimo,
arpa profonda che di volta in volta
vola e strappa celesti spartiti.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

Darsi la mano di lontano è il gesto – Maria Luisa Spaziani

dipinto di Felix Revello de Toro
Darsi la mano di lontano è il gesto – Maria Luisa Spaziani

Darsi la mano di lontano è il gesto
più assurdo, conturbante e surreale.
Tu sei vivo, e la stringo in certe notti
anche a Giacomo, Guido, Eugenio ed Emily.

Non c’è tesoro al mondo che non fossi
disposta a barattare, anche la vita,
se sfiorasse nel buio la mia mano
fra cinquant’anni un giovane poeta.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

L’origine - Pandelis Bukalas

dipinto di Iain Faulkner
L’origine - Pandelis Bukalas

Lo uccise il dolore
di non essere riuscito a dare un senso
all’indovinello dei pescatori:
“Abbiamo gettato ciò che abbiamo pescato”
risposero alla sua cieca domanda.
“E abbiamo portato con noi
ciò che non abbiamo preso”.
Questo raccontano di Omero.
Parlavano del loro pescato i marinai.
E dei pidocchi.
Ma lui vide più in profondità.
Sentì che gli insegnavano
il nome della sua arte.
Appena afferri il ritmo,
lo scacci rapidamente via da te, spaventato,
che non ti bruci;
che vada ad abitare altrove,
mendicante della memoria.
E dentro di te
– le porti, ti portano –
si accresce il veleno delle parole adespote.
E muori.
Per il dolore, dicono.
Per non essere riuscito a svelare l’enigma,
a farlo fiorire.
A chinarti sulla sua ombra
e liberarti nel prodigio.

Così fa il capostipite.
E così anche i suoi nipoti.
E i pronipoti,
fino al Grande Collasso.
Preda volontaria di una questione omerica
irricambiabilmente reale.

da Segni funesti, Agra 1992
Traduzione di Massimo Cazzulo
Da “Poesia” n. 298, novembre 2014. Crocetti Editore

Sono successe molte cose – Nikola Madzirov

dipinto di Susan Ryder
Sono successe molte cose – Nikola Madzirov

Sono successe molte cose
mentre la terra girava attorno
al dito di Dio.

I fili sono si liberati
dai tralicci, e adesso
uniscono un amore con l’altro.
Le gocce dell’oceano
si sono accumulate impazienti
sulle pareti delle grotte.
I fiori si sono separati
dai minerali al seguito
dell’odore.

Dalla tasca posteriore sono volati via
foglietti attraverso la nostra stanza trasparente:
cose insignificanti che mai
faremo
se non fossero scritte.

Traduzione di Piero Salabè
Da “Poesia” n. 290, febbraio 2014. Crocetti Editore

Meglio di una protesta – Elizabeth Jennings

Meglio di una protesta – Elizabeth Jennings

Strappa via dai miei amori ogni frammento:
troverai quel che vedi –
uno spaventapasseri –
non fui io a crearlo, fosti tu
nella tua mente tanto tempo fa.
Soffia sui miei tesori tutte le tempeste.
Quando raccogli ciottoli, trattali con prudenza –
le mie gemme ti abbagliano, lo vedi, e sono molte.

Ricorda che le bacche e i fiori che portasti
a morire qui in casa hanno uno strano
poter, qui in casa hanno uno strano
potere, di rinascere. Io li raccolsi, ed eccoli
sbocciare già nelle mie mani. Rapida
li pianto sotto un albero. Le gocce
risanano le piante a te serbate
e ridonano a me nuovi germogli.

Traduzione di Silvio Raffo
Da “Poesia” n. 290, febbraio 2014. Crocetti Editore

una nuvola blu verso sera – Urzula Koziol

dipinto di Douglas Gray
una nuvola blu verso sera – Urzula Koziol

una nuvola blu verso sera
con un latteo alone ai bordi
come se il fumo l’avvolgesse delle interne vampate
in basso obliquamente il sole
ad un tratto gli uccelli e le foglie d’una selva
di alberi vistosamente colorati sulla china d’un colle
(i gialli, i castani e il rosso dei vermigli arbusti)
insieme spazzati dall’impeto del vento in alto
per un attimo l’uccello e le foglie non si distinguono
nessuna foglia neanche per idea pensa di cadere in terra
trattengo il respiro
vorrei per sempre stabilirmi in questa finestra
dove in questo istante mi aspetto il temporale
che scoppi finalmente il fulmine
il cuore
è affamato d’una briciola di spavento
per soffocare l’estasi
il suo eccesso mi fa scoppiare i bordi del respiro

Traduzione di Paolo Statuti

Ipernudità – Urzula Koziol

dipinto di Mahnoor Shah
Ipernudità – Urzula Koziol

Avevo il mio asilo nel bosco
– ormai lo hai tagliato
Sono andata in altri luoghi
– ormai sono diventati i tuoi.
Dovunque corressi
mi hai tagliato la strada
le case prevenute erano in agguato.

Doveva essere un duello
ma hai scelto la congiura
ora tutti accerchiano la stessa preda
senza divieto di caccia
senza la scelta dell’arma.

Oggi non hai chi non possa negare un tetto
non hai chi non possa tradire
non additarmi
non hai chi non possa braccare.
E previeni le impronte
prima ch’io arrivi a stamparle nella panica fuga.
Tanto m’è rimasto quanto nella parola taciuta.
Ma tu sei riuscito a irrompere nell’intimo occulto
e ormai neppure di me stessa sono oggi alleata.
Anche se la lingua è ammutita
le mie viscere hanno cento bocche.
Mi tradiscono le glandole il respiro mi abbandona
la pressione sanguigna e il polso cospirano alla mia rovina. –
Tanto hai preso. Eppure ancora non m’hai del tutto carpita.
Se mi vuoi avere – toglimi la morte.
In essa ho ancora asilo.
 

Traduzione di Paolo Statuti

Casa – Luis Aguilera

Vincent Van Gogh Le restaurant Rispal à Asnières
Casa – Luis Aguilera

Sono l’unico che entra e che esce da questa casa.
Aprire o chiudere la porta sono atti assoluti.
Riempio o svuoto.
Faccio lo stesso con la luce quando l’accendo.
Restituisco alle cose forma e uso.
Sono il loro movimento.
Perciò niente esiste in questa casa quando dormo.
Sono la vita.
Se domani la morte, ombra d’estate.
Avrò dimenticato l’ultima cintura.
Un abbraccio sarà il mio ponte d’uscita.

Aspetto senza un altro pensiero che la pioggia..
Il tempo proverà che non sono mai stato qui.
Che non ho avuto Dio né fui sognato.

traduzione di Emilio Coco
da “Poesia” n. 311, Gennaio 2016. Crocetti Editore

La noia è il solco dove ibernata cova – Maria Luisa Spaziani

opera di Fabian Perez
La noia è il solco dove ibernata cova – Maria Luisa Spaziani

La noia è il solco dove ibernata cova
la terra di future fioriture.
Nessun inverno fa promesso. Nascere
non è nostro diritto.

Immensa è la roulette. Vietato spingere
con il pensiero o il dito la Gran Ruota.
Se per grazia si muove, non si azzardi
scelta fra rosso e nero.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

La caduta – Urzula Koziol

Augusto Valli (1867-1945), Semiramide morente sulla tomba di Nino
La caduta – Urzula Koziol

mi hanno chiesto cosa faccio
ho risposto
niente
perde tempo

oh quanto di questo tempo
ho già perso nella vita

ora non ho più tempo
ora
mancando il tempo perdo me stessa
ora
è rimasto di me appena poco-poco
e non so nemmeno a cosa aggrapparmi
e giùùù - - -
cado

Traduzione di Paolo Statuti
Poesia n. 311 Gennaio 2016. Crocetti Editore

Mi sederò a guardare la terra – Luis Aguilera

opera di Kenton Nelson
Mi sederò a guardare la terra – Luis Aguilera

Mi siederò davanti a casa mia a guardare
a terra.
Sopra le mie ginocchia riposerò
le braccia.
A un certo punto congiungerò
le mani.
Contro il bordo del marciapiede la polvere secca,
i mozziconi.
Una busta di plastica soffiata
dal vento.
Se piove riconoscerò sulle mie scarpe
l’inverno.
Avrò lasciato il mio cappello di tela
e la sciarpa.

Dietro di me il cardine della porta,
la mia frontiera.
Che importa, se da dentro una donna
si pettina.
Che importa, se si stiracchia, tiepida,
nel letto.
Se dalla strada in là scompaiono
un paese o l’altro o niente.
Senza guardare in alto. Senza che nessuno venga.
senza arrivare da lontano.
Mi sederò davanti a casa
a guardare a terra.
Solo a guardare a terra. A testa bassa.

traduzione di Emilio Coco
da “Poesia” n. 311, Gennaio 2016. Crocetti Editore

Morendo, come ci si sente, io – Maria Luisa Spaziani

dipinto di Susan Ryder
Morendo, come ci si sente, io – Maria Luisa Spaziani

Morendo, come ci si sente, io
lo so bene da oggi. Il panorama
del mio ricco passato si stende
ai miei piedi oltre un baratro di nebbia.

Più salgo, più sprofondo. Tutto è strano.
Nessuna voce da cortili o strade.
Nessun colombo taglia l’aria. Perse
sono nell’Aldilà.

“Il mio ricco passato” è un tappeto
che lentamente sfuma. La mia storia
si ricongiunge ai secoli che inghiotte,
impervia ondata anomala, il silenzio.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

Sento che il tempo passa di ora in ora – Maria Luisa Spaziani

dipinto di Marc Chalmé 
Sento che il tempo passa di ora in ora – Maria Luisa Spaziani

Sento che il tempo passa di ora in ora.
maturazione progressiva, oppure
pallottoliere cosmico che segna
le ore vissute e quelle ancora in credito.

Ogni singola ora emette un suono
che un orecchio attentissimo decifra:
carillon, andantino, aria nuziale,
dissonanze, allegretto, galoppo, requiem.

Da “Poesia” n. 296, settembre 2014. Crocetti Editore

da “Il canto di Penelope” - Margaret Atwood

John William Godward Belleza clásica
da “Il canto di Penelope” - Margaret Atwood
(…)
7
La cicatrice
E così fui consegnata a Odisseo, come un pacco di carne. Ma un pacco di carne in carta d’oro, badate bene. Un dorato budino di sangue.
Forse il paragone può apparire volgare. Vorrei aggiungere che la carne era molto apprezzata da noi - i nobili ne mangiavano molta, carne, carne, carne, ma l’arrostivano soltanto: non era un’epoca da haute cuisine. Ah, dimenticavo: c’era anche il pane, pane di segale, pane, pane, pane, e vino, vino, vino. Avevamo in più la frutta e la verdura, ma probabilmente nessuno ne ha sentito parlare, perché non compaiono nei poemi.
Gli dèi amavano la carne come noi, ma non avevano mai mangiato altro che le ossa e il grasso, a causa di un brutto scherzo che Prometeo aveva fatto a Giove: solo un idiota si sarebbe lasciato ingannare da un mucchio di ossa di bue spolpate e fatte passare per buone, e Zeus ci era cascato; questo basti a dimostrare come gli dèi non fossero sempre intelligenti come volevano farci credere.
Ora lo posso dire perché sono morta. Prima non ne avrei avuto il coraggio. Non si può mai essere sicuri che un dio non sia in ascolto, nei panni di un mendicante, di un vecchio amico o di un forestiero. Veramente io, qualche volta, ho addirittura dubitato che esistessero gli dèi, ma finché sono stata in vita, mi è parso prudente non correre rischi.
C’era di tutto, e in grande quantità, al mio banchetto nuziale - grandi pezzi di carne lucenti, grandi pagnotte fragranti, grandi caraffe di vino pastoso. Gli ospiti si rimpinzavano al punto che sembrava dovessero scoppiare da un momento all’altro. L’esperienza mi ha insegnato, in seguito, che niente accresce l’ingordigia come il cibo che non si è pagato.
Mangiavamo con le mani, allora. Era necessario rosicchiare e masticare con energia, ma era meglio così - non si usavano utensili appuntiti che, non si sa mai, qualcuno poteva brandire e affondare nel corpo di un ospite che lo aveva infastidito. A ogni matrimonio preceduto da una gara, c’era sempre qualche contendente sconfitto e amareggiato, ma alla mia festa, nessuno perse la calma, era più o meno come se avessero perso un’asta per un cavallo.
Il vino era di una miscela troppo forte e molti avevano la testa confusa. Anche mio padre, il re Icario, era ubriaco. Sospettava che Tindaro e Odisseo gli avessero teso una trappola, era quasi sicuro di essere stato ingannato, ma non riusciva a capire come, perciò era arrabbiato e più era arrabbiato e più beveva e faceva commenti offensivi sugli antenati degli ospiti. Ma era il re e non ci furono duelli.
Odisseo no, non era ubriaco. Aveva un modo speciale di lasciar credere che stesse bevendo molto, mentre in realtà non era vero. Mi spiegò più tardi che se un uomo viveva della propria intelligenza, come lui, doveva averla sempre pronta, affilata come una scure o una spada. Solo gli sciocchi, diceva, si vantavano di quanto riuscivano a bere, si misuravano tra loro per vedere chi reggesse di più, perdevano la concentrazione, le forze, ed era allora che il nemico riusciva a colpirli.
Quanto a me, quel giorno non toccai cibo. Ero troppo agitata. Rimasi seduta, avvolta nel mio velo da sposa, e quasi non osai guardare Odisseo. Ero certa che sarebbe rimasto deluso quando avesse sollevato il velo e si fosse fatto strada attraverso il mantello, la cintura e la tunica lucente con cui mi avevano vestita. Ma lui non mi guardava e neanche gli altri. Ammiravano tutti Elena, che dispensava sorrisi abbaglianti, senza trascurare nessuno degli uomini presenti. Aveva un modo di sorridere che autorizzava ciascuno a pensare che si fosse innamorata proprio di lui.
È stata una fortuna che Elena abbia attirato su di sé l’attenzione di tutti, evitando così che si accorgessero di quanto tremassi e mi sentissi a disagio. Non era solo ansia, era paura. Le ancelle mi avevano stordita a furia di raccontarmi che, una volta entrata nella camera nuziale, sarei stata lacerata come la terra sotto l’aratro, in un modo umiliante e doloroso.
Mia madre aveva smesso di andarsene in giro nuotando come un delfino giusto il tempo necessario per assistere al matrimonio, quindi le ero un po’ meno grata di quanto le buone regole imponessero. Prese posto sul trono, accanto a quello di mio padre, avvolta in un tessuto azzurro ghiaccio e le si formò ai piedi una piccola pozzanghera. Prima mi fece un discorsetto, mentre le ancelle mi stavano già cambiando il vestito, ma non mi fu di aiuto, in quel momento. Era un discorso svagato, ma che dire, le naiadi hanno sempre quell’aria svagata.
Ecco che cosa mi disse:
L’acqua non oppone resistenza. L’acqua scorre. Quando immergi una mano nell’acqua senti solo una carezza. L’acqua non è un muro, non può fermarti. Va dove vuole andare e niente le si può opporre. L’acqua è paziente. L’acqua che gocciola consuma una pietra. Ricordatelo, bambina mia. Ricordati che per una metà tu sei acqua. Se non puoi superare un ostacolo, giragli intorno. Come fa l’acqua.
Dopo le cerimonie e i festeggiamenti, partì la solita processione verso la camera nuziale, le solite torce, i soliti scherzi volgari, il vociare di chi era ubriaco. Il letto era stato inghirlandato, la soglia cosparsa di fiori, il rito delle libagioni compiuto. Davanti alla porta, c’era un guardiano il cui compito consisteva nell’impedire che la sposa fuggisse terrorizzata e che le amiche, sentendola gridare, irrompessero nella stanza per salvarla. La trama della recita era prestabilita, la sposa era stata rapita e il matrimonio diventava uno stupro autorizzato. Era la conquista di un territorio, la sopraffazione di un avversario, un finto omicidio. Doveva scorrere il sangue.
Una volta chiusa la porta, Odisseo mi prese per mano e mi fece sedere sul letto. «Dimentica tutto quello che ti hanno raccontato» mi bisbigliò. «Non ti farò male, o non molto. Ma sarebbe utile a tutti e due se tu potessi fingere. Mi hanno detto che sei intelligente. Credi che riusciresti a mandare qualche piccolo grido? Loro saranno soddisfatti - quelli che ascoltano dietro la porta -, ci lasceranno in pace e avremo il tempo di fare amicizia.»
Era uno dei suoi grandi segreti la capacità di persuasione, riusciva sempre a convincere un altro che si trovavano entrambi di fronte a un ostacolo comune, e che solo unendo le forze lo avrebbero superato. Attirava chiunque lo ascoltasse, o quasi, a partecipare a un progetto o a una piccola macchinazione da lui ideata. Era insuperabile in questo: una volta tanto, la leggenda non mente. E aveva una voce meravigliosa, profonda e vibrante allo stesso tempo. E così, naturalmente, acconsentii alle sue richieste.
Odisseo non era di quegli uomini che, dopo l’amore, si voltano dall’altra parte e iniziano a russare. Non avevo un’esperienza personale delle abitudini maschili, ma, come ho detto, ascoltavo spesso le chiacchiere delle ancelle. No, Odisseo voleva parlare e, poiché era un narratore straordinario, ero felice di ascoltarlo. Forse era soprattutto questo che amava di me: mi divertivo a sentirlo raccontare. È un talento di cui spesso non si tiene conto, nelle donne.
Avevo notato una lunga cicatrice che gli segnava una coscia e lui me ne spiegò l’origine. Come ho già detto, il nonno di Odisseo era Autolico, che si vantava di essere figlio del dio Ermes. Forse era un modo per lasciare intendere che, in quanto tale, non poteva essere altro che un vecchio e abile ladro, un imbroglione e un bugiardo, favorito in questo dalla fortuna.
Autolico era il padre della madre di Odisseo, Anticlea, che aveva sposato il re di Itaca, Laerte, e quindi era diventata mia suocera. Circolava sul suo conto una voce calunniosa  si diceva, che fosse stata sedotta da Sisifo e che fosse lui il vero padre di Odisseo – ma per me era difficile crederlo: chi avrebbe potuto mai pensare di sedurre Anticlea? Sarebbe stato come sedurre la prua di una nave. Ma lasciamo da parte questa storia, per il momento.
Sisifo era così scaltro che si diceva fosse riuscito per due volte a ingannare la morte: la prima, quando aveva convinto il dio Tanatos a lasciarsi incatenare per poi rifiutarsi di liberarlo; la seconda, quando era risalito dagli Inferi dopo avere raccontato a Persefone di essere stato seppellito senza gli onori funebri e di non dover stare, quindi, sulla riva dello Stige destinata ai morti. Perciò, se dobbiamo credere alle voci sull’infedeltà di Anticlea, su due rami importanti dell’albero genealogico di Odisseo comparivano i nomi di uomini scaltri e senza scrupoli.
Qualunque fosse la verità, il nonno Autolico - che gli aveva dato il nome – aveva invitato Odisseo sul monte Parnaso a prendere i regali che gli erano stati promessi alla nascita. Durante la visita, Odisseo era andato a caccia di cinghiali con i figli di Autolico, ed era stato un cinghiale particolarmente feroce a morderlo alla coscia, dove ora aveva la cicatrice.
Mentre ascoltavo il racconto, ho avuto l’impressione che ci fosse qualcosa di più da sapere. Perché il cinghiale aveva aggredito proprio Odisseo? Forse gli altri conoscevano l’ubicazione della tana e a Odisseo era stata tesa una trappola? Forse volevano farlo morire perché quell’imbroglione di Autolico non dovesse dargli i regali cui aveva diritto? Forse.
Mi piaceva crederlo. Mi piaceva credere di avere qualcosa in comune con mio marito: entrambi avevamo corso il rischio di morire, durante la giovinezza, per mano di un parente. Una ragione di più per restare uniti e non essere troppo pronti a fidarci degli altri.
In cambio della storia della cicatrice, raccontai a Odisseo che da piccola avevo corso il rischio di annegare e che ero stata salvata dalle anatre. Lui mi ascoltò con interesse, volle saperne di più e fu molto comprensivo - proprio come vorremmo che fosse sempre chi ci ascolta. «Non aver paura, io non getterei mai una fanciulla così preziosa nell’oceano» commentò alla fine. Allora scoppiai a piangere e lui mi consolò nel modo più adatto a una
notte di nozze.
E così, il mattino seguente, io e Odisseo eravamo davvero amici, come lui mi aveva promesso. Posso dirlo anche in un altro modo: mi ero accorta di provare una vera amicizia per Odisseo - o qualcosa di più, un vero amore, una vera passione - e lui si comportava come se ricambiasse i miei sentimenti. Non è esattamente lo stesso.
Passato qualche giorno, Odisseo manifestò la sua intenzione di portarmi, insieme alla mia dote, a Itaca. Mio padre non ne fu contento - voleva che fossero rispettate le vecchie usanze, in realtà voleva tenere in pugno noi due e la nostra recente ricchezza. Ma noi godevamo dell’appoggio dello zio Tindaro, il cui genero era il marito di Elena, il potente Menelao, e Icario si rassegnò.
Forse avrete sentito dire che mio padre corse dietro al carro che ci portava via per supplicarmi di rimanere con lui e che Odisseo mi domandò se volessi davvero andare a Itaca o se preferissi rimanere con mio padre. Si racconta che io abbia risposto coprendomi il viso con il velo, troppo pudica per esprimere con le parole l’amore per mio marito e che, più tardi, sia stata eretta una statua a mia immagine quale tributo alla virtù della modestia. Un po’ di verità c’è in questa storia, anche se nascosi il viso con il velo perché non si vedesse che stavo ridendo. È divertente, non si può non riconoscerlo, vedere un padre che una volta aveva buttato sua figlia in mare, saltellare per strada dietro quella stessa figlia, gridando: «Resta con me!».
Io non avevo alcuna intenzione di restare. Non vedevo l’ora di andarmene dalla corte di Sparta. Non ero stata felice e volevo iniziare una nuova vita.

traduzione di G. Aurelio Privitera
 

Il bambino sconosciuto – Elizabeth Jennings

opera di Romero Britto
Il bambino sconosciuto – Elizabeth Jennings

Quel bimbo non sarà mai dentro di me,
tu mai sarai tuo padre. Specchi devono
reinventare l’immagine reale,
farla vera ed al nostro blando amore
dare passione e fede parentele.

Quel bimbo non sarà mai dentro me
a farci amare con cautela. Quieti
baci e carezze, e il nostro doppio infranto
in gorghi d’acqua torbida. Il mio amore
prendi guardingo: non deve essere troppo.

Nella mia mente giace un bimbo. Vedo
i suoi occhi, le mani. E vedo te
che attendi con sincera tenerezza
nella mia mente, nel mio stesso corpo,
nascita e morte a noi sempre vicine.

Traduzione di Silvio Raffo
Da “Poesia” n. 290, febbraio 2014. Crocetti Editore

da “Gabriella garofano e cannella” – Jorge Amado

da “Gabriella garofano e cannella” – Jorge Amado
(…)
Adesso, in quell‘ultimo giorno di viaggio, disorientato e smarrito, aveva preso l’ultima decisione. Sarebbe rimasto ad Ilhéus. Avrebbe abbandonato gli altri progetti. Doveva restare vicino a Gabriella.
- Visto che non vuoi venire tu, cercherò io il modo di rimanere ad Ilhéus. Lo so che sarà difficile, oltre che coltivare la terra non so fare altro...
Gli afferrò la mano, in un gesto improvviso, ed egli si sentì vittorioso, felice.
- No, Clemente, no, perché?
- Perché?!
- Sei venuto per tentare la sorte, mettere su una piantagione, diventare un giorno fazendeiro. È questo che veramente vuoi. Perché vuoi far la fame ad Ilhéus?
- Per vederti, per starti vicino.
- E se non fosse possibile vederci? È meglio di no. Tu per la tua strada, io per la mia. Può darsi che un giorno ci incontreremo ancora. Sarai ricco, neppure mi riconoscerai.
Diceva tutto con tranquillità, come se le notti passate insieme non avessero valore, come se si conoscessero appena.
- Ma, Gabriella...
Non sapeva più cosa risponderle, aveva dimenticato gli argomenti, non provava più il desiderio di insultarla, la volontà di picchiarla per farle capire che con un uomo non si gioca. Riuscivo soltanto a ripetere:
- Non mi ami...
- È stato bello incontrarti, il viaggio è sembrato più breve.
- Non vuoi proprio che io rimanga?
- E perché? Per far la fame? Non vale la pena. Hai le tue aspirazioni, segui il tuo destino.
- Ma tu cosa vuoi fare?
- Non voglio andare nella selva. Il resto lo sa solo Iddio.
Egli rimase in silenzio, con un dolore nel petto, il desiderio ucciderla, di finirla con la propria vita, prima del termine d viaggio.
Gabriella sorrise:
- Non importa, Clemente, non importa, non ne vale la pena.
(…)