22 novembre 2015

Igiene 02 - Brigitte Baumié

Jonh Vachon Children playing at a playground, Irwinville school, Georgia, 1938
Igiene 02 - Brigitte Baumié

quelle che hanno vasche da bagno in casa
alzate la mano
quelle che si lavano tutti i giorni
alzate la mano
quelle che si lavano una volta alla settimana
alzate la mano
quelle che non si lavano alzate la mano quelle che sputano alzate la mano quelle che puzzano alzate la mano quelle che sono bianche e rosa fate largo non vi vergognate ad alzare la mano? forza più in alto la mano che profondità la vasca da bagno? e il lavabo? i bagni sul pianerottolo nessuna acqua calda? alzate la mano più in alto più in alto la mano di quale colore le mattonelle fate vedere le unghie chi ha i pidocchi mettetevi a sinistra in fila a destra le vasche gli accappatoi in vasca acqua di colonia profumi di pulito la tua riga non è dritta il sapone lo conosci? che orrore ha del cavolo dietro le orecchie cambia le mutande quante volte alla settimana? calzini bucati ho una macchia qui e qui e qui sciacquare strofinare alzate la mano a destra e a sinistra e avanti
march

Fu pronta alla Sua Richiesta - depose - Emily Dickinson

foto da: liveinternet.ru
Fu pronta alla Sua Richiesta - depose - Emily Dickinson

Fu pronta alla Sua Richiesta - depose
I Giochi della Vita
Per assumere l'onorevole Lavoro
Di Donna, e di Moglie -

Se qualcosa Le mancasse nel Suo nuovo Giorno,
Di Ampiezza, o Soggezione -
O iniziale Aspettativa - O se l'Oro
Nell'uso, si sbiadisse,

Resti non detto - come il Mare
Che Sviluppa Perla, e Alga,
Ma soltanto a Lui - sono note
Le Profondità che abitano -

Un piano nella mia via - Fernando Pessoa

Un piano nella mia via - Fernando Pessoa

Un piano nella mia via...
Bambini che giocano...
Il sole della domenica e la sua
allegria che indora.

Il dolore che m'invita
ad amare tutto l'indefinito...
Ebbi poco nella vita
ma mi duole averlo perduto.

20 novembre 2015

Cesare Pavese – Schiuma d’onda. da Dialoghi con Leucò

opera di Ivo Saliger

Cesare Pavese – Schiuma d’onda. da Dialoghi con Leucò

SAFFO: E’ monotono qui, Britomarti. Il mare è
monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t’annoi?
BRITOMARTI: Preferivi quand’eri mortale, lo so. Diventare un po’ d’onda che schiuma, non vi basta.
Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perché l’hai cercata?
SAFFO: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
BRITOMARTI: Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.
SAFFO: E tu perché hai cercato il mare, Britomarti – tu che eri ninfa?
BRITOMARTI: Non l’ho cercato, il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare. Spiccai il salto, per salvarmi.
SAFFO: E perché poi, salvarti?
BRITOMARTI: Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.
SAFFO: Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?
BRITOMARTI: Non so, non l’avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.
SAFFO: E’ possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati – lasciar la terra e diventare schiuma d’onda – tutto perché dovevi? Dovevi che cosa? Non ne sentivi desiderî, non eri fatta anche di questo?
BRITOMARTI: Non ti capisco, Saffo bella. I desideri e l’inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni che anch’io sia fuggita.
SAFFO: Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.
BRITOMARTI: Non ho fuggito i desiderî, Saffo. Quel che desidero ce l’ho. Prima ero ninfa delle rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita è foglia e tronco, polla d’acqua, schiuma d’onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo. Questo è il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore è che un uomo ci possegga, ci fermi. Allora sì che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso?
SAFFO: Ne ho sentito.
BRITOMARTI: Calipso si è fatta fermare da un uomo. E più nulla le è valso. Per anni e per anni non uscì più dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Oritía, venne Anfitrìte, e le parlarono, la presero con sé, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che quell’uomo se ne andasse.
SAFFO: Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate. Che cos’è un desiderio che cede?
BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?
SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. E’ accettare, accettare, se stesse e il destino.
SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?
BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
SAFFO – Dunque accetti il desiderio?
BRITOMARTI – Non lo accetto, lo sono.
SAFFO: Non sono mai stata felice,
Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.
BRITOMARTI: Non hai mai conosciuto donne mortali che vivessero in pace nel desiderio e nel tumulto?
SAFFO: Nessuna… forse sì… Non le mortali come Saffo. Tu eri ancora la ninfa dei monti, io non ero ancor nata. Una donna varcò questo mare, una mortale, che visse sempre nel tumulto – forse in pace. Una donna che uccise, distrusse, accecò, come una dea – sempre uguale a se stessa. Forse non ebbe da sorridere neppure. Era bella, non sciocca, e intorno a lei tutto moriva e combatteva. Britomarti, combattevano e morivano chiedendo solo che il suo nome fosse un istante unito al loro, desse il nome alla vita e alla morte di tutti. E sorridevano per lei… Tu la conosci – Elena Tindaride, la figlia di Leda.
BRITOMARTI: E costei fu felice?
SAFFO: Non fuggì, questo è certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino. Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con sé. Seguì a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui, la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti, la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell’Ade conobbe altri ancora. Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.
BRITOMARTI: E tu invidi costei?
SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?
SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.
BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.
SAFFO: Bella forza. E’ nel vostro destino. Ma che cosa significa?
BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.
SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
BRITOMARTI: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.
SAFFO: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.
BRITOMARTI: Dovresti conoscerlo il mare. Anche tu sei da un’isola…
SAFFO: Oh Britomarti, fin da bimba mi atterriva. Questa vita incessante è monotona e triste. Non c’è parola che ne dica il tedio.
BRITOMARTI: Un tempo, nella mia isola, vedevo arrivare e partire i mortali. C’erano donne come te, donne d’amore, Saffo. Non mi parvero mai tristi né stanche.
SAFFO: Lo so, Britomarti, lo so. Ma le hai seguite sul loro cammino? Ci fu quella che in terra straniera s’impiccò con le sue mani alla trave di casa. E quella che si svegliò la mattina sopra uno scoglio, abbandonata. E poi le altre, tante altre, da tutte le isole, da tutte le terre, che discesero in mare e chi fu serva, chi straziata, chi uccise i suoi figli, chi stentò giorno e notte, chi non toccò più terraferma e divenne una cosa, una belva del mare.
BRITOMARTI: Ma la Tindaride, tu hai detto, uscì illesa.
SAFFO: Seminando l’incendio e la strage. Non sorrise a nessuno. Non mentì con nessuno. Ah, fu degna del mare. Britomarti, ricorda chi nacque quaggiù…
BRITOMARTI: Chi vuoi dire?
SAFFO: C’è ancora un’isola che non hai visto. Quando sorge il mattino, è la prima nel sole…
BRITOMARTI: Oh Saffo.
SAFFO: Là balzò dalla schiuma quella che non ha nome, l’inquieta angosciosa, che sorride da sola.
BRITOMARTI: Ma lei non soffre. E’ una gran dea.
SAFFO: E tutto quello che si macera e dibatte nel mare, è sua sostanza e suo respiro. Tu l’hai veduta, Britomarti?
BRITOMARTI: Oh Saffo, non dirlo. Sono soltanto una piccola ninfa.
SAFFO: Tu vedi, dunque…
BRITOMARTI: Davanti a lei, tutte fuggiamo. Non parlarne, bambina.

13 novembre 2015

Io e New York – Arturo Giovannitti

Paul Himmel - Brooklyn Bridge View, 1950
Io e New York – Arturo Giovannitti

Città senza storia e senza leggende,
Città senza ponteggi e senza monumenti,
Priva di archeologia, di reliquari e di porte, aperta a tutti i viandanti,
A tutti i messaggeri di sogni, a tutti i portatori di pesi,
A tutti coloro in cerca di pane e di potere e di comprensione vietata;
Città degli Uomini Comuni
Quelli che lavorano e mangiano e si riproducono senz’altra ambizione,
O Forza Incorruttibile, o Realtà priva di lungimiranza,
Cosa c’è tra te e me?

Tu hai ristretto i miei vasti orizzonti
Nella spirale del tuo gelido abbraccio,
Tu hai accorciato l’altezza della stella che mi cinge
All’altezza del tuo randello
Tu hai tarpato le mie ali di falco
Con le cesoie della tua misura ladra,
Tu hai bruciato i miei occhi con la vista
Degli spezzatini dove tu imputridisci e gongoli;
Tu hai rinsecchito i gridi di guerra nella mia gola
Con la sudicia colata del tuo ribollente bitume,
Tu hai soffocato le mie bianche preghiere con i fiumi
Delle tue fatiche e la polvere delle tue strade.

Nel deposito delle mie sconfitte,
nella baraonda della tua schifosa mangiatoia
hai sigillato nei miei polmoni la tosse
del tuo respiro malato e vorace;
Hai versato la squallida morte
Dei tuoi piaceri nelle mie vene;
E tutte le cose che sono rosse
E tutte le cose che sono vane.

[ … ]

Io canterò i tuoi sanguinolenti bassifondi
Le tue macchine, artigli di ferro delle tua ingordigia,
E le tue carceri, viscide spire della tua mente,
La luce dei tuoi occhi che abbacina il sole
E converte le tue mezzenotti in mezzogiorni,
le strade dove compri e rivendi
ogni giorno l’intero mondo e l’umanità,
Le tue fondamenta che affondano fin nell’inferno
E le tue torri che lacerano i tifoni
E la tua voce ubriaca di cruenti libagioni,
E i tuoi porti che ingoiano le nazioni,
E la gloria dei tuoi morti senza nome,
E l’amaro del tuo pane,
E la spada che ti consacra la mano,
E l’alba che inghirlanderà la tua testa.

Traduzione di Luigi Fontanella
dalla rivista “Poesia” n. 308, ottobre 2015 – Crocetti editore
Arturo Giovannitti (Ripabottoni, 7 gennaio 1884 – New York, 31 dicembre 1959) è stato un sindacalista, attivista e poeta italiano naturalizzato statunitense.
Giovannitti nacque 1884 da una famiglia benestante; iniziò gli studi nella sua terra natale. Impegnato giovanissimo nei movimenti sociali di inizio Novecento fu inviato dalla famiglia in America per allontanarlo dal suo attivismo politico. In America studiò dapprima a Montreal presso un seminario protestante (associato alla Università McGill) poi per breve tempo presso la Columbia University di New York. Lavorò per qualche tempo nelle miniere di carbone della Pennsylvania. Subito attivo nelle lotte operaie d'oltreoceano aderì nel 1908 alla Federazione Socialista Italiana del Nord America e successivamente al sindacato rivoluzionario Industrial Workers of World (IWW). Fu editore del settimanale radicale in lingua italiana Il Proletario e fu tra i più grandi oratori del movimento operario. Nel 1912 fu coinvolto con Joseph Ettor in un caso giudiziario che lo rese noto in tutto il mondo e che anticipò il più famoso caso giudiziario di Sacco e Vanzetti.
Durante il grande sciopero di Lawrence nel Massachusetts del 1912, negli scontri con le forze dell'ordine fu uccisa la trentaquattrenne Anna LoPizzo, un'operaia tessile. Di tale assassinio furono ritenuti responsabili Arturo Giovannitti e Giuseppe (Joseph) Ettor (tra gli organizzatori dello sciopero per l'IWW) e l'operaio Joseph Caruso quale esecutore materiale dell'assassinio. I tre furono incarcerati. Il loro caso suscitò un enorme clamore nell'opinione pubblica statunitense e mondiale. Per affermare la loro innocenza si fondarono movimenti e associazioni in tutto il mondo. L'IWW con una sottoscrizione pagò le spese processuali. I lavoratori tessili di Lawrence proclamarono uno sciopero generale per il loro rilascio. Giovannitti fu processato con Ettor e Caruso a Salem (Massachusetts), tutti furono scagionati nel novembre 1912.
Giovannitti fu instancabile nel suo attivismo. Fondò e scrisse su vari giornali in lingua italiana e inglese. Nel 1923 fu il primo segretario generale della Anti-Fascist Association of North America. Nel 1925 insieme a Ettor si adoperò per la causa di Sacco e Vanzetti.
In carcere Giovannitti scrisse il poema “The Walker”, che lo fece conoscere ad un ampio pubblico. Tra i suoi scritti sono da ricordare la raccolta di poesie "Parole e sangue" (1983) e "Quando canta il gallo" (1957). Sono stati pubblicati postumi "The Collected Poems" (1962), in lingua inglese. (wikipedia)

Il camminatore – Arturo Giovannitti

Il camminatore – Arturo Giovannitti

Sento rumori di passi sopra la mia testa tutta la notte.
Vanno e vengono. Di nuovo vengono e vanno tutta la notte.
Una piccola, unica eternità di quattro passi distinti, e una piccola, unica
eternità di altri quattro passi distinti, e tra l’andare e il venire
c’è il Silenzio e la Notte e l’Infinito.
Perché infiniti sono i pochi metri della tua cella,
e infinita e la marcia di chi cammina tra le mura gialle e la porta
di ferro rossa, mentre pensa a cose che non possono essere
incatenate né chiuse a lucchetto, ma che vagano assai lontano
nel mondo illuminato dal sole, chiusa ognuna in un proprio
tempestoso pellegrinaggio seguendo un traguardo predestinato.

Sento rumori di passi sopra la mia testa per l’irrequieta, intera nottata.

Chi è che cammina? Non so. È il fantasma della prigione,
il cervello insonne, un uomo, l’uomo, il Camminatore.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi e il muro.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi e la porta di ferro.
L’uomo ha misurato il suo spazio, lo ha misurato accuratamente,
scrupolosamente, minuziosamente, così come il boia misura
la corda per l’impiccato e il becchino la bara – tanti piedi,
tanti pollici, tante frazioni di pollice per ciascuno dei quattro passi.

Uno-due-tre-quattro. Ogni passo rimbomba cupo e pesante dentro di me
e l’eco di ogni passo rimbomba sordamente nella mia testa
mentre li vado contando a uno a uno con ansia e timore che forse,
per una volta, in questo su e giù infinito, i passi tra la parete gialla
e la porta di ferro rossa possano essere cinque invece di quattro.
Ma lui ha misurato lo spazio così accuratamente, così scrupolosamente,
così minuziosamente, che nulla può spezzare il ritmo grave
di questa lenta fantastica marcia.

[ … ]

Cammina tutta la notte, cammina e pensa tutta la notte.
È più lugubre
perché cammina e i suoi passi risuonano nel vuoto sopra la mia testa
o perché lui pensa e non può trasmettere in parole i suoi pensieri?
Ma lui pensa davvero? Perché dovrebbe pensare? Penso io forse?
Io sento i suoi passi e li vado contando. Quatto passi e il muro.
Quattro passi e la porta di ferro. Ma al di là? Al di là? Dove va
al di là della porta di ferro e il muro?
Lui non va al di là. I suoi pensieri si frantumano sulla porta di ferro. Forse
si struggono come una vampata di rabbia, forse un baleno
di speranza, ma ritornano ogni volta a sbattere contro il muro
inutilmente come l’onda batte contro la scogliera continuamente
e disperatamente.

[ ... ]

Fratello mio, non camminare più.
È sbagliato camminare su una tomba. È un sacrilegio
camminare per quattro passi dalla lapide al tuo piede
e quattro dal tuo piede alla lapide.
Se smetti di camminare, fratello mio, questa non sarà più una tomba,
perché tu mi restituirai la mente che adesso è incatenata
ai tuoi piedi e il diritto di pensare ai miei pensieri.
Ti imploro, fratello, sono stanco di questa lunga veglia,
stanco di contare i tuoi passi, e muoio di sonno.
Fermati, riposati, addormentati, fratello, perché l’alba è vicina
e non è la sola chiave che può scardinare la porta.

Traduzione di Luigi Fontanella
dalla rivista “Poesia” n. 308, ottobre 2015 – Crocetti editore





Ad alcuni poeti moderni – Pascal D’Angelo

 Mulberry Street - Detroit Publishing Company
Ad alcuni poeti moderni – Pascal D’Angelo

I vostri nomi sono come giganti decapitati
che sanguinano di nero oblio:
siete le fragili voci
l’irriducibile ritmo di bellezza si contorce
sotto gli artigli delle vostre penne.
I vostri occhi sono candele gemelle
che bruciano fiamme di ardente desiderio
issate al sommo altare della Poesia.
Tutto quanto avete cercato di ottenere vi è sfuggito;
avete provato, ma il vostro giorno sta svanendo.
Eppure non addoloratevi.
Molto di ciò che affascina è un nulla che passa
di fronte alla grandezza dell’eternità.
È una minuscola ombra la terra
che barcolla sull’orlo della morte.
La luna è un palpito splendente
nel cuore della notte;
ed effimere son le stelle
nello sguardo lungimirante del Signore.
Dunque non addoloratevi
se le vostre poesie sono come la fredda
tenera erba di una breve estate.
Son pochi i veri fiori.

Traduzione di Luigi Fontanella
dalla rivista “Poesia” n. 308, ottobre 2015 – Crocetti editore


Pascal D'Angelo, nome d'arte di Pasquale D'Angelo, (Introdacqua, 19 gennaio 1894 – Brooklyn, 13 marzo 1932), è stato un poeta italiano. È vissuto negli USA ed ha pubblicato poesie sulle più prestigiose riviste letterarie statunitensi e la sua autobiografia Son of Italy": il racconto autobiografico della sua miserevole vita infantile in Italia, della sua condizione di pick and shovel men (uomo del piccone e della pala) negli Stati Uniti e del suo desiderio di essere poeta.
Nacque, in provincia dell’Aquila, e frequentò con discontinuità una scuola elementare di campagnaaiutando contemporaneamente la famiglia nei lavori agricoli.
Nel 1910, insieme al padre, emigrò negli Stati Uniti d’America lavorò come manovale nei cantieri degli stati del nord-est statunitense.
Nel 1915 il padre, disilluso dalla realtà americana, ritornò in Italia, ma Pasquale decise di rimanere: “in questa sconfinata nazione … da qualche parte avrei trovato la luce”.
Nel 1918 si stabilì a New York lavorando come manovale in uno scalo ferroviario. Nel frattempo decide di studiare la lingua inglese e assistendo ad una rappresentazione dell’Aida maturò l’amore per la musica. Frequentando la Public Library di New York e leggendo la letteratura inglese conobbe il romanticismo di Shelley e di John Keats. Nel 1920 iniziò a scrivere versi nella sua misera stanzetta di Brooklyn e l'anno seguente iniziò a girare per le redazioni dei giornali e nelle case editrici per pubblicare le sue poesie ricevendo però solo dei rifiuti. Partecipò al concorso di poesia indetto dal giornale "The Nation" diretto da Carl Van Doren, uno dei più autorevoli critici letterari statunitensi. Non ricevendo risposta alla sua partecipazione, spedì una lettera di presentazione all’editore.
Nel gennaio 1922 Van Doren, dopo aver letto la lettera di D’Angelo incontrò il giovane poeta abruzzese di cui fece pubblicare le poesie sui maggiori giornali americani. Pascal D’Angelo divenne un caso letterario, pubblicò poesie, in inglese, italiano e francese in riviste letterarie statunitensi e giornali italoamericani.
Nel 1924 la casa editrice MacMillan di New York, pubblicò la sua autobiografia Son of Italy, con prefazione di Carl Van Doren. Questo fu il culmine della sua carriera di scrittore e di poeta. Il libro fu considerato il libro dell’anno, ma l’idealista Pascal, the pick and shovel poet, rimane schivo e anticonformista rifiutando gli incontri pubblici e ritenendo banale autografare i volumi durante le presentazioni. Visse nella sobrietà e con il suo lavoro manuale.
Nell'anno seguente i giornali americani ed europei si interessarono a lui e gli dedicarono molti servizi ed interviste ma egli continuò a vivere a Brooklyn dove lavora come laborer e nei momenti liberi frequentava la Public Library.
Nel periodo 1926-1931, deluso da varie vicende umane, non pubblicò più le sue poesie, occupando la maggior parte della giornata nello studio della poesia e delle lingue (italiano, francese, inglese, spagnolo, ma anche cinese e polacco). Frequentava le biblioteche pubbliche, studiava con i ragazzi e si dedicava con passione al gioco degli scacchi, partecipando a numerosi tornei di scacchi e dama. Pascal elaborò una teoria del tutto personale: lavorare solo un paio di ore al giorno, per ottenere il necessario con cui vivere. In realtà, rifuggendo un impiego fisso, svolse svariate mansioni, tra cui il sondaggista ed il collaboratore di un fruttivendolo, dal quale riceve come compenso prodotti alimentari, anziché denaro verso il quale aveva una vera e propria repulsione. Negli ultimi tempi la sua passione per gli scacchi, lo portò alla stesura di un manuale mai pubblicato e andato disperso.
Il 13 marzo 1932 morì al "Kings County Hospital" di Brooklyn per una occlusione intestinale, epilogo di una lunga sofferenza. Ma fu soprattutto l’imperizia e l’incuranza di un giovane medico a decidere la fine del pick and shovel poet.
Amici ed ammiratori pagarono il suo funerale e la sua sepoltura, e fondarono la D’Angelo Society, che per vari anni conferì la Medaglia D’Angelo per la migliore poesia scritta da giovani americani. (Wikipedia)

11 novembre 2015

Sono un albero che cammina - Josip Osti

pino loricato - Parco del Pollino
Sono un albero che cammina - Josip Osti

Sono un albero che cammina, corre, vola… Un albero
che senza nemmeno sapere come, dato che
nel vero amore tutto è inspiegabile,
dal meridione si è ritrovato nel nord, circondato
da alberi differenti. Solo dopo, la furia
della guerra l’ha strappato con le radici. Non verrà
mai a sapere se in sogno o nella realtà, che è
ancora più angosciosa dei più tormentosi
incubi. Sono un albero che cammina, corre,
vola… Un albero che non ha cessato di lasciarsi
incantare dal bel paesaggio carsico e nello
stesso tempo di scandalizzarsi per ciò che
accadeva nel suo paese natío.
Con la gente, gli alberi, i fiori, i cani, i gatti…
Con gli animali domestici e selvatici…
Nelle città, villaggi e boschi… Un albero
che sudava, coperto di baci solari,
che pativa il freddo e tremava sotto le violente
raffiche della bora. Nella cui chioma, divenuta grigia
in una sola notte, si radunavano molti uccelli
per vedere e udire un solitario uccello esotico,
rinchiuso in gabbia, dalla voce e dai colori
finora sconosciuti a loro. Un uccello canoro
che cantava sommesso giorno e notte un mesto
canto. In una lingua diversa, ma comprensibile
a tutti. Sono un albero che cammina, corre, vola…
Un albero che cammina sulle mani e si contempla
nello specchio del cielo. Che corre nudo
tra i prati, tra due realtà e due sogni.
Che una volta vola sopra Sarajevo e la seconda
sopra Tomaj. Che tranne l’amore assurdo,
non ha né patria né paese natío. Che anche
quando germoglia e fiorisce, non smette di
appassire e di morire.


Traduzione Jolka Milič

Dall'altra parte del tavolo - Janine Pommy Vega

Dall'altra parte del tavolo - Janine Pommy Vega

Niente è più bello di una tavola piena di poeti pazzi – Jack Hirschman
Sto leggendo le tue poesie
e un enorme edificio sgangherato compare, la luce di centinaia di candele
si riversa sulla neve. All’interno al lungo tavolo bolscevichi massicci
come idranti forgiano le loro discussioni con giovani Dostojevsky
e socialisti provenienti da una ventina di paesi.
La pelle nero blu del cantante tuareg brilla con le costellazioni
sahariane mentre lui canta nella lingua del vento,
quella che sua madre gli ha insegnato, quella proibita a scuola.
Un gruppo di poeti solleva i bicchieri di grappa e canta con lui.
All’estremità del tavolo, gli intellettuali assaporano con gusto le sfumature
i riferimenti nascosti e i temi sottesi, qualcuno si lecca le dita.
La donna sudamericana con la voce di un treno che geme
attraversando le piccole città degli scomparsi si piega verso
il sikh e le sue sillabe di Guru Nanak.
La sciamana siberiana crea nel suo canto una maschera di corda
annodata attraverso la quale noi vediamo la processione di animali
sui vasti territori del nord. Una danza di corteggiamento e mele comincia all’alba.
Tre giovani con una stridula colonna sonora gridano simultanee
storie personali di orrori di guerra.
C’è qualcosa nelle caverne del cuore
in cui tutte le canzoni si incontrano,
Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna
il dramma di mani sopra un tavolo fra i sordi e quelli che cantano.
La chiave è nel diamante della porta,
aprite, sono io.
Nella poesia che tiene la porta socchiusa,
ah, stavamo aspettando.


Traduzione di Raffaella Marzano

Jenin - Etel Adnan

Jenin - Adnan

E quella notte, quando smisero di piovere tigri
e paraventi,
mentre quelli che erano venuti per rapine a mano armata
andavano via con un magro bottino,
dopo la chiusura degli amari caffè, e
dopo l’ora in cui i bordelli cominciano
a ricevere i clienti, quando gli stoppini si furono spenti
nelle loro lampade
e i preti furono tornati alla loro
abituale pedofilia,
quando la pioggia ebbe paura perché
le bombe cadevano più veloci
della luce,
un fumo denso, fatto di ossa bruciate
su un fuoco tenue
e trasformato in “Calcio-Palestina”,
discese,
e riempì di disperazione le gole dei capi tribù
che poi andarono a lavarsi dalle loro madri
con le orecchie allucinate
perchè sentivano le famose
trombe di Jerico
e confondevano gli anni con le stelle,
i cavalli con i granchi.

E la notte si rifiutò di piovere sulla testa della pecora,
e noi vedemmo lampi misti a nuvole ingrossate con il sangue e le lacrime,
e la materia cominciò a parlare direttamente con i morti, che non ascoltavano più,
e la gente non aveva voce,
e noi camminammo su rovi, spine e cardi,
e i nostri occhi esaurirono il vocabolario delle ombre della morte,
e allora discese –seguendo la pioggia- un
angelo di cui nessuno conosceva il nome.
Egli cominciò a contare i feriti qua e là
e le amputazioni fatte con coltelli da cucina,
e quell’angelo scrisse ogni cosa in un libro di oro e fango.
Per questo il mare dilagò, tremò di terrore,
obbligò le sue onde a vigilare,
e noi, al sentire suonare strumenti barbarici
giurammo che dovevamo uccidere la vita, e la morte,
avendo già visto uno spazio di lacrime e fuoco.
Nessuno uscì vivo dal campo
ma il tuono scosse le case piene di bambini,
e la miseria indossò abiti da donna,
e nessuno si fermò, mentre tutto ciò che era vivo
era morto.
Avvolgemmo la morte in una enorme bandiera e
la calammo nella fossa comune che era diventata
la città: il cibo quotidiano dei suoi abitanti
furono le briciole aride della memoria.

Non disegneremo linee diritte ma chiederemo
alla primavera di tenere un diario di guerra,
chiederemo all’autunno di prendere posto fra i traditori.
Illumineremo le finestre con cera che brucia,
ma non chiedete ai pipistrelli di indicare la strada alle
volpi del deserto.
Preparate i camion che ci porteranno
al mattatoio.
Lì, si terrà un banchetto con bollitori
pieni di agnello cotto in limone e sangue.
Un banchetto preparato per i generali vittoriosi,
quello appena descritto.

Il sole ha preso il velo.
In una scadente ed efficiente orgia di furia,
una tempesta portò via i letti.
Le armi per uccidere sono più fredde dell’aria
che le circonda. Feriscono ma non fanno paura.
A Jenin è stato creato il male da un nuovo ordine.
Il male ha subito una mutazione che è
l’opposto di quella che ci aspettavamo.
Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non
ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo.
Le foreste stanno crescendo più fitte, gli animali notturni
stanno generando mostri.
Il male ha bussato alla porta, nella stessa
notte in cui la pioggia ha smesso di cadere.
I boulevard girano a vuoto.
I cavalli corrono ad annegarsi,
senza ragione.

Viviamo nel perimetro tempestato di stelle
dell’incubo che esaspera la bellezza di questa primavera,
una primavera abitata da alberi in fiore,
montagne umide coronate da nubi translucide,
e la brezza che si mantiene sveglia quando i nostri
occhi smarriscono la strada da ovest a est attraverso
le colline rosa.

Ecco il dolore della gente che è circondata
da carri armati e incarcerata dallo sguardo
di assassini che hanno attraversato confini che sono
null’altro che le prime linee delle loro
molteplici prigioni:
tutto ciò solo per aggravare la bellezza di un mondo
posseduto da un’altra follia, estranea alla nostra
condizione.

C’è un tragico incontro fra la morte
di alcuni e la vita moltiplicata di altri:
altri essendo le gelide e felici onde
di un oceano che muggisce il suo piacere di essere nato
un’eternità prima della nostra misera coscienza.
La differenza fra ciò che imputridisce
e ciò che non smette di rinnovarsi
ci fissa.
Viviamo negli abissi.
Altrove la nebbia inghiotte le zone industriali.
Emanazioni di ciminiere che costellano
l’orizzonte riempiono le bocche di lavoratori necessari ma
dichiarati indesiderabili.
I gas bruciano le loro memorie.
Hanno dimenticato che prima di imbarcarsi sul battello
avevano un nome e un indirizzo.
Come buonuscita avranno malattie incurabili.

Lassù, sulla mia unica montagna, gli uccelli emettono
canzoni in codice, volano a coppie,
colpiscono l’aria con le ali e con gioia.
Nelle nostre teste sigillate i pensieri rappresentano
un vomito di gas velenoso –
e ricompensano se stessi.

La funzione primordiale della sopravvivenza
sta fornendo scuse per la morte;
è per questo che la Natura con noi ci ha rinunciato.
Rimane inaccessibile.
Quello che noi ne diciamo
non è che un pallido riflesso della sua realtà.
Ci siamo resi estranei
al nostro destino
sebbene la nostra infanzia
mostrasse un’esuberante lucidità.

Cosa è accaduto al passato?
Gli assassini non si fermano alla carne.
Cercano l’invisibile,
la nostra precedente beatitudine.
Nel frattempo, l’universo invecchia.
Miliardi di anni sono passati
e le stelle si battono per la loro vita:
brillare non le preserva dalla
definitiva scomparsa.
So che la materia non ha occhi,
che non ha smesso di respirare.
Sotto le tombe c’è la terra fresca.
Abbiamo visto tappeti tessuti con tinte vegetali:
uno aveva il colore ocra del volto
di uno degli uomini assassinati
a Jenin.
Non vi preoccupate, non dovrete guardare
né il tappeto, né quel cadavere.

Durante questo tempo, mentre i soldati nemici
lavoravano nel buio, l’universo invecchiava.
Con noi.
Come noi.
Nel nostro crollo finale trascineremo Dio stesso
verso la Sua fine.
Per ora, qualcuno governa, qualcuno scompare...
Nel campo c’era un campo,
i gradi dell’inferno entrano uno nell’altro.
Siamo seduti in questa stazione di comfort,
contemplazione e rinuncia.
L’ustione bianca si muove sui corpi,
ciascuno prigioniero del suo dolore.
Il dolore è murato nelle ossa, le ossa
nel corpo, e il corpo in case
murate.
Sopra le porte ridotte in macerie
una volta c’erano iscrizioni,
o un semplice disegno.
Sangue e inchiostro dei calamai si sono mischiati,
per questo le nuove scritte sono infangate.
Sulle membra sparpagliate, abiti e
mobili sono diventati una dura coperta.
La notte si è chiesta se fosse morale nascondere
tale mostruosità, poi ha deciso:
resterà sospesa in alto nel cielo,
come ultimo bene dei diseredati.
Il silenzio è disceso e in assenza
di una scala è caduto giù con tutto il suo peso,
come piombo.
Alcuni agonizzanti
hanno riconosciuto quel silenzio.
Hanno chiamato in aiuto le madri
ma le donne dormivano nella stanza accanto,
le loro teste mozzate riposavano sui cuscini.
Il fazzoletto di Sohrawardi si era macchiato...

Settimane dopo la carneficina un giovane
cercava di imparare, da un libro, come
diventare costruttore di cimiteri.
Ma non riuscì a trovare un pezzo di terreno
per la sepoltura dei morti.
Allora abbandonò i suoi studi
e si unì ad un’organizzazione clandestina.
Nessuno sa dove sia, né se è ancora
tra noi.

C’è qualcosa di più degradato della morte,
di più assente, è ciò che è stato cancellato
col cassino di un bambino dalla lavagna della Storia.
La Storia, l’ultima illusione.

Nel freddo delle nostre case senza riscaldamento
ci tenevamo caldi con
la memoria dei nostri antenati, pensando ai
i nostri bisnonni come a semidei.
Sì. Certo.
Nient’altro.

Ma arrivarono loro– i bastardi, a sradicare,
con le bombe,
a dirci molto semplicemente che noi non esistevamo.
Hanno cominciato con gli ulivi,
poi con i frutteti,
poi, con gli edifici,
e quando tutto fu scomparso,
hanno gettato, uno sopra l’altro,
i bambini, i vecchi e gli sposi,
in una fossa comune,
tutto ciò per dire al mondo dei mezzo-morti
che noi non esistevamo,
che non eravamo mai esistiti,
e che perciò avevano ragione...
a sterminarci tutti. 
 


Raffaella Marzano

9 novembre 2015

Demoni nei dettagli - John Giorno

Demoni nei dettagli - John Giorno

per William Burroughs, Allen Ginsberg, Brion Gysin ed alcuni altri

C'era una volta
un gruppo
di amici
che si amavano
tanto tanto,
fecero tutti
la promessa
di stare insieme
fin quando tutti
avessero ottenuto
l'illuminazione,
e vita
dopo vita,
e dopo infinite
rinascite
e pratiche,
tutti
si resero conto
dell'assoluta
vuota,
vera natura
della mente.
Erano
così felici
e contenti
che si misero
a ballare
e ballare,
e ballarono
e ballarono,
erano tanto felici
nello scioccante
riconoscimento
del vuoto
e compassione,
continuarono
a ballare
ballare
e ballare,
fino a ballare via
tutta la loro carne
e pelle,
fin quando
non rimase
nulla
altro
che le ossa,
e continuarono
a ballare
nelle loro ossa,
a ballare
scheletri
scheletri ballanti.
Levigati
crani
e dita
veloci,
denti
sorridenti
e orbite
grandi aperte,
phymas
scivolanti
e tibie
scricchiolanti,
spine dorsali
brillanti
e rotanti
brillanti e rotanti,
costole
gridanti
e mandibole
cantanti,
bacini
che si contorcono,
ossa
che rabbrividiscono
e ossa
che si scuotono;
ti voglio
saltare
nel cuore,
ti vengo
nel cuore
da qui.
Quando fa troppo caldo
per stare bene
e non puoi avere
un cono gelato
non è
un peccato
togliersi
la pelle
e ballare
soltanto con le ossa
non è un peccato
togliersi la pelle
e ballare
soltanto con le ossa.
Avete generato
abbastanza
compassione
per riempire
il mondo
e ora,
tutti voi
che riposate
nella grande
equanimità,
siete arrivati
a una grande chiarezza
e grande felicità,
e il vasto
vuoto
spazio
della Primordialmente pura
Mente Saggia.
Ma i nostri amici
non erano
del tutto,
non erano esseri
completamente
Illuminati;
e a volte
centomila anni
in uno dei
favolosi mondi deici
o nei più alti
paradisi,
è un anno
qui
o un paio di anni
qui
nel nostro,
per quel
che sia.
Pessimi Re
che fanno sempre
bella figura;
ora,
in questo stesso momento,
le loro coscienze
sono terrorizzate,
le campane
dell'inferno
le campane dell'inferno,
le campane dell'inferno
ti hanno
mozzato
la testa,
e ti stanno cacando
giù
per la gola,
il peggio
sta accadendo
in questo momento,
il peggio
del peggio,
sta accadendo
ora,
la vita
continua.

Traduzione: Raffaella Marzano

Una poesia è - Charles Bukowski

France: Joinville, "Chez Max" - Henri Cartier-Bresson
Una poesia è - Charles Bukowski


Una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi di siccità,
una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare la bandiera;
una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore...
Una poesia è questa città adesso,
cinquanta miglia dal nulla, le 9:09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota, luttuosa senza lacrime,
invecchiata senza pietà, i monti di roccia dura,
l'oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte...

Una poesia è una città,
una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo...

E ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l'altro fino all'estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.

Attimo - Rainer Maria Rilke


Attimo - Rainer Maria Rilke

Un silenzio improvviso è fra di noi.
Ci abbandoniamo al vento,
trasfigurati in un tremor di rami

che, al cuore del Maggio protesi,
ne ascoltan sommesse parole.

L'ombra, d'un tratto, invade ogni sentiero
Tendiamo l'orecchio in ascolto...
Un sussurrar di pioggia:
e tutto il mondo le sobbalza incontro,

per farsi più vicino a quel ristoro.

Esortazione - Rainer Maria Rilke

Natural Hostory Museum - Londra

Esortazione - Rainer Maria Rilke

Posa dal lungo origliare e scrutare,
o mia profonda vita!
Presaga avverti il murmure del vento,
prima che i pioppi tremino!

Se il silenzio per te le labbra ha schiuso,
lascia annegarvi i sensi.

Abbandonati, vinta, ad ogni brezza;
ti prenderà, cullandoti.

L'empito tuo diffondi, anima mia,
per l'universa vita:
e come un sacro paramento stenditi
su le cose che pensano.

Splendessero lanterne - Dylan Thomas

foto di Sabine Weiss
Splendessero lanterne - Dylan Thomas

Splendessero lanterne, il sacro volto,
Preso in un ottagono d’insolita luce,
Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
I lineamenti, nel loro buio segreto,
Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
La tela della mummia mostrerà un antico seno.

Mi fu detto: ragiona con il cuore;
Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
Mi fu detto: ragiona con il polso;
Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
Così rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
Che dimena la barba al vento egiziano.

Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.

Majakovskj - Etel Adnan

Majakovsky - Etel Adnan
 

1
Majakovskij, dove sei?
Potrei venire a prenderti
alla stazione,

potremmo parlare del tempo
sulla strada del ritorno,

e se verrai in autobus
potrò aspettarti
al capolinea

e nel caso trovassi abbastanza danaro
da venire in aereo,

mi alzerei presto e ti
aspetterei.

Non dirmi caro Vladimir
che hai perso il mio indirizzo,

e che non verrai,
né domani, né mai,

io continuerò ad aspettarti
perché ci sentiamo tristi

qui, e altrove, in Europa
o in California.

Sappiamo tutti che
la tua rivoluzione fu sanguinosa

ma ora il mondo sanguina
e non c’è alcun cambiamento, alcuna speranza,
in vista.

Sei sotto i nostri piedi, Majakovskij
nel caso le tue ossa si siano tenute ancora insieme,

malgrado gli anni,
lascia che ti informi che
i poeti stanno lasciando le loro camere,
a centinaia,

in cerca di te, in ogni
treno, aereo e automobile,

e, di notte, nei porti.
2
In una luce grigia e fuggitiva
sto ascoltando una partita di baseball

fissando un punto nello spazio
fra la radio e Majakovskij

la mia squadra non vince
fin da quando la rivoluzione vacillò

sotto il terribile peso delle nostre
aspettative

così fingiamo di giocare a scacchi
con i russi

o di andare a sciare nell’Artico
come i norvegesi
in gita

ma sono i problemi
che vengono da noi,

ci trovano a leggere i tuoi libri,
Majakovskij, le pagine ingiallite
dalla polvere;
siamo cento anni più giovani,
e aspettiamo con te il segnale
che cambierà il mondo.

3
Continuo a chiedere dove
si nasconde il poeta e ricevo sorrisi e
sguardi di sconcerto in risposta

Vado lungo i viali della
città, sperando di vederlo dietro
una finestra

Ho bussato alla porta di Lili Brik,
i vicini mi hanno gridato che
è andata a Parigi

leggo i giornali e i necrologi,
ma non trovo il suo nome.

Non è buio, stanotte,
a Mosca, a causa della neve.

Di ritorno all’albergo, c’è
una chiamata telefonica: Majakovskij
si è suicidato…

Non lo sapevo.
4
Nella Berezina della mia infanzia
i soldati morivano per il freddo
e Napoleone perdeva la guerra

io piangevo per i cavalli perché,
distesi sulla schiena, incombevano
più grandi dei miei genitori

In questi giorni, vago fra
i caffè di North Beach, agognando segnali
di avventura.

Qualcosa, tuttavia, mi opprime
il respiro. I clienti sono felici
in questo particolare momento, celebrano
la stagione,

sono confusa.
5
Il futuro di questo momento sarà troppo
squallido per importare. Le notizie creano
alienazione e paura.

L’illuminazione si deve trovare nelle
querce, non nel mio cuore. Cerco
un poeta con cui condividere una notte
di conversazione.

Ricordo che i treni in Turchia
emettevano biossido di carbonio mentre
l’impero si sgretolava.

e che le donne bevevano tè
sull’orlo dei loro desideri.

6
Ho amici che scrivono poesie mistiche
in giorni estatici, i loro piedi nudi
giocano con l’oceano. Le loro macchine
brillano davanti alle porte di casa, dimenando
la coda con impazienza.

Le loro sono poesie carine che svelano
il mondo come i giovani uomini scoprono
il loro primo amore

Ho altri amici – vero è che
vivono lontano dalla Bay – che mettono in codice
le loro poesie sulla pelle del loro cervello.
Vivono in luoghi così affollati che
fanno i turni e dormono due ore
per volta.

Poiché l’assedio impedisce loro di trovare
carta e inchiostro, sognano di tagliarsi
le vene, una mattina, per scrivere una
lettera alle loro madri.

7
Majakovsky, i fratelli gemelli
Sangue e Morte ti condussero nelle loro
camere buie, murate e vuote,

ma le tue visioni segrete viaggiano
di paese in paese, alloggiano
in menti diverse, ed edifici
diversi.

8
Raccogliere cibo per l’anima
nei libri di grammatica ci trattiene dall’avanzare
oltre; perdiamo il linguaggio, il canto e
la coesione.

Dovremmo restare dove siamo, con
le idee sull’immortalità che giocano a bocce come
il sole stesso, ieri, visibilmente
una fornace pronta a ridurre ogni cosa
in raggi scintillanti.

(…)
10
Ti ha portato qualcuno a riva in quella
notte oceanica oppure nuvole
in pantaloni ti hanno lasciato cadere sul marciapiede
mentre l’Esercito celebrava
il Primo Maggio?

Voglio una parata per il poeta caduto,
un minuto di silenzio, dei fiori…
Lì, mentre piange in silenzio fra
il corpo inanimato di suo figlio e il tuo,
vedo Achhmatova.

11
C’era, molto prima che tu e io
nascessimo, una donna, con un grembiule
blu, che versava latte
nella tazza di un pittore

Poi comparisti tu,
alto, selvaggio e indifferente,
sul palcoscenico illuminato
della sua cucina

Gli anni erano turbolenti,
gli studenti ti leggevano
a letto nelle stagioni
di febbre alta

e Vermeer lavorava al tuo
ritratto.

12
Majakovskij, di dove viene il vento che
porterà i miei pensieri fino a te?

Sono andati tutti: Imam Ali, il Che,
Ghassan Kanafani e tu…

restano i duri.
Questa primavera, i pianeti si sono allineati
come prigionieri in attesa
di essere trucidati…nello splendore
dell’immenso cielo

le parole conficcate nella mia gola sono
sassi scintillanti,
il proiettile che
ti ha ucciso.

Siamo arrabbiati, e tu sai
cosa vuol dire.

13
Caro M,
con le camicie
portate al rovescio,
le loro diete e
il piangere

– sono troppo ricchi, naturalmente,
continuano a saccheggiare le giungle,
imbrigliare i fiumi e a
discutere di barche da diporto.

Alcuni di noi pensano che tu non
stia peggio
nel tuo non-mondo
della gente emaciata che
affolla i barrios delle
Americhe.

14
Carissimo,
i colori ruotano vorticosamente
nel cervello

quando si guarda
nel vuoto

lasciato dalla dipartita
del tempo

particelle di energia
si riversano negli occhi

e uno smette
di riflettere se sia

meglio vivere
o morire.

Traduzione: Raffaella Marzano

Majakovskij nel 1913 - Anna Achmatova.

Majakovskij nel 1913 - Anna Achmatova.


Non ti ho conosciuto nella tua gloria,
Ricordo solo la tua alba tempestosa,
Ma, forse, oggi ho il diritto
Di ricordare un giorno di quegli anni lontani.

Come il crescendo di suoni dei tuoi versi,
Sorgevano nuove voci...
Non impigrivano le giovani braccia,
Tu innalzavi impalcature minacciose.

Tutto ciò che toccavi non sembrava
Quale era stato fino ad allora,
Ciò che demolivi, rovinava,
In ogni tuo verbo batteva una condanna.

Solitario e spesso insoddisfatto,
Con impazienza sollecitavi il destino,
Sapevi che presto libero e allegro
Avresti iniziato la tua grande lotta.

E già il richiamo del rombo di marea
Si sentiva quando ci recitavi i tuoi versi:
Con ira torceva la pioggia gli occhi, entravi
Con la città in una disputa furiosa.

Ed il nome ancora non sentito volava
Come un fulmine nella sala soffocante,
Perchè oggi, da tutto il paese custodito,
Suoni come un segnale di battaglia.

(trad. di Bruno Carnevali e Paolo Galvagni)

Blues dell'acqua pesante - Bob Kaufman

foto di Gordon Parks
Blues dell'acqua pesante - Bob Kaufman

La radio insegna il jujitsu al mio pesce rosso,
sono innamorato di una pescatrice–sub
che vive sott'acqua, i miei vicini sono
linguisti ubriachi e io parlo farfalla,
la compagnia elettrica minaccia di scollegarmi il cervello,
il postino continua a ficcarmi del porno nella buca,
mi è morto lo specchio, e non so se faccio ancora riflesso,
gli occhi li ho messi a dieta, le mie lacrime stanno prendendo troppo peso.

Ho attraversato il deserto in taxi
solo per essere chiuso in una piramide
con la faccia di un cane
sul mio fiato.
Sono andato a un ballo in maschera
travestito da me stesso
riconosciuto
da nessuno dei miei amici.

Ho sognato di andare a un party poetico di John Mitchell
col mio cervello in forma virginale.
Metti l'argento nel fornello del barbecue
i cinesi ci bombardano di atomici ristoranti.
La radio insegna il jujitsu al mio pesce rosso,
la mia vecchia si è messa a fare la sub e dorme sott'acqua,
vado in giro con un linguista ubriaco, che parla la farfalla,
e rappresenta l'industria dei bruchi cingolati
a Washington DC.

Non capisco mai i desideri o le speranze degli altri,
finché non coincidono coi miei, poi ci scontriamo.
Ho la prova schiacciante che la cultura dei cavernicoli
sia scomparsa per la loro incapacità di produrre riviste
distribuibili da un ragazzo in bici.
Non leggere tutti questi libroni sulla vita di Dio,
si dovrebbe osservare che sono stati scritti da uomini.
È giustissimo scagliare la prima pietra,
se ne hai qualche altra nelle tasche.

Televisione, ultima consolazione americana
dal cruccio degli indiani.
Spero che quando vinceranno le macchine,
non costruiranno uomini che si rompano
subito dopo essere stati pagati.
Rifiuterò di andare sulla luna,
a meno che non mi vaccinino contro
i pericoli dell'amore indiscriminato.

Dopo aver traversato il deserto in taxi,
si scoprì chiuso dentro una piramide
con la faccia di un cane sul suo fiato.
La ricerca del termine cerchio,
costante occupazione dei quadrati.
Perché non smettono di lanciare simboli,
l'aria è abbastanza affollata di echi.
Proprio quando ho pulito la mangiatoia per i maghi
si sono presentati i toporagni dirimpetto.

La voce della radio gridava, alzati
fai qualcosa a qualcuno, ma io e mio figlio
ridevamo nella stanza ammobiliata.

7 novembre 2015

L’ancora - Grazia Fresu

Opera di Howard Rogers
L’ancora - Grazia Fresu

Il mio braccio abbandonato
sulla mappa delle tue rotte
tra le stelle sottili
di antiche latitudini,
le dita appena dischiuse
il mio polso
con l’ancora tatuata
dei tuoi approdi
la tua ombra che slitta
sulla plancia
i tuoi comandi decisi
e forse dentro di te
il mio volto bambino
la mia voce tremante
sulle sillabe del tuo nome
quelle due sole sillabe
che dicono chi sei
la traccia che in me
ti conserva,
eterno navigante ancora
nel ricordo nel sestante
dei serali abbandoni,
sulla mia pelle fragile
tu riscrivi l’infanzia perduta
mentre accendo
nel vuoto della notte
il tuo sorriso.