30 settembre 2019

a ogni abbandono un guaire d'insetto - Viviane Ciampi

dipinto di Peter Worswick
a ogni abbandono un guaire d'insetto - Viviane Ciampi

a ogni abbandono un guaire d’insetto
che s’impala allo stelo
ma ho la grazia dell’ombra
nel sonno abito certi nomi
reggo i talloni della follia
in una collera secca di spine e di squame
liquami della saggezza
svuotati nei bauli delle conquiste
non è così male
lasciatemi così
un po’ ci so fare
se non ponete troppe domande
su come ci si orienta nel buio
o nella nebbia
il fuoco fatuo talvolta
viene in soccorso
questo fa sì che smarrirsi
non è poi tanto grave
la fiamma
non può allontanarsi del tutto
non è che l’ultimo verso
dell’ultimo capitolo.

da Fili d'aquilone aprile/giugno 2017

a distanza di anni - Viviane Ciampi

Felice Casorati - Duplice ritratto, 1924
a distanza di anni - Viviane Ciampi

a distanza di anni
– nervi ancora saldi –
provo strano affetto
per le bimbe dei fiammiferi
ma non sopporto l’odore del fumo acre
molto è stato perduto
dei luoghi amati
neppure il pozzo adesso è rimasto
ma sa dove ritrovarlo
la traccia del cerchio è ancora lì
davanti al vecchio fienile
riempita di cemento
e l’odore dell’acqua stagnante
sorregge ancora la barca degli scandali
legata col cordone ombelicale
del chiodo antico
che ha indossato ruggine
unico relitto incandescente che appare
in preda a sortilegi
a misurare l’assenza
a comporre le solite canzoni infernali

da Fili d'aquilone aprile/giugno 2017

fu la sera del - Viviane Ciampi

Massimo Campigli - Ritratto di Irene Brin, 1954
fu la sera del - Viviane Ciampi

fu la sera del
Rodano che s’infuocò
come alla Festa delle Luci
l’otto dicembre
pompieri in affanno bocchettoni schiacciati
si perse molto tempo
molto molto tempo
vidi un uomo tra le fiamme
dove era e non era dove
nel vortice-danza
danzammo con lui baroni rampanti
pur di salvarlo
no disse con strana guardatura
fine del gioco
questo bagliore è terminale
lingue rosse e rosse piaghe
lente ustoria lo trattenne

da Fili d'aquilone aprile/giugno 2017

In me il tuo ricordo - Vittorio Sereni

Jean Metzinger - Au vélodrome, 1912
In me il tuo ricordo - Vittorio Sereni

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l'altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull'estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d'anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

29 settembre 2019

non amava quel gioco - Viviane Ciampi

Catherine Nolin - Eternal balance
non amava quel gioco - Viviane Ciampi

non amava quel gioco
preferiva il bianco
i dialoghi muti
le fiabe orientali nel meriggio inoltrato
– meglio che voi lo sappiate –
sognava un ragazzo
di nome Charlie
uno sventurato ragazzo di nome Charlie
– giuro sul mio primo capello bianco
non un nome inventato –
anche la neve rende l’idea
di quanto conta il primo amore
e infine che noia l’eros tracimante
porta al suicidio insano e borghese
ma il rosso l’attirava
e fu lei per prima
– configurata dal fuoco –
a bruciarsi

da Fili d'aquilone aprile/giugno 2017

Le ore che portano - Viviane Ciampi

Catherine Nolin - Emily's horoscope for today
Le ore che portano - Viviane Ciampi

le ore che portano
al più grande di me
sono qui
fu il fuoco a crescermi
per rossa vocazione
– perdutamente intenta a perdermi –
fuoco col quale giocai bambina
col primo fiammifero trovato per terra
la sorella quella innocente
– gonna vichy e capelli d’oro alla Bardot –
non volle entrare nella parte
di Satana né dell’angelo spennacchiato
consegnato a carnevale
s’un tratto di scalini
ghiacci e necessari
lei non aveva che baci doni fughe
ahi disse le trappole
così vicine inodori
non sono cose che si spiegano


da Fili d'aquilone aprile/giugno 2017 

Ode all’ape - Pablo Neruda

Catherine Nolin - Tree of life
Ode all’ape - Pablo Neruda

Moltitudine di api!
Entra ed esce
Dal carminio, dall’azzurro,
dal giallo,
dalla più tenera
morbidezza del mondo:
entra in
una corolla
precipitosamente,
per affari, esce
con un vestito d’oro
e gli stivali
gialli.

Perfetta
Dalla cintura,
con l’addome rigato
da sbarre scure,
la testolina
sempre
pensierosa
e le
ali
bagnate:
entra
in tutte le finestre odorose,
apre
le porte della seta,
penetra nei talami
dell’amore più fragrante,
inciampa
in
una
goccia
di rugiada
come in un diamante
e da tutte le case
che visita
estrae
il miele
misterioso,
ricco e pesante
miele, spesso aroma,
liquida luce che cade a goccioloni,
finchè al suo
palazzo
collettivo
ritorna
e nelle gotiche merlature
deposita
il prodotto
del fiore e del volo,
il sole nuziale serafico e segreto!

Moltitudine d’api!
Elevazione sacra
Dell’unità,
collegio
palpitante!

Ronzano
sonori
numeri
che lavorano
il nettare,
passano
veloci
gocce
d’ambrosia:
è la siesta
dell’estate nelle verdi
solitudini
di Osorno. Sopra
il sole inchioda le sue lance
nella neve,
risplendono i vulcani,
ampia
come
i mari
è la terra,
azzurro è lo spazio,
ma
c’è qualcosa
che trema, è
il bruciante
cuore dell’estate,
il cuore di miele
moltiplicato,
la rumorosa
ape,
il crepitante
favo
di volo e oro!

Api,
lavoratrici pure,
ogivali
operaie,
fine, scintillanti
proletarie,
perfette,
temerarie milizie
che nel combattimento attaccano
con pungiglione suicida,
ronzate,
ronzate sopra
i doni della terra,
famiglia d’oro,
moltitudine del vento, scuotete l’incendio
dei fiori,
la sete degli stami,
l’acuto
filo
di odore
che raccoglie i giorni,
e propagate
il miele
oltrepassando
i continenti umidi, le isole
più remote del cielo
dell’ovest.

Sì:
la cera innalzi
statue verdi,
il miele
sparga
lingue
infinite,
e l’oceano sia
un alveare,
la terra
torre e tunica
di fiori,
e il mondo
una cascata,
chioma,
crescita
inesauribile
di favi!

Trad. Giovanni Battista De Cesare
 

24 settembre 2019

come mai questa mania dei girasoli – Rupi Kaur

Gustav Klimt - The Sunflower, 1907
come mai questa mania dei girasoli – Rupi Kaur

come mai questa mania dei girasoli mi chiede lui
io indico il campo giallo fuori
i girasoli adorano il sole gli dico
solo quando arriva sorgono
quando il sole riparte
loro chinano il capo in mestizia
ecco l’effetto del sole su quei fiori
lo stesso che hai tu su di me
- il sole e i suoi fiori

Trad. Alessandro Storti

anche se le si separa – Rupi Kaur

Gustav Klimt - Lady With A Fan, olio su tela , dettaglio
anche se le si separa – Rupi Kaur

anche se le si separa
finiscono per riunirsi
non si possono separare gli amanti
per quanto
le strappi con la pinzetta
le mie sopracciglia trovano
sempre la strada
per stare insieme
- monosopracciglio

Trad. Alessandro Storti

Strambotto – Dylan Thomas

Gustav Klimt, Frutteto con giardino di rose
Strambotto – Dylan Thomas

Le api sono liete tutto il giorno
Perché i lillà si schiudono nella loro bellezza
E fanno il mio giardino lieto e adorno.
Le api sono liete tutto il giorno,
Ai miei fiori esse aleggiano d’intorno
E ne rubano il miele con destrezza.
Le api sono liete tutto il giorno
Perché i lillà si schiudono nella loro bellezza.

da Dylan Thomas Poesie inedite, a cura di Ariodante Marianni – Giulio Einaudi Edizioni

Quando t’innamori - Maja Vidmar

Gustav Klimt - Portrait of Hermine Gallia
Quando t’innamori - Maja Vidmar
 
Quando t’innamori
di tuo fratello
constati di
non avere
un fratello
e cominci
a cercarlo dappertutto.
Ti accingi perfino
a fare
lunghi viaggi,
travestita
nel figlio maggiore,
in quello medio e
il più piccolo.
A volte da sola,
a volte in tre,
durante ogni viaggio, durante
ogni passeggiata,
durante ogni passo
dalla scuola a casa
cerchi tuo
fratello. Quando lo
trovi, sei
al sicuro
per sempre.

da Minuti di precedenza, 2015
Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič
da Fili d’Aquilone

Estate - Diego Valeri

Gustav Klimt - Giardino Fiorito
Estate - Diego Valeri

Un fresco sussurrio d’acque correnti:
è il pero che stormisce sul mio capo,
tocco appena da un alito di vento.
Levo lo sguardo dalla bianca pagina
su cui da’ rami piovono fuggevoli
occhiatine di sole abbarbaglianti.
Intorno a me non è che un dondolio
lungo di steli dalla grossa testa
e uno svolio di vespe e di mosconi.

Null’altro vedo dal mio letto d’erba,
se non, in cima al colle, un filaretto
d’azzurri ulivi, dentro il cielo candido.
Ma sento, sento che un’immensa gioia
e un’infinita pace è in ogni cosa,
che in ogni fibra e in ogni infinitesimo
atomo vivo è penetrata e regna
la tua felicità, divina Estate…

Eugenio Montale – Ripenso il tuo sorriso

Gustav Klimt - Lady With A Fan, olio su tela
Eugenio Montale – Ripenso il tuo sorriso

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

Gustav Klimt - Mada Primavesi, 1912
da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

108. Oggigiorno ogni uomo, la cui statura morale e il cui valore intellettuale non siano di un pigmeo o di una persona rozza, ama, quando ama, di un amore romantico. L’amore romantico è l’ultimo prodotto di secoli e secoli di influenza cristiana; e, sia in relazione alla sua sostanza, che alla sequenza del suo sviluppo, lo si può far conoscere a chi non lo comprenda, paragonandolo ad una veste, o vestito, che l’anima o l’immaginazione confezionino per vestire le creature, che casualmente appaiano, e che lo spirito trovi adatto a loro. Ma ogni vestito, poiché non è eterno, dura quel che dura: e in poco tempo, sotto la veste dell’ideale che ci siamo creati e che si lacera, emerge il corpo reale della persona umana a cui l’abbiamo fatto indossare. L’amore romantico, quindi, è un percorso verso la disillusione. Non lo è, solo quando la disillusione, accettandolo sin dall’inizio, decide di cambiare ideale costantemente, di tessere costantemente, nei laboratori dell’anima, nuovi vestiti con cui costantemente rinnovare l’aspetto della creatura vestita da essi.

a mo’ di dedica - Maria do Rosário Pedreira

Catherine Nolin - Resting gardner
a mo’ di dedica - Maria do Rosário Pedreira

Custodisci ora tu quello che io, improvvisamente, ho perso
forse per sempre – la casa e l’odore dei libri,
il dolce respiro del tempo, parole, il vero,
letti disfatti da qualche parte di mattina,
il rifugio di un corpo agitato nel suo sonno. Custodiscilo

serenamente e senza fretta, come io non ho mai saputo.
E proteggilo da tutti gli inverni – dalle strade
di fango e dalle voci più fredde. Accarezza
le sue ferite lentamente, con le mani e le labbra,
perché mai sanguinino. E ascolta, di notte,
il suo respiro ardente e ansimante
nel succedersi cadenzato dei sogni, che è dove nasconde

i più nascosti timori e desideri.
Non lasciare mai che si ascolti da solo nel suo parlare
prima di addormentarsi. E dopo attendi che,
nel buio della stanza, sia lui ad abbracciarti,
anche se non ti ha mai rivelato una sola volta che lo voleva.

Svegliati prima e indugia a guardarlo nella luce azzurra
che i giorni portano alla casa quando sono tranquilli.
E non chiedergli niente di mattina – le mattine gli appartengono;
lascialo a innaffiare i fiori sul balcone ed esci,
attraversa la strada finché c’è ancora il sole. E cosi
ci sarà sempre il sole e per sempre lo terrai,
come per sempre l’avrò perso io, improvvisamente,
per non aver fatto cosi.
 

In memorian – Federico Garcia Lorca

Claude Monet - I quattro alberi, 1891, 81,9 × 81,6 cm, Metropolitan Museum of Art
In memorian – Federico Garcia Lorca

Dolce pioppo,
dolce pioppo,
sei diventato
d'oro.
Ieri eri verde,
un verde folle
di uccelli
gloriosi.
Oggi sei abbattuto
sotto il cielo d'agosto
come me sotto il cielo
del mio spirito rosso.
La fragranza prigioniera
del tuo tronco
toccherà il mio cuore
pietoso.
Ruvido avo del prato!
Noi
siamo diventati
d'oro.

Agosto 1920

Poesia sulla pittura - Tytus Czyżewski

Pompei - Villa dei misteri, affresco nella Sala del Triclinio
Poesia sulla pittura - Tytus Czyżewski

 “Tutta la pittura – dai dipinti
greci a Pompei, fino a Cortot
passando per Poussin, è come
se fosse uscita dalla stessa
“tavolozza”.
                                           Auguste Renoir (“Pensieri”)

A Pompei ho visto gli affreschi
nella Villa dei Misteri.
Là i fondi viola sono in armonia
Col nero dei capelli
Con la luce color rosa opaco
Dei perlacei corpi femminili.
La pittura è armonia
Di raffinate gamme di colori,
Che vivono negli occhi del pittore
Come vive una nuvola in cielo,
Come riflesso di un giglio rosa pallido
Nell’acqua azzurra di uno stagno,
Come vive la luce di un’ala di farfalla
Sul fondo di un azzurro scuro
D’un cielo sereno
La pittura è diletto musicale
Dei toni più rari, più semplici
Con cui il pittore crea l’immagine del mondo.
Congiunge sulla superficie della tela
Le più rare, più semplici armonie
Così come
Le congiunge nella sua possente
Ricchezza
L’armonia della natura
Impenetrabile per l’uomo.
E il pittore i suoni, i toni e la forma
Sceglie
Dal ricco giardino di fiori
E crea un mondo nuovo
Sulla sua tela
Il mondo dell’armonia interiore
Che sente e che
Vive in lui.
Trad. Paolo Statuti
 

23 settembre 2019

Mottetti II.XVI - Eugenio Montale

Henri Matisse - Flowers in front of a Window, 1922
Mottetti II.XVI - Eugenio Montale

Il fiore che ripete
dall’orlo del burrato
non scordarti di me,
non ha tinte più liete né più chiare
dello spazio gettato tra me e te.

Un cigolìo si sferra, ci discosta,
l’azzurro pervicace non ricompare.
Nell’afa quasi visibile mi riporta all’opposta
tappa, già buia, la funicolare.

Mottetti II.XIV - Eugenio Montale

Henri Matisse - Vaso con fiori
Mottetti II.XIV - Eugenio Montale

Infuria sale o grandine? Fa strage
di campanule, svelle la cedrina.
Un rintocco subacqueo s’avvicina,
quale tu lo destavi, e s’allontana.

La pianola degl’inferi da sé
accelera i registri, sale nelle
sfere del gelo... – brilla come te
quando fingevi col tuo trillo d’aria
Lakmé nell’Aria delle Campanelle.

Immigrata - Fleur Adcock

Henri Matisse - Donna in blu e giallo, 1932
Immigrata - Fleur Adcock

Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.
Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:
Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco
Su un fascio d’ali appena arruffate,
Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.
Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer
E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:
St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park

Quando tu sarai vecchia - William Butler Yeats

Henri Matisse - The Lady in the Blue Hat
Quando tu sarai vecchia - William Butler Yeats

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

di W. B. Yeats, in E. Montale, “Quaderno di traduzioni”, Milano, Edizioni della Meridiana, 1948

Eugenio Montale –Tentava la vostra mano la tastiera

Dipinto di Kenton Nelson
Eugenio Montale –Tentava la vostra mano la tastiera

Tentava la vostra mano la tastiera
i vostri occhi leggevano sul foglio
gl'impossibili segni; e franto era
ogni accordo come una voce di cordoglio.

Compresi che tutto, intorno, s'inteneriva
in vedervi inceppata inerme ignara
del linguaggio più vostro: ne bruiva
oltre i vetri socchiusi la marina chiara.

Passò nel riquadro azzurro una fugace danza
di farfalle; una fronda si scrollò nel sole.
Nessuna cosa prossima trovava le sue parole,
ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza.

Tra il movimento delle labbra e la parola - Jan Spiewak

opera di Kenton Nelson
Tra il movimento delle labbra e la parola - Jan Spiewak

Tra il movimento delle labbra e la parola
cosa avviene?
Tra il lampo della mente e il tacere
quale precipizio?

Tra il grido del neonato e l’immobilità
quali annegamenti?
Tra il chiarore e la polvere
quanta sofferenza?

Gente non misurabile, gente integra,
gente evitata, gente avida.
La terra vi punirà, l’albero vi eviterà.
Sarete redenti.

Sulla scala gli angeli andavano,
sulla scala gli angeli andavano,
che importa!

Tra il suono e il tono chiassoso
quali corridoi?
Tra la supplica e il pentimento
quali fulmini?

Gente che si avvilisce, gente non formata.
Gente che brucia nel fuoco, gente non destata.

Sulla scala gli angeli andavano.
Sulla scala gli angeli andavano.
E poi?

Traduzione di Paolo Statuti

da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

opera di Kenton Nelson
da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

110. Due, tre giorni di una parvenza di inizio d’amore… Tutto questo vale per l’esteta grazie alle sensazioni che gli provoca. Continuare sarebbe entrare nel territorio dove inizia la gelosia, la sofferenza, l’eccitazione. In questa anticamera dell’emozione vi è tutta la soavità dell’amore senza la sua profondità; un piacere delicato, quindi, un vago aroma di desideri; e se con ciò si perde la grandezza che esiste nella tragedia dell’amore, bisogna tenere presente che, per l’esteta, le tragedie sono cose interessanti da osservare, ma spiacevoli da subire. Perfino coltivare l’immaginazione viene danneggiato dalla vita. Regna chi non vive tra i comuni mortali. Dopo tutto, mi accontenterei di questo se riuscissi a persuadermi che questa teoria non è nient’altro che un complicato rumore che faccio alle orecchie della mia intelligenza, quasi perché essa non capisca che, in fondo, non esiste altro che la mia timidezza, la mia incompetenza alla vita.

da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

opera di Wassily Kandinsky
da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

111. ESTETICA DELL’ARTIFICIO
La vita pregiudica l’espressione della vita. Se io vivessi un grande amore non lo potrei mai raccontare. Io stesso non so se questo io, che vi espongo, su tutte queste pagine serpeggianti, esista realmente o se sia solo un concetto estetico e falso che ho fatto di me stesso. Sì, è così. Vivo me stesso esteticamente in un altro. Ho scolpito la mia vita come una statua di materiale estraneo al mio essere. A volte non mi riconosco, tanto mi sono posto all’esterno di me stesso, e per come ho usato la coscienza di me stesso in modo puramente artistico. Chi sono io sotto questa irrealtà? Non lo so. Qualcuno devo essere. E se non cerco di vivere, di agire, di sentire, è – potete credermi – per non interferire con le linee segnate della mia personalità immaginata. Voglio essere tale e quale ho voluto essere e non sono. Se cedessi mi distruggerei. Voglio essere un’opera d’arte, almeno dell’anima, visto che non posso esserlo del corpo. Per questo mi sono scolpito in calma e straniamento e mi sono chiuso in una serra, lontano dall’aria fresca e dalle luci vive – dove la mia artificiosità, fiore assurdo, fiorisca in distante bellezza. A volte penso a quanto sarebbe bello, unendo i miei sogni, potermi creare una vita continua, che si svolge, nello scorrere di intere giornate, con commensali immaginari, con personale di servizio, e vivere, soffrire, assaporare questa vita falsa. Allora mi succederebbero delle disgrazie; grandi allegrie si riverserebbero su di me. E niente di me sarebbe reale. Ma tutto avrebbe una sua superba logica: tutto seguirebbe un ritmo di voluttuosa falsità, accadendo tutto in una città fatta della mia anima, perduta fino al molo ai piedi di un treno fermo, molto lontano dentro di me, molto lontano… E tutto nitido, inevitabile, come nella vita esteriore, ma estetica di Morte del Sole.

Metamorfosi II - Maja Vidmar

Vassily Kandinsky - alcuni cerchi, 1926
Metamorfosi II - Maja Vidmar

La terra che aro
con unghie sorprese,
la terra alla quale frugo
il cuore, questa terra
pesante
è acqua,
è acqua,
è acqua,
è acqua,
è acqua.

da Minuti di precedenza, 2015
Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič
da Fili d’Aquilone

Esercizio con un colpo sui timpani - Maja Vidmar

Kandinsky - Studio per Composizione II, 1910
Esercizio con un colpo sui timpani - Maja Vidmar

In silenzio rappreséntati
un’orchestra sinfonica
tra gli alberi in mezzo a un bosco.
Pensa al bruno violoncello
conficcato nel tenero suolo,
qua e là i tamburi sparsi e
la liscia superficie dei timpani.
I dorati contorni dei neri tronchi
scambiali con la lucentezza
del trombone allungato
e non trascurare i tremiti
degli archetti dei violini
accanto ai talli delle querce.
Diventa un pettirosso che guizza
frullando sul sottile ramo di un flauto,
e la flautista che trattiene il respiro.
Poi con un soffio arioso ventila
tutti i possibili cambiamenti,
cambia le pelli, anche la nera
lacca del terriccio, e spera
al silenzio dello schianto.

da Minuti di precedenza, 2015
Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič
da Fili d’Aquilone

il canneto rispunta i suoi cimelli - Eugenio Montale

Kandinsky - Paesaggio con torre
il canneto rispunta i suoi cimelli - Eugenio Montale

Il canneto rispunta i suoi cimelli
nella serenità che non si ragna:
l'orto assetato sporge irti ramelli
oltre i chiusi ripari, all'afa stagna.

Sale un'ora d'attesa in cielo, vacua,
dal mare che s'ingrigia.
Un albero di nuvole sull'acqua
cresce, poi crolla come di cinigia.

Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei lontana e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spare in bruma.

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo - Eugenio Montale

Kandinsky - Case a Murnau Paesaggio estivo
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo - Eugenio Montale

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.

Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell'aria.

Le notti chiare erano tutte un'alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.

da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

opera di Wassily Kandinsky
da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

119. Come ogni individuo di grande agilità mentale, provo un amore organico e fatale per la fissità. Detesto la vita nuova e i luoghi sconosciuti.

da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

opera di Wassily Kandinsky
da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

114. La maggior parte delle persone si ammala per non saper dire cosa vede e cosa pensa. Dicono che non vi sia niente di più difficile che definire con le parole una spirale: è necessario, affermano, fare in aria, con la mano senza letteratura, il gesto, ascendentemente e regolarmente attorcigliato, con cui quella figura astratta delle molle o di certe scale si manifesta agli occhi. Ma, se teniamo presente che dire è rinnovare, definiremo senza difficoltà una spirale: essa è un cerchio che sale senza riuscire mai a finire. So bene che la maggior parte delle persone, non oserebbe definirla così, perché pensa che definire sia dire quello che gli altri vogliono che si dica, che non è quello che è necessario dire per definire. Mi spiego meglio: una spirale è un cerchio virtuale che si snoda, salendo in alto senza realizzarsi mai. Ma no, la definizione è ancora astratta. Ne cercherò una concreta e il tutto verrà visto: una spirale è un serpente senza serpente attorcigliato verticalmente su nessuna cosa. Tutta la letteratura consiste nello sforzo di rendere reale la vita. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza saperlo, la vita è assolutamente irreale, nella sua realtà diretta; i campi, le città, le idee, sono cose assolutamente fittizie, figlie della nostra complessa sensazione di noi stessi. Le impressioni sono tutte intrasmissibili se non le rendiamo letterarie. I bambini sono molto letterari perché si esprimono come sentono e non come deve sentire chi sente come se fosse un’altra persona. Un bambino che ho sentito una volta, volendo dire che stava per piangere, non ha detto «Ho voglia di piangere», che è come si esprimerebbe un adulto, cioè uno stupido, ma «Ho voglia di lacrime». E questa frase, assolutamente letteraria, al punto da sembrare affettata in un poeta celebre, se la potesse dire, riferisce definitivamente la calda presenza delle lacrime che sgorgano dalle palpebre coscienti dell’amarezza liquida. «Ho voglia di lacrime»! Quel piccolo bambino ha definito bene la sua spirale. Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce scritta e l’immagine intellettuale! Tutto questo è quanto vale la vita: il resto sono gli uomini e le donne, amori immaginati e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano, come animaletti, quando si solleva una pietra, sotto il grande macigno astratto del cielo azzurro senza senso.

l’universo ha fatto le cose con calma con te – Rupi Kaur

Kenton Nelson - an accidental dance
l’universo ha fatto le cose con calma con te – Rupi Kaur

l’universo ha fatto le cose con calma con te
ti ha dato forma per offrire al mondo
qualcosa di diverso da chiunque altro
quando hai dubbi
su come hai cominciato a esistere
hai dubbi su un’energia più grande di me e di te
- insostituibile

Trad. Alessandro Storti

Il ritorno - Eugenio Montale

opera di Kenton Nelson
Il ritorno - Eugenio Montale

Ecco bruma e libeccio sulle dune
sabbiose che lingueggiano
e là celato dall’incerto lembo
o alzato dal va-e-vieni delle spume
il barcaiolo Duilio che traversa
in lotta sui suoi remi; ecco il pimento
dei pini che più terso
si dilata tra pioppi e saliceti,
e pompe a vento battere le pale
e il viottolo che segue l’onde dentro
la fiumana terrosa
funghire velenoso d’ovuli; ecco
ancora quelle scale
a chiocciola, slabbrate, che s’avvitano
fin oltre la veranda
in un gelo policromo d’ogive,
eccole che t’ascoltano, le nostre vecchie scale,
e vibrano al ronzìo
allora che dal cofano tu ridésti leggera
voce di sarabanda
o quando Erinni fredde ventano angui
d’inferno e sulle rive una bufera
di strida s’allontana; ed ecco il sole
che chiude la sua corsa, che s’offusca
ai margini del canto – ecco il tuo morso
oscuro di tarantola: son pronto.

Che bello questo tempo - Claudio Damiani

opera di Catherine Nolin
Che bello questo tempo - Claudio Damiani

Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.

Primavera '59 – Francesco Guccini

Kenne Gregoire - Still life
Primavera '59 – Francesco Guccini

La giapponese rise con i semi in mano
poi, con un gesto lieve, in aria li gettò,
al volo di piccioni che, planando piano,
con remiganti aperte al suolo si allargò...

La piazza di San Marco si fermò un istante,
Firenze, in primavera, quasi scomparì
e rimanesti solo, là, nell'inquietante
primavera dei vent'anni che nell'anima fiorì...

E andasti ad aspettarla con il cuore in gola
e dentro un'emozione antica ti bruciò...
Sciamavano ragazze fuori dalla scuola
riempiendo quella strada che s'illuminò

di voci, risa, grida, gioventù e richiami,
ma la sua voce chiara il nome tuo chiamò:
ti corse incontro accesa, ti afferrò le mani,
vi guardaste silenziosi e poi forte ti abbracciò...

E credevate che
sarebbe stato eterno quell'amore,
quel fiore non avrebbe mai visto l'inverno,
quel giorno non sarebbe mai mutato in sera,
per voi sarebbe stata sempre, sempre primavera...

Adesso dove sei, bimba d'allora,
con i tuoi sedici anni e il tuo sorriso?
Chissà se senti che ti pensa in questo autunno,
che consuma ora piano
anche il ricordo del tuo viso?

Ma i giovani s'illudono d'essere immortali
e che ogni storia duri per l'eternità;
non sanno quanti fili, trame occasionali,
si tessono o svaniscono in casualità...

Una stagione muore, un'altra prende il volo,
sai quando inizia, non se e quando finirà,
ma è bella l'illusione di un momento solo,
quella luce che ti abbaglia, anche se si spegnerà...

Ma allora, a pranzo in una trattoria,
scrutando ansiosi il tempo che passava,
poi un cinemino, persi in galleria,
per qualche bacio che però bastava...

Di corsa al treno per il tuo ritorno,
l'ultimo bacio lungo il marciapiede:
tanto veloce volò via quel giorno,
poco quel tempo da passare assieme...

Di ritornare forse le giurasti
mentre era ferma, immobile nel pianto:
parole perse, so che non tornasti
da quella donna allora amata tanto...

E tutto è solo un episodio, un giorno,
un uscio chiuso che non si aprirà,
una partenza che non ha ritorno
come il tempo in questo autunno,
che la nebbia scioglierà...

... ed io rimasi solo, là, nell'inquietante
atmosfera dell'autunno, che quest'anima ferì...

Compositori: FRANCESCO GUCCINI / Juan Carlos Biondini