30 aprile 2017

Eugenio Montale – Il fuoco che scoppietta

Eugenio Montale – Il fuoco che scoppietta

Il fuoco che scoppietta
nel caminetto verdeggia
e un'aria oscura grava
sopra un mondo indeciso. Un vecchio stanco
dorme accanto a un alare
il sonno dell'abbandonato.
In questa luce abissale
che finge il bronzo, non ti svegliare
addormentato! E tu camminante
procedi piano; ma prima
un ramo aggiungi alla fiamma
del focolare e una pigna
matura alla cesta gettata
nel canto: ne cadono a terra
le provvigioni serbate
pel viaggio finale.

Eugenio Montale – Quasi una fantasia

Tursi - MT


Eugenio Montale – Quasi una fantasia

Raggiorna, lo presento
da un albore di frusto
argento alle pareti:
lista un barlume le finestre chiuse.
Torna l'avvenimento
del sole e le diffuse
voci, i consueti strepiti non porta.

Perché? Penso ad un giorno d'incantesimo
e delle giostre d'ore troppo uguali
mi ripago. Traboccherà la forza
che mi turgeva, incosciente mago,
da grande tempo. Ora m'affaccerò,
subisserò alte case, spogli viali.

Avrò di contro un paese d'intatte nevi
ma lievi come viste in un arazzo.
Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio.
Gremite d'invisibile luce selve e colline
mi diranno l'elogio degl'ilari ritorni.

Lieto leggerò i neri
segni dei rami sul bianco
come un essenziale alfabeto.
Tutto il passato in un punto
dinanzi mi sarà comparso.
Non turberà suono alcuno
quest'allegrezza solitaria.
Filerà nell'aria
o scenderà s'un paletto
qualche galletto di marzo

Eugenio Montale – Ora sia il tuo passo

 Paestum
Eugenio Montale – Ora sia il tuo passo

Ora sia il tuo passo
più cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara
una più rara scena.
La porta corrosa d'un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull'erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai più si muoverà
in quest'ora che s'indovina afosa.
Sopra il tetto s'affaccia
una nuvola grandiosa.

29 aprile 2017

Uno spasso - Wislawa Szymborska

James Tissot - La lettera
Uno spasso - Wislawa Szymborska

Gli è venuta voglia di felicità,
gli è venuta voglia di verità,
gli è venuta voglia di eternità,
guardatelo un po’!

Ha appena distinto il sonno dalla veglia,
ha appena intuito di essere sé,
ha appena intagliato con mano nata da pinna
un acciarino e un missile,
facile da affogare in un cucchiaio d’oceano,
non tanto ridicolo da far ridere il vuoto,
vede solo con gli occhi,
sente solo con le orecchie,
sua lingua ottimale è il condizionale,
con la ragione biasima la ragione:
in breve: è quasi una nullità,
ma ha la testa piena di libertà, onniscienza, essere
al di là d’una carne stolta,
guardatelo un po’!

Eppure sembra esistere,
è accaduto davvero
sotto una delle stelle di provincia.

A modo suo è vivace e assai attivo.
Per un misero figlio degenerato del cristallo –
è davvero alquanto stupito.
Per un’infanzia dura nei rigori del branco –
è già un poco individuale.
Guardatelo un po’!

Ma avanti così, non fosse che per un istante,
per il palpito d’una galassia distante!
Che almeno si possa intravedere
cosa ne sarà, visto che è.
Ed è – accanito.
Accanito, va ammesso, e tanto.
Con quell’anello al naso, la toga, il maglione.
Uno spasso, comunque.
Un poverino qualunque.
Un vero uomo.

da Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni, a cura di Pietro Marchesani
Corriere delle Sera - Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti

Saluti ai supersonici - Wislawa Szymborska

opera di Francois Gerome
Saluti ai supersonici - Wislawa Szymborska

Oggi più veloci del suono,
dopodomani della luce,
muteremo il suono in tartaruga
e la luce in lepre.

Di antica parabola
onorati animali,
nobile coppia in gara
da sempre.

Correvate, correvano
per questa bassa terra,
provate a galleggiare
in alto nel cielo.

Via libera. Non vi saremo
d'intralcio nella corsa:
per inseguire noi stessi
primi ci alzeremo in volo.

Eugenio Montale – Corno inglese

Gustave Courbet - Deer in the Forest

Eugenio Montale – Corno inglese

ll vento che stasera suona attento -
ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

Al mio cuore, di domenica - Wislawa Szymborska

opera di Omar Ortiz
Al mio cuore, di domenica - Wislawa Szymborska

Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.

Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole
è come spingere una barca
in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.

Ti ringrazio, cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.

Badi che sto sognando non trapassi in quel volo,
nel volo
per cui non occorrono le ali.

Ti ringrazio, cuore mio:
mi son svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo.

da Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni, a cura di Pietro Marchesani
Corriere delle Sera - Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti

Eugenio Montale – Falsetto

foto di Kurt Hutton, da pinterest 
 Eugenio Montale – Falsetto


Esterina, i vent'anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un'avventura più lontana
l'intento viso che assembra l'arciera Diana.

Salgono i venti autunni,
t'avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell'elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d'incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.
L'acqua è la forza che ti tempra,
nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo,
come un'equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito piú pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T'alzi e t'avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s'incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t'abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

28 aprile 2017

Antonio Gramsci - I ricci e le mele

Antonio Gramsci - I ricci e le mele


Era una notte d'autunno, ma nel cielo splendeva la luna.
I cinque ricci, due grossi e tre piccolini, si avviarono in fila indiana verso un campo di meli.

Trotterellarono nell'erba, poi si fermarono sotto i primi alberi.
A terra c'erano delle mele che il vento aveva fatto cadere.
Si misero subito al lavoro: con i musetti e le zampette fecero rotolare le mele, spingendole in mucchio.
Ma le mele cadute erano poche. Papà e mamma riccio si guardarono attorno, scelsero un albero molto curvo e vi si arrampicarono.
Poi, dondolandosi sul ramo carico di mele, con scossoni regolari, ne fecero cadere tante.
Discesero. Spinsero anche queste mele vicino alle altre.
Poi tutti si arrotolarono e si sdraiarono sui frutti che rimasero infilzati nei loro aculei.
Il papà e la mamma riccio ne portarono sette, otto per ciascuno, i piccoli di meno.
Così carichi di mele, se ne tornarono in fila indiana nella loro tana.

27 aprile 2017

Ana Milena Puerta - Sinceramente

foto da flustermagazine
Ana Milena Puerta - Sinceramente

Quest’altro
luminoso e allegro
che fosti una volta,

quello che cantava nella mia doccia
e si nutriva della mia carne
quest’altro

è mio.

E non ha niente a che vedere con te.

Boris Pasternak - Poesia d'amore

foto Claudia Cosentino 

Boris Pasternak - Poesia d'amore

Poesia d'amore
Nessuno sarà a casa
solo la sera. Il solo
giorno invernale nel vano trasparente
delle tende scostate.

Di palle di neve solo, umide, bianche
la rapida sfavillante traccia.
Soltanto tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno,

e di nuovo mi tormenteranno
per una colpa non ancora pagata,
e la finestra lungo la crociera
una fame di legno serrerà.

Ma per la tenda d'un tratto
scorrerà il brivido di un'irruzione .
Il silenzio coi passi misurando
tu entrerai, come il futuro.

Apparirai presso la porta,
vestita senza fronzoli, di qualcosa di bianco,
di qualcosa proprio di quei tessuti
di cui ricamano i fiocchi.

Giuseppe Ungaretti - Ultimi cori per la terra promessa

foto di Martin Engelbrecht - da claudiostarita.it
Giuseppe Ungaretti - Ultimi cori per la terra promessa

Agglutinati all'oggi
I giorni del passato
E gli altri che verranno,

Per anni e lungo secoli
Ogni mattino sorpresa
Nel sapere che ancora siamo in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinio continuo
Dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte
Il viaggio che proseguo,
In un battibaleno
Esumando, inventando
Da capo a fondo il tempo,
Profugo come gli altri
Che furono, che sono, che saranno.

da "Il taccuino del vecchio", 1960

Giuseppe Ungaretti - Girovago

foto di Massimo Sbreni - da flickr
Giuseppe Ungaretti - Girovago


In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare
Ad ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che una volta
già gli ero stato
assuefatto
E me ne stacco sempre
straniero
Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute
Godere un solo
minuto di vita
iniziale
Cerco un paese
innocente.

Eugenio Montale - Chiari mattini

Photo: Nevada Desert Road by Ansel Adams - da pinterest
Eugenio Montale - Chiari mattini

Chiari mattini,
quando l'azzurro è inganno che non illude,
crescere immenso di vita,
fiumana che non ha ripe né sfocio
e va per sempre,
e sta - infinitamente.

Sono allora i rumori delle strade
l'incrinatura nel vetro
o la pietra che cade
nello specchio del lago e lo corrùga.
E il vocìo dei ragazzi
e il chiacchiericcio liquido dei passeri
che tra le gronde svolano
sono tralicci d'oro
su un fondo vivo di cobalto,
effimeri...

Ecco, è perduto nella rete di echi,
nel soffio di pruina
che discende sugli alberi sfoltiti
e ne deriva un murmure
d'irrequieta marina,
tu quasi vorresti, e ne tremi,
intento cuore disfarti,
non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
più netto batti come
orologio traudito in una stanza
d'albergo al primo rompere dell'aurora.
E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c'è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.

26 aprile 2017

Josè Saramago - Impariamo, amore

foto di Michael Schlegel
Josè Saramago - Impariamo, amore

Impariamo, amore, da questi monti
Che, così distanti dal mare, sanno il gesto
Di bagnare nell'azzurro gli orizzonti.

Facciamo ciò che è giusto e diretto:
Da desideri occulti altre fonti
E scendiamo al mare dal nostro letto.

 

Luogo comune del quarantenne

Quindicimila giorni secchi sono passati,
Quindicimila occasioni che si sono perse,
Quindicimila soli inutili che sono nati,
Ore su ore contate
In questo solenne ma grottesco gesto
Di dare corda ad orologi inventati
Per cercare, negli anni smemorati,
La pazienza di andar vivendo il resto.

Giuseppe Ungaretti - D’un colore d’ombra si velano

Foto di Michael Schlegel - da behancce.net

Giuseppe Ungaretti - D’un colore d’ombra si velano

D’un colore d’ombra si velano
cuore anima e occhi
persi nella sera
d’attesa interminabile.

Ombra è il colore
del cuore, degli occhi, dell’anima,
in un’attesa senza fine, persi.

Rime XIII - Isabella Morra


Rime XIII - Isabella Morra

Quel che gli giorni a dietro
noiava questa mia gravosa salma,
di star tra queste selve erme ed oscure
or sol diletta l’alma;
chè da Dio, sua mercé, tal grazia impetro,
che scorger ben mi fa le vie secure
di gire a lui fuor de le inique cure.
Or, rivolta la mente a la Reina
del Ciel, con vera altissima umiltade,
per le solinghe strade
senza intrico mortal l’alma camina
già verso il suo riposo,
che ad altra parte il pensier non inchina
fuggendo il tristo secol sì noioso,
lieta e contenta in questo bosco ombroso.
Quando da l’oriente
spunta l’aurora col vermiglio raggio
e ne s’annuncia da le squille il giorno,
allora al gran messaggio
de la nostra salute alzo la mente
e lo contemplo d’alte glorie adorno
nel basso tetto, dove fea soggiorno
la gran Madre di Dio ch’or regna in Cielo.
Così, godendo nel mio petto umile,
a lei drizzo il mio stile,
e ‘l fral mio vel di roze veste velo,
e sol di servir lei,
non d’altra cura, al cor mi giunge zelo,
seguendo le vestigia di colei
che dal deserto accolta fu tra i Dei.
Quando da poi fuor sorge
Febo, che fa nel mar la strada d’oro,
tutta m’interna e l’allegrezza immensa
c'ebbe del suo tesoro
quella che con tanta grazia or a me porge;
ch’io la riveggio con la mente intensa
mirare il figlio in caritate accensa,
nato fra gli animai, con pio sembiante;
e dal sangue che manda al petto il core
nodrire il suo Signore;
e scemo il duce de l’eterno amante
sotto povere veste
spregiar le pompe del vulgo arrogante,
colui che sol pregiò l’aspre foreste
e fu fatto da Dio tromba celeste.
Poi che ‘l suo chiaro volto
alzando, da le valli scaccia l’ombra
il biondo Apollo col suo altero sguardo,
un bel pensier m’ingombra;
parmi veder Giesù nel tempio, involto
fra Saggi, disputar con parlar tardo,
e lei, per ch’io d’amor m’infiammo ed ardo,
versar dagli occhi, per letizia, pianto.
Questi conforti in contra i duri oltraggi
m’apportan questi faggi,
lungi schivando di sirene il canto;
ché per solinghe vie
il bel gioven, a Dio diletto tanto,
con le sue caste voglie e sante e pie
vide il sentier de l’alte ierarchie.
Alzato a mezzo il polo
il gran pianeta cò bollenti rai,
ch’uccide i fiori in grembo a primavera,
s’alcuno vide mai
crucciato il padre contra il rio figliuolo,
così contemplo Cristo, in voce altera
predicando, ammonir la plebe fera
e col cenno, del qual l’Inferno pave,
romper le porte d’ogni duro core,
cacciando il vizio fore.
Quanto ti fu a vedere, o Dea, soave
gli error conversi in cenere
dal caro figlio in abito sì grave?
Quanto beata fu chi le sue tenere
membra a Dio consacrò, sacrate a Venere?
E se l’eterno Foco
giunge tant’alto ch’al calar rimira,
ti scorgo, o Signor mio, fra i tuoi fratelli
senza minacce od ira
del tuo amore infiammargli a poco a poco,
e cò leggiadri detti e gravi e belli
render beati e pien di grazia quelli,
lor rammentando pur la santa pace.
La gioia del mio cor, ch’amo ed adoro,
contemplo fra coloro
che i santi esempi tuoi raccoglie e tace.
O via dolce e spedita,
trovata già nel vil secol fallace;
e chi ‘l primiero fu, dal Ciel m’addita
sol de l’erèmo la tranquilla vita!
Per voi, grotta felice,
boschi intricati e ruinati sassi,
Sinno veloce, chiare fonti e rivi,
erbe che d’altrui passi
segnate a me vedere unqua non lice,
compagna son di quelli spirti divi,
c’or là su stanno in sempiterno vivi,
e nel solare e glorioso lembo
de la madre, del padre e del suo Dio
spero vedermi anch’io
sgombrata tutta dal terrestre nembo
e fra l’alme beate
ogni mio bel pensier riporle in grembo.
O mie rimote e fortunate strate,
donde adopra il Signor la sua pietade!
Quando discovre e scalda il chiaro sole,
canzon, è nulla ad un guardo di lei,
ch'è Reina del Ciel, Dea degli dei.

Sergio Solmi - Prato

Sergio Solmi - Prato

Qui dove la vita scuote
impazzita i suoi crotali nel giallo
dei bottondoro,
la campanula oscilla nella sua
delicata vertigine, si screziano
anemoni e narcisi
e acceca il bianco della margherita,
al volo che s’abbatte
delle pulci splendenti si corruga
questa vecchia cotenna della terra,
s’irrita in prato variopinto. Anch’io,
Sole, porto il tuo rosso emblema, m’hai
stampato dentro questa
luminosa fiorita insonnia d’erbe.

da Poesie, 1950

Le navi bruciate - Henrik Ibsen

foto da flickr
Le navi bruciate - Henrik Ibsen

Rivolta la prora
delle navi dal nord,
cerca luminosi dèi
le giocate tracce.

I fuochi delle terre gelate
si spensero nel mare;
e fauni solari
sulla fossa sostarono.

Così bruciarono le navi;
azzurrino fumo
come striscia di un ponte
verso nord sparisce.

Dalle spiagge assolate,
verso i tuguri glaciali,
un cavaliere cavalca
tutte le notti.

24 aprile 2017

Albino Pierro - Congedo

foto da dapixara.com
Albino Pierro - Congedo

Domani,
questo affannarmi a scrivere,
diventerà per gli altri forse il mare,
e ognuno avrà una vela e un dolce vento
per navigare.

Io certo sarò nel fondo
come un'antica nave,
e avrò la gioia dei padri
sereni e sigillati da un silenzio
che può ancora guidare.

Roger McGough Il potere dei poeti

"Reflections", foto di Rivka Katvan - da trendvisions.lancia.it
Roger McGough Il potere dei poeti 
 
L’uomo là fuori, sulla veranda,
che dà le monetine
al vecchio barbone e che
si sente bene non sono io.
Io sono la veranda.
Avrei potuto essere
il barbone o perfino
le monetine. E tuttavia
Ho deciso di essere
la veranda e questa è
la mia poesia. Tale è
il potere dei poeti.

Josè Saramago - Dev’esserci un colore da scoprire

foto di Alessio Pagnoni - da juzaphoto.com
Josè Saramago - Dev’esserci un colore da scoprire
Dev’esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev’esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.
Dev’esserci un’ isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un’altra intonazione più cantante.
Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quanto puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.

Jorge Luis Borges - Diciassette Haiku

foto da pinterest
Jorge Luis Borges - Diciassette Haiku

1
Qualcosa me han detto
la sera e la montagna.
Ma l’ho perduto.

2
La vasta notte
no è ora null’altro
che un profumo.

3
Esiste o no
il sogno che smarrii
prima dell’alba?

4
Mute le corde.
La musica sapeva
quello che sento.

5
Oggi non ride
il mandorlo dell’orto.
È il tuo ricordo.

6
Oscuramente
libri, stampe, le chiavi
han la mia sorte.

7
Da quel giorno
non ho toccato i pezzi
sulla scacchiera.

8
Sopra il deserto
avvengono le aurore.
Qualcuno lo sa.

9
L’oziosa spada
sogna le sue battaglie.
Altro è il mio sogno.

10
L’uomo è spirato.
La barba non lo sa.
Crescono le unghie.

11
Questa è la mano
che talvolta toccava
la tua chioma.

12
Sotto la gronda
lo specchio non riflette
più che la luna.

13
Sotto la luna
l’ombra che si allunga
è una sola.

14
È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?

15
La luna nuova
Lei pure la guarda
da un’altra porta.

16
Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.

17
La vecchia mano
ancora scrive versi
per dimenticare.

Virgilio Piñera - L’isola di peso (frammento)

foto da diyphotography.net
Virgilio Piñera - L’isola di peso  (frammento)

Tutto un popolo può morire di luce come morire
di peste.
A mezzogiorno il monte si popola di amache invisibili,
e lanciati, gli uomini sembrano foglie alla deriva su acque metalliche.
In questa ora nessuno saprebbe pronunciare il nome più caro,
né alzare una mano per accarezzare un seno;
in questa ora del cancro uno straniero giunto da spiagge remote
domanderebbe inutilmente che progetti abbiamo
o quanti uomini muoiono di malattie tropicali su questa isola.
Nessuno lo ascolterebbe: le palme delle mani rivolte verso l’alto,
gli orecchi otturati dal tappo della sonnolenza,
i pori tappati con la cera di un fastidio elegante
e della mortale deglutizione delle glorie passate.
Dove incontrare in questo cielo senza nubi il tuono
il cui scoppio spacca, da sopra a sotto, il timpano dei dormienti?
Quale conchiglia paleolitica spaccherebbe con il suo aspro corno
il timpano dei dormienti?
Gli uomini-conchiglia, gli uomini-scimmia, gli uomini-tunnel.
Popolo mio, tanto giovane, non sai comandare!
Popolo mio, divinamente retorico, non sai raccontare!
Come la luce o l’infanzia non hai ancora un volto.

 da “La isla en peso”, 1941

20 aprile 2017

Anna Achmatova - Ah, tu pensavi che anch’io fossi una

foto da taringa.net
Anna Achmatova - Ah, tu pensavi che anch’io fossi una

Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,

sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.

Charles Tomlinson - Varenna

foto da eyeoncomo wordpress.com
Charles Tomlinson - Varenna

Aspettando il traghetto
osserviamo l'ultimo sole
indorare in modo esagerato
la città in riva al lago

e il lago stesso
come per ripeterci che noi
non abbiamo bisogno di cercare altrove:
l'immanenza è il mistero

dove la colonna del sole calante
si riflette in un'alta
verticale invadenza
che pare olio tremolante

e scarica sulla spiaggia
fiamme che fanno lotta e danze
in ogni vibrazione
della sfuggente sostanza,

quindi un monte si frappone,
i fili di fuoco si sfanno
e l'acqua che si oscura
traghetta la notte nella baia.

Diego Valeri - Solitudine

foto da villacimbrone.com
Diego Valeri - Solitudine 


Solitudine dura e cara,
compagna dei miei tardi giorni,
alla mensa d’erba amara,
al torbo vino dei ricordi,
soli siamo, tu ed io.
Pur non è triste il nostro stato:
una dolcezza lenta di oblío
già impolvera e copre il passato.
E fuori ride un cielo,
splende il prato di tenere erbe.
Ancora sui rami del futuro
la speranza ha fior del verde.

Raffaele Carrieri - Il mio corpo mi porta via

foto di Andrea Vallana

Raffaele Carrieri - Il mio corpo mi porta via

Il mio corpo mi porta via
E devo sempre ricominciare
Fuoco donna focolare
E la speranza per durare
Dove sono più fugace
Della stella che cade.
Il mio corpo mi porta via.
Mi taglia, mi ritaglia
Mi separa dall'arpa
Mi separa dall'amata.
Mi separa mi sparpaglia
Per deserti e cordigliere
Come sabbia nella sabbia.
Cieco vado col cieco vento,
Il mio corpo mi porta via.


Eugenio Montejo - Gli alberi

Eugenio Montejo - Gli alberi

Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.

Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.

È difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un'altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.

da “Alcune parole”, 1976

19 aprile 2017

Unità di misura – Enzo Montano

Quentin Metsys - Il banchiere e sua moglie, dettaglio
Unità di misura – Enzo Montano

Spanne, tommoli, etti o metri cubi
Iarde, sicli e cubiti, servono forse a
calcolare i sentimenti, le persone
e a misurare la memoria.
Piume e fili d’erba al vento
Stabiliscono la leggerezza vacua
della retorica nelle parole
di chi nelle cerimonie di rito
celebra un ricordo atroce
mentre l’indomani o il giorno stesso
innalza muri contro la disperazione.
Come si misura la stupidità di quei muri,
se non in chilometri quadrati
tanti quanto è grande un oceano?

E quanti sono i bicchieri sulle tavole
colmi di indifferenza quando i notiziari
inondano il pranzo di bambini morti?
Quante bottiglie riempie il razzismo
che respinge le loro sofferenze?
E quante brocche servono
per la sofferenza delle madri torturate,
per i loro gridi, per le frustate
e le violenze riservate alle femmine
solo perché femmine?
Basta un baule o due o forse tre
per quella violenza inaudita?
Come dare una grandezza
alle lacrime di un’ottantenne,
unico sopravvissuto allo stermino
della sua famiglia che non avrà discendenza?
Una sola lacrima riempirebbe
milioni di pignatte o di misure!
Come si stila una scala del dolore
senza portare dentro il dubbio della colpevolezza?
Quante migliaia di distanze per un orizzonte
che possa chiamarsi semplice serenità,
prima dell’ultima certezza, dritta al cuore
affilata come la spada di un centurione?

Così, lungo i bordi della coscienza
fluiscono speranze e pentimenti,
le illusioni scorrono ininterrotte
nelle vene assieme al sangue,
senza misura e senza direzione
perché intorno il buio nasconde
ognuno degli orizzonti che io ricordo.

Sofferenza sulla sofferenza,
persecuzione sulle persecuzioni,
promesse di luce su promesse di orizzonti,
rifiuto su rifiuto a chi è sempre rifiutato,
osservatori senza pentimento
e senza penitenza: solo pesce
e magari del formaggio il Venerdì Santo.
poi il lavacro della stazioni della Croce,
e finalmente la spesa per il pranzo della Pasqua,
auguri di felicità e scambio sorridente
ma contrito del segno della pace.

Qual è l’unità di misura dell’ipocrisia?

Esiste un recipiente che si colma,
dopo di che si innalza incontenibile
l’indignazione degli umani
e le nefandezze terminano?
Oppure per trenta denari
tracimeranno i crimini lungo le
vie, tra i giorni e nelle nostre vite,
senza che qualcuno misuri
lo sgomento durante le omelie,
affilate come spade di centurioni?

Darío Jaramillo Agudelo - Paradiso segreto

foto da pinterest
Darío Jaramillo Agudelo - Paradiso segreto

Nessuno tocchi questo amore.
Ignorino tutti la cautela del nostro cielo
notturno, e che il segreto sia l’aria gioiosa

dei nostri placidi sospiri.

Nessun estraneo venga a contaminare
il tuo e il mio sonno: qualsiasi visitatore
viene a invadere il tiepido
ambito da noi abitato;

qui il tempo è acqua fresca
in movimento, quasi sottile volo,
e tutte le persone vivono molto lontano
dal nostro giardino allucinato,

fuori dal nostro paradiso segreto.

Guido Gozzano - Il buon compagno


Guido Gozzano - Il buon compagno

Non fu l'Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno... E l'atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l'ultimo bacio e l'ultimo sussulto,
non udii che quell'arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.

E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero;
Amor non lega troppo eguali tempre.

Scenda l'oblio; immuni da languori
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.

Carlo Michelstaedter - Risveglio

Carlo Michelstaedter - Risveglio

Giaccio fra l'erbe
sulla schiena del monte, e beve il sole
il mio corpo che il vento m'accarezza
e sfiorano il mio capo i fiori e l'erbe
ch'agita il vento
e lo sciame ronzante degli insetti. -
Delle rondini il volo affaccendato
segna di curve rotte il cielo azzurro
e trae nell'alto vasti cerchi il largo
volo dei falchi…
Vita?! Vita?! qui l'erbe, qui la terra,
qui il vento, qui gl'insetti, qui gli uccelli,
e pur fra questi sente vede gode
sta sotto il vento a farsi vellicare
sta sotto il sole a suggere il calore
sta sotto il cielo sulla buona terra
questo ch'io chiamo "io", ma ch'io non sono.
No, non son questo corpo, queste membra
prostrate qui fra l'erbe sulla terra,
più ch'io non sia gli insetti o l'erbe o i fiori
o i falchi su nell'aria o il vento o il sole.
Io son solo, lontano, io son diverso -
altro sole, altro vento e più superbo
volo per altri cieli è la mia vita…
Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?
Che è questa luce, che è questo calore,
questo ronzar confuso, questa terra,
questo cielo che incombe? M'è straniero
l'aspetto d'ogni cosa, m'è nemica
questa natura! basta! voglio uscire
da questa trama d'incubi! la vita!
la mia vita! il mio sole!
Ma pel cielo
montan le nubi su dall'orizzonte,
già lambiscono il sole, già alla terra
invidiano la luce ed il calore.
Un brivido percorre la natura
e rigido mi corre per le membra
al soffiare del vento. Ma che faccio
schiacciato sulla terra qui fra l'erbe?
Ora mi levo, ché ora ho un fine certo,
ora ho freddo, ora ho fame, ora m'affretto,
ora so la mia vita,
ché la stessa ignoranza m'è sapere -
la natura inimica ora m'è cara
che mi darà riparo e nutrimento,
ora vado a ronzar come gl'insetti. -

Sul S. Valentin, giugno 1910

León Felipe - Prologhetti, 12

foto di Willy Ronis 
León Felipe - Prologhetti, 12

Disfate questo verso.
Toglietegli le frange della rima,
il metro, la cadenza
e persino l'idea stessa...
Gettate al vento le parole...
e se dopo resta ancora qualcosa,
quello
sarà la poesia.
Che
importa
che la stella
sia remota
e disfatta
la rosa?...
Avremo ancora
la luce e l'aroma.

da "Versi e orazioni del viandante" (1920-1930)

17 aprile 2017

Charles Baudelaire - Il Vampiro

Anna Nicole Smith, da pinterest
Charles Baudelaire - Il Vampiro

Tu che t'insinuasti come lama
nel mio cuore gemente; tu che forte
come un branco di démoni venisti
a fare, folle e ornata del mio spirito
umiliato il tuo letto e il tuo regno - infame
a cui, come il forzato alla catena,
sono legato, come alla bottiglia
l'ubriacone, come alla carogna
i vermi, come al gioco l'ostinato
giocatore - che tu sia maledetta!
Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
di conquistare la mia libertà;
ed il veleno perfido ho pregato
di soccorrere me vile. Ahimè, la spada
ed il veleno, pieni di disprezzo,
m'han detto: «Non sei degno che alla tua
schiavitù maledetta ti si tolga,
imbecille! - una volta liberato
dal suo dominio, per i nostri sforzi,
tu faresti rivivere il cadavere
del tuo vampiro, con i baci tuoi!»

Giuseppe Ungaretti - Il ampo della bocca

foto da hebemunoz1.blog

Giuseppe Ungaretti - Il ampo della bocca

Migliaia d'uomini prima di me,
Ed anche più di me carichi d'anni,
Mortalmente ferì
Il lampo d'una bocca.
Questo non è motivo
Che attenuerà il soffrire.
Ma se mi guardi con pietà,
E mi parli, si diffonde una musica,
Dimentico che brucia la ferita.

Eugenio Montale - Casa sul mare


Eugenio Montale - Casa sul mare

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

da “Ossi di seppia”, 1925

Alessandro Parronchi - Sera

Alessandro Parronchi - Sera

Così presto il giuoco s’interrompe.
Sorridevamo, era leggiadra, e dopo
son rimasto con questa, che trabocca,
malinconia più cara delle stesse
ore di gioia o meno, non so dire.
Nel tramonto che non vuol più morire
lascia che sia la brezza a riportarmi
l’immagine di te forse più vera,
lasciami solo ai miei pensieri, l’Arno
è un fiume triste stasera.

da L’incertezza amorosa, 1952

Edgar Allan Poe - A F

foto da mapio.net
Edgar Allan Poe - A F

O mia amata, fra i dolenti affanni
così folti sul mio terrestre sentiero -
triste, ahimè! - dove mai non cresce
un fiore, mai alcuna rosa solitaria -
trova sollievi almeno l' anima mia
in molti sogni di te: e conosce allora
un Eden di blando riposo.

Così, dal ricordo di te si distilla
in me un' isola d'incanto, lontana,
in mezzo a un tumultuante mare -
fremente oceano e immenso, esposto
ad ogni tempesta - nel mentre che, intanto,
i più sereni cieli, continuamente,
solo sorridono su quell' isola fulgente.

A mia madre - Liliana Genovese

foto da smartemple.com
A mia madre - Liliana Genovese

Questa pianura è come il volto di mia madre,
bruciato dai solleoni di una giovinezza lontana.
Ombre di cipressi narrano la sua storia sulla pallida fronte.
Il viso di mia madre è ricamato
dolori stupendi nelle lunghe sere di veglia,
quando i figli erano tempestosi come il mare.
Mia madre è quest’acqua
dalle mille sorgenti misteriose,
solcate a tratti da rari sorrisi di luce,
che sanno le strade del cuore.

Jorge Carrera Andrade - Edizione della sera

Jorge Carrera Andrade - Edizione della sera

La sera lancia la sua prima edizione di rondini
annunciando la nuova politica del tempo,
la pochezza delle punte di luce,
le navi che galleggiano nel cantiere del cielo,
il magazzino di ombre del ponente,
i tumulti e i disordini del vento,
il cambio di domicilio degli uccelli,
l’orario di apertura delle stelle.
La morte improvvisa delle cose
affogate nella marea della notte,
le deboli grida d’aiuto degli astri
dalla loro prigione di infinito e distanza,
la marcia incessante degli eserciti del sogno
contro l’insurrezione dei fantasmi
e, sul filo delle baionette della luce, l’ordine nuovo
instaurato nel mondo dall’alba.

16 aprile 2017

Jacques Prevert - Il Ruscello

foto da pieroweb 

Jacques Prevert - Il Ruscello

" Tanta acqua è passata sotto i ponti
ed anche un grande fiume di sangue.
Ma ai piedi dell'amore
scorre un bianco ruscello.
E nei giardini della Luna
dove ogni giorno si fa festa a te
questo ruscello canta addormentato.
quella Luna è il mio capo
dentro cui gira un grande sole blu.
E gli occhi tuoi sono questo sole."

Josè Emilio Pacheco - Disfatta di Bill Gates

foto di Peter Nelson 
Josè Emilio Pacheco - Disfatta di Bill Gates


Dopo il gran caldo e la lucentezza insopportabile del sole,
la tormenta elettrica,
la pioggia che non preannunciò il suo arrivo.
E il tuono immenso, imperatore dell'aria,
fa che il mondo esploda nei conduttori elettrici,
e per un istante ci trasformi
in ombre d'un mondo antico senza elettronica,
spettri apprendisti, aria nell'aria.


Javier Heraud - Poesia


Javier Heraud - Poesia

Oscuro è il tempo e lievi
i sorrisi dei giorni.
Il giorno assume il suo pallore
da infante: la sua allegria
si esprime nelle notti
dell'amore e la vendetta.
E' l'ora dei morti,
lì dove sorgono i pallidi
volti dei bambini consumati
dal vento.
Lungo è il cammino ed oscuri
i sorrisi dei giorni.
(Le tombe conservano i loro
vecchi timori, gli uomini
i loro vecchi scritti
ed i bambini nascono
con nuovi
rancori sulle labbra).
E lì dove il giorno si offre
(oscuro giubilo di erbe cadute)
apro gli occhi alla luce dell'amore
e delle tue labbra.

Mario Benedetti - Ti amo

foto di Gianni Berengo Gardin
Mario Benedetti - Ti amo

Le tue mani sono la mia carezza,
i miei accordi quotidiani
ti amo perché le tue mani
si adoperano per la giustizia
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
i tuoi occhi sono il mio esorcismo
contro la cattiva giornata
ti amo per il tuo sguardo
che osserva e semina il futuro
la tua bocca che è tua e mia
la tua bocca che non si sbaglia
ti amo perché la tua bocca
sa incitare alla rivolta
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
e per il tuo aspetto sincero
e il tuo passo vagabondo
e il tuo pianto per il mondo
perché sei popolo ti amo
e perché l’amore non è un’aureola
né l’ingenuo finale di una favola
e perché siamo una coppia
che sa di non essere sola
ti voglio nel mio paradiso
ossia quel paese
in cui la gente vive felice
anche senza permesso
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

Joan Margarit - Discorso sul metodo

da First Spring di Yang Fundong per Prada
Joan Margarit - Discorso sul metodo


Da bambino già cercavo le finestre
per poter fuggire con lo sguardo.
Da allora, quando vado in un posto,
guardo con attenzione dove lascio il cappotto
e dov’è la porta d’uscita.
La libertà, per me, significa fuggire.
Ci sono tante porte nel mondo.
Compreso il sesso, in caso di emergenza
può esserlo. Ora tutte le porte si stanno chiudendo
e, per fuggire, presto resteranno
soltanto le finestre dell’infanzia.
Completamente aperte per poter saltare.

15 aprile 2017

Non vedono – Enzo Montano

René Magritte - Golconda
Non vedono – Enzo Montano

Non sono capaci di vedere gli idioti,
volano in alto dove tutto è riflesso d’oro
abbacinante che deforma il profilo delle cose.
Dall’alto, dove gli idioti si riuniscono,
anche le città sono perfette geometrie
e prospettive di continue linee rette:
i campi sono verdi o gialli
e le demarcazioni nette, senza inganno.
Gli idioti non vedono e sorridono,
inconsapevoli sorridono all’effimero
che l’esistenza offre a piene mani.

Gioiscono gli idioti del loro talento smisurato
nel filtrare quello che accade,
e colorare di rosa il grigio e il nero:
anime magnanime sono gli individui
e gli scontri, anche i più cruenti,
o gli abbandoni feroci oppure gli egoismi atroci,
sono celati da sipari di gaiezza
perché loro, gli idioti,
hanno sempre mille spiegazioni
per qualsiasi avversità o affronto.

Gli idioti non distinguono
una manciata d’amore gettata
a terra come un’elemosina nel cappello
consunto di chi è aduso ad altre sofferenze,
sono incapaci di vedere l’esca
che nasconde aghi uncinati
che infliggono ferite profonde fino all’anima.

Se solo qualcuno togliesse
i loro occhiali che trasformano
il falso in vero, se finalmente
gli idioti fossero capaci di guardare
appena dopo la loro dabbenaggine,
noterebbero le periferie e il degrado
oltre le nitide geometrie di linee rette,
leggerebbero le sfumature dei colori e dei fatti,
saprebbero aggirare gli sbarramenti del silenzio,
comprendere un travestimenti proditorio,
saprebbero definire le sofferenze e gli inganni
e riconoscere gli ami nascosti dentro l’esca.

Cosi gli idioti vivrebbero una
consapevolezza, forse,
dolorosa e meno colorata,
ma certo senza la corruzione del vero
o della carità di filantropici ipocriti
bisognosi di lavacri per gli egoismi.

O forse, più semplicemente,
gli idioti amano le foreste incantate
popolate da fate e cervi bianchi;
preferiscono pensare che il canto
ininterrotto delle cicale non sia
lenta agonia, ma solo l’inno
all’oleandro giallo o al viola del lupino,
nell’immobilità azzurra dell’estate.

Volano gli idioti perché sognano,
e nel sogno si possono scambiare
per carezze anche le sciabolate.

Corrado Govoni - Sommario

Corrado Govoni - Sommario


L'annata lava con la pioggia il suo cadavere.
Il tempo ha un abito da povero.
L'anima mia è un orto senza chiave.
I miei pensieri sono come gigli in un ricovero.

De l'edifizio verde
de la speranza più non resta una pietra.
Lo scudo contro i colpi spietati del male perde
la tempera. La via dell'avvenire è tetra.

Oh come è triste questo sommario!
Ed è forse ancora lontano
l'invocato calvario.
E tutto sembra vano, è tutto è vano...

Il vento a le porte
urla insistentemente:
ed il mio cuor si sente
pieno di foglie morte.

Charles Bukowski - Aspetta, e ti troverà

Gli attori Fiorella Mari e Denis O'Keefe a pranzo in un ristorante di Capri in una foto d'archivio del 1953-da multimedia.quotidiano
Charles Bukowski - Aspetta, e ti troverà

Aspetta, e ti troverà

una giornata alle corse,
seguita da un tuffo
in piscina,
seguito da 5 minuti
nella sauna,
seguita da una doccia,
seguita dalla lettura della posta
(non molto interessante)
poi la mogliettina
racconta qualcosa della sua
giornata,
i miei sette gatti mi accolgono
uno alla volta
e la serata
comincia.
dal puro inferno a questo.
riuscirò a sopportarlo?
ci riuscireste voi?
ma non preoccupatevi,
l'inferno tornerà,
rinvigorito,
mi troverà
di nuovo
più vecchio, più grasso
e io ti farò rapporto,
caro lettore,
nello stile a cui
ti sei
abituato.