26 luglio 2019

da Un amore – Dino Buzzati

Edgar Degas, La lezione di danza, 1874. Particolare.
da Un amore – Dino Buzzati

In quel mentre si accorse che delle scene e dei costumi non gliene importava più niente. Se fosse stato solo per le scene e i costumi non sarebbe neanche venuto, probabilmente. Finito un lavoro, lui aveva l’abitudine di non interessarsene più, per una pigrizia forse, che in pratica tuttavia si trasformava in norma di pratica saggezza. Lui era venuto per la Laide, fino a quel momento non se n’era reso conto e adesso si sentiva addosso una impazienza tormentosa.

da Un amore – Dino Buzzati

Edgar Degas - Prove di balletto sul palco, 1874
da Un amore – Dino Buzzati

Entrò una folata di ballerine, saranno state dieci o dodici, erano le ombre della sera. Nessuna, naturalmente, era in costume, indossavano tutte la calzamaglia nera. Senza trucco, i capelli per lo più tenuti fermi da un nastro o fazzoletto passato sopra la fronte, sparute nel complesso; e in quella tenuta davano un’impressione di ostentata disinvoltura, di sciatto, anche di sporco per i segni bianchi di polvere sulle ginocchia, sui gomiti, sul sedere. Tuttavia, proprio questa trascuratezza dava alle ragazze qualcosa di provocante e spavaldo. Ben presto, anche perché la calzamaglia modellava i giovani corpi nelle minime rotondità e pieghe, Antonio si accorse che erano infinitamente più desiderabili che nell’elaborato splendore di un costume.

Il viaggio - Adriana Ierodiakonou

dipinto di Bo Bartlett
Il viaggio - Adriana Ierodiakonou

Abbiamo camminato per molti anni
ma ancora non abbiamo incontrato il mare.

Del dolore abbiamo fatto un risveglio del desiderio, un percorso,
anche se continuiamo ad andare per la pianura di terra bianca.

Volano senza indugio le rondini verso giorni verdi.

Noi abbiamo camminato per tanti anni
e il mare ci ha dimenticato
e si è trasformato in una parola.

mi sto sforzando di non – Rupi Kaur

dipinto di Bo Bartlett
mi sto sforzando di non – Rupi Kaur

mi sto sforzando di non
farti pagare i loro errori
d’insegnare a me stessa
che non hai colpa
della ferita
come posso punirti
per ciò che non hai fatto
indossi le mie emozioni
come un gilet militare mimetico
non sei gelido né
selvaggio né affamato
sei medicamentoso
non sei loro

Trad. Alessandro Storti

Vento - Erika Burkart

dipinto di Eric Bowman
Vento - Erika Burkart

Nomade venuto da lontano, ignaro di noi,
il vento, l’elemento a me più estraneo,
finché il flutto si placa nell’onda.
Un tempo, al momento dell’alta marea,
quale abbaglio sulla soglia;
pareva invalicabile; all’interno
lo spazio il mondo.
Tu m’hai amata,
io ti ho amato –
amore: polvere che volteggia su di noi
nel chiarore del giugno, quando verdi colline e cielo alto
ci offrono
quello che noi non cogliamo.

Non mancata l’ora,
in cui riposa la mia memoria,
si congela, si acceca, si risveglia,
sa vedere la quotidianità del dì e della notte,
elementare
sotto il tuo respiro, o nomade.
Anche quando ti scateni
in folate di grandine
ti volano incontro gli uccelli del mattino.

Trad. di Nino Muzzi

L’ora esatta – Giorgio Orelli

Albert Braitou-Sala - Portrait de Madame Olmazu
L’ora esatta – Giorgio Orelli

In quest’alba che quasi non odora
di fieno e di letame
i padroni di tutto il Viale
della Stazione sono tre piccioni
partiti insieme da presso l’ardita
bottega ove si vende
l’orologio che segna
l’ora esatta per tutta la vita.

se devo condividere la mia vita con un compagno – Rupi Kaur

dipinto di Steve Hanks
se devo condividere la mia vita con un compagno – Rupi Kaur

se devo condividere la mia vita con un compagno
è sciocco non chiedersi se
di qui a vent’anni
questa persona sarà ancora
qualcuno con cui ridere
o solo uno che mi distrae con il suo fascino
se vedo noi fra un decennio
evoluti in persone nuove
oppure la crescita avrà una battuta d’arresto
non voglio lasciarmi distrarre
dal bell’aspetto o dal denaro
voglio sapere se queste cose tirano fuori
il meglio o il peggio di me
andando al nocciolo abbiamo gli stessi valori
se fra trent’anni vorremo ancora
balzare a letto come ventenni
se riesco a immaginare noi da vecchi
a conquistare il mondo
come se fosse giovane il sangue
che ci corre nelle vene
- caselle da spuntare

Trad. Alessandro Storti

ho detto forse è un errore. forse ci vuol ben altro – Rupi Kaur

dipinto di Fabio Hurtado
ho detto forse è un errore. forse ci vuol ben altro – Rupi Kaur

ho detto forse è un errore. forse ci vuol ben altro che amore per far
funzionare le cose.
poni le tue labbra sulle mie. quando i nostri volti ronzano dell’estasi del
baciare dici dimmi che non è giusto. e per quanto mi piaccia pensare con la
testa. l’unica cosa logica è il mio cuore in corsa. ecco. eccola lì la risposta che
cerchi. nella mia perdita di fiato. la mia mancanza di parole. il mio silenzio. la
mia incapacità di parlare è segno che mi hai riempito lo stomaco di farfalle al
punto che quand’anche fosse un errore. non può essere altro che giusto non
essere nel giusto con te.

Trad. Alessandro Storti

Una donna - Enrique Symns

Paola Consolo - Autoritratto
Una donna - Enrique Symns

Ho visto fragili bambine smarrite
nascondersi in un paesaggio d’inverno nel volto di una donna
che aspira solo a invecchiare serenamente.

Mi sono innamorato della disperazione di uno sguardo,
negli occhi di una donna addormentata
che sognava nelle miserie quotidiane di essere sempre accompagnata.

Quando guardo una donna comprendo la dolorosa incertezza
del cosmo…
Il nudo risveglio del nulla,
che oscura la ragione di vivere.

Ho sognato da bambino con quel bacio
che ho ricevuto.
Il bacio di una promessa che mai
potrà avverarsi.

Un bacio che non ha labbra né lingua,
solo l’ansia di due anima lacerate
dalla pelle della memoria.

Che cos’è una donna
se non la stupefatta verifica
di quello che non siamo?
Che siamo un sogno dimenticato
nello specchio del tempo…
Fluttuando come fantasmi
tra le domande della carne abbandonata.

da Un amore – Dino Buzzati

Mario Tozzi - La Città delle Vergini
da Un amore – Dino Buzzati

Alle ore sedici era la prova del balletto La stella della sera di Lachenard.
Glielo avevano detto all’ultimo momento e Antonio per le quattro aveva combinato con la signora Ermelina per la Laide.
«Chi preferisce?» aveva chiesto per telefono la signora Ermelina. «Faccio venire la Laide?» e nella voce c’era un’ombra vaga di malizia come se lei si fosse accorta di qualche cosa.
«Chi preferisce?» aveva chiesto la signora Ermelina.
«Mah, non so» aveva detto lui.
«Faccio venire la Laide?»
«La Laide, sì. O la Lietta.»
«La Lietta?»
«Ma sì, mi ha detto che si chiama Lietta.»
«Ah, la Lietta! quella un po’ robusta?»
«Sì, sì» fece lui.
«Preferisce la Lietta?»
«Per me, faccia lei, una o l’altra.»
Non era vero. La Lietta, un fustone di ragazza dai capelli rossi, l’aveva conosciuta un paio di mesi prima. E gliene era tornata la voglia. Quelle spalle da lanciatrice di giavellotto, quei seni piatti e insieme potenti, quelle cosce che sapevano stringere. La Laide, in fatto d’amore, la conosceva già bene, non poteva promettergli nessuna sensazione nuova. Graziosa, certo, un tipo di gusto suo. Ma.
«Va bene» disse la signora Ermelina per telefono «una delle due.»
Ma all’ultimo momento lo avevano avvertito che c’era la prova e lui telefonò per disdire.
«Pazienza» disse la signora Ermelina «il più è che la peschi al telefono per dirle di non venire.»
«Chi?»
«Avevo combinato con la Laide.»
«Mi dispiace, ma non è colpa mia.»

24 luglio 2019

sono in ansia – Rupi Kaur

dipinto di Iain Faulkner
sono in ansia – Rupi Kaur

sono in ansia
perché cadere dentro te
significa cadere fuori da lui e
non mi ero preparata a questo
- avanti

Trad. Alessandro Storti

da Majakovskij – Etel Adnan

Mario Tozzi - La ragazza povera, 1943, olio su tela cm 90x160, 1943
da Majakovskij – Etel Adnan

8
Raccogliere cibo per l’anima
nei libri di grammatica ci trattiene dall’avanzare
oltre; perdiamo il linguaggio, il canto e
la coesione.
Dovremmo restare dove siamo, con
le idee sull’immortalità che giocano a bocce come
il sole stesso, ieri, visibilmente
una fornace pronta a ridurre ogni cosa
in raggi scintillanti.
(…)

Traduzione di Raffaella Marzano

da Notte – Etel Adnan

Nella Marchesini - Donna in abito rosa
da Notte – Etel Adnan

I
Ora ondate di rose stendono una coltre sulla memoria, ma resta dall’infanzia il desiderio di entrare nel cuore del tempo.
Nulla si muove. L’erba cresce diversamente dalle parole. In quelle rose, l’infinito è l’infinito.

Dal desiderio di abitare la tempesta nascono le città in fiamme. Le tracce diventano segni e il pensiero precede se stesso negli
anfratti del cervello. Sotto i vestiti, i corpi sono sempre nudi.

Le parole si sciolgono nei riflessi; ecco perché c’è un che di inutile in questa notte, in questo mio sentir mancato il fiume, nel
ritardare l’amore... la luce prende impeto nella vicinanza delle querce che coprono questo terreno, questo silenzio.

Non poter salire su una montagna, correre da un luogo all’altro, vedere che le cose migliorano per gli amici o per le nazioni,
o anche desiderare una giornata chiara, non fermare la tortura...

ma in questo tardo pomeriggio le foglie cadute erano morbide, camminarci sopra non sembrava far male per nulla, erano
amiche. Ho fatto molta strada. Quel che è successo dopo non ha importanza.

Nata in un grembo sigillato, dove la notte è origine, dirò che di tutto, anche del nulla, resta sempre qualcosa.

trad. Cristina Viti

Quando si perde il segnale – Joan Margarit

dipinto di Kelly Reemtsen
Quando si perde il segnale – Joan Margarit

Non avere pietà di quello che sei stato,
perché la pietà è troppo breve:
non dà il tempo di costruire nulla.
Di notte, in un piccolo aeroporto,
vedi come un aereo sta salendo.
Stai perdendo il segnale.
Sei convinto di stare vivendo
anni senza speranze che sono però
i più felici della tua vita.
C'è altra poesia, ci sarà sempre,
come c'è altra musica.
Quella di Beethoven sordo.
Quando si perde il segnale.


William Sansom - Lars Forssell

dipinto di Juarez Machado
William Sansom - Lars Forssell

William Sansom
vigile del fuoco durante il blitz a Londra
dove era seduto nella grande sala
sotto i lampadari di cristallo
(accadde nello Schloss Leopoldskron un inverno
dove Max Reinhardt aveva regnato
un principe sul suo trono teatrale
di falsità e genuina dissimulazione)
vide con la sua vista interiore
tutto il castello in fiamme fiammeggianti!
Indoratura e specchi incrinarsi
e sorci di fuoco con musi vibranti
correre per tutti gli angoli e fessure
e le ninfe arcigrasse
sui falsi quadri di Rubens
fondersi in torbide gocce
Lo ricordo qui in ginocchio
tra fiammiferi bruciati
nella casetta di Runmarö
«Che gran bella vista
vedere quel maledetto castello
completamente in fiamme!»
Così mio mondo,
mio mondo di finzione
ti voglio bruciare
Torso fuligginoso per il fuoco
precipitare dallo zoccolo di marmo
schiantandosi con uno scoppio nella vampa
Soffitti e muri incurvarsi
Scale crollare
incandescenti
Essere perduto senza salvezza
in un fracasso di secoli crollanti
arruolato in un più grande bagliore
Uno sfarzo vero contro uno falso!
Mi mancano le parole giuste
per il mio inferno immaginario
(ma dopo non è necessaria nessuna parola
e nulla ha la pretesa di essere detto)
te ne puoi stare tranquillo, mio mondo di isole,
di sciabordare d’onde e grilli
È soltanto una visione spettrale
presa in prestito da un vigile del fuoco durante il blitz
che una volta ostinatamente e per celare la sua paura
aveva acconsentito alla rovina
Ora è morto
e il mio fuoco comincia a ravvivarsi
Fosforescenza del mare e incubo si spengono
quando la mattina arriva con argento sul mare
Crepita un po’
I grilli limano
e io sento l’acqua giocare
contro le pietre della pagina fuori
come silene delle parole getta fragili ombre
su queste pagine.

lui bada bene a fissarmi – Rupi Kaur

Gustav Klimt - The kiss Oil and gold leaf on canvas 1907–1908
lui bada bene a fissarmi – Rupi Kaur

lui bada bene a fissarmi
mentre posa le sue dita elettriche sulla mia pelle
cosa senti mi chiede
esigendo la mia attenzione
rispondere è fuori questione
fremo dall’impazienza
eccitata e atterrita da ciò che mi attende
lui sorride
sa che la soddisfazione è fatta così
io sono una pulsantiera
lui è i circuiti
i miei fianchi si muovono con i suoi – ritmici
la mia voce quando gemo non è la mia – è musica
come dita su una corda di violino
sfavilla tanta elettricità da illuminare una città
quando finiamo io lo fisso
e gli dico
è stata una magia

Trad. Alessandro Storti

perché corro sempre in cerchio – Rupi Kaur

dipinto di Kenton Nelson
perché corro sempre in cerchio – Rupi Kaur

perché corro sempre in cerchio
tra il volere che tu mi voglia e
quando mi vuoi
il decidere che la nudità emotiva sia troppa
per essere vissuta
perché mi rendo tanto difficile da amare
come se tu non dovessi mai trovarti davanti
i fantasmi che ho nascosto sotto il seno
una volta ero più aperta
in questo genere di questioni amore mio
- se solo ci fossimo conosciuti quando ero più disposta

Trad. Alessandro Storti

da Majakovskij – Etel Adnan

dipinto di Kenton Nelson
da Majakovskij – Etel Adnan

14
Carissimo,
i colori ruotano vorticosamente
nel cervello
quando si guarda
nel vuoto
lasciato dalla dipartita
del tempo
particelle di energia
si riversano negli occhi
e uno smette
di riflettere se sia
meglio vivere
o morire.

Traduzione di Raffaella Marzano

quando sono entrata in quel caffè e ho visto te – Rupi Kaur

quando sono entrata in quel caffè e ho visto te – Rupi Kaur

quando sono entrata in quel caffè e ho visto te. il mio corpo non ha reagito
come la prima volta. ho aspettato che il mio cuore mi abbandonasse. che le
gambe congelassero. che la tua sola vista mi facesse cadere a terra in lacrime.
non è accaduto nulla. non c’è stato contatto né movimento interno quando i
nostri sguardi si sono incrociati. sembravi un tipo qualunque con un
abbigliamento qualunque e un caffè qualunque. niente di trascendentale.
penso sempre di meritare poco. il mio corpo dev’essersi ripulito da te da un
bel pezzo. dev’essersi stancato di me che mi comportavo come se avessi perso
la cosa più bella che mi fosse accaduta. e dev’essersi strizzato via le
insicurezze mentre io ero occupata a crogiolarmi nell’autocommiserazione.
quel giorno ero struccata. i capelli andavano dove volevano loro. avevo
addosso una vecchia maglietta di mio fratello e i pantaloni del pigiama.
eppure mi sentivo un’ammaliatrice luccicante. una sirena. ho ballicchiato in
macchina mentre guidavo verso casa. in quel caffè eravamo sotto lo stesso
tetto. eppure ero a sistemi solari di distanza da te.

Trad. Alessandro Storti

Poesia al postino - Yesim Agaoglu

dipinto di Kenton Nelson
Poesia al postino - Yesim Agaoglu

hai mai consegnato una lettera a un postino
portandogli in una busta messaggi di auguri
la vita è così ridicola e triste
postino, sei anche senza bicicletta

Chi ha detto che era facile – Audre Lorde

nella foto Leshia Evans
Chi ha detto che era facile – Audre Lorde

Ha così tante radici l’albero della rabbia
che a volte i rami si spezzano
prima di dare i frutti.

Sedute a Nedicks
Le donne si radunano prima della marcia
discutendo dei vari problemi causati dalle ragazze
che assumono per sentirsi libere.
Un barista quasi bianco ignora
un fratello che aspetta servendo prima loro
e le donne non notano e neanche rifiutano
i piaceri più sottili della propria schiavitù.
Ma io che sono incatenata al mio specchio
tanto quanto al mio letto
vedo le cause nel colore
tanto quanto nel sesso

e siedo qui chiedendomi
quale me sopravvivrà
a tutte queste liberazioni.

trad. dal collettivo WiT - Women in Translation

Sorella Outsider – Audre Lorde

Jean Rose Kasmir, 21/10/1967, Jean Rose a una manifestazione contro la guerra in Vietnam.
Sorella Outsider – Audre Lorde

Nascemmo in un’epoca di miseria
senza mai toccare
l’una la fame dell’altra mai
dividemmo le croste
per la paura
che il pane diventasse nemico.

Ora cresciamo i nostri figli
nel rispetto di se stessi
e degli altri.

Ora hai reso la solitudine
sacra e utile
e non più indispensabile
ora
la tua luce risplende luminosa
ma voglio che tu
conosca
la tua oscurità altrettanto
potente
ben oltre la paura.

trad. dal collettivo WiT - Women in Translation

da Majakovskij – Etel Adnan

Un poliziotto investe con lo spray urticante Ceyda Sungur negli scotri di Gezi Park a istanbul
da Majakovskij – Etel Adnan

12
Majakovskij, di dove viene il vento che
porterà i miei pensieri fino a te?
Sono andati tutti: Imam Ali, il Che,
Ghassan Kanafani e tu…
restano i duri.
Questa primavera, i pianeti si sono allineati
come prigionieri in attesa
di essere trucidati…nello splendore
dell’immenso cielo
le parole conficcate nella mia gola sono
sassi scintillanti,
il proiettile che
ti ha ucciso.
Siamo arrabbiati, e tu sai
cosa vuol dire.

Traduzione di Raffaella Marzano

Nessuna Itaca - Enzo Montano

Paul Gauguin - L vague, 1888 olio su tela cm 60x73
Nessuna Itaca - Enzo Montano

Occhi rassegnati, spalancati.
Occhi dilatati di paura.
Occhi da cui sono caduti tutti i sogni.
Occhi senza più lacrime.

Sopravvivenza è fuga dalla fame
dallo stupro dalla guerra dalla morte.
Sopravvivenza è una possibilità mentale
sola alternativa all’evaporazione del cervello
a una fossa comune dopo indicibili violenze.

E’ interminabile il cammino,
sterminato il giallo arso del deserto
sotto un cielo bello fino all’arroganza.
Terribile la detenzione al limite del mare
ostaggi di aguzzini (agenti di viaggio).

La sopravvivenza è lì, dopo questo mare.
Ma non è un mare amico. La barca
è un girone di Dante (una crociera).
L’azzurro è un cimitero sterminato
noi preda di voraci pesci in attesa.

Mani pietose raccolgono delle vite,
è insopportabile il tributo offerto
ai pesci del Mediterraneo.
Volti persi dagli occhi spalancati
debordano di morte su foto patinate.
E restano lì, incapaci di scalfire
l’indifferenza incorruttibile.

Ancora cattiveria dopo il mare
fame sofferenza e muri
oblio e cancellazione della storia.
Profughi per sempre senza più patria
né rispetto (la nostra pacchia).

Infinita traversata su un pianeta
che non ci riconosce tra gli umani.
Non abbiamo itinerario né un arrivo
per noi non c'è nessuna Itaca in vista.

non sono più riuscita a trattenermi – Rupi Kaur

Lisandro Rota - Scuola di galleggiamento 50x70
non sono più riuscita a trattenermi – Rupi Kaur

non sono più riuscita a trattenermi
sono corsa verso l’oceano
nel cuore della notte
e ho confessato all’acqua il mio amore per te
quando ho finito di dirglielo
il sale nel suo corpo è diventato zucchero
Trad. Alessandro Storti

Uccelli di carta – Yesim Agaoglu

Lisandro Rota - La rivolta degli origami, cm 70x70
Uccelli di carta – Yesim Agaoglu

uccelli bianchi e rigidi
che annegano nel cielo
hanno dimenticato come volare
uccelli con ali di carta
che avevo disegnato sulla carta e poi ritagliato
hanno trovato un modo per fuggire nei cieli
sono uccelli senza becco
niente sangue niente vene
uccelli di carta
che annegano nel cielo

Corona di spine - Yesim Agaoglu

Frida Kalho, Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940.
Corona di spine - Yesim Agaoglu

                             in memoria di Frida Kahlo

così anche tu hai indossato la corona di spine
nel mezzo della foresta
il tuo collo sta sanguinando
ti ricordo con questo vestito verde
fiori selvatici di tutti i colori
nei tuoi capelli neri
di chi è la tua mano insanguinata che porti
al posto del tuo orecchino adesso
la notte è quasi qui
presto ci saranno gli sciacalli
e anche gli avvoltoi
tu, perché hai indossato la corona di spine
il tuo vestito verde è ora tutto imbevuto di rosso

Terapia - Audre Lorde

Domenico Gnoli - Shoulder, 1969
Terapia - Audre Lorde

Nel tentativo di vederti
i miei occhi si fanno più
confusi
non è il tuo viso
che cercano
con le dita fra i tuoi spazi
come creatura affamata
persino adesso
non voglio
fare una poesia
voglio farti
comporti e scomporti
da me stessa.

trad. dal collettivo WiT - Women in Translation

Litania per la sopravvivenza – Audre Lorde

Tess Asplund si oppone al corteo dei neonazisti nella città svedese di Borlänge
Litania per la sopravvivenza – Audre Lorde

Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;
Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.

E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura
Perciò è meglio parlare
ricordando
non era previsto che sopravvivessimo.

trad. dal collettivo WiT - Women in Translation

Un amore – Dino Buzzati

Un amore – Dino Buzzati

Capiva però quanto l’assegnargli la parte di zio fosse comodo a Laide. Un alibi che le consentiva di fare l’amore con questo o con quello e nello stesso tempo di farsi condurre in giro da Antonio senza che ciò risultasse scandaloso. Avrebbe avuto una voglia matta, quando il portiere dell’albergo gli aveva parlato della nipote, di rispondere: “Nipote? Mai stata mia nipote, quella lì”. Poi si era fermato in tempo: avrebbe probabilmente fatto la figura del vecchietto cornuto e menato per il naso. Senza contare che lei, Laide, se per caso informata della cosa, sarebbe andata in bestia, capace magari di mandarlo a dar via l’anima alla presenza di tutti.
Così rimuginava quando lei discese. Era tutta in ordine, ben truccata e pettinata, indossava un vestito plissé e portava in braccio un minuscolo cagnolino maltese. Dietro veniva il facchino con una valigia, due valigette, un beauty case e un soprabito di antilope scamosciata.
«È questo il tuo famoso cagnolino?»
«Mettiamo addirittura le robe in macchina?» fece lei prontissima senza rispondere e lui notò che dava un’occhiata intorno di controllo se mai altri, oltre al facchino avesse udito la domanda di Antonio. Perché era ben strano che uno zio non avesse mai visto il cagnolino della diletta nipote.
Si accorse pure che Laide di colpo si era ingrugnata: affrettò il passo in modo da distanziare il facchino e gli disse:
«Se c’è una cosa che odio è di parlare delle nostre cose alla presenza di estranei!»
«Che cose? Che cosa ho detto?»
«Niente, niente» fece lei a bassa voce perché il facchino si stava avvicinando «in certe cose voialtri uomini siete dei perfetti cretini.»
Si rasserenò per fortuna quando dinanzi all’albergo vide la spyder rossa che aspettava, fiammeggiante al sole di maggio.
«È tua?»
«No. Me l’ha imprestata un amico.»
«Figurarsi. Quando è che ti deciderai a cambiarla quella tua vecchia baracca?»
Sistemarono le valige nel portabagagli, poi lei disse:
«Senti, dovresti farmi un piacere, scusa sai.»
«Cosa?»
«Qui all’albergo mi è rimasto qualcosa da pagare.»
«Sarebbe come dire il conto.»
«Lo vedi come sei? Subito a pensar male. Il conto è già pagato. Vorresti che ti faccia venire da Milano fin qui perché mi paghi il conto dell’albergo?
Mi stimi proprio poco sai. È la nota del portiere, saranno quattro cinquemila lire.»
Erano in realtà cinquemila e duecento. Pagò. Tornò fuori. Propose a lei, siccome non era ancora mezzogiorno, di partire subito, lui nel pomeriggio doveva essere in studio. Invece di mangiare là a Modena potevano benissimo fermarsi a Parma, anche a Parma c’erano dei buoni ristoranti.
«Perché?» fece Laide. «Chi ci obbliga a partire così presto? Possiamo partire dopo colazione, con l’autostrada fai in tempo benissimo. E poi io vorrei salutare Marcello.»
«Marcello chi sarebbe?»
«Mio cugino no? Te l’avrò ripetuto dieci volte.»
«E non l’hai visto abbastanza in questi giorni tuo cugino?»
«Una volta sola l’ho visto. Ha tanto di quel lavoro, in cantiere. Spetta che vado a vedere se lo pesco.»
Lasciò Antonio e si affacciò al banco del portiere. Per non farsi vedere assillante, lui non si mosse. La vide, attraverso la porta dell’albergo, che stava telefonando. Sembrava molto contenta. Rideva. Lui non vedeva l’ora che finisse. Accende una sigaretta. La vede che continua a telefonare, la vede ridere ancora.
La Laide ha messo giù il telefono e lo raggiunge sul marciapiede all’ombra della tettoia. Ha un’espressione felice.
«E allora?»
«Allora, non so se te l’ho detto, devo andare assolutamente a salutare una famiglia sono stati così gentili con me tu sapessi non posso mica andarmene via così senza salutarli.»
«Chissà a che ora andiamo a mangiare allora.»
«Oh per mangiare a me non mi importa. Si potrebbe fare così. A minuti arriva Marcello e mi accompagna da questi amici. Tu intanto puoi andare a mangiare. Poi alle due e mezza ci si trova e si parte subito. Così non ti faccio perdere tempo.»
«Vengo da Milano apposta a prenderti e tu mi pianti solo come un cane.»
«Su, non arrabbiarti adesso. Come faccio io, senò, con quegli amici?»
«E poi quella faccenda di Marcello non mi sfagiola per niente. Mi ha tutta l’aria che sia tuo cugino come io sono tuo zio.»
Gli occhi di Laide si sono dilatati. Di sorpresa e di rabbia.
«Ecco, per te sono tutte puttane. Non si può voler bene a uno senza andarci in letto insieme? Non lo guarderei neanche più in faccia se non avesse rispetto per me.»
«Non mi vorrai mica dire che non ti ha mai dato un bacio.»
«Porco di un demonio» fa lei esasperata «me lo immaginavo sai che avresti piantato questa grana. Tutti uguali voi uomini. Noi dobbiamo per forza essere tutte delle troie! No, se proprio vuoi saperlo, Marcello non mi ha baciato mai. È come se fossimo fratelli. Chiaro?»
«Non mi pare sia il caso di prenderla così. Dopo tutto tu sei libera di fare il diavolo che vuoi.»
«Ah non bisognerebbe prendersela! Mi dai della puttana e non dovrei prendermela?»
«E chi ti ha dato della puttana?»
«Tu, se credi che io venga con te e poi vada anche con lui. Lui sì, se mai, potrebbe prendersela, se sapesse che noi due…»
Antonio è sopraffatto. Antonio le crede, è inverosimile ma Antonio le crede, ha un tale accento di sincerità e orgoglio offeso, la Laide. Per essere capace di mentire così dovrebbe essere un mostro, no è impossibile che una ragazzina come lei riesca a una finzione così perfetta, dovrebbe avere una intelligenza e una fantasia da Shakespeare.
«Be’» fa Antonio ammansito «e al tuo Marcello chi hai detto che sono io?»
«Mio zio.»
«Uno zio spuntato fuori da un momento all’altro?»
«Sì, gli ho detto che prima tu viaggiavi, che eri all’estero.»
«E lui ci ha creduto?»
«Perché non avrebbe dovuto credere? Non sono mica tutti come te. Ma aspetta… mi pare che sia lui.»

da Viaggio in Portogallo – José Saramago

da Viaggio in Portogallo – José Saramago

da Belmonte il viaggiatore va a Sortelha passando per strade tutt’altro che buone e per paesaggi che, invece, sono da ammirare. Entrare in Sorthela significa entrare nel Medioevo, e questo lo dichiara non in quel significato che gli farebbe affermare la stessa cosa entrando, per esempio, nella chiesa di Belmonte, da cui proviene. Quello che dà un carattere medievale a questo agglomerato è l’enormità delle mura che lo circondano, il loro spessore, ma anche la durezza del selciato, le vie ripide, e infine, appollaiata su gigantesche pietre, la rocca, ultimo rifugio di assediati, finale e forse inutile speranza. se qualcuno ha mai vinto le ciclopiche mura esterne, non si sarà certo scoraggiato davanti a questo castelletto che sembra un giocattolo.
Tutt’altro che un gioco, invece è l’accusa, in buona calligrafia e ortografia dipinta sull’entrata di una fonte: ATTENZIONE ACQUA NON POTABILE PER INCURIA DELLE AUTORITÀ MUNICIPALI E SANITARIE. Il viaggiatore si è sentito soddisfatto, non per il fatto, è chiaro, di vedere la popolazione di Sortelha così ridotta in quanto ad acque, ma perché qualcuno si è preso la briga di prendere un barattolo di pittura e un pennello e scrivere, per renderne edotti i passanti, che le autorità non fanno quello che devono, quando devono e dove devono. A Sortelha non l’hanno fatto, come testimonia il viaggiatore, che a quella fonte voleva bere, ma non ha potuto.
Andando a Sebugal, il viaggiatore aveva l’obiettivo degli ex-voto popolari del Settecento, ma non ne ha trovato neanche uno. Dove li abbiano messi non ha saputo dirlo quell’anziano che si è presentato con la chiave dell’Ermida de Nossa Senhora da Graca, dove sarebbero dovuti essere. Si salva la Pentecoste di legno scolpito ch si trova nella sagrestia. Le figure della Vergine e degli Apostoli, dipinta a colori vivaci, sono sorprendentemente espressive. Il viaggiatore, in ogni caso, si allontana con un dubbio: se è davvero una Pentecoste, perché gli apostoli sono dodici? non sarà che Giuda è raffigurato solo per ragioni di equilibrio di volumi? O forse che lo scultore popolare abbia deciso, autonomamente e a proprio rischio di esercitare il diritto al perdono che spetta solo agli artisti?

da Lisboa - Fernando Pessoa

 da Lisboa - Fernando Pessoa

La Torre di Belém, vista da fuori, è un mognifico gioiello di pietra ed è con stupore e crescente soddisfazione che lo straniaro ammira la sua particolare bellezza. E' come un merletto, e dei più belli, nel suo delicato intarsio che, bianco, balugina da lontano, catturando immediatamente lo sguardo dei naviganti che entrano nel fiume. All'interno la sua bellezza non è da meno; dai suoi balconi e dalle sue terrazze si gode una vista indimenticabile del fiume e, sullo sfondo, del mare.
Attraversando il ponte levatoio, ci troviamo al primo piano dell'edoficio, che è destinato ai cannoni: Alcuni pertugi ci danno l'idea di cosa dovevano essere le celle dei prigionieri, cui quelle esigue aperture forniscono una luce incerta. Sono cinque le celle sotterranee, dove nessuno è rimasto rinchiuso a lungo; si raggiungono attraverso una scala di pietra di 35 gradini. Prima di essere trasformate in celle erano utilizzate come depositi per gli esplosivi.
Al secondo piano si trovano l'Armeria e gli Uffici; al terzo la Sala Régia, con un magnifico balcone e colonne di meravigliosa fattura; al quarto piano il Refettorio al cui esterno, sul pavimento, si possono vedere i fori da cui pteva essere colato piombo fuso in caso di assalto alla fortezza; il quinto piano era della Corte ed è qui che, poco tempo fa, è stata posta una lapide commemorativa i ricordo del grande raid aereo Lisbona - Rio de Janeiro di Gago Coutinho e Scandura Cabral nel 1922. Attraverso una scala di 123 gradini si giunge..........


(...)
Ora la nostra automobile attraversa di nuovo il Rossio, sale per rua do Carmo, rua Garrett meglio conosciuta come Chiado) e girando per rua Invens si ferma alla fine di quest’ultima, che termina nella piazza su cui si affaccia il vecchio convento di Sao Francisco da Cilade, fondato nel 1217, dove sono installate la Biblioteca Nazionale*, la Scuola di Belle Arti e il Museo d’Arte Contemporanea, così come il Governo Civil, che però ha l’entrata in rua do Capelo.
Al primo piano troviamo la Scuola delle Belle Arti, aperta nel 1837, dove si insegna disegno, pittura, scultura, incisione, architettura, ecc. Alcuni artisti – Columbano, Carlos Reis, Salgado e Luciano Freire – hanno qui il loro studio.
Nel Museo Nazionale d’Arte Contemporanea sono esposri belle sculture e dipinti che datano dal 1850 in poi. Ci sono tele di Cristino da Silva, Bordalo Pinheiro, Miguel Angel Lupi, Tomàs J. da Annunciacao, Alfredo de Andrade, il Visconte de Menezes, Antònio Manuel da Fonseca, José Rodrigues, Francisco Metras, assis Rodrigues, Vìtor Bastos, Simoes de Almeida, Alfredo Keil, Moreira Rato, Silva Porto, Bonnat, Antònio Ramalho, Alberto Besnard, Sousa Pinto, Angel, Josè Malhoa, Paul Laurens, Condeixa, Carlos Reis, Trigoso, Salgado, Joao Vaz, Artur Laureiro, Munoz Degrain, Sousa Lopez, Costantino Fernandes ecc.; sculture di Costa Mota, Francisco Santos, Teixeira Lopes, Simoes Sobrinho, Moreira rato, Soares de Reis, Alberto Nunes, Tomàs Costa, Anjos Texeira; disegni di Lupi, Antonio Carneiro, Ramalho, Silva Porto, Bordalo Pinheiro, Sousa Pinto, Vitor Bastos, Sousa Lopes ecc.; acquarelli di alves de Sa, Roque Gameiro, Alberto de Sousa, Helena gameiro, leitao de Barros, Carlos Bonalot ecc. C’è, insomma, molto da vedere e ammirare in questo museo che è ben allestito.
La Biblioteca Nacional è al secondo piano. È stata fondata nel 1796 con il nome di Real Biblioteca Pùblica da Corte, costituita con libri provenienti dalla biblioteca della Commissione per la Censura, cioè con i libri appartenuti ai gesuiti, e da quella dell’Accademia Reale di Storia. La biblioteca ha goduto di successive integrazioni sia per acquisto che per donazioni, nelle 11 stanze e 14 passaggi distribuiti su due piani sono conservati 360.000 volumi. Nell’ingresso si trova la statua della regina Maria i, di Machadi de Castro, e i busti di Castilho (di José Simoes de Almeida) e di Dom Antonio da Costa. Anche gli azuleios policromi del Cinquecento meritano di essere visti; appartenevano alla cappella della Senhora da Vida nella chiesa di Sant’Andrea, che oggi non esiste più.
Al piano inferiore si trovano le sale per le ricerche private e la letture, la sala dei cataloghi e quella dei periodici. Al piano superiore ci sono la tipografia, i servizi, la sezione delle stampe e l’importantissima sala dei Libri Riservati, in cui sono conservate le opere più rare, vere reliquie bibliografiche: alcuni esemplari unici, volumi con illustrazioni e rilegature rare, manoscritti, monete e numerosi documenti di vario genere che insieme vanno a formare una collezione bibliografica meritevole maggiore attenzione.



* Attualmente si trova in un moderno edificio costruito appositamente per ospitare la Biblioteca a Campo Grande
** Ossia la Prefettura

22 luglio 2019

Un bar. Di notte, è evidente - Jorge Enrique Adoum

dipinto di Aldo Balding
Un bar. Di notte, è evidente - Jorge Enrique Adoum

Un bar. Di notte, è evidente.
Potrebbe essere anche un cabaret, o un teatro.
Musica di pianoforte. O un bandoneón. Chissà una chitarra.
Forse, pure, una canzone. Dipende:
un tango, un bolero, una nostalgia greca,
qualcosa di impalpabile, come un blues, irraggiungibile
come le cosce di questa ragazza di Venezia
che ti guarda dal fondo del tuo bicchiere.
Ricordare, quando uno è o sta solo, fa più male
che immaginare: questo è quello che vogliamo dimostrare.
Il microfono amplifica la vera voce, l’assenza:
si tratta del viaggio a una donna come a una città
alla quale non si giunge da invisibile, da lontano.
E se uno giungesse e stesse lì, in lei,
si tratterebbe, con questa musica, di una separazione
che sarà per sempre, come sempre.
A chi dare la colpa? Sono destino il paese
che non avesti, la donna in cui non entrasti?
Una compagnia – qualsiasi –, più o meno coniugale,
o da poco incontrata, dico più o meno duratura,
mai l’amata non cercata, mai la presentita,
distruggerebbe questa sensazione agrodolce o dolceamara
di ciò che non è, ciò che non fu, senza che importi
la voce o il volto che le appartengono,
né l’età che le sue gambe sostengono:
ciò che non può essere perché se fosse non sarebbe.

E in fondo, farebbe male che non facesse male.
Persino che non facesse male più di quanto fa male.
(2002)

trad. Raffaella Marzano