15 maggio 2015

GRAN SPLENDID, EL ATENEO - Grazia Fresu

Buenos Aires, El Ateneo Grand Splendid Bookstore

GRAN SPLENDID, EL ATENEO Di Grazia Fresu
"È uno spazio che ti cattura. Se ci entri ti sentirai come in quel vecchio film di Buñel, L'Angelo sterminatore, assolutamente impossibilitato ad uscirne e il tempo non avrà più nessuna importanza".

 Tutte le città, per chi le attraversa senza occhi di turista, senza il consumistico possesso di foto scattate al ritmo di secondi, senza l’ansia di estrarre in un contatto fugace il senso, sono come le città invisibili di Calvino, misteri che s’incontrano in un gioco di specchi, nella giostra dei sogni, nel tracciato delle memorie, scatole cinesi della scrittura e dell’oralità, accessi all’impossibile, trame di un ordito che ci consegna all’ infinita necessità del viaggio. Ma fra tutte, alcune hanno la perfezione di un cristallo e sembrano catturare, nelle sfaccettature della luce dove l’oscurità è incubo e presagio, più verità e più mistero.
 Buenos Aires è per me una di queste città. Nonostante la sua struttura a griglia  con strade che formano angoli retti, non ti trasmette la perfezione ordinata di una metropoli geometrica, costruita per esibire una visione razionale del mondo; nei suoi quartieri, nelle sue piazze, nelle sue vie, nei suoi giardini che tracciano un labirinto della storia e dell’anima, tante volte cantato dai suoi scrittori, esistono luoghi, essi stessi labirinto, mistero, voragine, dove l’esistenza può precipitarti dentro in un momento fino ad allora imprecisato e insignificante della vita. Dopo niente è più uguale a prima, né lo sguardo né il  passo né il piacere.
 Nel pomeriggio di una di quelle primavere porteñas che stendono sotto un cielo azzurro, smaltato e perfetto, un mantello profumato di fiori viola, la città, come un pentagono slabbrato, sembra assopire un poco i suoi rumori.
 Ho qualche ora a disposizione tra la mia mattinata  di lavoro e l’appuntamento con un’amica per la tarda serata. Ore per camminare, scesa dalla metropolitana, el subte, che mi ha portato in meno di mezz’ora dal mio quartiere di Belgrano, al  nord della città, al centro nevralgico affollato e vivace, ore per godermi da sola il ritmo di un passo che contiene esclusivamente le accelerazioni e le pause della mia curiosità e del mio interesse. Soprattutto così ho conosciuto le città che ho amato, Roma e Buenos Aires dove ho vissuto a lungo, e Parigi che, anche nel tempo breve e solitario del nostro incontro, mi ha guarita di colpo, tra i rosoni gotici di Notre Dame, le passeggiate lungo la Senna, le tavole di formaggi cremosi in piccoli bistrôt, l’incanto del Museo d’Orsay, una ferita d’amore profonda e in apparenza inguaribile. Perché camminare senza l’altro, senza compagni d’avventure, non ti consente maschere, non ti distrae con parole, non ti confonde con pensieri non tuoi o col bisogno di condivisione. Così le città mi hanno regalato segreti, incontri, precipizi, la bellezza senza esitazioni. Dopo, solo molto dopo è stato  possibile raccontare e raccontarsi nella sedimentata memoria dei giorni e delle emozioni.
Avenida Santa Fe è una strada elegante che attraversa l’altrettanto elegante quartiere di Barrio Norte, affollata di negozi, di bar, di ristoranti, di cinema, di librerie; migliaia di persone  la percorrono ogni giorno per lavoro o per svago, si specchiano in sfolgoranti  vetrine per il desiderio o il possesso, trionfo spesso di un consumismo globale, mercanzie che trovi ovunque nel mondo, omologazioni rassicuranti di tipologie, e poi di colpo raffinatezze per il corpo o per l’anima che ti sorprendono e ti seducono, in questo “grande teatro a cielo aperto”, come la chiamò lo scrittore  Rubi Rubens, dove tutti si muovono come attori e spettatori dello stesso rito, "el paseo" (il passeggio) elevato a metafora stessa del vivere porteño. Ne sono catturata, cerco un qualcosa che non trovi posto nel mio catalogo di oggetti consueti e lo trovo: su lastre di vetro contro un velluto scuro si allinea una coreografia di scarpe, non fatte per camminare, scarpe da tango, volumi diversi, eccessivi, vibranti di vernice rossa o nera, la classica charol col cinturino sottile perché il piede ruoti agile nell’ "ocho" che la gamba disegna o si arrampichi sensuale e sicuro lungo il fianco dell’uomo che ti guida, tacchi altissimi, tripudio d’argento, d’oro, bordure verdi e azzurre, le suole arcuate per inventarsi  passi arditi, abbracci, "compás" e "milonghe" dove un giorno ti raggiungeranno codici sconosciuti, linguaggi di corpi altri che imparerai ad amare.   Cammino contemplando le facciate di palazzi liberty, che qui chiamano modernisti, stucchi nelle finestre e nei balconi, architravi ove si intrecciano foglie e fiori di pietra, portoni imponenti con battenti di lucidi ottoni; mi piacciono gli androni arredati con mobili di legno scuro, lampade e tappeti, come se le case cominciassero molto prima, sul ciglio stesso della strada e rivelassero a chi passa quello che i portieri custodiscono nella dignità delle loro giacche scure, le vite degli assenti senza nome. Nella vetrina d’angolo di un negozio d’artigianato, tra cose che fanno solo folklore e hanno perso la traccia originaria che le rese un tempo necessarie e per questo belle, hanno appeso un poncho amaranto, con una larga banda chiara che lo attraversa verticalmente. Qualche straniero lo comprerà con l’illusione di vestirsi per poco dell’anima "gaucha" o forse, senza neppure saperlo di cosa è veramente tessuto quel mantello chiuso sul petto, lo mostrerà a casa sua una sera per sentirsi diverso o stupire i suoi ospiti, poi il "poncho" giacerà nel fondo di un armadio, dimenticato insieme a tutto quello che comprammo con denaro e non con l’anima. Per me quel "poncho" è lo stesso che sta appeso    in un piccolo armadio con la porta a vetri nel Museo di Caprera, portato da Garibaldi dopo le sue campagne di guerra sudamericane. Quel capo desueto nella mia prima visione di bambina, sogno di improbabili "pampas" di cui non avevo mai sentito nulla, cristallizzato per noi italiani nell’iconografia di un mito risorgimentale, mi guarda ora come un ponte sull’oceano che ha raccontato il viaggio tra due rive. Mi commuove nella foggia del suo tessuto ruvido la storia di questa gente e della mia che l’Atlantico divide.
 I bar, lungo i due marciapiedi, non sono come i nostri, spazi chiusi con porte e finestre strette che difendono dalla strada e poi possono dilagare fuori con sedie e  tavolini su piazze dove la storia e l’arte dispiegano scenari mozzafiato, quasi pentiti dall’aria di caverna magmatica che li nutre all’interno. I bar qui hanno quasi sempre grandi vetrate che collocano tutto, banconi, tavolini, sedie, lampade, avventori come su un palcoscenico. Tutti vedono la strada e la strada li vede, intercambia  spazi, accoglienza , mormorii, freddo e calore in un flusso ininterrotto dal fuori al dentro e viceversa che non sembra aver tregua. Nessuno, come da noi, consuma un caffè o qualsiasi altra cosa in piedi, tutti stanno seduti, sembrano di colpo avere tempo, quello che fino ad un attimo prima consumavano con la veloce accelerazione del "porteño" che, quando cammina,  vive convulsamente la sua città concitata. Le "medialunas" che servono sono più piccole e più  buone dei nostri cornetti, una morbidezza salata e dolce che ti persuade  d’essere entrato nella locanda fatta per i tuoi sensi. Ma il caffè versato quasi sempre in tazze grandi, quello, anche quando lo chiamano “espresso italiano”, si sente troppo leggero al palato e aspro, non ha l’aroma, il gusto pastoso e forte del nostro. Lo bevi perché sei in un bar e bisogna pur consumare il rito, ma sai che l’energia non ti viene da quel liquido marrone che  spesso neppure nasconde il fondo della tazza, ma ti viene dall’idea, dalla memoria  che hai del caffè, da tutte le infinite volte che nel tuo paese te lo sei  regalato: a casa da sola, nelle pause del tuo lavoro,  o con amici sulla riva del mare, tra il profumo delle zagare e dei gelsomini, o con lui, al risveglio,  tra complicità e risa nelle pieghe scomposte del letto.
 Stai seduto nel bar per guardare ed essere guardato. Per quanto cerchi di mimetizzarmi, sono una straniera e si vede, non so perché, nonostante i quindici milioni di discendenti di italiani che abitano questo paese, c’è sempre qualcuno che mi dice, senza che abbia aperto bocca, nel qual caso sarebbe comprensibile che il mio accento mi tradisse, “Usted no es de acá, usted es italiana, verdad?" (Lei non è di qui, lei è italiana, vero?) e a queste parole che segnano un confine tra me e loro, ne seguono spessissimo altre che raccontano di nonni, di padri, di zii arrivati un tempo dall'Italia in questa terra della speranza, mi raccontano storie piccole con sapore a lavoro duro , a spaghetti, a romanza d'opera ascoltata dai vecchi nei momenti di nostalgia. Non mi riconosco in queste memorie di un'Italia contadina che già da molto tempo non esiste più, però sì mi riconosco nel bisogno d'appartenenza, nello struggimento e nella nostalgia depositate in quelle memorie e avrei voglia di raccontare un'altra Italia, di cui pure loro sanno dai giornali, dal cinema, dalla televisione, che non ha niente a che vedere con le loro radici, solo con le mie, ma quasi sempre taccio e lascio che quel paese mitico mai esistito si sieda tra noi e ci faccia sentire vicini. Sto pensando di entrare in uno dei tanti negozi o bar per riposare un poco del brusio della strada che sembra aumentare, mentre il cielo va perdendo un po' del suo azzurro e si macchia di un arancio intenso a occidente, tra le cime stagliate degli alberi.
 E allora lo vedo, dall'altro lato della strada, Santa Fe 1860, un edificio biancogrigio gessoso con balconi traforati, l'entrata monumentale e la scritta: "Gran Splendid" e più sotto "El Ateneo", la libreria che il giornale britannico The Guardian ha messo al secondo posto, nella lista delle dieci librerie più importanti del mondo, per la sua bellezza architettonica,che si è conservata intatta al suo interno, dal 1919, anno della sua inaugurazione come teatro, fino ad oggi, dopo la conversione  in libreria nel 2000.
 Un luogo speciale per gli amanti dei libri come me. "È uno spazio che ti cattura. Se ci entri ti sentirai come in quel vecchio film di Buñel, L'Angelo sterminatore, assolutamente impossibilitato ad uscirne e il tempo non avrà più nessuna importanza.". Le parole della mia amica mi risuonano nella testa come una  sfida e un intrigante filo d'Arianna e mi piace l'idea dell'improbabile e del misterioso che vi si cela. Mi piace che questa libreria sia stata un teatro e un cinema e che in questo pomeriggio i miei amori possano convivere nello stesso luogo come in un abbraccio. So che possiede intorno a 120.000 titoli nel suo stock e più di 3000 persone la visitano ogni giorno e so che voglio ritagliarmi in questo quotidiano flusso di assetati lo spazio esatto della mia sete.
 Di solito nelle librerie la magia la fanno i libri e sono loro che raccontano le storie. Qui il luogo stesso è un grande libro che racconta la sua stessa storia e quella del Paese. Agli inizi del Novecento l'Argentina viveva un'epoca di grande splendore; aveva offerto terre e lavoro a migliaia di emigranti che sbarcavano incessantemente, carichi di passati dolorosi e speranze.
 Ma a sbarcare non sono stati soltanto, come si crede, contadini analfabeti o piccoli artigiani, sbarcarono anche intellettuali, musicisti, pittori, architetti che lasciarono ovunque la loro impronta culturale e umana. Per merito loro Buenos Aires si trasformò in poco tempo in una grande metropoli, crogiolo interessante e  stimolante di lingue e di culture. Tra questi emigranti  Mordechai David (detto Max) Glucksman, impresario di origine austriaca,  finanziò la costruzione,disegnata dagli architetti Peró y Torres Armengol e  construita dagli architetti Pizoney e Falcope. Nel  1919 un grande cine-teatro venne inaugurato sulle fondamenta del vecchio Teatro Nacional Norte. Era il  Gran Splendid,una imponente sala con quattro file  di palchi e una platea per 500 persone. Qui diedero spettacolo le più importanti figure del tango, come Gardel e persino un tango gli è stato dedicato (Gran Splendid di  Firpo del 1927).
 So tutto questo prima di entrare, come so che El Ateneo è un marchio registrato con molti locali sparsi per il paese, anche se con la maggiore concentrazione a Buenos Aires, ma intuisco, sento che questa specifica libreria non è come tutte le altre, pur belle e ben fornite. Oltrepasso la soglia  e  non so dove e come mi s'anniderà dentro l'emozione.
 Un fantastico ibrido mi si apre davanti agli occhi come un ventaglio, una conchiglia, un antro, siamo in un teatro all'italiana: appena entri,  dove c'erano i botteghini di vendita, sono allineati i libri tascabili, buoni titoli a prezzi abbordabili, per dirti subito che la raffinata bellezza di questa cavea non è lì per respingerti, ma per facilitarti la strada verso il suo cuore illuminato e elegante. Lì hanno inizio la spirale dei palchi e la moderna scala meccanica che ti porta al sotterraneo dove scoprirai i libri per bambini e la musica. L'attenzione mi va verso il fondo, al palcoscenico che un sipario di velluto rosso incornicia, mostrando su quello che era una volta lo scenario, ancora con i suoi listoni di legno,  un bar pasticceria e ristorante, piccoli tavolini con sedie e poltrone che sembrano accoglienti e in un angolo un pianoforte che suonerà tra un momento. Attraverso lentamente la vecchia platea dove, come colonne in un tempio, le scaffalature dei libri si allineano a formare corridoi paralleli al palco, raggi di un ellisse che porta lo sguardo verso l'alto, dove palchi scolpiti in uno splendore dorato, gli stessi da cui vedere una commedia o sentire musica, ospitano altri libri, altre poltrone, altri lettori attenti immersi in un silenzio religioso. All'ultimo piano si espongono foto, quadri, sculture, oggetti. La libreria è affollata, ovunque vedo corpi, mani che cercano e occhi che leggono. La gente si aggira tra i corridoi guidata dalle scritte che indicano temi e autori, si sofferma un poco, sceglie e va a sedersi in platea o nei palchi o in scena, ritagliandosi il suo prezioso silenzio e legge. Sì, perché qui puoi leggerti un libro intero e nessun commesso verrá a dirti che devi comprarlo, qui i commessi sono sacerdoti dell'ineffabile e sanno che, se puoi stare tre o quattro ore inchiodato dentro il vortice di un libro, sei già cultore del rito e se non comprerai quel libro ne comprarai un altro o molti altri, quel giorno o in altri momenti, poco importa. Per questo la libreria vende quasi 1.000.000 di titoli all'anno.
 Dove sono finiti i porteños rumorosi della strada e dei bar? Chi sono questi elfi, queste fate, giovani, adulti, vecchi con lo stesso sguardo attento e il sorriso dei piaceri segreti che affiora nei volti? Chi sono io tra loro, in una mimesi perfetta, senza barriere di condizioni, di esperienze, di saperi? Cammino con un passo senza peso sopra un pavimento ovattato, non oso ancora avvicinarmi a uno scaffale, cercare un autore o un titolo, come se ancora avessi bisogno dell'attimo sospeso prima della scelta, prima di quelle parole, di quella storia, di quel cammino. E so che il luogo opera tutto questo incanto e i libri sono qui nel santuario che li esalta e li sacralizza e sacralizza anche noi, pulendoci del fango della strada.
 E allora alzo gli occhi al soffitto e la vedo: una metafora straordinaria, un doppio che mi sovrasta. La cupola che abbraccia tutto lo spazio, dipinta da Nazareno Orlandi, un artista italiano che ha decorato con la sua arte molti luoghi della città, mostra la sua severa leggerezza, sembra lo specchio di quel  mondo di pagine e parole che sta sotto. Nella  sua rotonda saggezza bordata di ghirlande, di colombe, di angeli e ninfe, dipinta in un tripudio di rose e di figure, mi guarda una donna giunonica e sensuale, lontana dalle rappresentazioni d'avanguardia del femminile che appartengono all'arte del Novecento,  ma che non erano ancora entrate nella sensibilità degli artisti che operavano in  quegli anni nella città di Buenos Aires. È la rappresentazione allegorica della Pace che, appena finita la prima guerra mondiale, era il sogno di tutti, soprattutto di quegli emigranti in fuga da un'Europa devastata e da incubo che l'hanno dipinta come una madre e  amante amorosa, a protezione delle loro teste, dei loro divertimenti e dei loro sogni. Al suo fianco, rispettosamente, si arrendono le grandi potenze coinvolte nel conflitto e la osannano. Penso: che cosa meravigliosa dipingere la Pace sulla volta di una teatro e conservarla per una libreria dove la pace viene nell'incomparabile piacere della lettura che lascia fuori la violenza, l'impotenza, lo sconforto, la volgarità, la rabbia di un mondo che spesso sembra aver perso la logica e il senso! Tutto qui dentro è armonia.
 Le sfumature pastello della cupola continuano a raccontare dal lato opposto della Pace un'altra storia. Un gioco di donne questo, un dialogo del femminile che si tesse su quest'universo di libri e di lettori: un'altra donna morbida seducente sostiene un proiettore cinematografico che produce un nastro di pellicola: il cinema, la settima arte, la tecnologia  si tendono verso la Pace, le danno i loro strumenti e si fanno solidali con i suoi fini.
 Non mi importa che questa cupola non sia un capolavoro, che possa essere accusata di un certo accademismo, ma quello che mi sovrasta è talmente giusto per  il luogo, è talmente segno di ciò che qui dentro si consuma, che una perfezione altra si attesta in quelle pennellate e seduce. Qualcuno suona il piano, non conosco la musica, ma questa sconosciuta ritmata e soave mi guida ora con dolcezza nel mio deambulare segreto: gli scaffali di letteratura spagnola, quelli delle letterature straniere, le traduzioni italiane, la poesia, la saggistica, vago come in un lucido sogno e scelgo quel libro, quella poltrona, quel silenzio.
 La mia amica mi attenderá invano nel luogo dell'incontro.

Nessun commento:

Posta un commento