17 maggio 2018

da “Le relazioni culinarie” – Andreas Staikos

Harvie Brown - red chair
da “Le relazioni culinarie” – Andreas Staikos
(…)
Preoccupata e incuriosita dall’improvvisa telefonata di Damocle, Nanà telefonò subito a Dimitris. L’unica cosa che ottenne fu di rimandare di due ore il loro appuntamento. E benché si fosse adeguatamente vestita e agghindata per andare da Dimitris, si trovò a bussare alla porta di Damocle. Quando entrò nell’appartamento, dalla fredda accoglienza comprese che qualcosa non andava. Anziché darle l’abbraccio caloroso nel quale era solita sprofondare sin dal giorno in cui lo aveva conosciuto, il suo amante la invitò ad accomodarsi su una sedia e lei si sedette di fronte.
“Nanà, che cosa hai mangiato l’altra sera?” le domandò bruscamente.
Nanà, che non aveva sospetti e non vedeva la ragione di mentire, si sforzò di ricordare. A poco a poco le tornò la memoria. “Filetti di pesce, sgombro, credo, alla griglia.”
“E poi?”
Un po’ di insalata di prezzemolo, un cucchiaio di crema di sesamo e un po’ di taramosalata. Ah, anche acciughe ai capperi” aggiunse in un sussulto di sincerità.
Il nome di ciascuna pietanza risuonava come un martello alle orecchie di Damocle, affondava come una coltellata nel suo cuore. Dopo un silenzio prolungato e una lotta senza quartiere con se stesso, decise di non manifestare il proprio dolore e di reprimere la gelosia e la rabbia che lo straziavano. Decise, almeno per il momento, di non rivolgere altre domande a Nanà, domande che l’avrebbero obbligata a ricorrere a pietose menzogne o, ancora peggio, a rivelare dolorose verità. Non voleva litigare con lei. La desiderava perdutamente, l’adorava. Ne era volontariamente diventato lo schiavo, uno schiavo felice che per niente al mondo avrebbe spezzato le sublimi catene della propria schiavitù. Nanà, Nanà, Nanà. La più bella, la più spiritosa e soprattutto la più capricciosa delle donne, delle non poche che aveva conosciuto nella sua vita. D’altro canto, rifletteva stoicamente, se Nanà non fosse nata per tradire non l’avrebbe mai conosciuta. Se non fosse stata quello che era, vale a dire una fascinosa, istintiva adultera, nessun altro all’infuori del marito avrebbe goduto delle sue grazie. Damocle non aveva il diritto di pretendere da Nanà le virtù che solo i mariti pretendono dalle loro mogli, e non poteva rimproverarle le debolezze dalle quali lui stesso aveva tratto vantaggio. Sarebbe stato un delitto consentire che una donna straordinaria come Nanà appartenesse a un solo e unico uomo. Se non avesse tradito Damocle, non avrebbe tradito neppure suo marito. E allora addio all’estasi e ai brividi di piacere che gli squassavano il corpo e l’anima.
In nun impeto di senso di giustizia e di imparzialità, ma soprattutto di adorazione e di ammirazione cieca, Damocle le si avvicinò, l’accarezzò e l’abbracciò non come <nanà, ma come quintessenza di donna.
Lei, ignara dei sospetti di Damocle, sospetti ormai confermati, ignara come sono ignare le statue antiche dell’enorme potere simbolico che esercitano, si calmò e accettò con sollievo le devote premure amorose di Damocle.
Così come i santi pretendono, senza chiederlo, l’incenso dai fedeli, Nanà pretese senza chiedere, pretese con fare civettuolo e provocante, qualcosa da mangiare per rifarsi la bocca dopo le innumerevoli sigarette fumate ma anche per accompagnare il vino bianco, quel nettare dorato che Damocle aveva appena stappato in suo onore.
“Hai qualcosa di buono da mangiare?” domandò. “Non ho molto tempo. Ho promesso a mio marito che avrei cenato con lui.”
Damocle, considerati gli effluvi culinari del vicino che gli avevano inondato l’appartamento, sapeva che Nanà stava mentendo, e tuttavia corse in cucina per uscirne con un piattino e un cucchiaino.
(…)

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