11 luglio 2017

da Elena – Ghiannis Ritsos

foto di Andre Govia
da Elena – Ghiannis Ritsos

(…)
Ora dimentico i nomi più familiari o li confondo tra loro –
Paride, Menelao, Achille, Proteo, Teoclímeno, Tèucro,
Càstore e Polluce – i miei fratelli moralisti; loro, credo,
divennero stelle – così dicono – e guidano le navi; – Teseo, Pirítoo,
Andromaca, Cassandra, Agamennone – suoni, soltanto suoni
privi di rappresentazione, privi della loro immagine tracciata sopra un vetro,
sopra uno specchio di metallo o sui bassi fondali, sulla spiaggia, come quella volta,
un giorno calmo e assolato, con molte alberature, quando la battaglia
s’era placata, e il cigolio delle cime fradice sulle pulegge
teneva il mondo in alto, come il nodo di un singhiozzo arrestato
in una gola di cristallo – e lo vedevi, il nodo, scintillare, tremare
senza riuscire a farsi grido, e d’improvviso tutto il paesaggio con le navi,
i marinai e i carri, sprofondava nella luce e nell’anonimato.

Un naufragio diverso adesso, più profondo, più oscuro – da lì
salgono di tanto in tanto certi suoni – quando battevano i martelli sul legno
inchiodando una nuova trireme nel piccolo cantiere navale; quando passava
una grande quadriga sull’acciottolato, prolungando su un altro ritmo
i battiti dell’orologio della Cattedrale, quasi che le ore
fossero assai più di dodici e i cavalli
girassero dentro l’orologio fino ad esser stanchi; o quella notte
che due bei giovani cantavano sotto le mie finestre
una canzone dedicata a me, senza parole; – uno era cieco da un occhio; l’altro
aveva una grossa fibbia alla cintura – brillava al chiar di luna.

Ora non mi vengono più da sole le parole; – le cerco, come se traducessi
da una lingua a me ignota – e tuttavia traduco. Tra le parole,
o dentro le parole stesse, restano fori profondi; guardo attraverso questi fori
come se guardassi attraverso i nocchi caduti dalle assi di una porta
sbarrata, inchiodata da secoli. Non vedo niente.

Non più parole e nomi; distinguo soltanto certi suoni; – un candelabro d’argento
o un vaso di cristallo risuona da solo e all’improvviso tace
fingendo indifferenza, come se non avesse risuonato, come se nessuno
l’avesse toccato né gli fosse passato accanto. Un abito da donna
si accascia mollemente dalla sedia sul pavimento, spostando
l’attenzione dal suono precedente alla semplicità del nulla. Intanto
l’idea di una congiura silenziosa, benché dissolta nell’aria,
aleggia addensata a un livello superiore, quasi ponderabile,
tanto che senti il solco delle rughe di fianco alle labbra farsi più profondo
proprio a causa di questo intruso che prende il tuo posto
trasformando in intruso te, qui sul tuo letto, nella tua stanza.

Oh, questo esilio dentro i nostri stessi abiti che invecchiano,
dentro la nostra stessa pelle che avvizzisce; mentre le nostre dita
non riescono più a stringere, a reggere intorno al nostro corpo
neppure la coperta, che si solleva da sola, si disfa, scompare, lasciandoci
scoperti di fronte al vuoto. Allora la chitarra appesa al muro,
dimenticata da anni, le corde arrugginite, comincia a tremare
come trema il mento di una vecchia per il freddo o la paura, e devi
mettere la mano sulle corde per arrestarne
il tremito contagioso. Ma non trovi la mano, non hai più mano,
e dentro di te senti che è il tuo mento che trema.
(…)

da Elena - Traduzione di Nicola Crocetti - Quarta dimensione

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