12 luglio 2017

Ode al dizionario - Pablo Neruda

foto di Massimo Listri - Biblioteca Real Gabinete Português de Leitura, Rio de Janeiro, Brasil
Ode al dizionario - Pablo Neruda

Lombo di bue, pesante
caricatore, sistematico
libro spesso:
da giovane
ti ignorai, mi vestì
la sufficienza
e mi credetti completo,
e tronfio come un
melanconico rospo
detti un parere: “Ricevo
le parole
direttamente
dal Sinai muggente.
Sottometterò
le forme all’alchimia.
Sono mago”.

Il gran mago taceva.

Il Dizionario,
vecchio e pesante, col suo giacchetto
di pelle logora,
rimase silenzioso
senza mostrare le sue provette.
Ma un giorno,
dopo averlo usato
e messo in disuso,
dopo
averlo dichiarato
inutile e anacronistico cammello,
quando per tanti mesi, senza protesta,
mi servì da poltrona
e da cuscino,
si ribellò e piantandosi
sulla mia porta
crebbe, mosse le sue foglie
e i suoi nidi,
mosse l’elevazione del suo fogliame:
albero
era,
naturale,
generoso
melo, meleto o manzanero,
e le parole
brillavano nella sua coppa inesauribile,
opache e sonore
feconde nella fronda del linguaggio,
cariche di verità e di suono.

Scelgo una
sola delle
sue
pagine:
Caporal
Capuchón
che meraviglia
pronunciare queste sillabe
con aria,
e più sotto
Cápsula
vuota, attendendo olio o ambrosia,
e vicino a essa
Captura Capucete Capuchina
Capraio Captatorio
parole
che si inseriscono come soavi uve
o che alla luce esplodono
come germi ciechi che attesero
nel magazzino del vocabolario
e vivono un’altra volta e danno la vita:
una volta di più il cuore le brucia.

Dizionario, tu non sei
tomba, sepolcro, feretro,
tumulo, mausoleo,
tu sei preservazione,
fuoco nascosto,
piantagione di rubini,
perpetuità vivente
dell’essenza,
granaio dell’idioma.
E è bello
raccogliere nelle tue file
le parole
della stirpe,
la severa
e dimenticata
sentenza,
figlia della Spagna,
indurita
come vomere di aratro,
ferma nel suo limite
di antiquato attrezzo,
preservata
con la sua bellezza esatta
e la durezza di medaglia.
O l’altra
parola
che lì vedemmo perduta
nelle righe
e che immediatamente
si fece saporita e liscia nella nostra bocca
come una mandorla
o tenera come un fico.

Dizionario, una mano
delle tue mille mani, una
dei tuoi mille smeraldi,
una
sola
goccia
dei tuoi versanti verginali,
un chicco
dei
tuoi
magnanimi granai
al momento
giusto
alle mie labbra conduce,
al filo della mia penna,
al mio calamaio.
Dalla tua spessa e sonora
profondità di selva,
dammi,
quando lo necessito,
un solo trillo, l’abbondanza
di un’ape,
un frammento caduto
della tua antica legna profumata
per una eternità di gelsomini,
una
sillaba,
un tremore, un suono,
una semenza:
di terra sono e con parole canto.

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